La psicologia di chi non si accontenta di un filo d’olio

Perché amare la béarnaise non significa desiderare più grasso, ma pretendere più relazione

Esiste una precisa retorica gastronomica italiana secondo cui il cibo migliore sarebbe quello meno toccato possibile. Una materia prima eccellente, una cottura breve, un pizzico di sale e, naturalmente, il famoso filo d’olio. Il filo d’olio è diventato quasi un principio morale: discreto, trasparente, rassicurante. Non trasforma nulla, non compromette nulla e soprattutto non può essere accusato di nascondere qualcosa.

Di fronte a una salsa francese, invece, molti italiani reagiscono come se qualcuno avesse messo una tenda di velluto davanti alla Gioconda. La béarnaise copre. L’olandese appesantisce. Il beurre blanc altera. La tartara complica. La maionese è concessa soltanto finché rimane una presenza domestica e possibilmente un po’ vergognosa. L’olio, al contrario, sarebbe naturale, sincero, mediterraneo. Come se spremere un’oliva fosse natura e montare un tuorlo con il burro fosse già psicoanalisi.

Io appartengo evidentemente all’altra scuola.

Amo la béarnaise, l’olandese, il beurre blanc, la tartara, la rémoulade, la gribiche, la choron, le salse al vino, i fondi montati al burro, le riduzioni e tutte quelle preparazioni in cui gli ingredienti smettono di limitarsi a stare nello stesso piatto e cominciano finalmente ad avere una relazione.

Perché questo è il punto: una salsa non è semplicemente qualcosa che si aggiunge al cibo. È un sistema di relazioni.

La salsa come esperienza multisensoriale

Dal punto di vista scientifico, ciò che chiamiamo sapore non coincide con il solo gusto. È una costruzione multisensoriale nella quale il cervello integra gusto, olfatto retronasale, temperatura, consistenza, viscosità e sensazioni tattili prodotte dal movimento del cibo nella bocca. La corteccia gustativa primaria, situata soprattutto nell’insula anteriore, rappresenta separatamente e congiuntamente il gusto, la temperatura e la consistenza degli alimenti; aree come la corteccia orbitofrontale contribuiscono poi a integrare queste informazioni attribuendo loro un valore edonico, cioè stabilendo quanto quell’esperienza sia piacevole e desiderabile.

Una salsa emulsionata interviene contemporaneamente su quasi tutte queste dimensioni. Non cambia soltanto il “sapore” di una carne, di un pesce o di un vegetale: ne modifica la viscosità percepita, la lubrificazione, la temperatura, la persistenza aromatica, la velocità con cui il boccone si disgrega e perfino la successione temporale delle sensazioni.

La cremosità, infatti, non viene percepita semplicemente come presenza di grasso. Dipende da un insieme di proprietà fisiche: viscosità, scorrevolezza, omogeneità, spessore, dimensione delle particelle e attrito tra alimento, lingua e palato. Gli studi sulla percezione del grasso mostrano che la sensazione di “ricchezza” può essere fortemente modificata intervenendo sulla consistenza, anche senza aumentare proporzionalmente la quantità di lipidi.

Ecco perché un’olandese ben riuscita è psicologicamente diversa da una cucchiaiata di burro fuso. Contiene grasso, certamente, ma il piacere non deriva solo dal grasso: deriva dalla sua organizzazione. L’emulsione trasforma due fasi che normalmente si separerebbero in una consistenza uniforme, lucida e stabile. È materia resa coerente mediante tecnica.

A pensarci bene, è una forma commestibile di civiltà.

Non voglio più ingredienti: voglio più struttura

Amare le salse potrebbe essere interpretato superficialmente come desiderio di abbondanza, opulenza o eccesso. Nel mio caso sarebbe una lettura sbagliata.

Io non amo necessariamente i piatti con quindici elementi, tre polveri, quattro gel, un’aria aromatica e qualcosa che il cameriere deve indicare con il dito perché altrimenti nessuno capirebbe che cosa sia. Anzi, l’accumulazione gratuita mi infastidisce. Un piatto non diventa complesso perché contiene molte cose, così come una persona non diventa interessante perché parla senza mai fermarsi.

La complessità sensoriale non coincide con il numero degli ingredienti. Può derivare da un’esperienza apparentemente unitaria nella quale emergono, in successione, più livelli aromatici e tattili. Nelle scienze sensoriali si distingue infatti tra complessità materiale, complessità chimica e complessità percepita: un alimento composto da pochi elementi può essere avvertito come molto complesso se produce un’esperienza dinamica, stratificata e non immediatamente esauribile.

