La dicotomia di uno strambo, due cotture opposte e Tartaragate

Una volta ero al bar con alcuni colleghi. Invitavo io. Mentre aspettavamo dissi che avrei preso un caffè ristretto. Arrivato il mio turno cambiai idea e ordinai un doppio in tazza grande con cannella. Uno dei miei colleghi mi guardò e disse, più o meno: «Ma hai preso l’esatto contrario di quello che volevi prima».

Mi fece ridere. Oggi mi fa ancora più ridere perché, senza saperlo, quell’uomo aveva appena sintetizzato una discreta parte della mia personalità al prezzo di un caffè.

Il mio psicanalista mi dice da tempo che ho un pensiero dicotomico. Bianco o nero, tutto o niente. E io, naturalmente, anziché accettare serenamente l’osservazione, ci ho costruito sopra una teoria. Perché non credo affatto di non vedere le sfumature. Le sfumature le vedo. È che spesso non le voglio.

Da bambino ero già così. Se mia nonna preparava qualcosa che non mi piaceva, non cercavo una soluzione diplomatica. Non mangiavo. Lei si incazzava, io rimanevo senza mangiare e la crisi internazionale poteva dirsi ufficialmente aperta. Non avevo ancora letto Flaubert, non conoscevo la parola «dicotomia», non avevo uno psicanalista e soprattutto non disponevo di una teoria filosofica con cui nobilitare la faccenda. Semplicemente, se non volevo quella cosa, preferivo niente. Non sono mai stato particolarmente bravo con il «va bene lo stesso».

La stessa cosa compare persino nel modo in cui mi vesto. Posso desiderare l’animalier più sfacciato oppure una camicia su misura con papillon e pochette. Non sento nessuna necessità di inventare un rispettabile outfit intermedio che concili democraticamente le parti. Non mi sento camaleontico: il camaleonte cambia per confondersi con l’ambiente. Io faccio quasi il contrario. Nella contraddizione ci sono io. Posso essere un estremo e posso essere l’altro senza sentire il bisogno di mescolarli fino a ottenere una versione beige di me stesso che finalmente non disturbi nessuno.

Persino le mie due tecniche di cottura preferite sono il vapore e il fritto. Più dicotomico di così bisogna impegnarsi. Il vapore mi affascina perché è delicatissimo. L’alimento non viene immerso nell’acqua e non deve cedere al liquido circostante una parte di sé per poter cuocere. Il calore arriva, lo attraversa, lo modifica, ma non lo sommerge. Lo uso persino come tecnica propedeutica: posso cuocere delicatamente e poi dorare, ottenendo uniformità dentro e violenza controllata fuori. Ho ragionato così anche con gli arrosti: rosolatura, sfumatura, carta forno con aglio ed erbe aromatiche, poi vapore mentre sotto lavora il liquido che diventerà la salsa.

Anni fa mi rimase impressa una videoricetta di una signora marocchina che preparava un agnello spalmato di burro allo zafferano e cotto al vapore. Per una di quelle coincidenze assurde, scoprii poi che era la stessa donna che faceva le pulizie a casa di mio padre. Fu forse allora che capii definitivamente che il vapore non era necessariamente la triste destinazione finale del petto di pollo di chi ha litigato con la vita.

Poi c’è il fritto. Olio bollente, crosta, rumore, colore, trasformazione. Nessuna intenzione di essere delicato, dietetico, spirituale o ragionevole. Le mie due cotture preferite sono praticamente il monastero e il luna park. Eppure mi sembrano entrambe sincerissime: il vapore vuole sentire ciò che una cosa è, il fritto vuole trasformarla senza chiedere scusa. Nessuno dei due fa il diplomatico. Forse è questo che mi piace degli estremi: dichiarano immediatamente le proprie intenzioni.

Per me, infatti, contraddizione e compromesso non sono la stessa cosa. Adoro la contraddizione perché permette a due verità opposte di continuare a vivere. Il compromesso, invece, quando lo vivo male, mi sembra qualcosa che prende due estremi vivi, li smussa e produce una terza cosa che non possiede più completamente la forza di nessuno dei due.

