L’autoablazione e l’uomo che ho sempre disprezzato. Storia di un olocausto.

Sono sempre stato un uomo fuori posto.

Non nel senso drammatico del termine. Semplicemente, fin da bambino, guardavo gli altri bambini maschi e avevo la vaga sensazione che avessero ricevuto un manuale di istruzioni che io non avevo mai letto.

Loro erano più aggressivi, più rumorosi, più competitivi. Amavano i motori, il calcio, le gare, le lotte, le sfide. Sembrava che per loro fosse naturale misurarsi continuamente con gli altri. Io invece ero mite, sensibile, estetico. Andavo d'accordo con le bambine. Non mi interessava il calcio. Non avevo alcun desiderio di dimostrare di essere forte.

E soprattutto non ho mai capito una certa idea dell'essere maschio.

Quella per cui un uomo deve essere rude, deve puzzare un po', non deve avere troppe pretese, deve saper incassare, non deve essere troppo delicato, deve essere competitivo e possibilmente disposto a fare qualche stupidaggine pur di dimostrare qualcosa agli altri uomini.

Ho sempre trovato particolarmente incomprensibili certi giochi maschili.

«Scommetto che non mangi questa limaccia.»

«Scommetto che non salti da lì.»

«Scommetto che non hai il coraggio.»

E qualcuno, naturalmente, mangia la limaccia.

Io guardavo queste cose e pensavo: ma perché?

Ricordo proprio la storia di un ragazzo che, dopo aver mangiato una limaccia durante una sfida, era rimasto gravemente danneggiato, fino a finire su una sedia a rotelle. Una cosa che per me rendeva ancora più assurda quella logica: mettere a rischio la propria salute per dimostrare agli altri uomini di avere coraggio.

Ho sempre trovato l'uomo eterosessuale, nella sua versione più stereotipata, un po' bestia. Un po' rude. Un po' semplice. Talvolta persino stupido.

Lo ammetto.

E per molto tempo ho creduto che il problema fosse la mascolinità.

Oggi penso che mi sbagliassi.

Il problema era che confondevo la mascolinità con una sua caricatura.

Io vedevo il maschio che gareggia e non vedevo l'uomo che si assume una responsabilità. Vedevo quello che vuole vincere e non vedevo quello che è disposto a perdere. Vedevo la forza e non vedevo ciò per cui quella forza poteva essere utilizzata.

Per molto tempo ho pensato che essere uomo significasse soprattutto non assomigliare a me.

Poi ho incontrato degli uomini che mi hanno costretto a cambiare idea.

È successo ad Arona.

C'erano due ragazzi, uno moldavo e uno ucraino. Prima ancora di sederci, il ragazzo ucraino era andato a comprare un pacchetto di sigarette. Più tardi, mentre bevevamo qualcosa, quello moldavo le fumava praticamente una dietro l'altra accompagnandole alla sua Corona.

La cosa curiosa era che non aspirava nemmeno.

Accendeva una sigaretta, fumava, beveva un sorso di birra, ne accendeva un'altra. Tutto il rituale della sigaretta, insomma, tranne forse la parte per cui normalmente si fuma una sigaretta.

Li guardavo e, devo ammetterlo, ritrovavo perfettamente quell'universo maschile che avevo passato una vita a osservare un po' da fuori.

Parlavano di tutto e di niente, sparavano cazzate, ridevano. Io li ascoltavo con quell'attenzione molto particolare che consiste nel fare finta di ascoltare mentre mentalmente si è già altrove.

Poi, quasi senza che il tono della conversazione cambiasse, il ragazzo moldavo cominciò a parlare della famiglia.

Disse che avrebbe voluto una moglie credente. Disse che avrebbe voluto dei figli. Disse che avrebbe voluto avere una famiglia per cui dare tutto.

E soprattutto disse che avrebbe voluto sacrificarsi per loro.

Quella parola mi rimase dentro.

Sacrificarsi.

Fino a pochi minuti prima lo avevo guardato fumare sigarette che nemmeno aspirava, bevendo la sua Corona e sparando cazzate.

Adesso lo ascoltavo.

Io ero abituato a considerare uomini come lui attraverso ciò che non mi piaceva di loro. Il modo di parlare. La rozzezza. Alcune idee sulle donne. La semplicità con cui dividevano il mondo in categorie.

Eppure, dietro tutto questo, c'era un desiderio che improvvisamente non mi sembrò affatto semplice.

Avere qualcuno per cui dare tutto.

Questa cosa mi colpì.