Questo mi descrive molto meglio.

Non desidero obbligatoriamente più cose. Desidero che le poche cose presenti siano state pensate fino in fondo. Possono esserci una carne, una salsa e un contorno. Tre elementi sono sufficienti, purché nessuno dei tre sembri capitato lì per errore.

La mia idea di raffinatezza non è l’accumulo, ma la densità di significato. Una béarnaise contiene burro, tuorlo, aceto, scalogno e dragoncello, ma ciò che conta non è l’elenco. Conta il modo in cui acidità, grasso, calore, aroma erbaceo e consistenza vengono costretti a convivere senza annullarsi.

Io non amo il caos. Amo la complessità governata.

Anche negli studi sull’estetica, la preferenza tende spesso a concentrarsi non sull’estrema semplicità né sulla totale imprevedibilità, ma su una complessità intermedia: abbastanza articolata da mantenere l’interesse, abbastanza coerente da poter essere compresa.

È esattamente ciò che pretendo da una salsa. Deve introdurre un margine di mistero, non una pratica amministrativa.

La salsa prolunga il tempo del piacere

Una delle funzioni psicologicamente più interessanti delle emulsioni riguarda il tempo.

I composti aromatici non vengono liberati tutti nello stesso momento. La presenza di grasso, la polarità delle molecole aromatiche, la viscosità dell’emulsione e la dimensione delle goccioline lipidiche influenzano il modo in cui gli aromi vengono rilasciati prima e dopo la deglutizione. Aumentando la componente grassa di un’emulsione, alcuni composti possono essere trattenuti più a lungo e liberati maggiormente nella fase successiva alla deglutizione, modificando la persistenza retronasale dell’esperienza.

Una salsa, quindi, non rende soltanto il cibo più intenso: può renderlo più temporale.

Il filo d’olio tende a dichiararsi immediatamente. La salsa ben costruita si sviluppa. Prima si percepisce la temperatura, poi la rotondità, quindi l’acidità, gli aromi erbacei, il fondo del vino, il dragoncello, lo scalogno, il pepe, il sapore dell’ingrediente principale e infine ciò che rimane dopo aver deglutito.

Per una persona come me, che raramente si accontenta della prima impressione, questa progressione è fondamentale. Amo le persone che non capisco subito, i film dal finale aperto e i sapori che non finiscono nel momento preciso in cui entrano in bocca.

Non perché io abbia bisogno di complicare qualunque cosa, ma perché ciò che si esaurisce immediatamente mi lascia spesso la sensazione di non aver incontrato nulla.

La preferenza per la trasformazione

L’ideale italiano della materia prima “lasciata parlare” attribuisce alla trasformazione una sfumatura sospetta. La tecnica deve esserci, ma possibilmente non deve farsi notare. Il cuoco ideale si ritira davanti al pomodoro, al pesce, all’olio, alla carne. Interviene il minimo necessario e poi lascia che il prodotto racconti se stesso.

La salsa francese parte da una concezione quasi opposta: il prodotto non è necessariamente tradito dalla trasformazione. Può essere interpretato.

Un beurre blanc non cancella il pesce. Costruisce attorno al pesce un ambiente fatto di acidità, grasso, temperatura e profumo. Una béarnaise non sostituisce la carne. Ne modifica la percezione, compensando l’intensità ferrosa con l’acidità e introducendo il carattere anisato del dragoncello. Una tartara non serve soltanto a rendere più gradevole qualcosa di fritto: oppone alla crosta calda e asciutta una componente fresca, umida, acida e discontinua, grazie alla presenza di cetriolini, capperi ed erbe.

La salsa pensa per contrasti.

Ed è forse questo che mi appartiene maggiormente. Non cerco una coerenza ottenuta eliminando le contraddizioni. Preferisco una coerenza capace di contenerle. Grasso e acido. Caldo e fresco. Morbido e croccante. Eleganza e appetito. Controllo e piacere.

Una salsa ben fatta non risolve necessariamente il contrasto: lo rende abitabile.

Apertura mentale, sensibilità estetica e ricerca di varietà

Non esiste un test scientifico secondo cui chi ama l’olandese possieda automaticamente una personalità più complessa di chi preferisce l’olio. Sarebbe comodo, soprattutto per me, ma non sarebbe serio.

