REMINDS ME OF — il diritto di sentire
Questo blog non nasce come una seduta di psicanalisi pubblica. In psicanalisi ci vado già, grazie a Dio, quindi non ho bisogno di aprire un sito internet per sfogarmi con degli sconosciuti.
Nasce piuttosto dal bisogno di condividere pensieri. Di prendere qualcosa che mi è successo, anche una cosa piccolissima, e provare a capire perché mi sia rimasta dentro. Il cibo, i viaggi, le persone, una città, una tavola, una frase sentita per caso: alla fine REMINDS ME OF parla proprio di questo. Di come una cosa richiami inevitabilmente un’altra.
Mi sono accorto negli anni di avere un modo abbastanza particolare di raccontare quello che mi succede. Prima ancora di arrivare alla fine di una storia, spesso ho già detto come mi sono sentito.
Mi sono sentito umiliato.
Mi sono sentito avvilito.
Mi sono sentito ferito.
Mi sono sentito deluso.
Mi sono sentito triste.
Per me non è quasi possibile separare il fatto dalla sensazione che quel fatto ha prodotto. Non racconto soltanto ciò che è accaduto: racconto il segno che mi ha lasciato.
E alcune volte quel segno rimane per molto tempo. Sono stato capace di stare male per anni persino per uno sguardo. Può sembrare sproporzionato, lo so. Ma si può fare male a qualcuno anche guardandolo. Non servono sempre una frase terribile, un insulto o una porta sbattuta. Esistono forme di ostilità infinitamente più sottili.
Forse è anche per questo che mi colpisce tanto incontrare persone che funzionano in maniera completamente diversa.
Ho amici che conosco da anni e che non ho praticamente mai sentito esprimere un sentimento. Non ricordo di averli sentiti dire: «Mi sono sentito umiliato», «questa cosa mi ha ferito», «ero avvilito», «mi sono sentito rifiutato», «ero felice», «avevo paura».
Raccontano quello che è successo.
Punto.
Una volta lo feci persino notare a uno di loro e lui, con estrema naturalezza, mi rispose che sì, effettivamente non parlava mai dei propri sentimenti.
La cosa mi aveva impressionato al punto che, in certi momenti, ero arrivato quasi a chiedermi: ma quest’uomo prova qualcosa?
Naturalmente sì. Non penso davvero che una persona non provi sentimenti soltanto perché non li esprime. Ma quando per anni non vedi mai un’emozione trasformarsi in parola, finisci quasi per non riuscire più a immaginarla.
Io sono l’esatto contrario.
Io devo nominarla.
Forse perché nominare qualcosa significa anche darle una forma. Significa sottrarla per un momento a quella massa indistinta che abbiamo nelle viscere e guardarla da fuori.
È curioso che viviamo nell’epoca dell’esposizione permanente e, allo stesso tempo, sembriamo così reticenti a esporre proprio ciò che ci riguarda davvero.
Basta aprire Instagram.
Based in Milan.
Based in London.
Avvocato. Architetto. Founder. Creative director. Traveller. Entrepreneur.
Sembra LinkedIn con delle fotografie più belle.
Sappiamo dove una persona vive, che lavoro fa, in quali alberghi soggiorna e magari persino quale palestra frequenta, ma non sappiamo quasi nulla di ciò in cui crede, di quello che la commuove, di ciò che le fa paura.
Io metterei piuttosto una frase.
Un aforisma.
Anche una cazzata, purché mia.
Qualcosa che dica: io il mondo lo guardo da qui.
Probabilmente questa mia necessità di comunicare qualunque cosa mi attraversi è anche una delle ragioni per cui, a volte, le persone prendono le distanze da me. Sono un bastian contrario abbastanza metodico. Posso apparire tranquillo, persino accomodante, e poi improvvisamente dire esattamente quello che penso.
Se volessi giocare con il mio tema natale, direi che c’è un Sagittario che deve dire la verità come la vede, uno stellium in Scorpione che sente tutto nelle viscere, una Luna in Gemelli che deve immediatamente trasformarlo in linguaggio e un Ascendente Bilancia che, nel frattempo, tenta disperatamente di far sembrare tutto molto civile.
Una riunione condominiale piuttosto affollata.
Ma al di là dell’astrologia, credo esistano veramente soglie differenti di sensibilità.
È un po’ come il gusto.
Metti dieci persone davanti allo stesso piatto e non assaggeranno esattamente lo stesso piatto.
Una percepirà immediatamente l’acidità. Un’altra troverà tutto perfettamente equilibrato. Una sentirà una nota amara che agli altri sfugge completamente. Qualcuno dirà che manca sale e qualcun altro che è già troppo saporito.
Il piatto è uno.
