L’hummus, il terrazzo e le contraddizioni

L’hummus mi riporta su un terrazzo di Gerusalemme, quello di un ostello in Jaffa Street, o forse era un hotel a tre stelle, nel quale rimasi una notte sola, prima di fuggire da un caldo insopportabile. Sopra il letto c’era una ventola che girava senza rinfrescare nulla: si limitava a rimettere in circolo la stessa aria calda e viziata. L’hotel, inoltre, era piuttosto sporco. Insomma, non era il genere di luogo in cui si rimane per nostalgia. Poi mi spostai nella zona sopra la Porta di Damasco.

Fu proprio su quel terrazzo, però, che una mattina vidi un israeliano enorme e muscoloso bere acqua ghiacciata e mangiare hummus.

Pensai: ah, ecco la colazione israeliana.

E naturalmente mi sembrò subito una colazione molto più sensata di tante altre: ceci, tahina, limone, olio d’oliva e aglio.

Ero andato da solo in Israele. Non tanto perché volessi vedere qualcosa in particolare, oltre naturalmente ai must see di Gerusalemme per ogni cristiano, quanto per constatare che sì, dalle ceneri si può costruire qualcosa. Persino una nazione intera.

Forse questo pensiero mi veniva dal fatto di essere bulgaro e di essere nato all’inizio degli anni Novanta. Ho sempre percepito come profondamente europeo quel nostro modo di smontare il vecchio senza aver ancora deciso che cosa costruire al suo posto; di non considerarlo più un tesoro, di darlo per scontato, di adagiarci su ciò che avevano realizzato i nostri padri fino a finire, talvolta, col distruggerlo.

Diceva Ionesco:

«Si costruisce per distruggere e si distrugge per costruire.»

Nella forza del suo cinismo, contiene per noi europei qualcosa di terribilmente vero.

Quando pensavo a Israele, pensavo anche alla Bulgaria appena tornata indipendente dopo quasi cinque secoli di dominio ottomano. Non so fino a che punto si possano paragonare queste storie — probabilmente non molto e certamente non in maniera letterale — ma riconoscevo uno spirito comune: quello di un popolo che deve ricostruire non soltanto le proprie case, ma anche l’idea che ha di sé.

La Bulgaria, del resto, non è il Paese disgraziato e remissivo che molti immaginano. È sempre stata un osso duro: un popolo piantato nel mezzo dei Balcani, conteso, invaso, osteggiato e tuttavia ancora lì. In questo, almeno emotivamente, mi ricordava Israele nel Medio Oriente.

Al suq HaCarmel di Tel Aviv mi ero appena comprato una spremuta di melograno quando ebbi l’istinto di guardare insù. Dietro, più in là, si alzavano enormi grattacieli che avevo già visto passando in autobus. Io ero lì, in mezzo al mercato, con il succo di melograno in mano, e davanti a me appariva quella città verticale, contemporanea, quasi mi trovassi in una di quelle megalopoli che fino ad allora avevo visto solo in televisione.

Pensai: quale contraddizione potrebbe essere più grande?

Era la stessa sensazione che provavo a Budapest o a Sofia, quando vedevo giganteschi cartelloni pubblicitari appesi alle facciate laterali dei palazzoni costruiti durante il comunismo. Da una parte il cemento del passato, la pianificazione collettiva, quel che rimaneva dei tempi del comunismo; dall’altra una pubblicità della Coca-Cola grande quanto un condominio, il capitalismo che aveva deciso che avrebbe avuto la meglio a tutti i costi.

Amavo cercare questo in ogni viaggio.

Amavo le contraddizioni perché anche noi esseri umani ne siamo pieni. Io per primo. Forse le città mi interessavano soltanto quando riuscivano a somigliarci: quando, sotto una superficie ordinata, lasciavano intravedere qualcosa di irrisolto, di incongruente, persino di assurdo.

Oggi la situazione politica porta molte persone a parlare degli israeliani e degli ebrei come se fossero un’unica categoria, un unico pensiero, un solo governo. È facile generalizzare, è rassicurante generalizzare. Ma un popolo non coincide con chi lo governa. In Israele incontrai persone di sinistra, di estrema sinistra, conservatori, laici, religiosi e ultraortodossi. Seppi che una delle persone che avevo conosciuto, e che aveva una galleria d’arte, si era stabilita ad Atene con la famiglia per sfuggire a tutto quello che disapprovava. A Haifa ero capitato a una serata in un circolo di sinistra e vedevo proiezioni dal messaggio forte, anche senza capire l’ebraico. Vidi quanto gli israeliani fossero diversi tra loro.

Trovo curioso che alcuni, fino a pochi anni fa, sarebbero andati al Pride di Tel Aviv a fare ogni genere di porcheria festosa e oggi parlino di tutti gli israeliani come se fossero intercambiabili. Le bandiere cambiano molto velocemente; le persone, per fortuna, sono più complicate.

Una signora incontrata sul Mar Morto definì gli ultraortodossi «i nostri Amish».

