Things aren’t what they seem: la vita da emigrato bulgaro, ovvero ditemi come dovrei essere e sarò l’esatto opposto
L’altro giorno guardavo mia madre mangiare gli spaghetti e pensavo che, dopo tutti questi anni in Italia, non ha ancora veramente imparato a mangiarli. Non è soltanto una questione di come li arrotola. Mia madre è una di quelle persone che possono bere senza essersi prima pulite la bocca e che non attribuiscono a un pasto tutto quel cerimoniale che io invece gli ho costruito attorno. Non credo che le interessi particolarmente. Per lei mangiare è rimasto, in larga parte, mangiare.
Per me evidentemente no.
Ed è strano perché, quando siamo arrivati in Italia, una delle cose che soffrii di più fu proprio la perdita di una certa routine domestica che oggi definirei quasi bucolica. I peperoni da fare sulla piastra, le verdure, le conserve, tutte quelle cose che nella mia memoria appartengono alla campagna bulgara. Solo che crescendo ho capito una cosa meno romantica: i miei nonni materni non vivevano affatto quella quotidianità come una pubblicità del Mulino Bianco dell’Est Europa. Una casa in campagna, da quelle parti e in quegli anni, era quasi una piccola fattoria. C’era sempre qualcosa da fare e spesso qualcosa per cui litigare. Hai fatto questo? Hai sistemato quello? Hai preparato quell’altro?
Quella che per me bambino poteva sembrare una relazione poetica con il cibo, per loro era anche lavoro. E spesso lavoro fatto malvolentieri. E poi, diciamolo: della cucina di mia nonna ricordo anche grumi e capelli. Sì, capelli. Non sto scherzando. Quindi preferisco evitare qualsiasi santificazione retroattiva della cucina delle nonne. La memoria è già sufficientemente pericolosa senza metterle anche tutte davanti a una pentola con la luce di Caravaggio.
Ma prima di loro avevo avuto la fortuna di conoscere anche la mia bisnonna. Ed era tutta un’altra cosa.
Era nata il 28 novembre — Sagittario come me, dettaglio naturalmente di fondamentale rilevanza scientifica — ed era una donna capace di mandare avanti una casa dalla A alla Z. Cucinava benissimo, faceva perfino il pane, sapeva torcere la lana, sapeva fare praticamente tutto ciò che una casa di quel mondo richiedeva. Con lei era diverso.
Mia madre e mio zio, quando erano piccoli, si appoggiarono molto a lei. E a volte mi domando se proprio per questo alcune competenze non siano mai passate davvero alla generazione successiva. Quando in una famiglia c’è qualcuno che sa fare tutto, gli altri possono permettersi di non imparare.
Forse da mia bisnonna non ho ereditato una ricetta precisa. Forse ho ereditato qualcosa che mi interessa ancora di più: l’idea che certe cose vadano fatte con la volontà. Una casa non si cura da sola. Il pane non compare da solo. Una cena non diventa buona semplicemente perché abbiamo fame. Qualcuno deve decidere che valga la pena farla bene.
Quando mia bisnonna morì, accadde poi una cosa che ancora oggi trovo stranissima. I miei nonni mi dissero di non dire niente a mia madre.
«Così non si preoccupa.»
Io feci esattamente quello che mi avevano chiesto. Poco dopo glielo disse il Signor Marinov.
Ancora oggi mi domando che cosa significasse davvero «così non si preoccupa». Mia bisnonna era morta. Non c’era più qualcosa di cui preoccuparsi nel senso pratico. C’era qualcosa da sapere. C’era qualcosa per cui soffrire.
Forse, nella loro idea di protezione, evitare una notizia dolorosa significava evitare almeno temporaneamente il dolore stesso. Ma a me quella storia è rimasta impressa anche per un altro motivo: nella mia famiglia, a volte, proteggere qualcuno ha significato decidere al posto suo quale parte della realtà fosse pronto a sopportare.
E forse è anche per questo che io ho sviluppato una certa insofferenza quando qualcun altro pretende di decidere per me dove debba stare la mia vita.
Mia madre appartiene alla prima generazione di immigrati. Io questa cosa la capisco e, contemporaneamente, credo di avergliela anche rimproverata per buona parte della mia vita.
Lei è arrivata in Italia per lavorare. Non ha mai avuto una particolare curiosità di conoscere davvero il Paese nel quale viveva. Da giovane non ha voluto fare corsi, non ha viaggiato quasi per niente in Italia, per anni le vacanze significavano essenzialmente tornare dai suoi genitori. Ancora oggi conosce poco persino la geografia italiana.
Io, invece, sono stato portato qui da bambino.
Ed è qui che per me le due cose smettono di essere equivalenti.