Le bocche sono dieci.
Perché dovrebbe essere diverso con la vita?
Forse possediamo anche delle papille emotive.
La stessa situazione che sfiora una persona può attraversarne un’altra come una lama. Un tono di voce, una pausa, una parola apparentemente innocua, uno sguardo: qualcuno non ci farà neppure caso e qualcun altro continuerà a pensarci tornando a casa.
Non significa necessariamente che uno abbia ragione e l’altro torto.
Significa che non sentiamo tutti alla stessa intensità.
Ed è qui che nasce una delle cose che più mi disturbano della nostra maniera occidentale di concepire la realtà: abbiamo progressivamente deciso che ciò che è vero debba essere soprattutto verbalizzabile, quantificabile, dimostrabile.
Come se tutto ciò che rimane nelle sfumature appartenesse automaticamente alla fantasia.
Eppure comunichiamo continuamente senza parlare.
Lo facciamo attraverso la postura, la distanza, le mani, la bocca, le sopracciglia, gli occhi.
Una persona può essere accigliata.
Può guardarti con disprezzo.
Può guardarti con arroganza.
Può guardarti con desiderio.
Può guardarti come se fossi trasparente.
E ciascuna di queste cose può avvenire senza che venga pronunciata una sola parola.
Trovo curioso che dire «mi ha insultato» venga immediatamente considerato un fatto, mentre dire «continua a guardarmi male» rischi quasi di trasformarti nel paranoico della situazione.
Eppure uno sguardo esiste.
Un viso contratto esiste.
Una tensione fra due persone esiste.
Il problema è che appartengono a quel territorio umano che non si lascia verbalizzare con la stessa facilità con cui si trascrive una frase.
Ed è forse proprio per questo che mi affascina così tanto.
Ci sono situazioni in cui possiamo dire relativamente poco perché la parte più importante sta già avvenendo altrove.
Negli occhi.
Nella distanza.
Nel modo in cui qualcuno occupa lo spazio davanti a noi.
Sono sempre rimasto molto colpito da The Artist Is Present di Marina Abramović al MoMA: due persone sedute una davanti all’altra e, per un tempo determinato, nient’altro che uno sguardo.
Quasi niente.
E contemporaneamente moltissimo.
Mi affascina l’idea che due esseri umani possano restare uno davanti all’altro senza riempire immediatamente lo spazio con una conversazione.
Perché noi abbiamo quasi paura del silenzio.
A cena soprattutto.
Bisogna parlare.
Raccontare.
Intrattenere.
Fare domande.
E invece io coltivo da tempo una fantasia molto più strana: andare a cena con qualcuno e, a un certo punto, semplicemente guardarci negli occhi.
Reggerci lo sguardo.
Non cinque secondi.
Davvero.
Fino a quando la cosa comincia quasi a diventare fisica.
Una specie di fare l’amore con gli occhi.
Mi rendo conto che detta così potrebbe sembrare la premessa di una serata estremamente scorpionica e forse lo è. Ma quello che mi interessa è quell’intimità quasi primitiva che precede il linguaggio.
Essere davanti a qualcuno e sentire che, per un momento, non c’è bisogno di spiegarsi.
Forse anche per questo mi è rimasta in mente per più di dieci anni una scena completamente diversa, vista al Buddha-Bar di Montecarlo.
Montecarlo era piena di prostitute. Non credo fosse esattamente uno scoop sociologico neppure allora.
A un certo punto entrò un uomo che, nella mia testa di ragazzo, poteva essere un banchiere, un finanziere, Dio sa cosa. Era elegantissimo, in giacca e cravatta.
Con lui arrivò una donna.
Aveva un vestito strettissimo fino a sotto le ginocchia e poi, all’improvviso, si apriva moltissimo in larghezza, quasi come se avesse un enorme cerchio intorno alle gambe. Sopra era completamente fasciata, sotto invece il vestito si allargava in maniera teatrale, esagerata, quasi costruita. Era sui tacchi e, dentro quella specie di grande corolla, praticamente non riusciva a camminare.
Tutti si giravano a guardarla.
Lui procedeva qualche passo davanti, poi si voltava e tornava indietro per controllare che lei riuscisse a seguirlo senza cadere. Lei avanzava lentissimamente, imprigionata fra quei tacchi e quella quantità assurda di vestito, mentre mezzo locale la osservava.
Era una scena grottesca, surreale, quasi cinematografica.
Alla fine arrivarono al tavolo.
E lì successe la cosa che mi rimase davvero impressa.
Mangiarono quasi completamente in silenzio.
Niente flirt.
Niente sorrisi.
Niente conversazione.
Nessuna di quelle piccole complicità che allora immaginavo dovessero necessariamente giustificare il fatto che due persone si trovassero a cena insieme.
