Il socialismo dell’anima

A volte mi è difficile crederlo, ma credo che ogni essere umano contenga un abisso. L’avevo già scritto parlando della borghesia: il cristianesimo, almeno quello che capisco io, non consiste nel riconoscere l’anima alle persone che ci piacciono. Quello lo sanno fare tutti. Il vero sacrificio è riconoscerla nel nemico. Avevo scritto anche un’altra cosa: il borghese, molto spesso, non perdona, classifica. Classifica da dove vieni, chi erano i tuoi genitori, dove vivi, come parli, che lavoro fai, quali scuole hai frequentato. Trasforma la provenienza in una specie di peccato originale e la rispettabilità in una graduatoria morale.

Mi sembrava di aver capito qualcosa. Poi, però, mi sono accorto di una cosa molto più scomoda: anch’io classifico. Solo che non lo faccio attraverso il cognome, il quartiere o il patrimonio. Lo faccio attraverso la sensibilità, l’intelligenza, la coscienza.

Mi è facile immaginare un abisso dentro una persona sensibile, tormentata, dentro una persona che pensa, legge, prega, crea e continua a domandarsi perché sia al mondo. Mi è infinitamente più difficile immaginarlo in certe persone che incontro per strada: nei ragazzini che ascoltano trap a tutto volume, nelle persone volgari, in quelle completamente assorbite dal denaro, dall’apparenza, dalla droga o dal bisogno di sopraffare qualcuno; in quelli che sembrano attraversare un’intera esistenza senza chiedersi niente. Eppure, se credo davvero in ciò che avevo scritto, devo arrivare fino in fondo: quell’abisso deve esserci anche lì.

Forse è proprio questo che mi inquieta. Ultimamente andare semplicemente a fare una passeggiata mi sembra a volte un freak show. Vivo in un quartiere diventato negli anni meno facile, ma ormai faccio fatica persino a convincermi che esista ancora una linea netta tra il quartiere difficile e quello per bene, tra la periferia e il centro, tra il disagio e la cosiddetta normalità. Certe cose sono diventate trasversali: la volgarità, la droga, la violenza, la stupidità, la prepotenza. Quando persino certi fuochi d’artificio che senti la sera vengono immediatamente associati, in alcuni contesti, allo spaccio; quando certi linguaggi e certi comportamenti non appartengono più soltanto a un’immaginaria periferia degradata ma attraversano ceti, quartieri, professioni e fasce d’età, forse il fenomeno non è più semplicemente sociale. È culturale.

E forse una parte enorme di questo disagio è stata gestata proprio dall’indifferenza, soprattutto dall’indifferenza verso le condizioni, anche materiali, del prossimo. Abbiamo concepito il prossimo come qualcuno che non avrebbe mai dovuto collidere con il nostro cantuccio: il suo problema era suo, la sua povertà era sua, la sua solitudine era sua, la sua disperazione era sua.

Quando qualcuno si buttava sotto la metropolitana ci scandalizzavamo. O forse nemmeno per quello, perché dopo pochi minuti il pensiero diventava: «Adesso arrivo tardi al lavoro». Un essere umano era arrivato al punto di buttarsi sotto un treno e la sua disperazione diventava, nella nostra giornata, un’interruzione del servizio, un ritardo, un disagio sulla linea. Il problema di quell’uomo diventava finalmente anche nostro, ma soltanto perché ci faceva arrivare tardi al lavoro. Forse non esiste immagine più precisa dell’indifferenza che abbiamo costruito.

Abbiamo voltato le spalle al prossimo fino a relegarlo a un «non mi riguarda», «non è un problema mio», «non ci appartiene». Persino quel banalissimo «no, grazie» detto al mendicante racconta qualcosa di noi. Non perché siamo obbligati a dare una moneta a chiunque ce la chieda: il problema non è la moneta. È la facilità con cui riusciamo a guardare un altro essere umano e ricollocarlo immediatamente fuori dal perimetro della nostra esistenza. Tu sei lì, io sono qui. Come se fosse possibile.

Abbiamo pensato che il disagio degli altri sarebbe rimasto educatamente al proprio indirizzo. Ma non funziona così. Le condizioni nelle quali lasci vivere il prossimo diventano prima o poi anche le condizioni della società nella quale vivi tu. E non soltanto dentro una società: anche nel mondo.

Abbiamo pensato che Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen fossero lontani, e che lo sfruttamento delle risorse di Paesi come la Nigeria o della manodopera a basso costo in Paesi come Bangladesh e Sri Lanka non ci riguardasse. Volevamo il petrolio, i vestiti, le merci a poco prezzo. Volevamo che tutto circolasse, purché le conseguenze restassero là.

