Esselunga, o della vita degli altri

Asghar ama mangiare il cartone quando arrabbiato. A tal punto è cattivo!

L’Esselunga rimane forse uno status symbol.

Quello del milanese radical chic.

L’Esselunga gnè gnè!!!!!

Per me, invece, è qualcosa di molto italiano, qualcosa di molto autentico. E direi anche il migliore come supermercato: a misura d’uomo, né troppo piccolo né troppo grande.

Quando lavoravo in multinazionale facendo un part-time, tutti mi guardavano praticamente come una divinità perché ero una persona che, ai tempi di oggi, cucinava.

Pensate!

Cucinavo.

CHE COSA STRANA!!!!!

L’Esselunga per me è qualcosa come un paesaggio domestico pubblico.

Questa sera, per esempio, ci sono andato senza che mi servisse niente in particolare. Avevo voglia di fare la spesa. Di prendere delle cose inutili oppure delle cose che avrei potuto benissimo comprare anche domattina.

Ma io volevo proprio quella cosa lì.

Quell’esperienza quotidiana.

Lì vedo gli stessi cassieri, gli stessi scaffalisti. Ormai mi salutano persino i direttori, anche perché siamo capaci di andarci più volte al giorno.

Non riesco nemmeno a immaginarmi a vivere sperduto nel nulla con il supermercato più vicino a trenta minuti di macchina.

Spesso capita che andiamo all’Esselunga a fare una spesa grossa con Mami e dimentichiamo qualcosa che per noi è di fondamentale necessità.

Il burro, per esempio.

AHHHH, NOI NON POSSIAMO VIVERE SENZA IL BURRO.

E allora Mami corre al Carrefour Express sotto casa mentre io rimango ai fornelli, pieno di nervosismo, ad aspettarla come se stessimo aspettando un farmaco salvavita.

Il fatto è che spesso entro all’Esselunga e non so nemmeno cosa comprare.

Verdura, ortaggi, legumi, miele, porcini e uova li trovo dal contadino che ha un posto sulla Giovi quando il weekend vado da mio padre. La carne la compro rigorosamente piemontese — eh oh, siamo tutti un po’ viziati su qualcosa — e allora all’Esselunga finisco per prendere soprattutto il pesce, se non ho strada fino al Pam, dove invece trovo una varietà enorme di pescato.

Per il resto compro relativamente poche cose basilari: panna, vino, burro, olio, del reparto macelleria praticamente soltanto il pollame, olive, capperi, acciughe, qualche formaggio, riso, pasta, detersivi per le pulizie.

Il prezzemolo.

Il bio.

La frutta via aerea quando mi prende qualche desiderio esotico.

Non ci compro nemmeno lo shampoo o i cosmetici in generale.

In realtà tengo moltissimo alla freschezza, anche quando rimango a Milano per periodi lunghi e non ho modo di attingere alla materia prima piemontese.

Non penso nemmeno di essere capace di organizzare la spesa per più di due pasti in una volta sola.

Devo vedere.

Devo decidere.

Devo avere voglia di qualcosa.

E girare per quei corridoi ha in sé qualcosa di rassicurante.

Perché in quel momento siamo tutti alle prese con una parte molto intima di noi.

Quello che mangeremo.

Quello che berremo.

Quello che porteremo nelle nostre case.

Quello che vedo nei carrelli delle persone — perché sì, ci faccio caso, ho un lato un po’ voyeur — tra poco finirà nei loro frigoriferi, nei loro ripostigli, sulle loro tavole e, alla fine, dentro di loro.

Pensate all’uomo che cacciava in branco e la sera mangiava nella caverna con la propria comunità davanti a un fuoco.

Adesso pensate a noi.

Prendiamo un carrello.

Lo riempiamo con quello che ci serve.

Andiamo alla cassa.

Paghiamo.

Bip.

E possiamo mangiare.

Forse soltanto per me, che continuo a immaginarmi quell’uomo o quel poco più di un uomo al suo tempo, tutta questa logica contiene in sé qualcosa di tremendamente assurdo.

Un tempo eravamo tutti quanti dentro la stessa caverna.

Oggi invece qualcuno merita di più e qualcun altro meno.

