Gli spaghetti pomodoro e fragola e l’unicità come unica ricchezza personale
Sembravano spaghetti al pomodoro. Ed erano anche spaghetti al pomodoro, perché una cosa può essere esattamente ciò che sembra e, nello stesso momento, qualcosa di completamente diverso.
Nel sugo c’era la fragola.
Era una ricetta di Antonia Klugmann, servita in un grande piatto nero che sembrava già contenere un piccolo abisso. La fragola non si mostrava come una decorazione leziosa, non era appoggiata sopra per annunciare con le trombe che ci trovavamo davanti all’alta cucina. Rimaneva dentro lo stesso rosso del pomodoro, modificandone il profumo, l’acidità e il carattere.
Da lontano si sarebbe potuto dire semplicemente: spaghetti al sugo.
Forse anche le persone sono così. Osservate dalla distanza di una biografia, siamo tutti piuttosto banali. Nasciamo, cresciamo, desideriamo qualcuno, perdiamo qualcosa, ci innamoriamo, ci offendiamo, ci ammaliamo e moriamo. Le nostre vite presentano coincidenze, ripetizioni, amori finiti e dolori che sembrano assomigliarsi.
Chiunque può pronunciare parole come amore, paura, vergogna, felicità, rimorso. Ma nessuno le vive nello stesso modo.
Due persone possono dire di avere amato. Una, però, avrà amato come un pomodoro e l’altra come una fragola. Entrambi rossi, entrambi maturi, entrambi attraversati da una certa acidità, ma incapaci di avere lo stesso sapore.
Altrimenti non ci sarebbero stati Dostoevskij e tutti quei russi che hanno trascorso centinaia di pagine a guardarci precipitare dentro una parola sola. Sarebbe bastato un vocabolario: umiliazione, sentimento spiacevole. Fine. Tutti a casa, finalmente rassicurati.
L’abisso comincia proprio quando scopriamo che una parola condivisa non contiene necessariamente un’esperienza condivisa.
Ma dell’abisso degli altri, in fondo, non vogliamo sapere troppo. Ci fa paura. Preferiamo riconoscere rapidamente: spaghetti, pomodoro, persona allegra, persona triste, persona affidabile, persona complicata.
Dare un nome alle cose ci illude di averle comprese, mentre spesso ne abbiamo riconosciuto soltanto il colore.
Ormai anche conoscere qualcuno sembra essere diventato un esercizio di classificazione. Si esce per un primo appuntamento e le domande sono quasi sempre le stesse: che lavoro fai, dove vivi, che cosa hai studiato. Quanto guadagni magari non viene domandato apertamente, ma rimane seduto al tavolo con noi, con la discrezione di un elefante.
Più che un incontro, sembra un colloquio di lavoro nel quale nessuno ha ancora capito quale sia la posizione aperta.
Ci si guarda sempre meno negli occhi. Si tenta piuttosto di attribuire all’altro una professione, uno status, un reddito, una categoria sociale. Inquadrarlo alla meglio, come una fotografia venuta male: non importa che sia nitida, purché entri dentro una cornice già pronta.
Lo trovo di una piccolezza disarmante.
Non perché il lavoro e il denaro non raccontino nulla di noi, ma perché raccontano soprattutto ciò che è più facile chiedere senza rischiare di ricevere una risposta vera.
Nessuno domanda quale ricordo di felicità continuiamo a custodire. Nessuno vuole sapere quale dolore abbia lasciato una cicatrice, che cosa ci stia divorando ancora oggi, quale senso di colpa non riusciamo a confessare o quale rimorso abbiamo imparato a chiamare con un altro nome.
Forse tutti conviviamo con il ricordo di un momento in cui siamo stati felici senza sapere che lo eravamo. Forse tutti portiamo qualcosa che continua a farci male, anche quando abbiamo imparato a vestirci bene sopra.
Nessuno è davvero impermeabile. Alcuni hanno semplicemente comprato un impermeabile molto costoso e fingono che non stia piovendo.