Ma non funziona così. Se un Paese viene impoverito, sfruttato, bombardato o destabilizzato, una parte delle persone cercherà di andarsene. Non possiamo aspettarci che anni di guerra, miseria e abbandono evaporino magicamente alla frontiera. Alcuni arriveranno istruiti e altri no; alcuni pieni di speranza, altri diffidenti; alcuni traumatizzati, altri arrabbiati. Molto arrabbiati. Questo non giustifica la violenza e non significa accettare qualsiasi immigrazione senza regole. Significa semplicemente riconoscere che le conseguenze esistono.

L’Occidente ha voluto un mondo globalizzato per il petrolio, il denaro, le merci e la manodopera, ma diviso in compartimenti stagni quando a muoversi sono gli esseri umani. Abbiamo creduto di poter privatizzare il benessere e lasciare il degrado altrove. Ma il prossimo ci riguardava già prima di arrivare sotto casa nostra.

Adesso ci stupiamo del rancore, della rabbia, della solitudine, delle dipendenze, della violenza e dell’odio nei confronti del prossimo. Ci stupiamo quando qualcuno aggredisce qualcun altro per uno sguardo, una parola, apparentemente per niente. Ma forse il niente non esiste. Dietro quel niente possono esserci anni di abbandono, isolamento, umiliazione, dipendenza, precarietà, comunità inesistenti e persone che nessuno ha più guardato veramente. Questo non assolve nessuno. Spiegare non significa perdonare. Significa domandarsi da quale terreno stiano crescendo certe cose. Una società non è una collezione di cantucci privati e il mondo non è una collezione di cantucci nazionali.

Siamo davanti, oltretutto, a un mondo nel quale nessuno sembra avere più bisogno di nascondere niente. La volgarità non si vergogna più di essere volgare, la stupidità non ha complessi di inferiorità e la prepotenza è diventata quasi un’estetica. È diventato normale scherzare sulla droga; è diventata normale la droga stessa. Ci sono troie su Internet che non si vergognano minimamente di dire che l’uomo va usato per i suoi soldi. Ci sono troie apertamente troie, senza più nemmeno quella vecchia necessità di fingere di essere qualcos’altro. E tempo fa perfino Repubblica ci bombardava di articoli in cui donne raccontavano di come avessero “svoltato” facendo OnlyFans, come se la mercificazione di sé fosse diventata non soltanto accettabile, ma addirittura una storia edificante di emancipazione.

Per anni abbiamo pensato che il problema fosse l’ipocrisia. Forse non avevamo immaginato quanto ci sarebbe mancata perfino quella, perché almeno l’ipocrita sapeva che esisteva qualcosa di cui vergognarsi.

Mentre guardo tutto questo mi torna continuamente in mente il libro di Abacuc. È minuscolo, appena tre capitoli, eppure sembra scritto da un uomo che guarda il proprio tempo e domanda a Dio: come siamo arrivati qui? Abacuc vede violenza, contesa, ingiustizia; vede una legge che non riesce più a prevalere e una giustizia distorta. La risposta di Dio non è quella consolatoria che forse vorremmo ricevere: annuncia l’arrivo dei Caldei. Ed è qui che il libro diventa terribile, perché Dio può servirsi persino di qualcosa di spaventoso per giudicare il proprio popolo. Ma poi giudica anche il conquistatore. A chi saccheggia viene annunciato che sarà saccheggiato e a chi costruisce con il sangue viene annunciata la rovina. Alla fine Abacuc arriva a chiedere una cosa che trovo straordinaria: nell’ira, ricordati della misericordia.

Nell’ira. Non al posto dell’ira.

Forse una parte enorme del cattolicesimo occidentale ha fatto qualcosa di ancora più grave che dimenticare la paura di Dio: si è costruita, nella pratica, una religione nuova e molto più comoda. E qui lo dico provocatoriamente: il cristianesimo, così come lo conosciamo come religione storica, è stato costruito dagli uomini. Non è sceso dal cielo già completo di catechismo, diritto canonico, gerarchie, liturgie e duemila anni di interpretazioni. È nato dal giudaismo, dal quale non può essere separato, e poi si è sviluppato attraverso comunità, apostoli, concili, controversie, interpretazioni e uomini.

