Le lasagne, il coniglio e la rivincita
Non mi è facile parlare di queste cose, perché sono molto personali. Eppure penso che, in fondo, la mia sia una storia come tante altre: quella di un ragazzo straniero arrivato in Italia e costretto a capire molto presto che le differenze economiche, quando si è giovani, non rimangono mai soltanto economiche.
Diventano vestiti, merende, modi di parlare. Diventano il panino comprato ogni giorno al bar della scuola, mentre tu fai i conti anche con pochi euro. Diventano soprattutto sicurezza: quella di chi non ha mai guadagnato un centesimo, ma si comporta già come se il mondo gli appartenesse.
Mia madre si arrabattava con il lavoro come poteva e noi non ce la cavavamo particolarmente bene. All’alberghiero molti miei compagni non studiavano, rispondevano male ai professori, li prendevano in giro. Erano viziati, arroganti e perfettamente inconsapevoli del privilegio che abitavano.
Io ero più parco. Non per una particolare virtù spirituale: semplicemente perché dovevo esserlo. A volte la parsimonia è soltanto la povertà che ha imparato a stare composta.
La cosa che mi colpì di più fu l’assenza di pudore. In Bulgaria le differenze esistevano, naturalmente, ma mi sembravano meno esibite. Forse rimanevano più implicite. Qui, invece, la condizione economica di una persona poteva diventare subito una colpa, una debolezza da individuare e utilizzare.
La gioventù, in questo senso, è lo specchio più sincero di una società. I ragazzi non hanno ancora imparato a mascherare bene ciò che hanno assorbito dagli adulti. Ripetono il culto del denaro, la sicurezza del branco, il disprezzo per chi appare più fragile. Sono spietati perché il mondo che li ha cresciuti lo è già, soltanto con parole più educate.
Oggi vedo persone che non hanno cinque euro in tasca condividere contenuti razzisti contro i migranti. Persone schiacciate dal lavoro, dal mutuo, dalle bollette e dall’ansia per il prezzo di qualsiasi cosa, che invece di guardare verso l’alto cercano qualcuno ancora più in basso da disprezzare.
Ed è forse questo che trovo più intollerabile: non soltanto i potenti che schiacciano i deboli, ma i deboli che, pur di non riconoscersi come tali, partecipano allo schiacciamento di altri deboli.
Non sempre serve la violenza. A volte basta l’indifferenza.
Io la povertà l’ho conosciuta. Per questo, anche quando ho frequentato persone molto ricche, non sono mai riuscito a considerarla un dettaglio del paesaggio. Mi sentivo persino in colpa. Entravo in certe case, mi sedevo a certe tavole, osservavo la facilità con cui veniva speso il denaro e pensavo a ciò che quella stessa cifra avrebbe significato per mia madre.
Essere stati poveri, però, non rende necessariamente migliori. Può rendere più sensibili, ma può anche rendere rancorosi. Può insegnare la solidarietà oppure il terrore di ricadere in basso. Io stesso non sono immune dalla durezza. A volte guardo molte persone intorno a me e mi sento superiore.
Non superiore perché abbiano meno denaro. Sarebbe troppo facile, oltre che miserabile.
Mi sento superiore quando vedo persone che hanno accettato interamente la vita che è stata preparata per loro: lavorare come bestie da soma, indebitarsi per trent’anni, sorvegliare il prezzo di ogni cosa e difendere con aggressività lo stesso sistema che le tiene in ginocchio. Mi sento superiore quando vedo l’assenza di curiosità diventare orgoglio, la rassegnazione trasformarsi in moralismo e la paura cercare sfogo contro chi è ancora più vulnerabile.
È un sentimento scomodo, forse anche presuntuoso. Ma fingere di non provarlo sarebbe soltanto una forma più elegante di ipocrisia.
Non idealizzo la delinquenza e non credo che ogni gesto criminale contenga automaticamente una verità politica. Ma capisco la rabbia di chi non riconosce più alcun patto con una società che non gli ha offerto niente. Capisco che ciò che chiamiamo ordine, visto dal basso, possa sembrare soltanto l’ordine con cui alcuni continuano a possedere e altri continuano a obbedire.
