La mia penultima reincarnazione e la contessa che piangeva nel consommé
Dice la Manita Magica — e quando una Manita è Magica, anche se sbaglia almeno sbaglia con una certa calligrafia — che nella mia penultima vita io fui una dama dell’Ottocento.
Non una dama qualunque, naturalmente. Non una di quelle che stanno zitte vicino al camino facendo mezzo punto e aspettando che qualcuno apra una finestra. Io ero una donna di origini nobili, probabilmente nata da qualche ramo laterale, prestigioso e un po’ decaduto, di una famiglia balcanica che nessuno sapeva pronunciare correttamente nei salotti francesi, ma che tutti rispettavano perché aveva terre, cognomi lunghi e una malinconia ereditaria ben distribuita sugli zigomi.
Mi chiamavo, nelle visioni, la contessa Vassilena de Karaveloff, ma a Parigi mi chiamavano più semplicemente Lena, perché i francesi accorciano tutto quello che non riescono a conquistare.
Ero brillante, dicevano. Brillante nel senso pericoloso del termine: ridevo quando non bisognava ridere, capivo prima degli altri, facevo osservazioni talmente precise che gli uomini si sentivano nudi anche col gilet. A Londra mi invitavano perché portavo scandalo con misura. A Parigi mi invitavano perché portavo misura con scandalo.
Ero una socialite, sì, ma non una sciocca socialite da ventaglio e sbadiglio. Io conoscevo poeti, diplomatici, attori, pittori pieni di debiti e donne piene di diamanti. Una volta, a cena, conobbi Oscar Wilde. Lui disse qualcosa di meravigliosamente crudele su un cappello di piume viola; io risposi che certi cappelli non si indossano, si subiscono. Lui rise. Io risi. Tutti gli altri fecero finta di capire, che è la base della società civile.
Avevo abiti color avorio, guanti lunghi, perle fredde, e una carrozza scura che mi aspettava davanti ai teatri come una bara elegante. Vivevo tra Londra e Parigi, tra velluti, lampadari, specchi dorati e quella stanchezza tipica delle donne che hanno tutto tranne la possibilità di dire: “Adesso basta, io me ne vado a mangiare una cosa semplice in pace”.
Perché naturalmente — cliché dei cliché, ma i cliché esistono perché gli esseri umani sono ripetitivi come tende pesanti — amavo un uomo che mi tradiva.
Lui si chiamava Étienne, oppure nelle regressioni lo sentivo chiamare Edward, il che già dice tutto: un uomo che cambiava nome a seconda della città non poteva che cambiare anche fedeltà a seconda del divano.
Era bellissimo in quel modo ottocentesco e insopportabile: baffi curati, mani bianche, profumo di tabacco, pelle da ritratto a olio e anima da ricevuta non pagata. Mi guardava come se fossi l’unica donna al mondo, poi usciva dalla stanza e verificava immediatamente se fosse vero. Non lo era mai.
Io sapevo. Naturalmente sapevo. Le donne intelligenti sanno sempre. Solo che nell’Ottocento sapere non bastava: bisognava anche tacere con grazia. E io tacevo. Tacevo così bene che a un certo punto il mio silenzio divenne famoso.
“Com’è composta la contessa,” dicevano.
No, amore mio. Non ero composta. Ero imbalsamata viva in una gabbia d’oro, con il brodo servito nella porcellana fine.
La gabbia era splendida, questo va detto. Avevo una casa a Parigi con tende color prugna, argenteria incisa, camerieri che camminavano come fantasmi educati e una sala da pranzo dove anche la zuppa sembrava avere ricevuto un’educazione migliore della maggior parte degli ospiti. C’erano ricevimenti, fiori, lettere sigillate, bisbigli dietro i ventagli, inviti su cartoncino spesso, amiche invidiose e nemiche affettuosissime, cioè le peggiori.
E io, al centro di tutto, ero vista, ammirata, desiderata, citata, imitata.
Ma non ero libera.
Una volta, durante una regressione, ho visto una scena nitidissima. Io ero seduta davanti a una tazza di consommé, proprio una tazza così: bianca, bordo d’oro, liquido ambrato, tutto perfetto, tutto caldo, tutto immobile. La stanza era piena di gente. Qualcuno parlava di un ballo a Kensington. Qualcuno rideva. Qualcuno citava Baudelaire senza averlo capito, che è praticamente un crimine estetico.
