L’abbondanza non ha mai fatto carestia, la patata di troppo e il rifiuto di accontentarsi

Nika me lo diceva spesso: metti troppo. Troppa roba nel piatto, porzioni troppo grandi, poca aria, poca disciplina. In sostanza: impiatti male.

La cosa irritante è che aveva ragione.

Non perché io non sappia riconoscere quando un piatto è bello. Anzi, forse il problema comincia proprio da lì: lo vedo benissimo. So perfettamente che una cotoletta leggermente più piccola, tre patate invece di sette, un po’ più di porcellana visibile e una salsa disposta con maggiore precisione produrrebbero una fotografia migliore. Posso guardare due piatti uno accanto all’altro e decidere immediatamente quale dei due abbia proporzioni più riuscite.

Poi preparo il mio.

E aggiungo un’altra patata.

Credo che questa sia una distinzione importante: avere senso estetico e saper creare la bellezza non sono affatto la stessa cosa. Posso entrare in un negozio, guardare un prêt-à-porter e sapere quasi immediatamente se mi piace. Ma se parto da un pezzo di stoffa per farmi confezionare una camicia, la faccenda diventa molto più complicata. Bisogna immaginare ciò che ancora non esiste: la caduta, il volume, il colletto, la proporzione tra tessuto e modello. Bisogna trasformare un'intuizione in un oggetto.

Alla fine le mie camicie vengono quasi sempre bene, e alcune sono volutamente strane. Ne ho fatte realizzare in tessuti che normalmente avrebbero raccontato tutt'altra storia: panno di cashmere, denim, materiali più sportivi, e poi polsini per gemelli. È precisamente questo il genere di cosa che mi diverte. Il denim da solo mi interessa fino a un certo punto. Il gemello da solo rischia di essere troppo prevedibile. Il gemello sul denim improvvisamente dice qualcosa.

La stessa ragione per cui trovo bellissima una donna che porta fuori il cane in tuta e, senza alcun apparente motivo, decide di mettersi una collana di perle.

La collana di perle con il tailleur può essere elegante. La collana di perle sulla tuta è una decisione.

Forse buona parte del mio senso estetico sta proprio lì: non tanto nella bellezza in sé quanto nella tensione fra due cose che sembrerebbero non appartenersi. Mi piacciono i metalli diversi accostati nello stesso gioiello, come nei Bulgari Tubogas. Mi piace ciò che è prezioso accanto a ciò che è quotidiano, il raffinato che perde un po’ della propria serietà, il comune che improvvisamente acquisisce dignità.

Non sogno neppure una casa perfetta nel senso convenzionale del termine. Non desidero un castello del Settecento riportato meticolosamente al Settecento, dove ogni cosa appartenga allo stesso periodo, allo stesso linguaggio e alla stessa buona educazione. Mi piacerebbe molto di più una casa che all'ingresso sembri quasi abbandonata. Muri vecchi, qualcosa di scrostato, tracce di vite precedenti. Come se qualcuno fosse entrato abusivamente in un edificio dimenticato e avesse deciso, invece di restaurarne via ogni ferita, di viverci magnificamente.

Poi, in mezzo a quella rovina, una cosa perfetta.

Una lampada contemporanea. Un tavolo importante. Un bicchiere sottilissimo. Qualcosa che non dovrebbe essere lì e proprio per questo è esattamente al proprio posto.

La linearità mi annoia.

Non ho bisogno che tutto sia bello. Ho bisogno che accada qualcosa tra le cose.

È per questo che non mi riconosco fino in fondo nemmeno nell'idea tradizionale dell'eccentrico. Non sento di svegliarmi al mattino chiedendomi come stupire il prossimo. Non ho particolare interesse a organizzare la mia esistenza come una rappresentazione permanente. Certo, sono una persona che dà nell'occhio. Lo so. A volte mi diverte e altre volte mi pesa. Persino quando vado al supermercato in tuta difficilmente riesco ad avere quell'aria perfettamente anonima che alcune persone possiedono con tanta naturalezza.

