Slave to the details: l’Ascendente Bilancia e il fascino della bellezza autentica

Sono Ascendente Bilancia. Quindi amo i dettagli. O almeno questa è la spiegazione astrologica che mi piace darmi. Ma forse proprio perché amo i dettagli non sono mai stato particolarmente interessato alla perfezione. La perfezione, quando è veramente perfetta, ha un problema abbastanza grave: dopo un po’ non c’è più niente da guardare. È tutto già risolto.

Un viso perfettamente simmetrico, una piega impeccabile, una casa in cui ogni oggetto sembra essere stato acquistato nello stesso pomeriggio, una tavola in cui nulla è fuori asse, un piatto nel quale persino le foglioline sembrano aver firmato un contratto prima di essere appoggiate. Bello. E poi?

Io ho bisogno del particolare che interrompe qualcosa. Quella piccola cosa che non quadra e che, proprio perché non quadra, costringe lo sguardo a rimanere lì ancora qualche secondo.

Esiste un concetto giapponese che mi è sempre piaciuto, il wabi-sabi. Viene spesso banalizzato dicendo che la perfezione risiederebbe nell’imperfezione, ma è qualcosa di più sottile: è la possibilità che la bellezza si trovi nell’irregolare, nell’incompleto, in ciò che cambia e porta addosso il tempo. Una tazza leggermente asimmetrica può essere più bella di una tazza industrialmente perfetta. Non perché sia fatta male, ma perché guardandola senti che quella tazza esiste.

Forse è questo che cerco anche nelle persone.

Ci sono state persone nella mia vita che non credo semplicemente di avere trovato belle. Le ho riconosciute. E non so spiegare bene che cosa significhi. È una sensazione che viene persino prima dell’attrazione. Vedi qualcuno e, prima ancora di avere compilato mentalmente l’elenco delle qualità — bello, brutto, alto, basso, interessante, insignificante — c’è qualcosa che ti dice: tu.

Come se quella persona fosse già presente da qualche parte nella tua memoria senza esserci mai entrata.

Poi naturalmente possiamo costruirci sopra cento spiegazioni. Uno psicologo potrebbe dirmi che certi lineamenti richiamano inconsciamente quelli di persone importanti della nostra infanzia, che riconosciamo posture, espressioni, timbri di voce, modi di sorridere. Qualcun altro parlerebbe di linguaggio corporeo, di associazioni che il cervello compie in una frazione di secondo. Potrebbe essere.

Poi arriva la mia parte meno scientifica e pensa: magari lo conoscevo già. Magari da un’altra vita.

Non pretendo certamente di dimostrarlo. E in realtà mi piace concedermi il lusso di non spiegare tutto. Perché la sensazione rimane: certe persone le incontri, altre hai l’impressione di ritrovarle.

Ed è una differenza enorme.

A volte mi è capitato proprio con persone che, prese pezzo per pezzo, non avrebbero nemmeno corrisposto a quello che avrei descritto come il mio ideale estetico. Eppure avevano qualcosa. Uno sguardo. Una smorfia. Una voce. Il modo in cui camminavano. Oppure proprio quel particolare che, secondo i criteri convenzionali, avrebbe dovuto rappresentare il loro difetto.

Io invece finivo per guardare soprattutto quello.

È quasi come se avessi bisogno di trovare un’imperfezione per potermi innamorare. Perché quando tutto è troppo corretto mi sembra, non so come dirlo diversamente, finto. Non falso in senso morale. Finto come una stanza d’albergo cinque stelle appena inaugurata: bellissima, perfetta, nulla da criticare. Eppure non sai chi ci abita.

Mi ero invaghito, per esempio, di un amico strabico. All’inizio la cosa produceva situazioni abbastanza ridicole perché non riuscivo mai a capire se stesse guardando me oppure qualcosa alle mie spalle. Quindi lui parlava e io ogni tanto mi voltavo. Probabilmente avrà pensato che fossi io quello con qualche problema.

Aveva però delle fossette meravigliose.

Diciamo che il bilancio estetico rimaneva molto, molto favorevole.

Un’altra volta rimasi affascinato da un uomo che zoppicava. Era elegantissimo, in forma, vestito benissimo; lo si vedeva persino attraverso l’abito. E proprio quel contrasto mi sembrava incredibilmente interessante. Non perché la sua difficoltà fosse bella in sé, naturalmente, ma perché non riusciva minimamente a cancellare tutto il resto. Anzi, rendeva forse ancora più evidente la cura con cui quell’uomo portava se stesso nel mondo.

E credo che qui ci sia una distinzione importante. Non trovo bella una menomazione perché è una menomazione. Trovo affascinante il momento in cui una caratteristica che normalmente viene usata per ridurre qualcuno a una categoria non riesce affatto a contenerlo.

Quell’uomo non era “quello che zoppicava”. Era un uomo elegantissimo che, fra le molte cose che lo componevano, zoppicava.