Forse certe persone esprimono in modo distruttivo una rivolta che molti cittadini rispettabili desiderano segretamente, ma non hanno il coraggio né di compiere né di ammettere. Le condannano perché ne temono la violenza, certo, ma forse anche perché rendono visibile un’insoddisfazione che loro hanno imparato a chiamare normalità.
E poi ci sono queste lasagne.
Oggi posso spendere quaranta euro per acquistare un coniglio disossato e macinato. Potrebbe sembrare ostentazione. Per me, invece, è la conclusione provvisoria di una storia molto più lunga.
Dietro quel coniglio non c’è soltanto il denaro necessario per comprarlo. C’è la mia intransigenza. C’è il fatto che ho voluto un ragù bianco e non il solito ragù rosso. C’è la delicatezza con cui immagino un piatto prima ancora di cucinarlo. C’è il desiderio di prendere una preparazione domestica, quasi ovvia, e costringerla a raccontare qualcosa di diverso.
C’è anche la conoscenza della cucina regionale italiana, che spesso possiedo più profondamente di molti italiani. Questo non mi rende più italiano di loro. Al contrario, dimostra la mia capacità di adattamento.
Ho studiato questo Paese perché avevo bisogno di comprenderlo. Ne ho imparato i sapori, i gesti, le differenze regionali, le fissazioni, le contraddizioni. Ho imparato a riconoscere un luogo anche da ciò che mette in tavola. L’appartenenza, quando non ti viene concessa automaticamente, diventa un lavoro di osservazione.
Io ho dovuto imparare l’Italia. Molti italiani hanno soltanto dovuto nascerci.
Eppure oggi, guardando questo Paese, qualche volta mi domando se ne sia valsa la pena. Mi domando se siano valsi i sacrifici, la fatica di integrarmi, il bisogno continuo di dimostrare di essere preparato, educato, capace, perfino più competente degli altri.
Vedo un Paese economicamente immobile, culturalmente impaurito, spesso aggrappato a una mentalità punitiva e moralistica. Una mentalità cattolica anche quando si dichiara laica, progressista o di sinistra.
Pasolini ne è forse l’esempio più lucido e contraddittorio: marxista, eretico, duramente critico verso le istituzioni, eppure attraversato da una religiosità profonda e da un immaginario cristiano che non riusciva — e forse non voleva — espellere da sé. In lui questa contraddizione diventava pensiero, poesia, conflitto. Nel resto del Paese, molto più spesso, è rimasta soltanto mentalità: il culto del sacrificio, il sospetto verso il piacere, il bisogno di espiare, la glorificazione degli ultimi purché rimangano ultimi, dignitosi e possibilmente silenziosi.
A volte penso di essermi adattato a qualcosa che, nel frattempo, ha smesso di sapere dove stava andando.
E allora provo una forma di pentimento. Non tanto per essere venuto qui, quanto per aver investito così tanto nel desiderio di essere riconosciuto da una società che spesso non riconosce nemmeno se stessa.
Poi, però, guardo queste lasagne.
E capisco che forse ne è valsa la pena non per ciò che l’Italia mi ha restituito, ma per ciò che io sono riuscito a diventare attraversandola. Ho imparato a trasformare la privazione in selettività, la vergogna in gusto, l’estraneità in capacità di osservazione.
Non ho dimostrato di essere migliore degli italiani. Ho dimostrato a me stesso di non essere rimasto la persona che gli altri avevano deciso che fossi.
La vera rivincita, dunque, non sono i quaranta euro spesi per il coniglio. È sapere perché li ho spesi. È poter scegliere senza dimenticare quando non potevo farlo. È concedermi il lusso senza diventare indifferente a chi quel lusso non può nemmeno immaginarlo.
Queste lasagne non dicono che sono diventato ricco. Dicono qualcosa di più importante: che non sono stato addomesticato.
Ho imparato le regole, ho conosciuto la tradizione, mi sono adattato. Ma alla fine ho preparato il ragù bianco.
Perché adattarsi non significa necessariamente arrendersi. A volte significa conoscere una cultura abbastanza bene da potersi finalmente permettere di contraddirla.
Lasagne al ragù di coniglio
Lasagne al ragù di coniglio