Ho avuto una Seat Arona, un crossover. Non una berlina, non un SUV. Alta, ma relativamente stretta, con una tenuta di strada che io percepivo come poco rassicurante. In certe rotonde avevo la sensazione che da un momento all’altro avrei verificato personalmente qualche legge della dinamica. La odiavo. Né carne né pesce. Naturalmente non sto sostenendo che il crossover sia la manifestazione automobilistica della decadenza dell’Occidente. Mi diverte soltanto constatare che persino davanti a un’automobile dentro di me compariva la stessa domanda: deciditi, cosa vuoi essere?

A questo punto, però, bisogna rovinare tutto. Perché esiste un’obiezione molto meno poetica alla teoria che sto costruendo: e se qualche volta fossi semplicemente poco elastico?

Il pensiero dicotomico non gode esattamente della reputazione di essere la massima manifestazione dell’intelligenza umana. Al contrario, viene facilmente associato alla rigidità, all’impazienza, alla difficoltà di tollerare l’ambiguità e la frustrazione. Bianco o nero può voler dire semplicemente: non riesco a sopportare abbastanza a lungo il fastidio necessario per vedere tutti i colori che stanno in mezzo. Detta ancora meno elegantemente: potrebbe essere un modo un po’ stupido di ragionare.

La mente brillante, almeno nell’immaginario comune, è elastica. Cambia prospettiva, sospende il giudizio, tollera di non sapere, riesce a tenere contemporaneamente in testa ipotesi incompatibili senza sentire l’urgenza di sceglierne subito una. Quella meno brillante semplifica: buono o cattivo, sì o no, con me o contro di me. Taglia il problema finché diventa abbastanza piccolo da poterlo capire.

E io non voglio aggirare questa obiezione proclamandomi improvvisamente un genio incompreso. Qualche volta sono impaziente davvero. Qualche volta decido troppo presto. Qualche volta la mia intransigenza non è profondità: è intransigenza. E magari ciò che chiamo coerenza è, almeno qualche volta, semplicemente la mia difficoltà a sopportare abbastanza a lungo qualcosa che non coincide immediatamente con me.

Il problema è che, se fossi soltanto incapace di sostenere la complessità, dovrei cercare un mondo semplice. E invece passo una parte considerevole della mia vita a complicarmelo. Riesco a vedere ragioni opposte, cambio idea, posso capire perfettamente perché qualcuno faccia qualcosa che io non farei e soprattutto posso rimanere a lungo in situazioni ambigue prima di arrivare al taglio. La mia famosa lunga tenuta prima del taglio contraddice almeno un po’ l’immagine di uno che non riesce a tollerare cinque minuti d’incertezza.

Forse allora esistono due fenomeni che da fuori sembrano uguali. C’è chi sceglie il bianco perché non riesce a vedere il grigio e c’è chi vede perfettamente il grigio e alla fine sceglie comunque il bianco. Non so sempre a quale dei due appartengo. Probabilmente, a seconda dei giorni, a entrambi.

Mi piace questa risposta perché impedisce l’autoassoluzione. Sarebbe troppo facile trasformare ogni difetto in una qualità segreta: non sono rigido, sono autentico; non sono impaziente, vivo intensamente; non sono incapace di adattarmi, vedo attraverso le convenzioni. No. Magari martedì alle 16:30 sono semplicemente rigido e rompicoglioni. L’intelligenza forse non consiste nello stare sempre nel mezzo. Consiste anche nel capire quando il mezzo contiene davvero più informazioni e quando è soltanto un compromesso. E soprattutto nel riuscire a contemplare la possibilità più offensiva per il proprio ego: che questa volta quello poco elastico sia io.