Il mio amico non era “lo strabico”. Era quello delle fossette, della voce, dei suoi modi, di cento altre cose. E sì, era anche strabico.

Forse la vera violenza dello stereotipo comincia proprio quando prendiamo una caratteristica e decidiamo che possa raccontare da sola una persona intera.

Mi succede qualcosa di simile con le persone anziane. Sono sempre stato molto affascinato dagli anziani che mantengono una certa eleganza. Da giovani abbiamo tutti una quantità enorme di capitale estetico che non abbiamo fatto assolutamente nulla per meritare. La pelle è tesa, i capelli normalmente ci sono, il corpo recupera, si può dormire pochissimo e il giorno dopo avere ancora vagamente sembianze umane. Essere belli a venticinque anni è spesso soprattutto fortuna.

A settantacinque anni cambia tutto.

Ed è lì che una persona può diventare, per me, ancora più interessante.

Mi piace vedere qualcuno con i capelli bianchi ordinati, un bel cappotto, le scarpe curate, una camicia scelta con attenzione. Magari quella mattina ha fatto persino fatica a infilarsi i calzini. Però li ha infilati. E sopra ha messo i pantaloni che voleva.

Quella forma di eleganza mi commuove quasi, perché non è più semplicemente un dono. È diventata un atto di volontà.

Non è una guerra contro la vecchiaia. Al contrario. È dire: sono diventato questo e continuerò comunque a presentarmi al mondo.

Le rughe, i capelli bianchi, una mano che magari trema un po’, e ancora la voglia di scegliere una cravatta.

A me questo sembra infinitamente più interessante del tentativo disperato di sembrare trent’anni più giovani.

E la stessa cosa, in un altro modo, la vedo nella maniera in cui guardiamo la classe sociale. In Occidente abbiamo costruito associazioni quasi automatiche. Se sei povero, allora devi essere trasandato, volgare, ignorante, sporco, maleducato. Se sei ricco, allora devi essere elegante, colto, interessante, sofisticato. E magari ci permettiamo persino di interpretare la tua arroganza come sicurezza.

È evidentemente una sciocchezza.

Il problema è che oggi il denaro permette di acquistare moltissimi dei segni esteriori che abbiamo deciso di chiamare bellezza: denti perfetti, capelli perfetti, pelle perfetta, vestiti perfetti, personal trainer, dermatologo, chirurgo, casa progettata, vacanze fotografabili, ristoranti fotografabili. Persino il pane ormai deve essere fotografabile.

E così abbiamo finito per confondere la possibilità economica di costruire un’immagine con il possesso di qualità interiori.

Come se avere una cucina da centomila euro significasse automaticamente sapere apparecchiare.

Non funziona così.

Una persona può avere pochissimo denaro e tenere il proprio piumino economico perfettamente pulito. Può non avere mai posseduto un capo firmato ed essere sempre profumata. Può abitare in una casa modesta e offrirti il caffè in una tazzina appoggiata sul suo piattino. Può avere poca istruzione ed essere educatissima. Esattamente come una persona ricchissima può possedere tutto e non sapere nemmeno comportarsi a tavola.

La dignità è una delle pochissime cose che il denaro può aiutare a mettere in scena, ma non può comprare.

Eppure ci piacciono i pacchetti. Se sei povero dovresti anche essere brutto. Se sei vecchio dovresti diventare invisibile. Se hai una disabilità, quella dovrebbe diventare immediatamente la prima informazione attraverso cui leggerti. Se sei bello, immaginiamo che tu debba essere desiderabile. Se sei ricco, magari ti attribuiamo persino intelligenza.

Forse perché la complessità ci affatica.

È molto più semplice mettere ogni persona nella propria scatola e chiudere il coperchio.

Ma io le persone interessanti le ho quasi sempre trovate proprio quando il coperchio non chiudeva bene.

Se fossi nato un po’ prima sarei stato Ascendente Vergine. Ogni tanto penso che sarebbe stata una tragedia. Probabilmente sarei ancora davanti alla crostata a controllare con un righello che la distanza fra due fichi fosse esattamente la stessa.

E invece sono Ascendente Bilancia.

Come Britney Spears, tra l’altro.

Sagittario con Ascendente Bilancia.

Qualcosa dovrà pur voler dire.

Siamo un po’ pazzerelli. Anch’io naturalmente la sera ballo nudo in casa con i coltelli.

No.

Quella parte magari è meglio lasciarla a Britney.

A parte gli scherzi, la Bilancia per come la vivo io non cerca necessariamente la perfezione. Cerca l’equilibrio.

E sono due cose molto diverse.

La perfezione elimina la contraddizione. L’equilibrio riesce a contenerla.

Ed è qui che arrivo a questa torta.

Una sablée, ricotta di capra alla vaniglia e fichi.

È buffo essere partito da una crostata per parlare di tutto questo, ma forse non lo è affatto, perché mentre la guardavo mi sono accorto che conteneva esattamente quello che sto cercando di dire.