La ricerca mostra però che alcuni tratti della personalità, in particolare l’apertura all’esperienza, la ricerca di novità e la disponibilità all’esplorazione, possono essere associati a una maggiore varietà nelle preferenze alimentari. L’apertura comprende diverse componenti: curiosità intellettuale, immaginazione, apprezzamento estetico, ricerca di varietà, disponibilità emotiva e non conformismo.

Il rapporto non è deterministico. Non basta ordinare una sauce choron per diventare improvvisamente profondi. Tuttavia, nel mio caso, l’amore per le salse si inserisce coerentemente in una disposizione più generale: sono attratto dalle interpretazioni, dalle variazioni, dagli oggetti che manifestano un’intenzione e dalle esperienze che richiedono attenzione.

La sensibilità estetica non riguarda soltanto la bellezza visiva. È anche la capacità di percepire differenze sottili nell’organizzazione degli stimoli e di attribuire loro importanza. Le ricerche sull’apertura all’esperienza mostrano una relazione stabile tra questo tratto e il coinvolgimento estetico, l’interesse per la novità e la sensibilità verso esperienze artistiche articolate.

Per me una salsa ben montata possiede precisamente questo valore. Non è decorazione, perché modifica concretamente il piatto. Ma non è neppure soltanto nutrimento, perché esprime uno stile di pensiero.

È tecnica che diventa carattere.

Il rifiuto del purismo gastronomico

Dietro il famoso filo d’olio si nasconde talvolta una concezione purista del gusto: il buono sarebbe puro, immediato, riconoscibile. Ogni mediazione diventerebbe sospetta. Se l’ingrediente è eccellente, perché modificarlo?

Ma questa domanda presuppone che trasformare significhi necessariamente deteriorare.

Io non condivido tale presupposto. Un buon tessuto può diventare un abito magnifico senza che il taglio costituisca un’offesa alla fibra. Allo stesso modo, una carne eccellente può incontrare una salsa complessa senza smettere di essere carne.

Anzi, è proprio perché rispetto l’ingrediente che desidero un intervento all’altezza. Coprirlo con una salsa casuale sarebbe una mancanza di sensibilità. Ma lasciarlo sistematicamente nudo per paura di intervenire può essere soltanto un’altra forma di pigrizia, resa rispettabile dalla parola “semplicità”.

La semplicità autentica è il risultato di una selezione. La semplificazione è ciò che rimane quando non si è voluto scegliere.

Io amo le salse perché rifiuto l’idea che la purezza sia sempre superiore alla relazione. La purezza può essere splendida, ma è anche sola. Una salsa mette un ingrediente in rapporto con qualcos’altro e lo costringe a rivelare qualità che isolatamente sarebbero rimaste meno evidenti.

La salsa come gesto di cura

Preparare una vera salsa richiede attenzione continua. Un’olandese non può essere abbandonata sul fuoco mentre si risponde al telefono. Una béarnaise ha bisogno di una riduzione calibrata. Il beurre blanc domanda equilibrio tra temperatura, acidità e incorporazione del burro. Una maionese artigianale dipende dalla gradualità del gesto e dalla stabilità dell’emulsione.

Sono preparazioni sensibili al contesto. Possono separarsi, impazzire, diventare oleose, granire, perdere brillantezza. Non tollerano del tutto l’indifferenza.

Per questa ragione, la salsa porta con sé una dimensione di cura più evidente rispetto a un condimento versato rapidamente. Non perché il gesto semplice sia privo di valore, ma perché l’emulsione conserva le tracce dell’attenzione ricevuta.

Anche la presentazione modifica la percezione sensoriale: un piatto disposto con ordine viene spesso giudicato più piacevole perfino quando il cibo è materialmente identico, anche perché l’ordine suggerisce intenzione e cura da parte di chi lo ha preparato.

La salsa intensifica questa impressione. Dice che qualcuno non si è limitato a cuocere un alimento. Ha osservato ciò che gli mancava, ha costruito un equilibrio e ha deciso come accompagnarlo.

Io vivo il cibo precisamente in questo modo. Non come un insieme di calorie e neppure come una dimostrazione di virtuosismo, ma come una forma concreta di attenzione. Per me cucinare significa interpretare chi mangerà, il momento, il piatto e perfino l’atmosfera in cui verrà servito.

Una salsa riuscita è una cura che non ha bisogno di dichiararsi virtuosa. Si sente.