Io tenevo il cucchiaio sospeso. Non bevevo.
Perché dall’altra parte della sala c’era lui, Étienne-Edward-il-poliglotta-del-tradimento, che sfiorava con due dita il polso di una cantante italiana. Un gesto minuscolo. Quasi niente. Ma le tragedie, quelle vere, non hanno bisogno di carrozze rovesciate e pistole. A volte basta un polso sfiorato male.
Nella regressione io ho sentito una frase dentro la testa:
“Non posso urlare, perché rovinerei la cena.”
Capisci? Questa è la tragedia. Non “mi tradisce”. Non “sono infelice”. No.
“Rovinerei la cena.”
Che condanna raffinatissima. Una vita intera passata a non rovinare le cene degli altri mentre dentro ti crollava il soffitto.
Poi ho visto altre cose.
Ho visto una scala di marmo freddissima sotto i piedi. Ho visto il mio vestito verde scuro trascinarsi come un giardino depresso. Ho visto una lettera nascosta dentro un libro francese, con un nastro blu. Ho visto una cameriera che mi voleva bene e mi pettinava in silenzio, perché nell’Ottocento persino l’affetto doveva passare attraverso le forcine.
Ho visto me stessa davanti a uno specchio, bellissima e devastata, mentre mi stringevo il corsetto e pensavo:
“Respirare è volgare, ma necessario.”
Questa frase secondo me l’ho detta davvero, perché è troppo mia per non essere vera in qualche universo.
E poi ho visto Londra. Pioggia, vetri appannati, cavalli, cappelli neri, un salotto pieno di uomini geniali e donne esauste. Wilde mi parlava e io ridevo con quella risata che serve a non piangere. Lui mi disse, nella regressione, una cosa inventata ma spiritualmente autentica:
“Contessa, voi avete l’aria di una donna che ha sposato una prigione con ottime tende.”
E io risposi:
“Almeno le tende sono di seta.”
Tutti risero. Io quasi morii.
Perché ero questo: una donna brillante che trasformava il dolore in battuta, così nessuno potesse permettersi di compatirla. E infatti nessuno mi compatì. Mi ammirarono, che è molto peggio quando avresti bisogno solo che qualcuno ti dicesse: “Vieni via, hai freddo”.
La cosa più assurda è che nelle regressioni non ho mai visto grandi finali. Nessuna fuga a cavallo, nessun duello, nessuna lettera scandalosa pubblicata sui giornali. Ho visto solo dettagli. Una rosa schiacciata in un libro. Una macchia di vino su una tovaglia. Il rumore di una porta che si chiude piano. Il profumo di cipria. Il brodo che si raffredda. Sempre quel brodo. Sempre quella tazza.
Come se tutta la mia penultima vita fosse stata una lunga cena elegante in cui nessuno si accorgeva che io avevo perso l’appetito per l’esistenza.
Alla fine della regressione, la terapeuta — o medium, o signora con molti bracciali e un foulard troppo convinto — mi disse di respirare profondamente e tornare nel presente.
Io aprii gli occhi.
E piangevo.
Non un pianto teatrale, da diva sul divano. Un pianto antico, assurdo, quasi ridicolo. Come se dentro di me una contessa morta da più di cento anni avesse finalmente trovato il coraggio di dire: “Scusate, la cena era magnifica, ma io ero infelice”.
E lì ho capito una cosa molto semplice, quindi profondissima, perché le cose semplici sono profonde quando arrivano vestite bene:
forse in questa vita io sono nato per fare tutto quello che lei non poteva fare.
Dire troppo. Ridere troppo. Vestirmi come voglio. Amare male, sì, forse, ma almeno non in silenzio. Rovinare qualche cena, se necessario. Alzarmi dal tavolo. Ordinare qualcosa di più piccante. Mettere il cucchiaio giù e dire:
“No, grazie. Questo brodo sa di prigionia.”
E poi, naturalmente, chiedere il dolce. Perché va bene la tragedia karmica, ma senza dessert diventa accanimento.