Io posso tornare a casa con le uova di salmone e un altro con pane e cipolle, anche se magari siamo entrambi sfiniti dopo aver contribuito per un’altra giornata a mandare avanti una realtà che ci rifiuta, ci usa finché serviamo e lentamente ci consuma.

E prendiamo la carne in vaschette.

Pulita.

Squadrata.

Anonima.

Senza più l’animale.

Molti uomini di città probabilmente non avrebbero il coraggio di uccidere personalmente ciò che mangiano. Di vedere l’animale avere paura, soffrire, morire mentre lo stanno sgozzando.

Io per primo non so se ne sarei capace.

Abbiamo allontanato il gesto da ciò che consumiamo.

E questa cosa trovo abbia qualcosa di vile.

Eppure continuo a trovare il supermercato rassicurante.

È questa la contraddizione.

È bello osservare le persone.

Le coppie che discutono su un pezzo di carne pensando a quello che hanno da abbinarci a casa.

Chi è uscito tardi dall’ufficio.

I maniaci della palestra davanti al pollame.

I figli quarantenni che accompagnano la madre anziana.

Le famiglie con gli adolescenti.

E poi certi carrelli di famiglie sudamericane che vedo praticamente pieni di bottiglie, bibite, patatine e cose confezionate.

Poi vedo famiglie o coppie arabe che forse fanno davvero fatica davanti a certe cose di qui: persino un taglio di carne diverso da quello abituale può risultare estraneo.

E li capisco.

Quando arrivai in Italia succedeva anche a me. In Bulgaria, per dire, c’è praticamente maiale ovunque. Cambiano i tagli, cambiano gli ingredienti, cambia il modo stesso di pensare un pasto.

Forse anche loro, davanti a certi scaffali, cercano semplicemente qualcosa che riconoscono.

Io guardo.

Non riesco a farne a meno.

Guardo i carrelli perché, in fondo, un carrello è già un piccolo pezzo della vita privata di qualcuno.

Quando mi trovo davanti a un’etichetta tendo a fare caso ad alcuni elementi.

Marco invece apre Yuka e scansiona.

Una volta camminavamo per strada e, per esprimere il mio disappunto verso certe persone del popolino che vedevo, usai una di quelle mie espressioni insopportabilmente classiste:

«Persone da Palmolive.»

Al che Marco mi disse:

«Ma anch’io lo prenderei il Palmolive, se profuma di buono.»

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.

E allora mi figurai immediatamente davanti agli occhi Marco davanti allo scaffale dei bagnoschiuma che li apriva uno a uno per annusarli.

Ecco.

Marco sicuramente non è come me, che mi sentirei strano persino a profumare in un modo diverso dal solito.

Io uso sempre le stesse cose.

Mi spalmo sempre le stesse cose.

Controllo i siliconi.

L’alluminio nel deodorante.

E applico con una certa isteria quella teoria che uso ogni tanto:

SE NON PUOI INGERIRLO, NON PUOI NEMMENO SPALMARTELO ADDOSSO!!!!!!!!!

Marco forse non si spalma nemmeno niente.

Non ci fa caso.

Lui probabilmente apre il Palmolive, annusa e pensa:

«Buono.»

Fine.

Io invece sono capace di elemosinare in ginocchio saponi artigianali agli amici tornati dalla Turchia.

AHAHAHAHAHAHA.

E forse vive meglio Marco.

Quando vedo le persone nei corridoi penso che questo mio lato guardone venga anche dal fatto che da ragazzo lavorai in albergo.

Anche lì si entrava continuamente nell’intimità degli ospiti.

Se ne vedevano di tutte.

Le persone lasciavano dietro di sé abitudini, disordine, oggetti, manie, piccoli indizi.

Ed ecco che il mio lato voyeur esce ancora a galla.

Non riesco a trattenermi dal guardare i carrelli degli altri, proprio come quando cammino per strada davanti a una finestra aperta su un piano rialzato.

Mi basta pochissimo.

Una lampada.

Una tavola.

Qualcuno seduto sul divano.

E immediatamente costruisco una vita intera.

Quelle persone che nei corridoi possono apparirmi, a loro modo, anche banali me le immagino a mangiare velocemente davanti alla televisione.

