Lorenzo: il Leone che recitava l’abisso

Questi dolci mi ricordano Lorenzo, quello della Turchia. Non perché fossero profondi, ma perché avevano quella superficie bruciacchiata, teatrale, drammatica, molto “guardatemi mentre soffro”, mentre sotto erano crema. Buona crema, per carità, ma sempre crema.

Lorenzo era Leone al cubo: Leone, ascendente Leone, stellium in Leone. Non una persona: un palcoscenico con i capelli. Il Leone non è profondo nel senso acquatico, scorpionico, da cantina dell’anima. Il Leone è solare, scenico, egocentrico, emotivo a favore di luce. Quando finge profondità, la finge benissimo: abbassa la voce, ti guarda negli occhi, fa una pausa, sembra che stia per dire una verità definitiva sull’esistenza, e invece sta solo cercando l’inquadratura giusta della propria malinconia.

A volte Lorenzo mi guardava fisso, come se tra noi dovesse aprirsi un varco metafisico. Io lo vedevo lì, concentrato, impegnatissimo a sembrare intenso, e pensavo: “Amore, sei del Leone. Non stai attraversando l’abisso. Stai controllando se l’abisso ti valorizza.”

Per me e per lui era un’avventura dell’estate. Una di quelle cose che devono restare lì: nel caldo, nei viaggi, nelle rovine, negli scontrini, nelle fregature con gli autonoleggi e nelle colazioni troppo dolci. Non era destino. Era stagione. E il Leone, quando è stagione, fiorisce proprio: fa il dramma, fa la posa, fa il cuore spezzato prima ancora che qualcuno glielo rompa.

Poi a Efeso trovammo cinquanta euro davanti al teatro, in mezzo ai turisti. Sembrava una scena scritta apposta per lui: il teatro antico, il sole, i soldi trovati, il destino che faceva l’entrata in scena con la mancia. Mami disse: “Dateli in chiesa.” Io risposi: “Mami, siamo in Turchia.” E naturalmente il giorno dopo finimmo a Şirince, un villaggio bellissimo, con quelle case che mi ricordavano Koprivshtitza, e due chiese abbandonate. Come se la vita avesse detto: “Visto? La chiesa ve l’ho trovata. Adesso non fate i pagani con cinquanta euro.”

A Şirince mi sentii a casa. C’era qualcosa di balcanico, familiare, caldo. I turchi ospitali, carini, umani; poi magari ti fregano con l’autonoleggio, ma anche quello fa parte del pacchetto “ospitalità con clausole scritte piccole”. Però ci siamo divertiti.

Io dovevo tornare a Milano, ma invece andai a Sofia. Perché evidentemente il mio senso dell’orientamento emotivo funziona così: quando devo rientrare, devio. Quando devo chiudere, apro un’altra parentesi. Quando devo essere pratico, faccio geografia sentimentale.

Il Fırın Sütlaç è proprio Lorenzo: sopra dramma bruciato, sotto crema. Non profondità: effetto profondità. Che è una cosa diversissima, ma molto più Leone.

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La mia penultima reincarnazione e la contessa che piangeva nel consommé