Perché io non sono sicuro di essere così.

Io amo le cose. Amo i vestiti, gli oggetti, la bellezza, le mie piccole vanità. Sono capace di accumulare cose che non mi servono perché mi piacciono. E mi sono chiesto, in quel momento, se sarei stato capace di rinunciare a qualcosa che amo per darla a qualcun altro.

Non era una domanda comoda.

Perché improvvisamente quello che avevo sempre considerato un uomo rozzo mi appariva anche nobile.

Non avevo smesso di vedere la rozzezza.

Avevo semplicemente scoperto che la rozzezza non cancellava necessariamente la nobiltà.

Le due cose potevano esistere insieme.

Un uomo può dire una cosa stupida e avere un'idea enorme della responsabilità.

Può essere volgare e generoso.

Può avere una concezione ingenua del mondo e, allo stesso tempo, essere disposto a dare tutto ciò che possiede per le persone che ama.

Questa complessità mi era sempre sfuggita.

Più tardi rimasi a parlare con il ragazzo ucraino.

Parlavamo di politica con una certa delicatezza, perché alcune conversazioni possono diventare rapidamente meno delicate di quanto fossero all'inizio.

A un certo punto disse che avrebbe voluto sacrificarsi per la propria patria. Che sarebbe potuto andare a combattere.

Io non riuscivo a comprendere quella cosa.

Gli chiesi:

«Ti sei mai immaginato di morire in modo crudele?»

Ci pensò.

Non rispose immediatamente.

Poi disse di sì.

In quel momento mi tornò alla mente una riflessione che avevo letto in una lettera di Van Gogh:

Ci sono stati, nei secoli successivi, dei santi e dei martiri che sono morti in modi ancora più atroci di Gesù, e di cui abbiamo dimenticato persino il nome. La croce è stata un supplizio comodo in confronto a certi tormenti inventati dal sadismo cristiano ed imperiale. Ma Cristo ha avuto fortuna: aveva del genio. Se non avesse gridato sulla croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, sarebbe stato solo un martire qualunque, e la Chiesa non sarebbe mai nata.
— Lettere a Theo Vincent Van Gogh

Era questo che mi turbava davvero.

Non la morte eroica come viene raccontata dopo.

Non il monumento.

Non la bandiera.

Non il nome inciso nella pietra.

Ma un ragazzo vivo davanti a me che aveva già contemplato la possibilità molto concreta di soffrire, morire male e magari essere dimenticato.

E tuttavia mi aveva detto di sì.

La storia ricorda pochissimi uomini.

Gli altri si sacrificano e scompaiono.

Ed è proprio lì che il sacrificio diventa più difficile da comprendere: quando non contiene nemmeno la promessa della gloria.

Quella risposta mi fece fermare.

Perché fino a quel momento avevo associato il maschio alla stupidità della forza.

La gara.

La sfida.

Il «bro».

Il «vediamo chi ha più coraggio».

La provocazione.

La necessità di dimostrare qualcosa.

E improvvisamente mi trovavo davanti a un'altra possibilità.

L'uomo che non vuole soltanto dimostrare di essere forte.

L'uomo che ha contemplato persino la possibilità di essere distrutto e ha trovato comunque qualcosa che, ai suoi occhi, valeva più della propria conservazione.

Non ero d'accordo con lui. Non avevo improvvisamente sviluppato un amore per la guerra o per il sacrificio.

Ma avevo cominciato a capire qualcosa.

Il sacrificio non è necessariamente stupidità.

Può essere terribile.

Può essere tragico.

Può essere persino sbagliato.

Ma può anche essere una delle forme più radicali con cui un essere umano dice:

«La mia vita non appartiene soltanto a me.»

E questo, per me, era nuovo.

Io avevo sempre pensato al sacrificio quasi esclusivamente come a una privazione.

Rinunciare.

Perdere.

Non comprare.

Non avere.

Non godere.

E invece quei ragazzi sembravano attribuirgli un significato completamente diverso.

Per loro sacrificarsi significava dare un senso a ciò che avevano.

Una famiglia.

Una patria.

Una fede.

Qualcuno da proteggere.

Qualcosa per cui valesse la pena perdere.

E fu allora che cominciai a pensare anche al cristianesimo in modo diverso.

Il sacrificio è un tema centrale del cristianesimo, a partire dal sacrificio chiesto ad Abramo, ma io avevo sempre avuto una certa resistenza all'idea che Dio chiedesse all'uomo di sacrificarsi.

Anzi, pensavo quasi il contrario.