Me le immagino come Marco, persone che magari non fanno particolarmente caso a cosa comprano.

Persone che sanno accontentarsi del Palmolive e non sono come me a fare pellegrinaggi per un sapone.

Me le immagino con un mutuo.

Un lavoro.

Colleghi simpatici e colleghi antipatici.

Persone che fanno i conti per arrivare a fine mese.

Persone magari anche poco coscienti della realtà nella quale viviamo.

Persone che forse si fanno poche domande e che, proprio per questo, riescono a vivere relativamente bene.

Riescono a starci dentro.

Ed è forse questo che per me contraddistingue i common people.

Il fatto che riescano a starci dentro nonostante tutto.

Quei Common People dei Pulp.

Una ragazza benestante che vuole vivere come la gente comune.

Il supermercato.

La Coca-Cola.

Il vivere alla giornata.

Il sesso.

La sigaretta.

Tutti quei piccoli stratagemmi che i common people adoperano per starci dentro.

E forse il punto della canzone è proprio il limite della mia stessa fantasia: romanticizzare la vita comune è facile quando, in fondo, si immagina di poterla osservare senza esserne veramente prigionieri.

Non penso necessariamente che sia triste.

Penso che sia rassicurante.

Forse io stesso ho romantizzato per anni la povertà.

Può darsi persino che abbia ragione il mio psicanalista quando dice che io voglio essere povero.

Quando ero bambino i miei erano assenti, anche se provvedevano alle mie spese, e io vivevo con i nonni.

Io invece guardavo gli altri bambini con i loro genitori.

Genitori magari normalissimi.

Niente di speciale.

Ma presenti.

Non erano fuggiti all’estero per lavorare.

Erano lì.

Presenti.

Presenti fisicamente.

E sulla presenza fisica per me si aprirebbe un mondo, ma lasciamolo da parte.

Quando arrivai in Italia ebbi non poche difficoltà a fare amicizia.

Avevo poco in comune con gli altri ragazzi ed ero ancora molto chiuso.

Era un’età particolare, quella in cui le amicizie dell’infanzia cominciano a consolidarsi, un momento dell’adolescenza molto delicato.

E io mi trovavo completamente spaesato.

Forse fu proprio allora che iniziai davvero a fantasticare sulle vite degli altri.

Dietro ogni volto costruivo mentalmente una storia.

Volevo sapere dove abitavano.

Cosa facevano i loro genitori.

Cosa mangiavano la sera.

Come passavano la domenica.

Volevo un giorno avere anch’io una vita, un lavoro in ufficio, una routine.

Una vita milanese.

Una vita normale.

E forse per questo mi viene in mente Bed Time.

Il film spagnolo racconta di César, il portiere di un palazzo di Barcellona. Dalla sua posizione apparentemente insignificante lui conosce i movimenti degli inquilini, le loro abitudini, i loro segreti. Sa quando entrano. Sa quando escono. Sa molto più di loro di quanto loro sappiano di lui. Poi, naturalmente, trasforma tutto questo in qualcosa di mostruoso: prende di mira Clara e arriva a violarne materialmente l’intimità per distruggerne la felicità.

Io, per fortuna, mi limito ai carrelli dell’Esselunga.

AHAHAHAHAHAHA.

Ma è proprio quel meccanismo che mi affascina.

La vita degli altri.

Entrarci senza entrarci veramente.

Osservarla da una fessura.

Immaginarla.

Costruirla partendo da qualche piccolo dettaglio.

Forse perché la vita degli altri, semplicemente perché esiste, mi rassicura.

Quando vado all’estero penso spesso a quello che ho scritto anche altrove qui sul blog: a quanto sia facile dare per scontato tutto ciò che conosciamo.

Forse è per questo che voglio sempre illudermi di venire a contatto con il mondo degli altri nel modo più animale che ci sia.

Attraverso il gusto.

Mangiare ciò che mangiano loro.

Entrare nei loro supermercati.

Guardare cosa comprano.

Chiedermi cosa finisca davvero sulle loro tavole quando nessuno li guarda.

Perché in fondo ho capito una cosa.