Tra questi uomini c’è Paolo, che occupa una posizione gigantesca nella formazione del pensiero cristiano. Tredici libri del Nuovo Testamento sono tradizionalmente attribuiti a lui, anche se gli studiosi moderni ne considerano generalmente sette autenticamente paolini. E Paolo Gesù, durante la sua vita, non lo aveva nemmeno conosciuto. Non aveva camminato con lui per la Galilea, non aveva ascoltato personalmente il Discorso della montagna, non aveva mangiato con lui. Aveva conosciuto il Cristo della propria esperienza di rivelazione.

Questo non significa necessariamente che il cristianesimo sia falso. Significa semplicemente che è abbastanza ingenuo raccontarselo come se fosse una linea perfettamente retta: Gesù ha detto questo e noi, duemila anni dopo, stiamo semplicemente facendo ciò che lui disse. No. In mezzo ci sono duemila anni di esseri umani. E gli esseri umani interpretano, scelgono, litigano, sistemano, canonizzano, dimenticano e, qualche volta, costruiscono esattamente il Dio di cui hanno bisogno.

Forse è proprio quello che abbiamo fatto anche noi. Abbiamo trasformato il Vecchio Testamento in una specie di prologo imbarazzante da attraversare velocemente prima di arrivare finalmente al Gesù che perdona. Abbiamo lasciato sullo sfondo il Dio davanti al quale i profeti tremavano, il Dio che giudica, il Dio che si adira, il Dio che punisce persino un popolo che considera suo; e abbiamo messo al centro soprattutto ciò che ci rassicura: Gesù, la Madonna, la misericordia, il perdono.

Non sto dicendo che nella teologia cattolica la Madonna abbia preso il posto di Dio, né dimentico che per il cristianesimo Gesù stesso è Dio. Sto parlando del modo in cui la religione viene vissuta. Di quel cattolicesimo sentimentale nel quale Gesù diventa quasi un amico immaginario al quale raccontare i propri problemi, qualcuno che alla fine capirà, che ti mette una mano sulla spalla e ti dice: «Va bene, non preoccuparti».

EHHH, no. Gesù non è la pacca sulla spalla cosmica. E soprattutto Dio non è stato spodestato. Dio sta ancora in cima.

Forse abbiamo cercato un cristianesimo nel quale poter essere perdonati senza essere giudicati, consolati senza essere corretti, amati senza dover cambiare. È qui che quella religione rischia di diventare una religione dell’ipocrisia: non perché ogni cattolico sia ipocrita, sarebbe una sciocchezza, ma perché diventa tremendamente facile andare a messa, dire un’Ave Maria, chiedere protezione per la propria famiglia e poi tornare esattamente alla stessa vita di prima.

Quella è la religione che mi fa paura: quella in cui Dio viene utilizzato per rendere sopportabile la coscienza invece che per sconvolgerla. Il Dio della Bibbia non serve a dirti continuamente che sei una brava persona. A volte arriva precisamente per dirti che non lo sei. Il Padre non è soltanto colui che ti porge la mano quando cadi. È anche colui davanti al quale devi poter pregare, come Abacuc: nell’ira, ricordati della misericordia.

Forse qualcosa ne so. Il mio numero, del resto, è il 9. Sono nato il 30 novembre 1993: 3+0+1+1+1+9+9+3 fa 27, e 2+7 fa 9. Nella numerologia il 9 viene associato alla fine dei cicli, alla compassione, a una coscienza che porta simbolicamente con sé qualcosa di già attraversato, all’idea dell’anima antica. Naturalmente non posso dimostrare di essere stato in giro per l’universo altre otto volte prima di questa — e già questa mi sembra sufficientemente impegnativa — ma l’immagine mi appartiene: un’anima antica non perché sappia tutto, ma perché ha continuamente l’impressione di riconoscere qualcosa prima ancora di averlo capito.

Non riesco infatti a liberarmi dalla sensazione che stiamo vivendo uno di quei momenti nei quali viene a galla ciò che per molto tempo è rimasto nascosto. Astrologicamente qualcuno potrebbe chiamarlo Plutone in Acquario. Io, più semplicemente, lo chiamo vedere il marcio arrivare in superficie. E forse il marcio non è nemmeno nuovo.

Forse l’umanità non è mai cambiata davvero quanto amiamo raccontarci. Cambiano le automobili, i vestiti, le città. Arrivano la scienza, Palmolive, i computer, Internet, l’intelligenza artificiale. Il paesaggio cambia continuamente, ma l’uomo desidera, invidia, ama, tradisce, accumula, compete, costruisce, distrugge, umilia, protegge, uccide, perdona e prega. Il mondo rimane lo stesso cambiando paesaggio. Forse anche l’essere umano rimane lo stesso cambiando tecnologia.