Dio non ha bisogno del sacrificio. È l'uomo che sente il bisogno di sacrificarsi.

L'uomo ha bisogno di poter dire che qualcosa vale più di lui.

Ed è proprio questa la cosa che avevo sempre frainteso negli uomini che disprezzavo.

Io vedevo il loro bisogno di essere forti.

Non vedevo il loro bisogno di essere necessari.

Vedevo il padre di famiglia come l'ennesima incarnazione di una mascolinità che mi era sempre sembrata estranea.

Poi ho cominciato a vedere qualcosa di bello nell'uomo che torna a casa stanco, compra qualcosa per i figli invece che per sé, rinuncia a una parte del proprio tempo, della propria libertà, dei propri soldi, delle proprie possibilità perché qualcun altro possa averne.

E penso soprattutto all'uomo di oggi, dopo anni di crisi economica e di progressivo impoverimento. Al padre di famiglia di cui si sente dire che magari ha una carie e rimanda persino il dentista perché quei soldi servono per portare la famiglia in vacanza.

A pensarci razionalmente è persino assurdo.

La carie andrebbe curata e basta. I denti, purtroppo, non conoscono né la crisi economica né lo spirito di sacrificio e continuano tranquillamente a cariarsi.

Eppure in quel gesto c'è qualcosa che per molto tempo non avevo saputo vedere.

Quell'uomo magari va in giro con gli stessi vestiti da dieci anni. Rinuncia a qualcosa che vorrebbe. Non compra quasi niente per sé. Non perché non abbia desideri, ma perché nella sua testa esiste una gerarchia elementare:

prima vengono loro, poi vengo io.

Io questa cosa non l'ho mai avuta naturalmente.

Io, che posso desiderare un vestito perché è bello, un oggetto perché mi piace, qualcosa di assolutamente inutile semplicemente perché mi dà piacere possederlo, mi sono trovato a guardare diversamente l'uomo che magari non compra niente per sé perché deve comprare qualcosa ai figli.

Non sto dicendo che sia giusto trascurarsi.

Non credo che un uomo debba distruggere se stesso per dimostrare di amare la propria famiglia.

E farebbe comunque meglio ad andare dal dentista.

Ma rimane qualcosa che mi commuove nell'idea di una persona capace di guardare ciò che desidera e pensare semplicemente:

«No. Prima loro.»

Non è necessariamente elegante.

Non è necessariamente raffinato.

Non è necessariamente intelligente.

Ma può essere bellissimo.

E questa scoperta ha avuto per me un significato ancora più personale.

Mio padre biologico non si è mai sacrificato per niente.

Anche per questo, per molto tempo, ho finito per disprezzare ciò che rappresentava.

L'uomo.

Il padre.

La famiglia tradizionale.

La virilità.

Tutto ciò che mi sembrava appartenere a un mondo nel quale io non ero mai riuscito a riconoscermi.

Poi ho incontrato uomini che, pur essendo lontanissimi da me, desideravano proprio ciò che io avevo sempre considerato quasi ridicolo.

Una moglie.

Dei figli.

Una casa.

Una responsabilità.

Qualcuno per cui vivere.

Qualcuno per cui, eventualmente, morire.

E ho capito che non avevo mai odiato davvero l'uomo.

Avevo odiato una certa immagine dell'uomo.

Quella dell'uomo che deve essere duro perché ha paura di sembrare debole.

Quella dell'uomo che deve essere volgare per dimostrare di essere maschio.

Quella dell'uomo che trasforma ogni rapporto in una competizione.

Quella dell'uomo che deve sempre vincere.

Ma c'è anche un lato oscuro in questa scoperta.

Perché proprio quella disposizione al sacrificio che avevo imparato a rispettare è stata, da sempre, una delle cose di cui la società si è maggiormente approfittata.

La famiglia lo sa.

La società lo sa.

Il lavoro lo sa.

Lo Stato lo sa.

Le guerre lo sanno.

Le ideologie lo sanno.

All'uomo è stato ripetuto per secoli che il suo valore consiste anche nella quantità di peso che riesce a portare senza lamentarsi.

Che deve provvedere.

Che deve proteggere.

Che deve resistere.

Che deve andare.

Che deve combattere.

Che deve morire, se necessario.

Sanno che esiste un tipo di uomo disposto a mettere qualcosa di più grande di sé davanti alla propria vita. Sanno che esiste l’uomo che, se gli dici che c’è una famiglia da proteggere, una patria da difendere, una comunità da salvare, può essere disposto ad autoimmolarsi: a rinunciare al proprio denaro, al proprio tempo, alla propria libertà e, infine, persino alla propria vita.