Ma credo che la parola più precisa non sia eccentricità.

È intensità.

Non faccio molto bene il tiepido.

E questo vale anche per il cibo.

Guardando quel cordon bleu me ne sono accorto ancora una volta. La bistecca l'avevo voluta grande. L'avevo fatta tagliare apposta, aprire, battere. La doratura la preferisco spinta: non bruciata, naturalmente, ma inequivocabilmente dorata. Non voglio quel beige timido che sembra chiedere scusa per essere passato in padella. Se deve essere dorato, che sia dorato.

Se deve essere grande, tanto vale che sia grande.

Se deve essere abbondante, che sia abbondante.

È una specie di principio ridicolo e serissimo allo stesso tempo: una volta che uno ha esagerato, ha esagerato. A quel punto, entro certi limiti, potrebbe quasi esagerare all'infinito.

L'eccesso non è una quantità precisa. È il momento in cui si è già oltrepassata la soglia.

Forse è anche per questo che il proverbio «l'abbondanza non ha mai fatto carestia» mi fa così sorridere. È di una logica quasi infantile, una di quelle frasi talmente ovvie da diventare misteriosamente profonde. Se ce n'è troppo, almeno non ce n'è troppo poco.

Io, fra i due rischi, ho sempre temuto più il secondo.

E non soltanto a tavola.

La moderazione non è mai stata una mia qualità particolarmente sviluppata. Ci sono persone che possiedono naturalmente la misura. Mangiano ciò che basta, comprano ciò che serve, scelgono un oggetto proporzionato alle proprie possibilità e riescono persino a provare soddisfazione per il fatto di essersi fermate nel punto giusto.

Le osservo con una certa ammirazione antropologica.

Io ho spesso funzionato al contrario.

Quando lavoravo, per esempio, mi capitava di spendere i soldi in maniera decisamente poco moderata. Lo shopping poteva diventare compulsivo. Ma la cosa interessante, riguardandola oggi, non era soltanto il desiderio dell'oggetto. Era il meccanismo attraverso cui il limite stesso finiva per togliergli fascino.

Mettiamo che avessi deciso di spendere milleottocento euro per un orologio.

A un certo punto poteva comparire il pensiero: va bene, però se devo spendere già milleottocento, allora forse tanto vale fare uno sforzo e comprarne uno da tremila.

Logicamente è assurdo.

Economicamente, ancora di più.

Eppure dentro quel ragionamento c'era qualcosa che riconosco benissimo ancora oggi. L'oggetto che rientrava perfettamente nelle mie possibilità diventava improvvisamente meno interessante. Non perché fosse brutto. Non perché non mi piacesse davvero. Ma perché ciò che potevo già permettermi sembrava quasi appartenere a un territorio conosciuto.

Quello appena oltre, invece, prometteva qualcosa.

Ciò che potevo permettermi mi apparteneva già; ciò che era appena oltre continuava a promettermi.

Credo che qui l'abbondanza smetta definitivamente di essere una questione di quantità.

Diventa possibilità.

Forse per questo ho sempre avuto un rapporto complicato con i limiti. Non con il riconoscere di averne. Sarebbe ridicolo sostenere di non averne: ne abbiamo tutti, fisici, economici, intellettuali, temporali. Il punto è un altro.

Non ho paura di avere dei limiti. Ho paura quando quei limiti sembrano definirmi.

Se guadagno una certa cifra, posso teoricamente calcolare quanto potrò spendere. Se seguo una carriera precisa, posso immaginare più o meno dove arriverò. Posso fare proiezioni, moltiplicazioni, costruire una vita perfettamente ragionevole su Excel.

Ed è esattamente lì che comincio a sentirmi soffocare.

Non perché creda davvero che le possibilità siano infinite. So benissimo che non lo sono. Ma trovo insopportabile l'idea che la mia vita possa essere ridotta in anticipo a ciò che appare statisticamente probabile.