Del resto, il mio modo di ragionare possiede deviazioni che ormai ho smesso persino di trovare sorprendenti. Quando fumavo e pensavo ai possibili danni del fumo, potevo preoccuparmi dei denti, dello smalto, delle gengive, usare religiosamente il filo interdentale e fare le pulizie del tartaro. Naturalmente sapevo benissimo che il problema serio del fumo non erano soltanto i denti. Il pensiero poteva arrivare tranquillamente all’eventualità di un cancro ai polmoni. E persino davanti all’ipotesi teorica di una malattia gravissima il mio cervello riusciva a produrre una preoccupazione perfettamente coerente con me: se mi venisse il cancro e dovessi fare la chemioterapia, potrei perdere i capelli.

Non esattamente il capolavoro delle priorità umane.

Eppure sono sempre io. Davanti a qualcosa di enorme e incontrollabile, una parte della mia mente può finire a preoccuparsi di qualcosa di molto più concreto e rappresentabile: i capelli. Non perché non capisca quale delle due cose sia più grave, ma proprio perché il pensiero non segue sempre una gerarchia razionale delle gravità. Fa associazioni, salti, deviazioni. Prende una strada laterale e, quando me ne accorgo, è già a cinquanta chilometri di distanza.

A volte anche letteralmente.

Una volta dovevo andare da mio padre, nel basso Alessandrino. Durante il viaggio discutemmo al telefono. Una persona dotata di una gestione convenzionale del conflitto avrebbe potuto fermarsi, calmarsi, tornare indietro o magari arrivare comunque a destinazione e affrontare la questione.

Io tirai dritto.

Non metaforicamente. Tirai dritto per qualche centinaio di chilometri fino a Nizza.

Che è una maniera piuttosto costosa di dire: «Allora non vengo».

E la cosa meravigliosa è che non percepisco questi episodi come gesti studiati per essere eccentrici. In quel momento la traiettoria mi sembra perfettamente naturale. È soltanto riguardandola dopo che mi accorgo che, fra le varie possibilità disponibili, il mio cervello ha scelto quella che richiedeva di cambiare Stato.

La stessa struttura mentale può applicarsi a problemi infinitamente meno esistenziali. Non trovo parcheggio davanti a casa. Giro, rigiro, non lo trovo. A un certo punto decido che tanto vale andare a mangiare un gelato in un altro comune. Vado, mangio il gelato, torno e ricomincio a cercare parcheggio.

Il problema non è stato risolto. Ha semplicemente avuto un intervallo intercomunale.

Ormai mi sono abbastanza rassegnato ad avere una mente non convenzionale. E voglio specificarlo perché anche «mente non convenzionale» rischia di diventare una di quelle definizioni narcisistiche con cui trasformiamo qualsiasi stranezza in un talento. Non significa necessariamente una mente migliore, più intelligente o più profonda. Qualche volta produce un’associazione interessante. Qualche volta produce una scelta assurda. Qualche volta produce qualche centinaio di chilometri di benzina perché hai litigato al telefono. Qualche volta produce un gelato.

Semplicemente, fra A e B, qualche volta il mio cervello passa da Nizza.

E se tutto questo vi sembra un ritratto eccessivamente astratto del mio funzionamento mentale, fortunatamente dispongo anche di documentazione fotografica. Per la prima volta in un mio articolo voglio mettere due piatti. Due, perché a questo punto non sono più fotografie gastronomiche: sono prove a carico.

Il primo è un fish and chips di merluzzo carbonaro. E non era esattamente una cosa buttata nella friggitrice. La pastella l’avevo preparata io: farina, mezzo panetto di lievito di birra, un tuorlo, paprika, aglio in polvere, prezzemolo fresco e aglio fresco. Il pesce venne fritto alla temperatura corretta, controllata con il termometro, perché evidentemente posso mangiare come in un pub ma devo farlo con la precisione di un laboratorio farmaceutico. Accanto, frites, salsa tartara e naturalmente una bella Stella Artois.

Quel pomeriggio entrai in modalità letargo all day long. Non riuscivo veramente a tenere gli occhi aperti. Avevo scelto il fritto e il fritto, con ammirevole coerenza, aveva deciso di friggere anche me. Non potevo nemmeno accusarlo di pubblicità ingannevole: si era presentato esattamente per ciò che era.