Mia madre era venuta in Italia per lavorare. Io ero stato portato in Italia per vivere. Per molto tempo abbiamo fatto finta che fosse la stessa cosa.
Io qui ho attraversato anni in cui non si attraversa semplicemente un Paese. Si forma il carattere, si imparano i codici, si decide che cosa è bello e che cosa è brutto, si osservano gli altri, ci si vergogna, ci si adatta, ci si ribella. Un adulto può vivere per anni in un posto pensando che sia temporaneo. Un bambino, mentre quell’adulto aspetta di tornare altrove, sta diventando qualcuno.
Forse è per questo che a un certo punto ho cominciato a vivere la reticenza di mia madre verso l’integrazione quasi come una fregatura.
Non penso che mi abbia deliberatamente ingannato. Ma la sensazione, a volte, è stata quella di essere stato coinvolto in un progetto di cui avevo scoperto soltanto dopo le condizioni contrattuali. Lei poteva lavorare in Italia immaginando di costruirsi qualcosa altrove, magari per quando sarebbe andata in pensione. Io, nel frattempo, dovevo fare dell’Italia il posto nel quale esistevo.
Anni fa si aspettava addirittura che comprassimo altri immobili in Bulgaria. Io avevo già vissuto come un sacrificio quello che avevamo: un appartamento che, dopo che se ne erano andati i vecchi inquilini, era rimasto per anni senza essere davvero rimesso in condizioni abitabili. Non potevamo andarci comodamente noi e non era stato nemmeno organizzato in modo da produrre un affitto. Semplicemente esisteva.
Eppure bisognava immaginarne altri.
Lei e il Signor Marinov si erano scannati per una casa nel pieno centro di una città che oggi mi appare quasi svuotata. Una proprietà, sulla carta, può sembrare sicurezza. Ma a volte ho avuto l’impressione che nella mia famiglia la proprietà fosse diventata quasi una religione: accumulare qualcosa perché un giorno potrebbe servire, sacrificando nel frattempo la vita nella quale dovrebbe servire.
Io sono venuto fuori malissimo come bulgaro, da questo punto di vista.
Nel mondo bulgaro che ho conosciuto io, ho incontrato moltissime persone estremamente parsimoniose, attentissime ai soldi, al risparmio, alla casa, al mettere da parte. Molti vanno nei Paesi economicamente più forti proprio con questa idea. Il Signor Marinov, per esempio, vive in Germania.
Io invece sono un disastro nella gestione delle mie finanze e, per completare il capolavoro, vivo pure in Italia.
Insomma: patrimonio genetico amministrativo respinto per incompatibilità estetica.
Per anni frequentammo un alimentari bulgaro vicino a Peschiera. Compravo molto lì; eravamo clienti abituali e spendevamo parecchio. Mi piaceva anche l’idea di sostenere un’attività della nostra comunità. Un giorno mi mancarono due euro.
Due euro.
La proprietaria mi conosceva. Non mi fece credito.
Telefonai a mia madre, aspettai che mi facesse un bonifico, pagai e per moltissimo tempo non tornai più.
Quando raccontai l’episodio ad Anna del San Giuda, lei fu molto più drastica di me: secondo lei persone così «non meritavano di avere un negozio». Una sentenza definitiva per un ammanco di due euro che continuo a trovare meravigliosa.
Il punto, però, non erano davvero i due euro. Quel negozio non trasformava materia prima. Non cucinava. Non produceva. Comprava prodotti già fatti e li rivendeva. E io pensavo che il valore aggiunto di un’attività del genere, oltre alla disponibilità di prodotti che altrove non trovavo, potesse essere proprio il rapporto umano. La gentilezza. Il sapere chi hai davanti.
Un’altra volta arrivai per l’apertura pomeridiana delle tre. Alle 15:07 la socia non era ancora arrivata e fuori si era formata una piccola coda di persone che aspettavano che qualcuno alzasse la saracinesca.
E poi ci fu l’episodio migliore.
Un giorno arrivai davanti al negozio e vidi che la Guardia di Finanza aveva messo dei nastri con l’indicazione che la merce non poteva essere venduta. La porta-finestra era aperta e, guardando dentro, vidi le proprietarie intente a scrivere e preparare le traduzioni italiane delle etichette che fino a quel momento sui prodotti non c’erano.
Io ero arrivato fin lì apposta.
Mi dissero soltanto:
«Siamo chiusi.»
Fine.
Non chiesi spiegazioni e non sapevo esattamente che cosa fosse stato contestato. Vedevo i nastri, vedevo loro intente a preparare le traduzioni e, soprattutto, vedevo che avevo fatto inutilmente tutta la strada per arrivare fin lì.