Accontentarmi non mi è mai venuto naturale, perché per me accontentarmi ha spesso significato qualcosa di molto diverso dall'essere grato.

Ha significato smettere di credere che possa esserci qualcosa di meglio.

Ed è forse qui che il mio rapporto con l'eccesso diventa più comprensibile anche a me stesso.

Io non voglio necessariamente tutto.

Voglio che il tutto rimanga possibile.

C'è una differenza.

Naturalmente questa disposizione produce anche parecchie stupidaggini. Sarebbe molto comodo poter raccontare il proprio carattere facendo sembrare ogni difetto una virtù segreta. «Non sperpero denaro, esploro possibilità». Magnifico. Purtroppo le banche accettano difficilmente Baudelaire come giustificativo delle spese. E una carta di credito conserva un certo materialismo borghese: alla fine vuole essere pagata.

Non intendo quindi trasformare l'eccesso in una qualità morale.

L'eccesso può essere sciocco. Può essere costoso. Può essere inutilmente faticoso. Può produrre una quantità industriale di avanzi e un cordon bleu abbastanza grande da richiedere quasi un'autorizzazione edilizia.

Ma continua a interessarmi perché racconta qualcosa di estremamente coerente del mio modo di stare al mondo.

Conosco la misura.

Semplicemente non sempre desidero abitarla.

E questa forse è la cosa che distingue la mia idea di abbondanza dall'ostentazione. Non mi interessa il kitsch dell'accumulazione come dimostrazione di status. Non ho bisogno che dieci oggetti preziosi stiano tutti insieme perché dieci valgano più di uno. Anzi, spesso è il contrario. Un oggetto bellissimo può perdere completamente dignità quando gli si mette attorno troppa gente.

L'eccesso che mi interessa non è necessariamente decorativo.

È intensivo.

Una superficie ruvida e un materiale prezioso. Una tuta e le perle. Il denim e i gemelli. L'acciaio e l'oro. Una casa quasi morta e un segno contemporaneo perfettamente vivo.

La stessa cosa accade nella cucina: una panatura molto scura accanto a una salsa chiara; una porzione generosa servita con una certa precisione; qualcosa di popolare trattato con un'attenzione quasi aristocratica.

Non è il «troppo» a rendere una cosa interessante.

È il punto in cui due linguaggi entrano in attrito.

Forse è per questo che certi dandismi mi affascinano e allo stesso tempo mi lasciano a distanza. Wilde, Huysmans, Baudelaire mi interessano enormemente, ma non sogno affatto una vita trasformata in un salotto estetizzante dove ogni cosa debba dimostrare di essere raffinata. La bellezza, quando diventa troppo consapevole di essere bellezza, comincia a sembrarmi finta.

Io il finto lo aborro.

Mi interessa molto di più qualcosa che potrebbe essere scambiato per brutto e che improvvisamente, per una proporzione, un accostamento o un gesto, diventa bellissimo.

La bellezza che preferisco conserva una piccola impurità.

Ha bisogno di una crepa.

Forse anche l'abbondanza ha bisogno della stessa cosa.

Un piatto tecnicamente perfetto, calibrato al grammo, con la sua proteina, la sua verdura, i suoi tre punti di salsa e un enorme spazio bianco attorno può essere bellissimo. Lo riconosco. Posso persino preferirlo fotograficamente.

Poi però penso alla tavola.

E lì torna la patata.

Quella di troppo.

Quella che so perfettamente che non dovrei mettere.

Quella che rovina leggermente la composizione.

Quella che probabilmente resterà nel piatto.

La metto.

E credo che, in fondo, l'abbondanza abbia per me anche qualcosa a che fare con il rifiuto della sottrazione come principio universale. Viviamo in un'epoca che ha trasformato il «meno» quasi in una virtù automatica: meno oggetti, meno ingredienti, meno segni, meno parole, meno calorie, meno rumore. Togliere è diventato sinonimo di eleganza.