Quel pranzo, però, contiene un dettaglio che considero necessario confessare. Mi presi il filetto più grande. Per questo dispongo già di una linea difensiva piuttosto articolata. Mia madre voleva stare un po’ in linea e comunque avrebbe mangiato meno di me. Marco mangia pochissimo, però sapevo che il pesce gli sarebbe piaciuto: quando facciamo la spesa insieme lo vedo comprare spesso il merluzzo gratinato surgelato e nelle fotografie delle sue cene il merluzzo ricompare con una certa frequenza. Quindi avevo pensato anche agli altri. Più o meno.

Perché poi c’era la salsa tartara.

Quella salsa mi era costata quasi due ore di lavoro due sere prima e ne era rimasta poca. Questa precisazione è fondamentale agli atti del processo. Non poca in assoluto: poca per essere divisa. O, formulato con maggiore precisione, quanto bastava per me.

Avrei potuto dividerla in tre. Una cucchiaiata a testa. Avremmo assaggiato tutti la stessa cosa e io avrei potuto raccontarmi di essere una persona equilibrata, generosa e capace di condivisione. Ma nessuno di noi se la sarebbe veramente goduta. Ed ecco che davanti a una ciotolina di salsa ricompare tutta la mia filosofia: perché avere tre persone moderatamente soddisfatte quando possiamo averne una pienamente felice?

La commissione incaricata di stabilire chi fosse maggiormente capace di apprezzare la tartara si riunì immediatamente. Presidente della commissione: io. Unico membro della commissione: sempre io. Beneficiario della decisione: stranamente, io.

A loro diedi il ketchup.

E vorrei precisare che non li lasciai affatto senza salsa. Non siamo davanti a una violazione della Convenzione di Ginevra. Semplicemente avevo organizzato il tavolo secondo due differenti scuole gastronomiche: io francese, loro anglosassoni. Detta così sembra persino una scelta curatoriale.

Potrei ulteriormente difendermi sostenendo che entrambi conoscono perfettamente la salsa tartara, ma che io ero convinto di essere quello che se la sarebbe goduta maggiormente. Il che, tradotto dal linguaggio della mia sofisticatissima filosofia estetica, significa: era poca e la volevo io.

Forse questa è la parte più importante di tutto l’articolo, perché prima di parlare di autenticità, pensiero dicotomico, outsider, reincarnazione e coscienza karmica bisogna ricordare che esiste sempre una spiegazione alternativa: qualche volta sono semplicemente egoista. Riesco a costruire argomentazioni estremamente sofisticate per arrivare a una conclusione che un bambino formulerebbe molto più rapidamente: «Questa è mia».

E la cosa peggiore è che, se tornassi indietro, non sono affatto sicuro che dividerei quella tartara. Vi voglio troppo bene a entrambi, ma la tartara è mia. E se qualcuno ritiene incompatibili queste due affermazioni, temo che dopo tutte queste pagine non abbia ancora capito niente di me. Del resto, anche l’amore ha dei confini.

Poi c’è la seconda fotografia: merluzzo vero e proprio, al vapore, con sopra un trito di aglio e prezzemolo e un filo d’olio extravergine. Accanto, asparagi bianchi con salsa olandese.

E qui c’è forse la fotografia più perfetta della mia contraddizione. Da una parte un pezzo di pesce che voglio quasi francescanamente nudo: nessuna crosta, nessuna pastella, nessuna trasformazione aggressiva. Voglio sentire il merluzzo, l’aglio fresco, il prezzemolo, l’olio. Dall’altra parte ci metto una salsa costruita sull’emulsione di tuorli e burro. Perché va bene l’ascetismo, ma non esageriamo con la spiritualità.

Se guardo le due fotografie — il merluzzo carbonaro fritto con frites, tartara e birra e il merluzzo al vapore con aglio, prezzemolo, olio e asparagi all’olandese — non saprei dire quale dei due pranzi mi rappresenti maggiormente. Sono entrambi io. O tutto o quasi niente.