Eppure noi vogliamo sapere che lavoro fanno.
Forse la banalità non consiste nell’avere una vita simile a quella degli altri. Consiste nel pensare che una persona possa essere riassunta attraverso le informazioni più facili da raccogliere.
Forse è anche per questo che, nelle relazioni, non vorrei mai essere ridotto a una scelta.
Una scelta nasce quasi sempre da un confronto. Si osservano le possibilità, si valutano i vantaggi, si controlla se l’altro corrisponda abbastanza bene alla vita che abbiamo già deciso di condurre. È ancora una volta una graduatoria, soltanto apparecchiata con due bicchieri di vino.
Io non vorrei essere scelto perché risulto il candidato più adatto.
Vorrei essere l’oggetto di un desiderio.
Non nel senso di essere posseduto o ridotto a una fantasia, ma di suscitare nell’altro qualcosa di autentico, qualcosa che non provenga da un calcolo. Non vorrei che qualcuno pensasse: quest’uomo ha l’aspetto giusto, il lavoro giusto, lo status giusto; potrei costruirci qualcosa.
Vorrei che sentisse, più semplicemente e più pericolosamente: è lui.
La scelta confronta. Il desiderio riconosce.
La scelta domanda che cosa possiamo offrire. Il desiderio nasce prima ancora che sia chiaro a che cosa potremmo servire.
Non vorrei essere amato perché assolvo bene una funzione, perché so ascoltare, cucinare, intrattenere, rassicurare o presentarmi nel modo corretto. Vorrei essere desiderato anche nella parte di me che non è immediatamente utile, comprensibile o conveniente.
Non desidero essere la soluzione migliore tra quelle disponibili. Desidero essere quella presenza che altera il paesaggio interiore dell’altro e che, proprio per questo, non può essere sostituita con un’opzione equivalente.
Forse è una pretesa enorme. Ma l’amore autentico, quando viene ridotto a una scelta ragionevole, finisce per assomigliare troppo a un acquisto ben ponderato.
E io non voglio essere scelto come una giacca che cade bene sulle spalle. Voglio essere desiderato come qualcosa di cui non si conosce ancora la ragione, ma di cui si riconosce immediatamente la necessità.
Mi torna in mente Sandro Penna:
«Tu mi lasci. Tu dici: “La natura…”.
Cosa sanno le donne della tua bellezza.»
Sono pochi versi, ma contengono un’intera separazione. Non soltanto l’abbandono di una persona, bensì l’impossibilità di essere visti da chi dovrebbe amarci.
Forse è proprio questa impossibilità di vedere davvero l’altro ad avermi sempre bloccato nell’idea di un rapporto tra uomo e donna. Non perché una donna non possa comprendere un uomo, naturalmente, ma perché talvolta ho avvertito tra me e quello sguardo una distanza che non dipendeva dalla simpatia, dall’affetto o perfino dal desiderio.
Era come se potesse riconoscere la mia immagine senza raggiungere la mia bellezza.
Una donna che mi sorride può notare che indosso una giacca Boglioli. Può apprezzarne il taglio, il tessuto, il modo in cui cade sulle spalle.
Ma io sono molto di più.
Anzi, a volte temo di essermi vestito così bene proprio nella speranza che qualcuno, attirato dalla superficie, decidesse finalmente di guardare ciò che c’era sotto.
Forse per molto tempo ho desiderato soprattutto essere visto. Essere apprezzato. Sentire qualcuno dire al bambino rimasto dentro di me: tu vali.
Non vali perché sei elegante, perché sei intelligente, perché fai ridere, perché cucini bene o perché riesci a renderti utile.
Vali anche quando non stai offrendo niente. Vali perfino quando non riesci a dimostrarlo.
È una cosa che raramente ci viene concessa.
Anche nelle amicizie e nell’amore si insinua spesso una forma di utilitarismo. Non necessariamente cattiva o calcolata: può essere un’abitudine quasi inconsapevole.