Può anche darsi che lei non parlasse francese. Può darsi che dopo cena abbiano fatto qualunque cosa. Non ne ho idea e, francamente, non è questo il punto.
Il punto è che io non riuscivo a capire perché quell’uomo avesse sentito il bisogno di portare quella donna a cena.
Se dovevano stare in silenzio, perché non cenare da solo?
Quella scena mi rimase come un chiodo fisso.
E credo di averla capita soltanto molti anni dopo.
L’estate scorsa sono andato in Turchia con Lorenzo.
Sapevo benissimo, o almeno avevo la nettissima sensazione, che lui mi stesse usando per farsi una vacanza che altrimenti probabilmente non avrebbe fatto.
E la cosa più assurda è che a me, in quel momento, andava bene.
Io non volevo andare in Turchia da solo.
Non avevo bisogno di convincermi che fossimo legati da un’amicizia meravigliosa, da un sentimento purissimo o da qualche grande destino comune.
Lui aveva le sue ragioni per esserci.
Io avevo le mie.
Siamo partiti.
Poi, tornati, mi ha ghostato.
Fine.
Ed è proprio questo, paradossalmente, che mi ha fatto capire meglio quella cena di Montecarlo.
Una presenza non deve necessariamente contenere una promessa.
Non deve per forza essere il preludio di un amore, di un’amicizia eterna o di una relazione perfettamente reciproca.
A volte una presenza è semplicemente una presenza.
Qualcuno davanti a te che mangia.
Qualcuno che cammina al tuo fianco.
Qualcuno che dorme nella stanza accanto.
Qualcuno che respira.
Sembra pochissimo.
Ma non sempre lo è.
Quando l’alternativa è attraversare qualcosa completamente soli, anche la semplice esistenza di un altro corpo nello stesso spazio può avere qualcosa di rassicurante.
Forse quell’uomo al Buddha-Bar non cercava una conversazione.
Forse non cercava nemmeno ciò che io, a vent’anni, immaginavo dovesse cercare.
Forse quella sera voleva soltanto qualcuno seduto dall’altra parte del tavolo.
E forse la donna voleva esattamente ciò che lui poteva darle.
Non lo saprò mai.
Ma oggi riesco almeno a concepire quella possibilità.
Ed è curioso che sia proprio io, che ho un bisogno quasi patologico di trasformare qualunque sentimento in parola, ad attribuire poi un valore così grande al non detto.
Forse però non è veramente una contraddizione.
Forse proprio perché ascolto continuamente ciò che sento, ascolto anche quello che passa fra le persone senza essere pronunciato.
Il silenzio non è necessariamente assenza.
Uno sguardo non è necessariamente vuoto.
Una presenza non è necessariamente insignificante soltanto perché non sappiamo darle un nome.
Da quando mi sono fermato per un periodo dal lavoro mi accorgo forse ancora di più di queste cose. Fermarsi ha un effetto strano: mentre tutti continuano a correre, tu per un momento rimani sul marciapiede e cominci a guardare dove stanno andando.
E forse è proprio il verbo guardare che mi interessa.
Mi torna in mente, per contrasto, l’uomo antico che alzava gli occhi al cielo.
Guardava le stelle.
E soprattutto poteva vederle.
Questa è forse la cosa più elementare e insieme più impressionante: noi abbiamo perso persino la capacità di vedere le stelle. Non perché siano scomparse, naturalmente, ma perché le nostre città sono talmente illuminate che spesso, alzando gli occhi, a occhio nudo ne distinguiamo appena qualcuna.
Le stelle sono ancora lì.
È il nostro cielo a non essere più abbastanza buio per mostrarcele.
E trovo questa immagine quasi perfetta per raccontare ciò che ci è successo.
Abbiamo aggiunto luce fino a non riuscire più a vedere.
Abbiamo moltiplicato gli stimoli fino a perdere l’attenzione.
Abbiamo riempito il campo visivo fino quasi a perdere lo sguardo.
L’uomo antico non aveva uno schermo da guardare appena rimaneva solo per trenta secondi. Guardava le stelle. Guardava il sole tramontare. Guardava le nuvole, gli animali, la terra, le stagioni.
Non perché fosse necessariamente più saggio di noi.
Semplicemente quella realtà era lì davanti a lui e lui aveva il tempo — e soprattutto la necessità — di osservarla.
Poteva pregare affinché il sole risorgesse il mattino seguente.
Pensate alla distanza che ci separa da quel gesto.
Noi sappiamo perfettamente che il sole sorgerà.
Sappiamo persino a che minuto.
Possiamo controllarlo sul telefono senza neppure aprire la finestra.
Abbiamo guadagnato la previsione e perso lo stupore.