Per questo sono stanco dei discorsi razzisti sugli immigrati. È molto facile convincersi che una civiltà stia male perché qualcuno è arrivato da fuori. È molto più difficile chiedersi che cosa quella civiltà fosse diventata già prima. Persino quando parliamo della fine dell’Impero romano d’Occidente continuiamo spesso a utilizzare l’immagine semplicissima dei barbari che arrivano e fanno crollare Roma, dimenticando che Roma aveva attraversato instabilità politica, guerre civili, difficoltà fiscali, enormi costi militari, lotte di potere e problemi sempre maggiori nel governare un territorio vastissimo. Le civiltà raramente crollano per una sola ragione e soprattutto raramente crollano soltanto perché qualcuno arriva alla frontiera. Le pressioni esterne diventano devastanti quando trovano crepe sulle quali fare leva.

La domanda interessante, allora, non è soltanto: chi ci ha fatto questo? È piuttosto: che cosa eravamo già diventati perché questo potesse succedere?

È sempre l’ultimo della fila a essere chiamato bastardo. Quello è comodissimo: non ha ancora avuto il tempo di costruirsi un alibi.

Ed è qui che torno alla borghesia. Per anni la borghesia ha guardato gli altri dall’alto: il povero, l’immigrato, il volgare, quello che non parlava bene, quello che non conosceva le posate, quello che veniva dalla famiglia sbagliata o abitava nel quartiere sbagliato. Io ho sempre trovato insopportabile quella presunzione. Avevo scritto che vorrei vedere morire la borghesia non come insieme di persone, ma come categoria morale: come pretesa di superiorità, come sistema di classificazione degli esseri umani, come culto della provenienza e religione della rispettabilità.

Non perché sogni un mondo senza differenze. Anzi, io amo troppo le differenze. Ma proprio qui arriva la trappola: dopo avere rifiutato l’aristocrazia del patrimonio posso costruirmene tranquillamente un’altra, l’aristocrazia della coscienza. Io ho capito e tu no; io sento e tu no; io vedo ciò che sta succedendo e tu dormi; io mi interrogo sul senso della vita e tu ascolti trap; io leggo Abacuc e tu guardi TikTok.

A quel punto sono tornato esattamente al punto di partenza. Sto classificando, soltanto con criteri che mi piacciono di più.

È stato pensando proprio a questo che ho capito ciò che chiamerei il socialismo dell’anima. Non significa che siamo tutti uguali. Non lo siamo. Ci sono persone più intelligenti e persone meno intelligenti, persone sensibili e persone insensibili, colte e ignoranti, generose e meschine, profonde e terribilmente superficiali. Ci sono persone che sembrano svegliarsi e persone che sembrano dormire per un’intera vita. Negarlo sarebbe ridicolo. Ma tutte queste differenze non costruiscono necessariamente una gerarchia delle anime.

Posso pensare che tu sia un cretino senza pensare che la tua anima valga meno della mia.

Ed è questa, purtroppo, la parte difficile. Le persone buone devono condividere il mondo con quelle cattive, le persone nobili con quelle ignobili, le persone sensibili con quelle che sembrano non possedere alcuna sensibilità, le persone virtuose con quelle basse e volgari, quelli che si sentono svegli con quelli che dormono ancora. E quelli che dormono hanno ricevuto il dono della vita tanto quanto me. Hanno libero arbitrio e stanno vivendo la loro esperienza su questa Terra.

Posso giudicare ciò che fanno, condannare un comportamento, dire che una cosa è disgustosa, scegliere di non frequentarli e persino attraversare la strada perché non voglio averli vicino. Ma davanti a Dio rimane una cosa quasi offensiva per il mio ego: io e loro siamo uguali. Non ugualmente intelligenti, sensibili, belli, buoni o coscienti, ma uguali in qualcosa che nessun curriculum, nessuna eleganza, nessuna intelligenza e nessuna illuminazione possono comprare: il valore dell’anima.

Forse il mondo è stato concepito davvero come una specie di sistema socialista. Non economicamente: metafisicamente. Non possiamo tutti arrampicarci più in alto sullo stesso albero e, soprattutto, non esiste altezza sufficiente per diventare più umani di un altro essere umano.

L’Occidente, invece, se devo immaginarmelo allegoricamente, oggi mi sembra una giungla in cui ogni scimmia cerca disperatamente di salire più in cima: più soldi, più status, più visibilità, più bellezza, più potere, più desiderabilità, più approvazione, più tutto, possibilmente usando la testa di qualcun altro come gradino. Ma non possiamo stare tutti sulla cima dello stesso albero. Forse la cosa ancora più sconvolgente è che la cima non esiste.