Finiamo per assegnare a ciascuno una funzione. C’è l’amico al quale confidare le proprie angosce, quello con cui partire per un viaggio, quello che ci fa ridere, quello che conosce i ristoranti giusti. C’è il coniuge con cui dividere il letto, le spese e il silenzio della sera, senza domandargli più da anni come stia veramente.
Una persona diventa il servizio che ci rende.
Continuiamo magari a dire di amarla, ma non la osserviamo più nella sua complessità. Ci interessa che rimanga disponibile, riconoscibile, fedele alla parte che le abbiamo assegnato.
Quando cambia, soffre in un modo nuovo o smette di esserci utile, ci sembra quasi che abbia violato un contratto del quale non le avevamo mai parlato.
È un’altra forma di banalità: non ridurre qualcuno al suo lavoro o al suo reddito, ma ridurlo alla funzione che assolve nella nostra vita.
Il problema non è avere bisogno degli altri. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno con cui parlare, partire, mangiare, dormire. Il problema comincia quando la funzione diventa più importante della persona che la svolge.
Quando non ci interessa più sapere come stia il coniuge, purché continui a dormire accanto a noi. Quando non ci interessa più che cosa stia attraversando un amico, purché continui ad ascoltare ciò che attraversiamo noi.
Diciamo di amare una persona, ma a volte amiamo soprattutto la stabilità della funzione che ricopre.
Forse nessuno di noi può essere visto completamente. Ognuno porta dentro di sé un abisso in parte impenetrabile, anche alle persone che lo amano meglio.
Può far male, naturalmente.
Fa male scoprire che qualcuno conosce la marca della nostra giacca, il nostro profumo, il modo in cui prendiamo il caffè, ma non ha mai intuito che cosa ci tenga svegli la notte.
Eppure forse non ha più senso vivere nell’attesa di essere finalmente decifrati.
A un certo punto bisogna anche domandarsi: e chi se ne frega?
Non come gesto di cinismo, né come dichiarazione di autosufficienza. Abbiamo tutti bisogno di essere riconosciuti, accarezzati dallo sguardo di qualcuno. Ma non possiamo affidare agli altri il monopolio del nostro valore.
Non possiamo trascorrere la vita davanti a una giuria distratta, presentando continuamente nuove prove a nostra discolpa.
Forse la vera ricchezza consiste nel riuscire ad ammettere davanti a se stessi il proprio valore senza aspettare che venga confermato.
Guardarsi senza pubblico.
Sapere di esistere anche quando nessuno applaude, nessuno desidera, nessuno comprende.
Non significa smettere di desiderare l’amore. Significa non chiedere più all’amore il permesso di considerarci degni.
Per molto tempo ho voluto essere visto. Oggi forse desidero qualcosa di più difficile: non scomparire ai miei stessi occhi quando gli altri non riescono a vedermi.
Ho sempre avuto una certa insofferenza per le semplificazioni. Forse è qui che nasce il mio essere un perfetto bastian contrario.
Non sono contrario perché desideri automaticamente l’opposto di ciò che vogliono gli altri. Quello sarebbe soltanto conformismo rovesciato: sempre conformismo, ma con il cappotto indossato al contrario.
È che, quando tutti riconoscono immediatamente qualcosa, io comincio a sospettare che abbiano osservato soltanto la superficie.
Mi torna in mente quella battuta di Oscar Wilde: quando tutti sono d’accordo con me, comincio a temere di avere torto.
Non ho mai desiderato essere diverso per principio. Ho soltanto avuto spesso l’impressione che il principio fosse sbagliato.
Le persone sanno essere banali nei loro automatismi, nelle reazioni che ripetono, nell’impulso di classificare ciò che non riescono a comprendere. Eppure rimangono irripetibili nel modo in cui ricordano, soffrono, desiderano e attribuiscono un significato alle cose.
È una contraddizione che mi affascina: siamo spesso prevedibili in superficie e insondabili appena si scende di qualche centimetro.
Dentro portiamo Dostoevskij; fuori rispondiamo tutti allo stesso messaggio con tre ore di ritardo per sembrare meno interessati.