Abbiamo guadagnato la luce e perso le stelle.
Ed è una contraddizione quasi perfetta: probabilmente nessun essere umano nella storia ha avuto davanti agli occhi tante immagini quante ne abbiamo noi in una sola giornata e, nello stesso tempo, forse mai come adesso abbiamo avuto così poco tempo per guardare davvero qualcosa.
Scorriamo.
Vediamo.
Passiamo oltre.
Un volto.
Una guerra.
Una pubblicità.
Un tramonto.
Una tragedia.
Un piatto.
Un corpo.
Un meme.
Tutto alla stessa distanza di un pollice.
Forse il problema non è che non vediamo più.
Vediamo continuamente.
È che vedere e guardare non sono la stessa cosa.
Guardare significa restare.
Lasciare che qualcosa abbia il tempo di raggiungerci.
Forse è proprio questo che abbiamo perso.
L’occhio che vede.
La capacità di vedere le stelle.
Lo sguardo al cielo.
E il mondo in cui viviamo oggi mi sembra attraversato da trasformazioni enormi, alcune anche molto gravi, mentre contemporaneamente abbiamo sviluppato una capacità quasi prodigiosa di continuare come se niente fosse.
Produciamo.
Lavoriamo.
Compriamo.
Postiamo.
Aggiorniamo la bio.
Based in Milan.
E intanto facciamo sempre più fatica a dire:
Ho paura.
Questa cosa mi ha ferito.
Mi sento solo.
Quello che sta succedendo mi inquieta.
Forse è anche questa una delle ragioni per cui scrivo.
Non perché pensi che la mia sensibilità sia migliore di quella degli altri.
Anzi, certe volte ne farei volentieri a meno.
Sentire molto non è necessariamente un privilegio. Può essere faticosissimo.
Ma è il palato che mi è capitato.
E forse il piatto che ho preparato oggi mi ha fatto pensare alla stessa cosa in un’altra forma.
Un pezzo di nasello, bianco, quasi candido, adagiato al centro di un riso di un verde intensissimo, con sopra poche uova di salmone arancioni.
Visivamente, tutt’intorno succedeva di tutto.
Il nero del piatto.
Il verde quasi elettrico del riso.
L’arancione lucido delle uova di salmone.
E poi, in mezzo, il nasello.
Bianco.
Delicato.
Quasi silenzioso.
Mi è sembrata un’immagine stranamente precisa di quello che stavo cercando di dire.
Forse la sensibilità non consiste nel vivere in un mondo delicato.
Sarebbe troppo facile.
Consiste nel riuscire a percepire ciò che è delicato mentre tutto il resto reclama la nostra attenzione.
È questo che facciamo continuamente: viviamo circondati da colori, notifiche, immagini, opinioni, rumori, persone che parlano, persone che vogliono essere viste.
Tutto cerca di attirare il nostro sguardo.
E in mezzo a tutto questo rischiamo di non sentire più il nasello.
Che è una frase abbastanza ridicola, me ne rendo conto, ma forse è proprio quello che intendo.
Perché quel pesce non aveva bisogno di gridare.
Non aveva bisogno di essere il sapore più aggressivo del piatto per essere il suo centro.
Bisognava semplicemente arrivarci con abbastanza attenzione da sentirlo.
Come una stella che continua a essere nel cielo anche quando la luce della città ce la nasconde.
La stella non è scomparsa.
Il nasello non è diventato insapore.
È il nostro campo percettivo che può essere diventato troppo pieno.
Forse sentire significa anche questo: riuscire a distinguere una presenza delicata dentro il rumore.
E forse è precisamente ciò che cerco di fare con le persone.
Uno sguardo.
Una tensione.
Una presenza.
Un silenzio.
Sono cose piccole soltanto se abbiamo smesso di accorgercene.
Qualcuno assaggia un piatto e sente semplicemente che è buono.
Io magari sento l’acido, il grasso, il sale, quella punta amara in fondo che mi rovinerà il sonno per tre giorni.
Con le persone mi succede più o meno lo stesso.
E alla fine questo blog nasce proprio da lì.
Dal tentativo di raccontare non soltanto ciò che vedo, ma ciò che quello che vedo mi fa sentire.
Perché forse la nostra interiorità è l’unico luogo nel quale il mondo smette di essere un fatto generale e diventa esperienza.
E se una cena, una città, un piatto, uno sguardo o persino qualcuno che poi ci ghosta riescono, dopo dieci anni, a farci comprendere qualcosa che prima non avevamo capito, allora forse niente di ciò che sentiamo è completamente inutile.
Nemmeno ciò che, sul momento, sembrava non avere alcun senso.
Nasello confit Risotto al prezzemolo