Mi sono chiesto anche che cosa accadrebbe se domani avessimo tutti più tempo, se un reddito universale o qualsiasi altro sistema ci liberasse almeno in parte dalla necessità di dedicare quasi tutta la giornata alla sopravvivenza. Forse cominceremmo a interrogarci, a fare arte, a leggere, a pregare, a chiederci finalmente perché stiamo vivendo esattamente così. Oppure passeremmo dieci ore al giorno davanti a uno schermo. La libertà non produce automaticamente coscienza; produce possibilità.

Forse è proprio per questo che il lavoro ha anche un’altra funzione, oltre a quella evidente di produrre beni e servizi: ci tiene occupati. Ci dà un orario, un’identità, un posto, una funzione. Finisco tardi, torno a casa, mangio, dormo, domani ricomincio. Non c’è tempo per chiedermi che cosa sto facendo della mia vita. Non c’è tempo per l’abisso.

Ma l’abisso rimane lì. Dentro quello che legge Dostoevskij e dentro quello che ascolta trap; dentro quello che prega e dentro quello che si droga; dentro il borghese che giudica il portinaio e dentro il portinaio che odia il borghese; dentro di me e dentro la persona che mi fa schifo. Ed è proprio quest’ultima quella nella quale è più difficile riconoscerlo. Altrimenti il cristianesimo sarebbe facilissimo.

Potete tornare nelle vostre casette questa sera, mettere vostro figlio a letto e leggergli una favola. Magari sentirete in lontananza dei fuochi d’artificio, penserete per qualche secondo a ciò che succede fuori e poi chiuderete le finestre. Potrete dire un’Ave Maria, pregare Gesù, chiedere a Dio di proteggere la vostra famiglia, la vostra casa, la vostra piccolissima porzione di mondo. Lo facciamo tutti. Cerchiamo di mettere in salvo la nostra minuscola zattera.

Ma Abacuc mi ricorda una cosa molto meno rassicurante: un popolo può essere giudicato dall’interno. Una civiltà non diventa innocente semplicemente perché continua a considerarsi civile e persino chi arriva come vincitore può diventare, a propria volta, oggetto del giudizio. Nessuno possiede definitivamente il ruolo del buono.

Forse nessuno di noi ha capito veramente come siamo arrivati qui. Forse pochissimi hanno capito che siamo davanti a un punto nel quale qualcosa sta rompendo le catene con ciò che è venuto prima. O forse sono io che continuo a vedere morti e rinascite ovunque. Ma ho la sensazione che siamo davanti all’ennesima morte dell’Occidente.

Non significa necessariamente che l’Europa sparirà dalle cartine. Le civiltà possono morire molte volte continuando perfettamente a esistere. Muore un linguaggio, muore un pudore, muore un’autorità, muore un’idea dell’uomo, muore un modo di stare insieme. Poi, dalle macerie, nasce inevitabilmente qualcos’altro. Non so cosa.

So soltanto che, se davvero credo che ogni essere umano contenga un abisso, devo accettare la conseguenza più fastidiosa di tutte: non posso criticare la borghesia perché classifica gli uomini e poi costruirmi una mia borghesia dello spirito. Non posso sostituire il pedigree con l’intelligenza, il patrimonio con la sensibilità, il quartiere con la coscienza. Altrimenti cambia soltanto il criterio e la superbia rimane identica.

Forse il socialismo dell’anima è proprio questo: sapere perfettamente che siamo diversi, vedere perfettamente che alcuni uomini sono più nobili, più lucidi e più sensibili di altri e, tuttavia, sapere che davanti a Dio non esiste business class. Non ci sono alberi sui quali arrampicarsi e non esiste un posto più vicino al cielo che possiamo comprare. Per quanto certe persone possano farmi schifo, io e loro davanti a Dio siamo uguali.

Ahimè.

Oggi ho mangiato ostriche e forse non potevo scegliere un piatto più adatto a questo pensiero. Ciò che oggi mettiamo sul ghiaccio, accanto allo Champagne, come simbolo di lusso, un tempo è stato anche cibo popolare, cibo dei poveri. È cambiato il prezzo, è cambiato il contesto, è cambiato ciò che abbiamo deciso che significasse.

L’ostrica no.

La società ha trasformato l’ostrica da proletaria ad aristocratica. Davanti a Dio, probabilmente, è rimasta soltanto un’ostrica.

Nel frattempo tiro fuori i popcorn e spero almeno di non morire aggredito per strada da qualche drogato prima di scoprire come va a finire.

Ciao.

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L’autoablazione e l’uomo che ho sempre disprezzato. Storia di un olocausto.

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