Il riso al salto, lo smog e la città-format
Il riso al salto è una delle cose più milanesi che esistano. Me lo preparava mio padre, quando aveva ancora la vena della cucina. Adesso lo faccio io: per me, per mia madre e anche per il Marco, che, pur essendo lombardo, non lo conosceva.
Una volta un astrologo importante mi disse che cerco di sentirmi a casa ovunque vada. Forse è vero. Potrei andare praticamente dappertutto — e probabilmente ci andrò — portandomi dietro il mio spirito di adattamento, la mia curiosità e quella voglia di appartenere almeno un pochino a ogni luogo, anche sapendo benissimo di non appartenergli davvero.
Se vivessi due settimane in un paese qualunque, avrei già fatto amicizia con i vicini, saprei a memoria la storia del castello locale e avrei scoperto che cosa mangiano gli abitanti a cena. Per qualche ragione, è rassicurante.
Quando viaggio, però, mi accorgo di essere un viaggiatore proprio perché guardo tutto con occhi ancora disponibili allo stupore. Passando davanti a una piazza o a un monumento, mi domando sempre:
E se passassi di qui ogni mattina per andare al lavoro?
È possibile che ogni luogo perda parte del proprio fascino quando gli occhi si abituano a guardarlo. Forse un inglese avrebbe trovato bellissime persino le strade che percorrevo in macchina per andare al lavoro. Chi può dirlo? Magari la zona industriale di Peschiera Borromeo nasconde un fascino struggente agli occhi di qualche straniero che la vede per la prima volta. Magari gli alberi dell’Idroscalo, osservati da fuori, sembrano persino poetici.
E chissà se piazza Cinque Giornate rimane bella quando la si attraversa ogni mattina, immobili nel traffico e con una crescente ostilità verso l’intero genere umano.
Quando viaggio e assaggio un piatto tipico, mi domando se gli abitanti di quel luogo lo mangino davvero spesso o se sia soltanto un mio privilegio da turista arrivato con un buon budget.
Milano, tuttavia, continua a essere una città nella quale mi perdo. Non nel senso innocente di non riuscire a orientarmi. Peggio: non mi ci riconosco più.
È una città che cambia di giorno in giorno. Non necessariamente in meglio. Todo cambia, cantava Mercedes Sosa. Milano ha sempre avuto un lato glamour: la moda, il denaro, la possibilità di reinventarsi. Forse è uno dei pochi luoghi italiani, insieme a Roma, nel quale qualcuno può ancora arrivare pensando di poter diventare qualcos’altro.
Per molti ragazzi provenienti da una città più piccola o da un paese disperso in una provincia cupa, approdare a Milano deve ancora somigliare all’arrivo a New York.
Ricordo una volta, a Cagliari, mentre aspettavo l’autobus dopo essere stato al Poetto. Chiesi un’indicazione a una signora anziana accompagnata dalla nipote, che avrà avuto quattordici anni. La signora mi domandò da dove venissi. Risposi Milano.
La ragazzina disse con una certa aria:
«Un giorno anch’io andrò a Milano.»
In quella frase c’era tutto: il desiderio di partire, di riuscire, di vivere una vita più grande. Milano continua a vendere questa promessa.
Non so perché, ma ripensando a quella ragazzina la mia mente corre a Sara Tommasi: una giovane arrivata a Milano con molti sogni e un malato senso dell’arrivismo. Come tanti, del resto. Forse il vero lusso dei nuovi milanesi non è mai stato ciò che possedevano, ma ciò che Milano permetteva loro di immaginare.
Negli anni, però, io ho finito per cercare soprattutto la sua parte popolare. Andavo all’Albero Fiorito, forse una delle ultime vere bettole rimaste. Cercavo Milano nei racconti di mio padre e di mia nonna, nei locali senza un ufficio stampa, nelle botteghe in cui nessuno aveva ancora avuto l’idea di definire il proprio lavoro un concept.
Oggi la città assomiglia sempre di più a un centro commerciale all’aperto.
Ad Arona incontrai una signora americana che mi disse esattamente questo: le dispiaceva che a Milano fosse rimasta così poca autenticità. Era venuta dall’America per dirci che stavamo diventando sempre più simili agli americani. La globalizzazione possiede anche un certo senso dell’umorismo.
Molte botteghe hanno chiuso. Sono scomparsi tanti locali storici che facevano cucina milanese. Al loro posto ne aprono altri studiati per una clientela che va al ristorante soprattutto per dimostrare di esserci stata. Non si mangia più soltanto una cena: si produce la documentazione fotografica della cena.
Milano sembra essere diventata il rifugio di persone che hanno trasformato l’arrivismo in una filosofia esistenziale. Non basta vivere: bisogna inscenare la propria vita.
Eppure mi domando sempre che cosa stiamo fingendo esattamente.
Di avere denaro?
Di avere successo?
Di non aver fatto fatica per permetterci ciò che esibiamo?
Forse il vero fallimento contemporaneo consiste proprio nell’aver accettato l’idea che la vita debba essere una prestazione permanente. E, qualora la realtà non fosse abbastanza presentabile, ci è concesso barare.