E non desidero affatto trovare una sintesi. Non penso che dovrei inventare una preparazione moderatamente croccante, moderatamente leggera e moderatamente saporita che concili finalmente le mie due anime. Una volta voglio mangiare il merluzzo al vapore e pensare: che meraviglia, sa di merluzzo. Un’altra voglio immergere il merluzzo carbonaro nella pastella, friggerlo alla temperatura controllata col termometro, mettergli accanto frites e tartara, aprire una Stella Artois e successivamente perdere conoscenza sul divano.

Forse è raffinatezza. Forse è rigidità. Forse sono semplicemente stupido. Ma almeno abbiamo le fotografie.

Il problema è che la stessa cosa che in un piatto mi diverte, nella vita presenta il conto. Io non sono incapace di sacrificarmi. Preferisco semplicemente il sacrificio netto alla rinuncia diffusa. Se oggi posso mangiare molto bene, mangio molto bene. Se questo significa che verso la fine del mese mangerò pasta in bianco, mangerò pasta in bianco. Non sto suggerendo questo sistema come modello di educazione finanziaria. Se mai dovessi fondare una banca, suggerisco caldamente di non depositarci denaro.

Ma dentro di me la logica è chiarissima: preferisco il picco all’«abbastanza» distribuito. È esattamente il Tartaragate su scala economica. Avrei potuto distribuire tre cucchiaiate; ho preferito che almeno qualcuno si godesse davvero quella salsa. E, per una coincidenza statistica veramente sorprendente, quel qualcuno ero io.

Se posso avere una cosa oggi, voglio averla oggi. Domani si vedrà. Perché oggi esiste, domani è ancora un’ipotesi. Eppure, quando mi sono immaginato una vita diversa — desiderare un po’ meno, godere un po’ meno, avere però sempre abbastanza — la prima parola che mi è venuta in mente non è stata «noia». È stata sollievo.

Ed è lì che qualcosa si complica.

Perché io qualche volta vorrei veramente essere una persona da Palmolive. Quella capace di ricevere lo stipendio, dividerlo razionalmente, sapere quanto può spendere ogni settimana, mangiare tranquillamente una pasta al pomodoro quando potrebbe permettersi altro e arrivare a fine mese con dei soldi da parte. Una persona che compra il detersivo perché deve lavare i piatti. Fine. Nessuna metafora antropologica, nessuna dichiarazione sulla civiltà occidentale, nessuna crisi identitaria davanti allo scaffale dell’Esselunga.

Per anni ho forse guardato questa capacità come conformismo. Oggi mi viene un pensiero meno arrogante: forse è competenza. Non invidio necessariamente i gusti di quelle persone. Invidio la loro pace.

C’è una quantità enorme di persone che sembra possedere naturalmente una capacità che io ho sempre vissuto come difficilissima: stare dentro. Stare dentro un lavoro che non rappresenta completamente ciò che sono perché garantisce uno stipendio. Stare dentro un rapporto imperfetto perché nessun rapporto soddisferà ogni bisogno. Accendere un mutuo e organizzare trent’anni di futuro. Rinunciare oggi per qualcosa che forse arriverà domani. Capire quando bisogna dire ciò che si pensa e, soprattutto, quando sarebbe molto più intelligente non dirlo.

Per anni potrei aver chiamato tutto questo conformismo. Adesso penso che starci dentro sia una disciplina. E io sono un dilettante.

Non so se sono una persona da stipendio fisso. Non so se sono una persona da mutuo. So che farei una fatica enorme a vivere una doppia vita per compensare una vita principale che non riesco a vivere come vorrei. Non perché sia moralmente superiore. Semplicemente temo di non esserne capace. Ho troppo pochi filtri. Probabilmente dopo tre giorni confesserei tutto anche al portinaio.

Da bambino, nella fiaba del re nudo, mi sembrava ovvio che il personaggio interessante fosse quello che diceva ciò che vedeva. Crescendo ho capito una possibilità molto più inquietante: forse anche gli altri vedevano perfettamente che il re era nudo. Il talento sociale non consisteva nel non vederlo; consisteva nel sapere che non bisognava dirlo.