A volte è vero.

Altre volte togliendo si arriva semplicemente ad avere meno.

Non tutto ciò che è minimale è raffinato. Talvolta è soltanto vuoto con un buon ufficio stampa.

E allo stesso modo non tutto ciò che è abbondante è volgare.

Esiste un'abbondanza volgare e un'abbondanza generosa. Esiste l'eccesso inconsapevole e quello deliberato. Esiste una stanza piena di cose che non dicono nulla ed esiste una tavola piena perché qualcuno, davanti alla possibilità che mancasse qualcosa, ha preferito prepararne ancora.

Forse il mio problema è che davanti al dubbio ho quasi sempre scelto ancora.

Ancora un po’.

Ancora una patata.

Ancora una camicia.

Ancora un centimetro.

Ancora un tentativo.

Ancora qualcosa di meglio.

Non so se questa disposizione sia particolarmente saggia. Probabilmente no. Non credo nemmeno che debba necessariamente diventare una teoria generale della vita. Sarebbe insopportabile vivere in un mondo popolato soltanto da persone come me. Nel giro di tre giorni non rimarrebbe più spazio negli armadi e tutti i cordon bleu avrebbero il diametro di un volante.

Ma non credo più nemmeno che la misura sia necessariamente superiore all'eccesso.

Sono due linguaggi.

Alcuni parlano magnificamente il primo.

Io, evidentemente, ho un accento molto forte nel secondo.

Per anni forse ho pensato che la soluzione fosse imparare semplicemente a moderarmi. Oggi non ne sono tanto sicuro. Naturalmente devo sapere quando l'eccesso diventa dannoso. Devo sapere che i soldi finiscono, che il corpo ha limiti, che le dispense non sono magiche e che una bistecca non diventa migliore soltanto perché può essere vista dalla Stazione Spaziale Internazionale.

Ma c'è una differenza enorme tra riconoscere un limite e lasciare che quel limite diventi un'identità.

Questo, credo, è ciò che continuo a rifiutare.

Non il confine.

La sentenza.

L'idea che ciò che possiedo oggi stabilisca ciò che potrò desiderare domani. Che ciò che so fare oggi determini ciò che sarò capace di fare. Che ciò che economicamente, esteticamente o socialmente sembra ragionevole debba necessariamente coincidere con ciò che è possibile.

A pensarci, persino il cordon bleu che avevo davanti raccontava esattamente la stessa cosa. Quello classico viene chiuso a portafoglio: il ripieno deve restare dentro, il formaggio non dovrebbe fuoriuscire, tutto deve essere contenuto entro una forma precisa. Io, invece, avevo voluto rifare quella versione francesissima che avevo mangiato a Digione: aperta, larga, col formaggio visibile, quasi strabordante. Evidentemente perfino davanti a una cotoletta faccio fatica ad accettare che qualcosa debba starsene educatamente dentro il limite che gli è stato assegnato.

Persino il mio cordon bleu, insomma, ha un problema con il concetto di limite.

In fondo forse il mio rapporto con l'abbondanza è tutto qui.

Non è la convinzione che il più sia sempre meglio.

È l'incapacità di accettare che il meglio debba necessariamente fermarsi dove qualcuno — o qualcosa — ha tracciato una linea.

E così finisco ancora una volta davanti a un piatto.

So che sarebbe più bello con una patata in meno.

La guardo.

Ci penso.

E ne metto un'altra.

Perché l'abbondanza non ha mai fatto carestia.

E soprattutto perché, una volta superato il limite, fermarsi appena oltre mi è sempre sembrato uno spreco.

Cordon bleu di vitello e patate saltate

Cordon bleu di vitello e patate saltate al rosmarino

Idem (prospettiva da sopra)

Avanti
Avanti

REMINDS ME OF: Riflessioni futili di un post-punk in giacca e cravatta