In un ristorante di lusso milanese, un posto dotato anche di un bel giardino, notai che esistevano due ambienti: quello dei veri VIP e quello dei poveretti che ci andavano con la donna che stavano corteggiando, oppure in gruppi di ragazze, tutte con la borsetta presa all’outlet e portata fuori il sabato sera con il preciso intento di sfoggiarla.
Una delle immagini più semplici di questa condizione è l’applicazione di Klarna. Qualche volta un amico sblocca il telefono e io, da guardone involontario ma attentissimo, intravedo l’icona con la K. I nostri nonni mettevano da parte i soldi per comprare un’automobile; noi possiamo comprare delle Jimmy Choo a rate.
Non giudico il debito in sé. Giudico la malinconia di indebitarsi per sembrare più ricchi di quanto si sia. È un sacrificio fatto non per possedere qualcosa, ma per essere guardati mentre la si possiede.
Milano è anche la città in cui vai dal barbiere e vieni rimproverato perché sei entrato qualche minuto prima: dentro c’è ancora un cliente che sta raccontando fatti personali. Quando il barbiere ti spiega il funzionamento, però, non ti dice di aver semplicemente organizzato gli appuntamenti in un certo modo.
Ti dice:
«Io ho inventato questo format.»
Sì, mi è capitato davvero.
Tra le sue recensioni su Google ce n’era anche una scritta da un malcapitato al quale, prima di cominciare il taglio, avrebbe domandato:
«Siamo pronti per questa esperienza?»
Immaginate lo sgomento del signore, che nella recensione lo invitava a un po’ di umiltà.
Una stella. Nessuna replica.
Forse Milano è ormai tutta un format.
Anche quando finge spontaneità. Anche quando degli sconosciuti vengono fatti sedere a una tavola unica, sotto la direzione di un cuoco che racconta di non poter investire quattrocentomila euro in un ristorante tradizionale. Naturalmente anche quello diventa un format. Con tanto di momento collettivo, rituale, risata obbligatoria e immancabile lancio di coriandoli.
A una di queste cene mi sono ritrovato a ridere insieme agli altri davanti ai coriandoli. Non perché mi divertissi, ma perché tutti ridevano.
Mi sono sentito insulso.
E io posso perdonare quasi tutto. Potrei persino perdonare il mio assassino: mentre il mio spirito sale verso il cielo, potrei voltarmi e dirgli serenamente:
«Ti perdono. Hai sbagliato. Ora ravvediti.»
Ma chi mi fa sentire insulso no.
Quello rimane imperdonabile.
La concentrazione della ricchezza nelle grandi città è tipica anche dei Paesi che si stanno impoverendo. Io ne so qualcosa. Molte persone rimangono a Milano senza arrivare davvero alla fine del mese, ma con l’impressione di partecipare comunque a qualcosa di importante. Forse l’alternativa, tornare da dove sono venute, appare loro ancora peggiore.
Vivono nella capitale italiana dell’immagine e questo, in qualche modo, permette loro di sentirsi arrivate.
Mi è capitato di invitare a cena persone che, a un certo punto, confessavano di non potersi permettere il ristorante. Allora offrivo io. Conosco persone che lavorano in centro per millecinquecento euro al mese, altre che se la cavano bene e altre ancora che se la cavano magnificamente.
Ma Milano non è più democratica.
Forse l’unica cosa davvero democratica rimasta a Milano è lo smog. Quello entra nei polmoni di tutti, senza chiedere il reddito.
Milano è una di quelle città che, quando ci vivi, odi; quando la lasci, ti manca. I miei primi ricordi sono le passeggiate senza meta, lo shopping nei negozi che potevo permettermi da ragazzo, le corse sui tram presi quasi a caso. Era una città in cui potevo ancora avere la sensazione di scoprire qualcosa.
So che la globalizzazione è irreversibile. Amo il lato cosmopolita di Milano. So apprezzare un buon ristorante thailandese, uno zighinì, una ciotola di ramen. Non desidero una città chiusa, immobile e imbalsamata nella nostalgia.
Ho sempre desiderato, però, l’autenticità delle cose. Anche quando sono nuove. Anche quando vengono da lontano.
Per questo mi domando quanti degli attuali milanesi — nuovi, acquisiti, provvisori o autoproclamati — sappiano che cosa sia il riso al salto. Non perché conoscere una ricetta conferisca automaticamente una cittadinanza morale. Sarebbe una sciocchezza. Ma perché una città non è soltanto il luogo in cui si riesce ad arrivare: è anche ciò che si ha la curiosità di conoscere una volta arrivati.
Milano continua ad affascinare chi non possiede niente e spera di poter diventare qualcuno. A molti basta passare accanto alle transenne di una sfilata durante la Fashion Week per sentirsi, per un istante, sulla passerella. È forse questa la sua magia e insieme la sua malattia: far credere che essere vicini allo spettacolo significhi farne parte.
Eppure, sotto i format, le vetrine, le borse esibite e i tavoli riservati, rimane ancora una città che ho amato e odiato. Una città che non riesco più a riconoscere, ma che continuo a vivere.
Io, intanto, preparo il riso al salto.
Perché quando una città diventa irriconoscibile, qualche volta bisogna cercarla in ciò che è rimasto attaccato al fondo della pentola.
Riso al salto