Questa distinzione per me è fondamentale perché mi impedisce di raccontarmi una favola troppo comoda. Non sono necessariamente quello che vede ciò che gli altri non vedono. Forse vediamo esattamente la stessa cosa. Loro hanno semplicemente imparato una regola che io non ho mai interiorizzato altrettanto bene: qualche volta, per poter rimanere nella stanza, bisogna comportarsi come se non l’avessimo vista.

E qui ritorna il problema dell’elasticità. Zero filtri non significa automaticamente lucidità. A volte il filtro è ipocrisia, ma altre volte serve semplicemente a concedere al cervello altri trenta secondi. Essere fuori dalla stanza permette di vedere meglio la stanza. Non garantisce affatto di capire meglio ciò che contiene.

È per questo che penso a Barbie Stramba. È stata giocata troppo: capelli tagliati, faccia disegnata, corpo messo in posizioni assurde. Non corrisponde più alla forma ideale della bambola. Vive ai margini di Barbieland e proprio per questo vede alcune cose da una prospettiva diversa. Non perché possieda una sapienza soprannaturale: ha semplicemente più termini di paragone.

Se vivi tutta la vita in una stanza rossa, a un certo punto non pensi più «questa stanza è rossa». Quella è semplicemente la stanza. Poi arriva qualcuno che ha vissuto in stanze verdi, gialle e blu e dice: «Ah. Qui è tutto rosso». E improvvisamente quello strano diventa lui.

Forse è questo che succede quando attraversiamo abbastanza mondi. Diventa difficile credere che esista una sola versione normale della realtà. Invece di pensare «le cose si fanno così», cominci a pensare: «Ah. QUI le fate così.» Le convenzioni diventano visibili, la coreografia diventa visibile e, quando vedi la coreografia, ballare spontaneamente diventa un po’ più difficile.

Ma Barbie Stramba può vedere una convenzione che le altre Barbie non notano più e può anche sbagliarsi. Il bambino può gridare che il re è nudo perché ha visto ciò che gli adulti fingono di non vedere; un altro giorno può gridare che il re è nudo semplicemente perché non ha capito come funziona il vestito. Questa possibilità devo lasciarla aperta, altrimenti tutta la mia filosofia diventerebbe soltanto una sofisticata macchina per darmi sempre ragione. E di quella, francamente, non ho bisogno: possiedo già la commissione del Tartaragate.

Forse è per questo che mi diverte tanto Black-Eyed dei Placebo. Il personaggio della canzone sembra prendere tutte le possibili spiegazioni del proprio essere ingestibile e rovesciarle sul tavolo: la scarsa fedeltà alle aspettative, l’ingratitudine, la ricerca del proprio piacere, una provenienza tutt’altro che ordinata e persino le etichette psicologiche o psichiatriche che possono essere utilizzate per spiegare perché qualcuno crei attrito. È quasi un catalogo grottesco del disadattamento.

Ed è proprio questo che mi fa ridere. Quando qualcuno è fuori luogo, prima o poi sentiamo il bisogno di spiegare perché. Un carattere, un’infanzia, una famiglia, una diagnosi. Perché no? Se diamo un nome allo strambo, almeno sappiamo in quale scaffale metterlo. Ma dare un nome a qualcosa non significa averlo esaurito.

Mi interessa particolarmente l’immagine della provenienza da una casa spezzata, perché forse è proprio nel luogo in cui dovrebbe nascere il nostro primo esempio di stabilità, continuità e buona condotta che impariamo quanto possiamo fidarci della stabilità stessa. Non voglio trasformare questa intuizione in psicologia da biscotto della fortuna. Non so se il mio rapporto con il presente venga da lì. Ma la domanda me la faccio: se il domani non viene percepito come completamente garantito, quanto diventa difficile sacrificare l’oggi in suo nome?

Poi c’è qualcosa che complica tutte le mie belle spiegazioni psicologiche: io mi ricordo così già da bambino. Posso certamente individuare eventi che mi hanno cambiato. Posso guardare la famiglia, l’educazione, le esperienze, i luoghi attraversati e trovare mille cause plausibili. Ma non ricordo il momento in cui sono diventato così. Mi ricordo di esserci già.