Anche quando cambia il paesaggio, il mondo rimane sempre lo stesso.

Tra le facce che incrocio per strada in Francia ce n’è una che sta correndo verso un lavoro sottopagato, che la sera tornerà stanca e mangerà qualcosa al volo.

Magari lui mangerà una béarnaise della Maille.

Un italiano una pasta con il ragù Star.

A me fanno schifo entrambe le varianti.

ALMENO SU QUESTO L’EUROPA È UNITA.

AHAHAHAHAHAHAHAHA.

Cambia il Paese.

Cambiano le persone.

Cambia il paesaggio.

Cambia la salsa pronta.

Ma il mondo rimane lo stesso.

Il mutuo.

Il lavoro.

Le tasse.

La spesa.

Le bollette.

Una persona scelta per dormire sull’altra piazza del letto.

Una vacanza ogni tanto.

La fretta.

La precarietà.

Il tentativo quotidiano di costruirsi un cantuccio nel quale sentirsi al sicuro.

È triste?

Forse adesso sì.

Perché a un certo punto viaggiare significa anche scoprire che non possiamo più fingere che oltre il nostro piccolo mondo ne esista necessariamente uno completamente diverso.

Puoi cambiare continente.

Lingua.

Supermercato.

Architettura.

Quello che vuoi.

Ma poi guardi dentro una finestra e c’è qualcuno stanco che sta cenando.

Il paesaggio cambia.

La condizione umana molto meno.

E forse per questo, quando vado all’estero, una delle cose che mi manca di più dell’Italia è proprio l’Esselunga.

Quel fingere di appartenere, seppur soltanto a un supermercato.

Un supermercato le cui corsie conosco a menadito.

Mi mancano gli scaffalisti.

Le casse.

Il reparto del pesce.

Il prezzemolo.

Il bio.

Il maniaco della palestra davanti al pollo.

La coppia che discute su cosa mangiare.

La signora con quattro cose nel cestino.

Qualcuno che apre il Palmolive per vedere se profuma di buono.

Mi manca la vita delle persone.

Forse perché per tanti anni, guardando la vita degli altri, ho cercato di capire dove mettere la mia.

Stasera, per esempio, avevo voglia di una cosa veloce.

Ho fatto un’omelette — non una frittata — con champignon e formaggio, accompagnata da frites. Gli champignon erano persino quelli già tagliati, perché erano in offerta così.

Quasi mi sento in colpa a dirlo.

Come se aver risparmiato tre minuti di coltello fosse già una resa alla civiltà industriale.

Ma erano champignon freschi.

Naturali.

Calma.

AHAHAHAHAHAHA.

Avevo degli avanzi in frigorifero e forse avevo persino voglia di essere altrove, ma non avrei comunque preso qualcosa di pronto.

Anche all’Esselunga ci sono corsie e scaffali che per me rimangono territori praticamente in disuso.

Quelli della vita frenetica alla quale non voglio arrendermi.

Non perché ogni sera debba preparare qualcosa di memorabile.

Stasera non l’ho fatto.

Ho preparato due uova.

Ho aperto una bière blanche.

Ho tagliato del pane di segale.

E sono felice.

Sono felice con questa cena semplicissima.

Sono felice di poter avere fretta senza dover mangiare come se avessi fretta.

Prenderò il burro.

Tornerò a casa.

Accenderò il fuoco.

Sporcherò una padella.

Perderò tempo.

Perché se il mondo pretende continuamente di stabilire quanto tempo dobbiamo dedicare al lavoro, quanto alla spesa, quanto al sonno, quanto agli altri e persino quanto a noi stessi, io voglio continuare a prendermi qualcosa che sia soltanto mio.

Entro all’Esselunga come tutti gli altri.

Prendo un carrello come tutti gli altri.

Faccio la fila come tutti gli altri.

Pago come tutti gli altri.

Per qualche minuto sono uno dei common people.

Poi torno a casa.

E cucino.

E forse soprattutto sono felice di poter continuare a pensare, davanti a un’omelette, a un pezzo di pane di segale e a una bière blanche, che il mondo potrebbe essere altrimenti.

Omelette agli Champignons e formaggio con frites

Omelette agli Champignons e formaggio con frites

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