E questa è una cosa nobile.

Ma proprio per questo può diventare una cosa pericolosissima nelle mani di chi sa servirsene.

È questa la contraddizione che non avevo mai visto.

La disponibilità al sacrificio può essere una delle qualità più belle di un essere umano e, contemporaneamente, una delle qualità più facili da sfruttare.

Si può chiedere a un uomo di sacrificarsi per la propria famiglia e chiamarlo amore.

Si può chiedergli di sacrificarsi per il proprio Paese e chiamarlo patriottismo.

Si può chiedergli di sacrificarsi per un'ideologia e chiamarlo eroismo.

E qualche volta sarà davvero amore, patriottismo o eroismo.

Altre volte sarà semplicemente qualcuno che ha trovato il modo di convincere un altro essere umano che la sua vita vale meno della causa per cui viene utilizzata.

È una distinzione terribile.

Perché non voglio più commettere l'errore opposto a quello che facevo da bambino.

Non voglio più guardare il sacrificio e pensare automaticamente che sia stupidità.

Ma non voglio nemmeno romanticizzarlo.

Il sacrificio è nobile quando è libero.

Quando nasce dall'amore, dalla responsabilità, dalla coscienza.

Diventa invece qualcosa di molto diverso quando qualcuno costruisce artificialmente una causa per poter disporre della vita degli altri.

Anche per questo oggi guardo in modo diverso quegli uomini che, parlando con una birra in mano, dicevano cose che allora mi sembravano quasi primitive.

Avevano dentro una cosa che io non avevo mai capito.

Ma quella stessa cosa che li rende capaci di grande nobiltà può renderli anche vulnerabili.

Perché l'uomo disposto a dare tutto per qualcuno può essere meraviglioso.

Ma bisogna sempre chiedersi:

chi gli ha detto per chi deve dare tutto?

E soprattutto:

chi guadagna quando lui lo fa?

Io rimango quello che sono sempre stato.

Rimango sensibile.

Rimango estetico.

Rimango quello che preferisce un bel paio di gemelli da polso a una gara di motocross.

Probabilmente continuerò a trovare incomprensibile qualcuno che mangia una limaccia perché un altro gli ha detto «scommetto che non hai il coraggio».

Ma oggi, quando vedo un uomo che parla di famiglia, di responsabilità, di protezione, di sacrificio, provo qualcosa che da bambino non avrei mai immaginato.

Non invidia.

Non identificazione.

Qualcosa di più strano.

Rispetto.

Persino tenerezza.

Perché ho finalmente capito che l'uomo che avevo sempre disprezzato non esisteva davvero.

Esistevano uomini.

E dentro gli uomini potevano esserci contemporaneamente la stupidità e la saggezza, la rozzezza e la nobiltà, la violenza e la tenerezza, l'egoismo e il sacrificio.

Esattamente come dentro di me.

Crescere è anche questo:

scoprire che le persone che avevi ridotto a una caricatura erano, da sempre, molto più complicate della caricatura che ne avevi fatto.

E che qualche volta, proprio dentro ciò che hai passato una vita a rifiutare, può esserci una virtù che non avevi ancora imparato a riconoscere.

Io l'ho trovata nel sacrificio.

Ma ho imparato anche un'altra cosa:

la nobiltà di un uomo non dovrebbe mai diventare la proprietà di chi sa sfruttarla.

È questa, alla fine, la cosa che oggi mi interessa dell'uomo.

Non che sia forte.

Non che sia rude.

Non che sappia combattere.

Ma che sappia amare qualcosa abbastanza da essere disposto a dare per essa.

E che abbia anche la libertà di chiedersi, prima di farlo, se ciò per cui sta dando tutto lo meriti davvero.

Non volevo diventare come quegli uomini.

Ma adesso, finalmente, capisco qualcosa di loro.

Ripensando a quella sera, mi viene in mente un piatto molto più maschile di quelli che preparo di solito: filetto di vitello, funghi cardoncelli e demi-glace.

Carne, terra, una salsa scura e concentrata.

Eppure il filetto, sotto la superficie rosolata, rimane tenero.

In fondo era proprio questo che non avevo mai capito degli uomini: avevo sempre giudicato la crosta senza chiedermi cosa ci fosse sotto.

Filetto di vitello Demi sauce Funghi cardonelli olio al prezzemolo

Filetto di vitello Demi-glace Funghi cardonelli olio al prezzemolo

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