Tornai ancora un’altra volta e non ci fu nemmeno quel gesto minuscolo che io probabilmente avrei fatto al loro posto: un pacchetto di salatini, una sciocchezza, un «scusa per l’altra volta».
Niente.
E poi c’era l’estetica.
Una mattina arrivò il marito della proprietaria che non mi aveva concesso quei famosi due euro di credito. Jeans e giacca di jeans. Proprio quell’abbigliamento da paesano bulgaro che io riconoscevo immediatamente perché provenivo da quel mondo.
Lo stesso codice che vedevo spesso in altri connazionali: vestiti da mercatino bulgaro, stock turchi, certe T-shirt che sembravano imitazioni di marchi occidentali già prima ancora di leggere che cosa ci fosse scritto sopra.
Quando vedevo Sasho e altri uomini della sua generazione riconoscevo quell’estetica immediatamente. Non perché esista un’uniforme nazionale del bulgaro, ma perché io conoscevo quei mercati, quelle merci, quei tagli, quelle combinazioni. Li avevo visti abbastanza volte da saperli leggere.
Ricordo che incoraggiavo Sasho ad andare in quell’alimentari.
«Dai, andate dalle mie amiche, hanno il negozio bulgaro.»
Lui rispondeva:
«No, no. È carissimo.»
Era quasi comico. Io cercavo di sostenere l’attività dei connazionali, loro erano attentissimi a non spendere un euro più del necessario e alla fine quello che smise di andarci fui io perché non mi avevano anticipato due euro.
La diaspora bulgara raccontata attraverso la contabilità di un pacchetto di salatini.
A me, però, era successa una cosa diversa.
Avevo assorbito l’estetica del posto nel quale vivevo fino al punto che, guardandomi, difficilmente qualcuno avrebbe potuto intuire immediatamente da dove venissi. Non perché io non sappia che cosa sono. Io lo so benissimo. Sono gli altri a non sapere necessariamente che cosa hanno davanti.
E forse l’integrazione passa anche da queste cose apparentemente stupide. Non soltanto dalla lingua, dai documenti o dal lavoro. Passa dall’occhio. Da ciò che impari a desiderare. Da quello che ti sembra bello. Dal modo in cui apparecchi una tavola. E dal modo in cui mangi gli spaghetti.
Qualche tempo fa mia madre mi raccontava di un uomo che chiede l’elemosina davanti ai supermercati della zona. L’ultima volta che lo vidi era davanti a un Carrefour Express. È uno che, a quanto pare, vuole determinate marche, vuole qualcosa dalla rosticceria, vuole mangiare bene. Quella volta era anche vestito dignitosamente, con dei mocassini.
Mia madre commentò semplicemente:
«Si vuole bene.»
Quella frase mi rimase dentro.
Perché improvvisamente mi domandai se lei, invece, si fosse mai concessa quello stesso tipo di bene.
Non so se la risposta sia no. Sarebbe troppo facile e probabilmente anche ingiusto. Ma so che mia madre non ha mai attribuito grande importanza al vestirsi, al cibo, alla casa come esperienza sensoriale. Ha sempre avuto persino una specie di fobia per gli odori della cucina.
Quello che per me significa casa — qualcosa che cuoce, un peperone arrostito, il profumo di una preparazione fatta lì dentro — per lei può essere semplicemente un odore da eliminare aprendo una finestra.
Forse non abbiamo mai avuto le stesse priorità.
Per me volersi bene passa anche dalle cose più primarie. Non necessariamente dal lusso. Dal pensare che valga la pena prepararsi qualcosa di buono. Dal desiderare di apparire belli. Dal vestirsi in un modo che ci rappresenti. Dal sedersi davanti a un piatto e sentire che qualcuno, anche quando quel qualcuno siamo noi stessi, ha avuto riguardo per noi.
Forse è per questo che quella frase pronunciata da mia madre mi sembrò quasi un’illuminazione.
«Si vuole bene.»
Come se improvvisamente avesse dato un nome a una cosa che io avevo inseguito per anni.
Alcuni suoi modi di affrontare la vita sono stati anche nocivi per me. Posso riconoscerlo senza trasformarla in una persona cattiva. Posso volerle bene e contemporaneamente sapere che non voglio vivere come lei.
E c’è forse una specie di ironia familiare nel fatto che anche lei fosse cresciuta dentro un sistema nel quale gli altri decidevano spesso che cosa fosse meglio per lei. Quando morì sua nonna, decisero perfino quando dovesse saperlo. Poi il Signor Marinov ruppe quella piccola diga e glielo disse.
La realtà, evidentemente, aveva comunque intenzione di presentarsi.