Io stesso non so più con precisione che cosa sia diventato. A volte mi sembra di essere tutto, altre volte assolutamente niente. Forse rimarrò sempre il tutto e il niente insieme.
Ma so che continuerò a esistere per antagonismo alla banalità.
Se tutti indossano lo stesso paio di scarpe, io ne cercherò uno che non porti nessuno.
Non perché possedere un oggetto raro renda automaticamente speciale chi lo possiede. Sarebbe una forma piuttosto misera di aristocrazia, una specie di nobiltà con lo scontrino.
Ma vedere una moltitudine desiderare contemporaneamente la stessa cosa provoca in me l’istinto immediato di voltarmi nella direzione opposta.
Una volta una commessa americana di Mazzolari mi disse: «Qui vengono persone che cercano il profumo sentito addosso a un loro amico. Da noi, negli Stati Uniti, tutti vogliono qualcosa che non abbia nessun altro».
Aveva ragione.
Io non vorrei mai profumare come un amico, un collega o, peggio ancora, come un intero vagone della metropolitana. Non metterò mai le Air Max soltanto perché le indossano tutti, non portavo Carhartt da ragazzo e non mi farei un tatuaggio tribale sul petto nemmeno se il tribale rappresentasse l’unica tribù disposta ad accogliermi.
Non è detto che essere l’opposto significhi avere ragione. A volte significa soltanto essere soli dall’altra parte.
E non basta scegliere qualcosa di diverso per diventare davvero unici.
L’unicità non è un paio di scarpe raro, una giacca costosa o un profumo che non conosce nessuno. Quelli sono soltanto segni, piccoli tentativi di rendere visibile all’esterno una differenza che deve esistere prima dentro.
L’unicità non si compra. Al massimo si veste bene.
Forse la vera ricchezza personale è proprio questa: non ciò che possediamo, non il reddito che qualcuno cerca discretamente di calcolare durante un primo appuntamento, non la funzione che assolviamo nella vita degli altri, ma quella combinazione irripetibile di ricordi, ferite, desideri, contraddizioni e modi di guardare il mondo che non può essere riprodotta in nessun’altra persona.
Una ricchezza che non sempre viene riconosciuta. Che non sempre viene desiderata. Che qualche volta non serve assolutamente a niente.
Ma rimane nostra.
Nella confusione di ciò che sono diventato veramente, almeno questo desiderio mi è rimasto chiarissimo: voglio continuare a essere l’opposto.
Non necessariamente l’opposto di tutti, non per principio e nemmeno per vanità. Voglio essere l’opposto di qualsiasi cosa tenti di ridurmi a una categoria, a una funzione, a un candidato conveniente, a una scelta tra le altre.
Non voglio essere una scelta.
Voglio essere un desiderio.
Forse è per questo che ricordo quegli spaghetti.
Sembravano pasta al pomodoro, ma nel sugo c’era la fragola. Non aveva bisogno di mettersi in mostra, di dichiararsi diversa o di implorare di essere compresa. Era nascosta dentro lo stesso rosso e lo modificava completamente.
La fragola non aveva bisogno di uscire dal sugo agitando le braccia e gridando: sono una fragola, validatemi.
Era lì.
Chi possedeva un palato capace se ne sarebbe accorto.
Forse vorrei essere proprio così: riconoscibile e incomprensibile, familiare e contrario. Una cosa apparentemente semplice che, appena viene assaggiata davvero, costringe a ricominciare il giudizio da capo.
La vera ricchezza, allora, non è essere finalmente compresi da tutti. È riconoscere il proprio valore anche quando nessuno riesce a dargli un nome. È sapere che la nostra unicità continua a esistere anche quando non viene vista, scelta o approvata.
Il pomodoro e la fragola sono entrambi frutti, entrambi rossi, entrambi raccolti nello stesso piatto.
Ma provate ad assaggiarli e ditemi ancora che sono la stessa cosa.
Spaghetti al sugo di pomodoro e fragola