Quel bambino che preferiva non mangiare piuttosto che mangiare qualcosa che non voleva non possedeva una filosofia dell’autenticità. Non conosceva il pensiero dicotomico, non conosceva i Placebo, non aveva letto il DSM e soprattutto non aveva ancora avuto il privilegio di possedere una Seat Arona. Eppure il meccanismo era già lì.

Questo mi porta inevitabilmente anche verso una lettura spirituale alla quale personalmente credo sempre di più. Nella numerologia il mio cammino è il 9. Io associo il 9 alla conclusione di un ciclo, all’esperienza accumulata, a qualcosa che arriva alla fine portandosi dietro ciò che è venuto prima. Non posso dimostrare l’esistenza delle vite precedenti e non pretendo di farlo, ma a volte ho veramente la sensazione che alcuni pattern siano più vecchi della mia biografia.

Non parlo necessariamente di ricordi cinematografici. Nessun flash di me nel 1743 che attraverso Vienna in carrozza con un cappello meraviglioso, purtroppo. È più una familiarità, come entrare per la prima volta in una casa e avere l’impressione assurda di sapere già dove sia l’interruttore.

Io penso davvero, sul piano spirituale, che possa rimanere qualcosa della coscienza. Non necessariamente nomi, immagini e indirizzi, ma disposizioni profonde, familiarità, modi di reagire. Non posso sapere se sia davvero così. Ma descrive perfettamente una sensazione che conosco da sempre: non mi sembra di essere diventato strambo. Mi sembra di essere arrivato strambo.

Forse sono davvero Barbie Stramba. Non quella rotta: quella giocata troppe volte. E quando dico scherzando di essere arrivato all’ultima vita penso proprio a questo. Non so quante ce ne siano state e non posso sapere nemmeno se ce ne siano state, ma qualche volta guardo il prestigio, l’appartenenza, la rispettabilità, il possesso, la buona condotta e tutte quelle cose che una società decide essere desiderabili e dentro di me compare una sensazione stranissima: ah, ancora questa roba.

Naturalmente sarebbe molto facile trasformare tutto questo in una celebrazione romantica dello strambo. Non voglio farlo, perché stare fuori costa. Se in amore preferisco niente a una presenza intermittente, avrò più niente. Se un lavoro sicuro mi sembra insufficiente perché non mi rappresenta, avrò meno sicurezza. Se preferisco vivere intensamente quando posso e preoccuparmi delle conseguenze dopo, prima o poi le conseguenze arrivano. Se dico che il re è nudo ogni volta che lo vedo nudo, qualche re potrebbe legittimamente cominciare a trovarmi irritante.

E soprattutto esiste una parte della mia dicotomia che da fuori si vede meno: la lunga tenuta prima del taglio. Io posso osservare, aspettare, dare possibilità, ricordare, sopportare parecchio. Poi arrivo a una soglia. E quando la supero, da fuori può sembrare che sia passato improvvisamente da cento a zero; dentro di me, invece, magari quel viaggio durava da mesi.

Anche nelle relazioni ritorna il bambino davanti al piatto. Se ciò che una persona può offrirmi è soltanto una presenza intermittente, un affetto quando capita, qualcosa che esiste soltanto nelle fessure della sua vita, dentro di me compare quella risposta antichissima: allora niente. Perché il vuoto, almeno, non pretende di essere pienezza.

Quando mi sono chiesto cosa temerei veramente di perdere diventando più moderato, la risposta è arrivata immediatamente: la mia coerenza. Non l’intensità, non il lusso, non il piacere. La coerenza.

E la cosa buffa è che la mia coerenza non consiste affatto nell’essere sempre uguale. Se fosse così, il ristretto trasformato trenta secondi dopo in un doppio con cannella sarebbe sufficiente a farmi espellere dal consorzio internazionale delle persone coerenti. La mia coerenza consiste nel riuscire a riconoscermi. Posso cambiare idea completamente, posso essere contraddittorio, posso desiderare oggi ciò che ieri avrei rifiutato, ma devo poter guardare quella scelta e pensare: sì, questo sono io.