A Gerusalemme andavo in un locale minuscolo di Mea Shearim, rigorosamente kosher e frequentato soltanto da loro. Il loro modo di vivere mi ricordava gli zingari più che gli Amish. Erano una comunità a parte, chiusa su se stessa. Mi erano simpatici proprio perché appartenevano a qualcosa, mentre io non mi sono mai sentito appartenere ad alcunché. Li trovavo autentici, immaginando forse che l’idea di appartenere a qualcosa dovesse portare con sé una sorta di felicità, dovesse far sentire sempre a casa: aveva qualcosa di molto rassicurante.

Guardavo anche i ragazzi giovanissimi con la kippah sulla testa. Per tenerla ferma usavano una forcina nascosta sotto il tessuto. Ne comprai due anch’io.

Quando sono particolarmente nervoso, minaccio ancora di metterne una e andare in via Padova a fare rissa così, a caso. Non sarebbe una buona idea.

Essendo solo, evitai di avventurarmi nella West Bank. Non facevo parte di un gruppo organizzato e preferii non improvvisarmi esploratore geopolitico con lo stesso senso dell’orientamento con cui, normalmente, cerco il bagno nei ristoranti.

L’unico luogo che vidi da quelle parti fu una spiaggia sul Mar Morto, credo Kalia Beach. Ci stava andando Yaniv, che avevo conosciuto in coda alla stazione dei pullman. Parlava italiano perché studiava medicina a Trieste ed era con un amico sloveno. Sulla spiaggia conobbi anche una dottoressa bulgara che lavorava a Londra.

Yaniv sarebbe diventato un amico. In seguito Amit sarebbe andato a trovarlo a Trieste, su mio consiglio e su quello di mio padre, ma la città non gli piacque particolarmente: forse gli sembrò troppo poco italiana, o forse Trieste è semplicemente una città che non ha alcuna intenzione di farsi capire al primo appuntamento.

Amit mi disse di Yaniv: «È come uno di quegli amici che si incontrano nell’esercito e con cui è facile capirsi, perché si ha molto in comune».

Di Israele ricordo soprattutto questo: il clima, i ragazzi giovanissimi impegnati nel servizio militare, il loro essere mediorientali e al tempo stesso estremamente contemporanei. Ricordo l’autenticità delle persone e quanto fossero diverse tra loro, provenendo da famiglie con origini sparse per l’Europa e per il mondo: chi dall’Europa orientale, chi dal Marocco, chi dalla Spagna e chi da luoghi ancora differenti.

Queste mentalità emergevano anche nelle piccole cose. Per esempio, quando si usciva al ristorante e qualcuno prendeva la calcolatrice per stabilire con precisione millimetrica quanto avesse speso per il proprio ordine. Non si divideva il conto: si conduceva una revisione contabile.

Ricordo anche le costruzioni incoerenti verso la periferia, quel disordine che mi sembrava stranamente familiare e il loro amore per l’oro giallo, che amo tanto anch’io e che rimane però qui in Italia, diciamo, un po’ da zingari.

E che dire? In Israele mi sentivo più a casa che in Ungheria.

Forse perché vengo da Pazardzhik. Forse perché, quando sono nato, la Bulgaria cominciava ad aprirsi a influenze culturali che conservavano ancora qualcosa di orientale. La musica che importavamo aveva sonorità arabeggianti e negli anni la cosa non è esattamente diminuita: basterebbe nominare Azis e, a quel punto, ogni ulteriore spiegazione diventerebbe superflua. Anche quell’estetica, insieme pacchiana e posh, che hanno i turchi, noi la prendevamo pian piano da loro.

Forse appartengo più a un suq che a un cavalcavia accanto al quale campeggia, chiarissimo e inequivocabile, un cartellone della Coca-Cola.

Forse porto queste contraddizioni dentro di me e per questo continuo a ricercarle nei luoghi e nelle persone. Mi attirano gli esseri umani che sfidano il senso comune, che sembrano battere ogni logica, che non si possono radiografare immediatamente osservando come sono vestiti. Quelle persone che non sarebbero capaci di raccontare la propria vita durante un viaggio in treno. Persone non ovvie, non perfettamente leggibili e che, proprio per questo, forse non potrei mai possedere del tutto. Molto Sagittario!

Ma in fondo non si dovrebbero possedere le persone. Al massimo si può sperare che rimangano abbastanza a lungo da contraddirci.

Questo hummus, preparato con una quantità di spicchi d’aglio che non intendo rivelare — dirò soltanto che sono più di quattro — lo dedico quindi al mio lato più oscuro.

Quello di un uomo non facile, ma complesso. Di un uomo che vive in un mondo che gli chiede più volte al giorno di giustificarsi per ciò che è e che, nonostante tutto, non cede. Un uomo intransigente, expensive, pieno di contraddizioni dietro un sorriso e dei capelli lunghi e ossigenati.

L’hummus, in fondo, mi assomiglia: appare chiaro, cremoso e quasi innocente.

Poi arriva l’aglio.

Hummus di ceci

Hummus di ceci

Indietro
Indietro

Il riso al salto, lo smog e la città-format

Avanti
Avanti

Il gelato e il bambino arcaico