Non è perfetta.

Il bordo non sembra uscito da una macchina. Il colore della sablée non è identico in ogni millimetro. La ricotta non è tirata come una superficie industriale. I fichi non compongono una spirale matematica.

Anzi, li ho voluti deliberatamente ordinare disordinatamente.

Mi piace moltissimo questa espressione.

Li ho tagliati con una certa precisione e poi ho fatto in modo che quella precisione non diventasse il soggetto della torta. Alcuni erano più verdi, altri più violacei, qualcuno più maturo, qualcuno con una polpa quasi color rubino.

Avrei potuto scegliere frutti tutti identici.

E invece sono state proprio le loro differenze a diventare la decorazione.

Non ho voluto aggiungere altro. Niente pistacchio tritato. Niente miele fatto colare teatralmente dall’alto. Niente fiore edibile che nessuno desidera realmente mangiare ma che continua inspiegabilmente ad apparire sopra qualsiasi cosa.

Ricotta.

Vaniglia.

Fichi.

Fine.

La sablée l’ho cotta senza pesi. Ho semplicemente bucherellato il fondo. E mi piace persino immaginare che, guardandola, potrebbe essere una torta preparata alla fine dell’Ottocento, magari durante la Belle Époque.

Un tavolo.

Uno stampo di metallo.

Burro.

Farina.

Le mani.

Nessun tappetino microforato in silicone, nessun display digitale, nessun forno che emette un segnale acustico per avvisarti che ha raggiunto esattamente la temperatura stabilita.

E forse nemmeno sempre una processione di ceci sacrificati per la cottura in bianco.

Naturalmente non voglio idealizzare troppo il passato. Probabilmente bruciavano torte anche allora. Forse persino più spesso.

Ma il risultato doveva inevitabilmente portare in maniera molto più evidente la mano di chi l’aveva preparato.

E qui devo fare una confessione abbastanza grave per una persona che passa tanto tempo a parlare di cucina:

io odio la pasticceria.

O forse odio quello che la pasticceria tira fuori di me.

Bisogna pesare. Calcolare. Controllare. Aspettare. Due grammi sono due grammi. Centosettanta gradi non significano “più o meno caldo”. Il burro deve avere una certa temperatura, la crema deve raggiungerne un’altra.

Mi sembra che qualcuno mi stia sorvegliando.

Nella cucina salata posso osservare una carne e decidere che oggi voglio una reazione di Maillard appena più spinta. Posso assaggiare una salsa e correggerla. Posso cambiare idea a metà strada.

La pasticceria invece ha spesso il tono di una maestra elementare che ti osserva da dietro gli occhiali mentre stai sbagliando una divisione.

Naturalmente anche in questa torta qualcosa non è andato esattamente come avevo previsto.

Dovevo usare il tuorlo per creare una barriera sul fondo. Uno non mi sembrava sufficiente, quindi ne ho aperto un secondo.

Naturalmente due erano troppi.

E siccome buttare il cibo mi dà fastidio, ho finito per usarne probabilmente un po’ più del necessario.

Anche con la vaniglia, guardando tutti quei puntini dentro la ricotta, a un certo punto mi sono chiesto se non avessi esagerato.

Può darsi.

Poi però ho assaggiato.

Era buona.

Ed è quasi comico quanto facilmente, cucinando oggi, possiamo dimenticare questo piccolo particolare.

Il cibo deve essere buono.

Non deve superare una selezione fotografica.

Non deve sembrare renderizzato.

Non deve risultare indistinguibile da altre quattrocento torte salvate su Pinterest.

Deve avere un profumo. Una consistenza. Un sapore. Deve essere qualcosa che qualcuno abbia voglia di mangiare.

Questa torta ha qualche imperfezione e non ho nessuna intenzione di correggerla.

Forse perché è proprio questo che continuo a cercare tanto nelle cose quanto nelle persone. Non il difetto per il gusto del difetto, e nemmeno la bruttezza contrapposta alla bellezza. Mi interessa quel punto minuscolo nel quale l’imperfezione rende visibile una presenza.

Quella cosa che ti fa capire che davanti a te non c’è un modello.

C’è qualcuno.

O, in questo caso, qualcosa che qualcuno ha fatto.

Con le proprie mani, con i propri errori, con due tuorli quando forse ne bastava uno, un po’ troppa vaniglia e fichi di colori diversi messi ordinatamente in disordine.

E così la voglio lasciare.

Niente granella.

Niente miele.

Nessuna correzione finale.

Semplice. Buona. Genuina.

Non perfetta.

E forse proprio per questo, almeno ai miei occhi, bellissima.

Tarte sablée alla ricotta di capra vaniglia e fichi freschi

Tarte sablée alla ricotta di capra vaniglia e fichi freschi

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L’autoablazione e l’uomo che ho sempre disprezzato. Storia di un olocausto.