Il gusto come identità

Le preferenze alimentari non sono puramente biologiche. Sono influenzate dall’apprendimento, dalla familiarità, dalla cultura, dalle norme sociali, dalle esperienze precedenti e dall’immagine che costruiamo di noi stessi. Il cibo può diventare un modo per esprimere appartenenza, valori, stile di vita e identità personale.

Dire “preferisco un filo d’olio” non descrive quindi soltanto una sensazione gustativa. Può comunicare naturalità, italianità, moderazione, autenticità, salute, semplicità o rispetto della materia prima. Allo stesso modo, scegliere una béarnaise può esprimere attrazione per la tecnica, per la tradizione francese, per la ricchezza sensoriale e per una concezione meno moralistica del piacere.

Naturalmente, non tutti gli italiani disprezzano le salse e non tutti i francesi trascorrono la giornata montando burro e tuorli. Il contrasto è soprattutto simbolico. Ma i simboli gastronomici contano, perché il gusto non nasce nel vuoto: impariamo anche socialmente che cosa dovrebbe apparirci raffinato, pesante, autentico, volgare o superfluo.

Io, semplicemente, non desidero che la mia idea di eleganza venga decisa da un filo d’olio.

Un edonismo controllato

Il mio amore per le salse non corrisponde a un abbandono indiscriminato al piacere. È, al contrario, una forma di edonismo controllato.

Il piacere del grasso ha basi fisiologiche: la sua percezione coinvolge segnali gustativi, tattili e olfattivi, insieme agli effetti gratificanti che il cervello ha imparato ad associare agli alimenti energeticamente densi.

Ma tra una sostanza semplicemente grassa e una salsa riuscita esiste la stessa differenza che passa tra il rumore e la musica. La materia prima del piacere può essere simile; ciò che cambia è la composizione.

Una buona salsa deve avere un limite. Troppo burro la rende piatta. Troppa acidità la irrigidisce. Troppo calore la rompe. Troppa quantità cancella il piatto. L’edonismo francese, quando è ben eseguito, non è assenza di misura: è una misura molto più sofisticata di quella ottenuta limitandosi a evitare qualunque rischio.

È un piacere disciplinato dalla tecnica.

Forse è anche per questo che mi rappresenta. Sono attratto dall’eccesso, ma soltanto quando possiede forma. Amo l’opulenza, purché sappia comportarsi. Mi piace che qualcosa sia ricco senza diventare grossolano, sensuale senza essere banale, elaborato senza risultare confuso.

In altre parole, desidero che persino il burro abbia ricevuto un’educazione.

Perché il filo d’olio non mi basta

Il filo d’olio non ha nulla di sbagliato. Su certi alimenti è esattamente ciò che serve. Il problema comincia quando da possibilità diventa dogma, quando la rinuncia alla trasformazione viene automaticamente scambiata per superiorità morale e quando ogni forma di ricchezza è considerata un attentato alla purezza dell’ingrediente.

A me il cibo interessa proprio perché può essere trasformato senza smettere di essere vero.

La salsa rappresenta questa possibilità. Prende elementi incompatibili e li rende temporaneamente stabili. Non cancella necessariamente le differenze: le tiene insieme. Aggiunge spessore senza aggiungere per forza confusione. Prolunga la percezione, modifica la consistenza, organizza gli aromi e costruisce una relazione tra parti che, da sole, sarebbero forse impeccabili ma meno interessanti.

Per questo il mio amore per le salse non racconta semplicemente una predilezione per i sapori grassi o cremosi.

Racconta il rifiuto dell’immediatezza come unico criterio di verità. Racconta una sensibilità estetica che cerca intenzione anche nel piacere. Racconta il bisogno di trovare una struttura capace di contenere i contrasti. Racconta una personalità che non desidera più ingredienti, ma più significato.

Io posso apprezzare un alimento quasi nudo. Ma davanti a una béarnaise ben fatta riconosco qualcosa che mi assomiglia di più: una costruzione apparentemente morbida, tecnicamente delicata, abbastanza ricca da essere fraintesa e tenuta insieme, non senza fatica, da un equilibrio molto preciso.

Il filo d’olio lascia ogni cosa com’era.

La salsa, invece, prova a capire che cosa potrebbe diventare.

Indietro
Indietro

Il gelato e il bambino arcaico

Avanti
Avanti

I testaroli, il Dash e l’arte di starci dentro