Quello che temo non è il cambiamento. È diventare irriconoscibile a me stesso attraverso mille piccoli adattamenti perfettamente ragionevoli. Come un pesce immerso nell’acqua: non scompare, ma qualcosa passa lentamente nel liquido circostante. Forse è questo che temo del compromesso quando diventa permanente: la dispersione. Fondermi con ciò che mi circonda fino a non sapere più dove finisce l’ambiente e dove comincio io.

Alla fine non so nemmeno se io sia davvero una persona che vede tutto bianco o nero. Forse sì. Ma non credo che la questione finisca lì. Io vedo il bianco, vedo il nero e vedo anche i grigi. Semplicemente non considero automaticamente il grigio più intelligente perché si trova nel mezzo.

A volte il grigio è complessità. Altre volte è soltanto bianco e nero che hanno perso entrambi il coraggio di dichiararsi. E altre volte ancora — ed è la possibilità che mi dà più fastidio — il grigio è davvero la risposta più intelligente e sono io che non ho avuto abbastanza pazienza per capirlo.

Forse la maturità non consiste nello scegliere sempre il mezzo, ma nel riuscire a capire quale di queste cose stiamo guardando. Non so se ci riesco sempre. Sicuramente no. Ma almeno provo a lasciarmi aperta la possibilità che non ogni mia intransigenza sia autenticità, non ogni mia impazienza sia intensità e non ogni mio essere fuori posto sia la prova di aver capito qualcosa che gli altri ignorano. Qualche volta potrei semplicemente essere fuori posto. Punto.

Forse sono ingenuo. Forse qualche volta sono stupido. Forse sono strambo. Forse ho attraversato altre vite e mi porto dietro qualcosa. Forse non ne ho attraversata nemmeno una e sono semplicemente nato con un carattere del cazzo. Non lo so.

Ed è meravigliosamente ironico che, dopo un intero articolo scritto da uno che detesta le mezze misure, la risposta più sincera che riesca a trovare sia proprio quella che gli piace meno: dipende.

C’è chi ha imparato perfettamente a stare dentro. Io sono ancora lì che conto i passi. Un dilettante dell’appartenenza, un dilettante della normalità, uno che entra nella stanza rossa e dice: «Ragazzi, comunque qui è tutto rosso». E gli altri magari lo sanno già. È questo il particolare meraviglioso: lo sanno. Hanno semplicemente capito prima di me che non era necessario dirlo.

Forse Barbie Stramba non conosce l’uscita perché sia più intelligente delle altre Barbie. Forse la cerca semplicemente perché è una delle poche che ha capito di essere in una stanza.

Io, nel frattempo, continuo a oscillare fra il vapore e il fritto, fra il papillon e l’animalier, fra il desiderio di appartenere e quello di scappare, fra il sogno della stabilità e il terrore che la stabilità possa lentamente diluirmi. E probabilmente continuerò a voler ordinare un ristretto per poi chiedere un doppio in tazza grande con cannella.

Il mio collega aveva ragione: avevo scelto l’esatto contrario. Solo che forse, per me, l’esatto contrario non è mai stato così lontano da casa.

E comunque, qualunque cosa pensiate dopo aver letto tutto questo, su un punto non sono disposto a negoziare: vi voglio bene, vedo le sfumature, sto lavorando sulla duttilità, rispetto il pensiero complesso e contemplo persino la possibilità di avere torto.

Ma se è rimasta una sola porzione di tartara, quella è mia.

Fish and chips Sauce Tartare

Merluzzo al vapore Prezzemolo Aglio Filo d'olio

Filetto di merluzzo Prezzemolo Aglio Filo d’olio Asparagi bianchi alla salsa olandese

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L’intensità dei pregiudizi che si confermano, il grigio degli altri e un brasato di guancia

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Things aren’t what they seem: la vita da emigrato bulgaro, ovvero ditemi come dovrei essere e sarò l’esatto opposto