Forse è proprio questo che ho cercato di fare per anni: non vivere continuamente in preparazione della vita futura e non lasciare che qualcun altro decida quale debba essere.
Una volta il Signor Marinov mi raccontò una storia che trovo perfetta.
Un suo conoscente bulgaro era andato a trovare un altro bulgaro emigrato e aveva notato che quest’ultimo non possedeva nemmeno un buon coltello per il pane. Alla visita successiva gliene regalò uno.
«Ecco. Adesso almeno hai un coltello da pane e puoi tagliare il pane come si deve.»
Quando tornò a trovarlo ancora una volta, il coltello non c’era più.
L’aveva spedito in Bulgaria.
Questa storia mi fa ridere da anni, ma in realtà racconta qualcosa che conosco molto bene: la vita vissuta provvisoriamente. La cosa bella comprata qui che viene conservata per là. I soldi guadagnati qui per la casa là. Il presente ridotto a sala d’attesa di un futuro che continua a spostarsi.
Il problema è che, nel frattempo, qualcuno sta vivendo qui.
Forse per questo cucino come cucino.
Negli spaghetti della fotografia avevo preparato un fumetto molto semplice: sedano, carota e cipolla, la testa e la spina del pesce prima rosolate. E pepe di Sichuan per aromatizzare il fumetto.
Basta.
Nessun’altra spezia.
Con quel fumetto risottai molto bene gli spaghetti. C’era poi l’aglio nero e, alla fine, qualche grattata di bottarga di muggine.
Il pepe di Sichuan quasi non si vede.
Eppure c’è.
Ed è proprio questo che mi piace. Non avevo bisogno di lasciare dei grani sul piatto per dichiararne la presenza. Aveva aromatizzato il fumetto e quindi era entrato nel sapore senza avere bisogno di mostrarsi.
Non lo vedevi.
Lo sentivi.
Si fondeva con l’aglio nero, con il pesce, con la bottarga. Sapori provenienti da mondi lontani che non avevano bisogno di annullarsi a vicenda per stare nello stesso piatto.
Mentre mangiavo mi venne in mente The Burger Queen dei Placebo:
«Things aren’t what they seem.»
E forse è proprio questo il punto.
Il pepe di Sichuan non si vede, ma è lì.
E con me succede qualcosa di simile.
Io so benissimo da dove vengo e che cosa mi compone. Sono gli altri che, guardandomi, non possono necessariamente sapere che cosa sono davvero. Possono vedere una parte, intuire un codice, riconoscere un’estetica. Ma non vedono immediatamente tutto quello che c’è dietro.
Non vedono necessariamente la Bulgaria.
Non vedono mia bisnonna che faceva il pane e torceva la lana.
Non vedono i peperoni sulla piastra, una casa di campagna che funzionava quasi come una fattoria, i miei nonni che litigavano perché c’era sempre qualcosa da fare.
Non vedono una madre che ha vissuto in Italia senza avere mai davvero il bisogno di conoscerla come avevo bisogno di conoscerla io.
Non vedono il Signor Marinov in Germania.
Non vedono i coltelli da pane spediti indietro.
Vedono ciò che sono diventato.
Ma things aren’t what they seem non significa che l’apparenza sia falsa. Significa soltanto che è incompleta.
Io non sono meno bulgaro perché non porto addosso i codici estetici attraverso i quali riconoscevo immediatamente alcuni connazionali. E non sono semplicemente italiano perché ho assorbito profondamente il modo di vivere del Paese nel quale sono cresciuto.
Sono tutte cose che stanno insieme.
Persino questa mia ossessione per il fare bene le cose forse non nasce soltanto dall’Italia. Forse dentro c’è ancora quella donna nata il 28 novembre che faceva il pane, torceva la lana e sapeva mandare avanti una casa intera.
Magari certe eredità non arrivano sotto forma di ricette.
Arrivano come una predisposizione.
Come l’idea che, se una cosa va fatta, tanto vale farla come si deve.
Forse l’integrazione che cercavo era tutta lì, in quel piatto. Non diventare identici al posto nel quale si arriva. Non trascorrere nemmeno la vita comportandosi come se si dovesse partire domani mattina.
Prendere quello che si è stati, quello che si è imparato e quello che si è scelto, e lasciare che convivano abbastanza a lungo da diventare qualcosa che prima non esisteva.
Proprio come quel pepe di Sichuan.
Non lo vedi.
Ma senza di lui il sapore non sarebbe lo stesso.
Mia madre è venuta qui e per molti anni mi è sembrata tenere mentalmente una valigia pronta.
Io, a un certo punto, quella valigia ho voluto disfarla.
Non volevo passare la vita a spedire coltelli da pane in Bulgaria. Volevo usarli.
Spaghetti all’aglio nero e bottarga