I testaroli, il Dash e l’arte di starci dentro
La prima volta che mangiai i testaroli ero in Liguria con un uomo che qui chiamerò Federico. Eravamo dalle parti di Finale, circondati dalla sua solita combriccola milanese di persone talmente insulse che ascoltare i loro discorsi a tavola richiedeva una disciplina spirituale che allora non possedevo.
A un certo punto una delle sue amiche rovesciò un bicchiere di vino bianco. Una parte finì nell’impepata di cozze. Il proprietario del locale, un signore attempato e paziente, le disse:
«Non si preoccupi, tanto è fatta con il vino bianco.»
Lei lo guardò con estrema serietà.
«Ah, ci ha detto che è fatta con il vino bianco.»
E Federico, come se stesse traducendo una complessa formula chimica:
«È fatta con il vino bianco, hai capito?»
Erano insulsi al punto da non sapere come si prepara un’impepata di cozze. Ma forse era proprio questo che amavo di Federico: era una persona completamente insulsa e, in fondo, molto divertente.
Aveva una battuta stupida da dire su qualsiasi cosa. La domenica andavamo al suo ristorante di sushi preferito, in via Meda, e al ritorno, sul 2, quando vedeva una signora anziana in piedi diceva:
«Ma perché dovrei cederle il posto? Lei è in pensione, non fa niente tutto il giorno. Io, invece, magari ho lavorato tutto il giorno.»
E io scoppiavo a ridere.
Era un Sagittario di dicembre, uno di quelli con cui non smetti mai di ridere e che, forse proprio per questo, non sai mai quanto siano irresponsabili. Mi sembrava una versione di me più brutta, più pratica e soprattutto più resistente a quel mondo ostile ai Sagittari sensibili di novembre, quelli che conservano una traccia dello Scorpione senza averne la cattiveria.
Forse la sensibilità ce l’aveva anche lui, ma aveva imparato a nasconderla dietro una battuta idiota.
Una sera, dopo un aperitivo, si nascose dietro il pannello pubblicitario di una fermata dell’autobus e rimase lì per cinque minuti interi a guardarmi mentre lo cercavo, andando progressivamente nel panico.
Con la sua immaginazione e la sua fantasia lavorava nel marketing.
A differenza di me, però, era bravo nelle cose concrete: era un tipo più pragmatico. Fu lui ad aiutarmi a trovare uno dei miei primi lavoretti. Possedeva quella capacità che io non ho mai avuto: premere il pulsante della guida automatica e lasciare che la vita procedesse senza interrogarsi continuamente sulla destinazione.
Aveva anche una caratteristica molto milanese: soffriva di horror vacui domenicale.
Quando rimaneva a casa senza programmi non pensava: che bello, oggi mi riposo. Pensava invece: cavolini di Bruxelles, e adesso cosa faccio?
E andava nel panico.
Io ero stato un pesce fuor d’acqua praticamente ovunque: a scuola, al lavoro, nelle amicizie, persino nei luoghi in cui avrei dovuto sentirmi a casa. Guardavo Federico e capivo che nemmeno lui era davvero felice. Però sapeva fingere benissimo di starci dentro.
Fu forse allora che cominciai a pensare che essere felici non fosse poi così importante. La cosa veramente importante era riuscire a starci dentro. O almeno convincere gli altri, e possibilmente anche se stessi, di esserci riusciti.
Quando lo conobbi avevo diciotto anni. Frequentavo la scuola alberghiera e svolgevo lo stage in un hotel a tre stelle che odiavo, proprio di fronte a un carcere. A volte mi inventavo di non stare bene e andavo da lui. Non conclusi nemmeno lo stage, ma mi feci preparare una relazione dall’hotel in cui avrei lavorato in seguito, nella quale erano descritte le mie mansioni, e la feci valere come tirocinio.
Era passione pura.
Federico aveva qualcosa di selvatico. Era fuoco e io ero fuoco; insieme diventavamo un piccolo incendio che si propagava per un pomeriggio intero tra le sue lenzuola, che sapevano inequivocabilmente di Dash.
So riconoscere il profumo del Dash in capsule perché lo usavo anch’io. Ancora oggi lo associo sempre a lui. So soltanto che la domenica, entrando a casa sua, sentivo immancabilmente quell’odore di bucato.
Viveva in un attico ricavato dalla casa della nonna. Aveva abbattuto alcuni muri, mantenendo un unico spazio per soggiorno e cucina, oltre alla camera da letto, e anticipando quell’estetica contemporanea in cui una casa deve sembrare possibilmente priva di stanze e, se possibile, anche di pensili. Viveva in una casa piccola, ma ne concepiva gli spazi come se fosse più grande: una casa di design. Le porte finestra davano su una vecchia chiesa, dietro la quale al mattino sorgeva il sole: una vista quasi esclusiva per Milano. Sul terrazzo aveva persino una doccia. Ogni tanto sosteneva che, da lontano, qualche guardone si affacciasse per spiarlo; raccontava la stessa cosa anche dello spogliatoio in palestra, come credo si inventasse tante altre cose.
Di lui ricordo particolari incomprensibilmente precisi. Usava poco dentifricio. Poco bagnoschiuma, Intesa.
Passavamo molto tempo sul divano a guardare film. Oggi mi sembrerebbe noioso. Allora era rassicurante.
La noia è sempre rassicurante. È la certezza che, almeno per qualche ora, non accadrà niente di irreparabile.
Il nostro primo fine settimana insieme fu a Lazise. Andavamo da una vasca all’altra nel parco di Villa dei Cedri, stuzzicandoci a vicenda. Federico continuava a giocare e a provocarmi fino al parossismo.
Mi accorsi di avere la mia nudità esposta soltanto uscendo dall’acqua, grazie allo sguardo stupefatto di un ragazzo.
Forse era scandalizzato. Forse ammirato. Forse invidioso. Non saprei.
Sapevo che quella passione sarebbe durata poco. Avvertivo in Federico qualcosa di superficiale, talvolta persino di piccolo. Diceva «glazie» alla cameriera cinese del ristorante, forse senza nemmeno rendersi conto di essere maleducato.
Dopo un concerto di Madonna, durante il tour MDNA, al quale mi aveva trascinato comprando i biglietti senza dirmelo, prendemmo il filobus prima di un suo vecchio amico romano, venuto a trovarlo a Milano con il fidanzato, e Federico volle nascondersi in casa a mangiare pane e Philadelphia anziché aspettarli. Mangiava sempre cibi che sapevano di qualcosa di artificale, persino lo yogurt lo preferiva di quelli pieni di amidi, quelli che più che yogurt sembrano budino.
Quell’amico, però, conosceva una parte di lui che io non avevo mai visto. Avevano convissuto ai tempi dell’università.
Quella sera Federico gli mostrò con orgoglio una vecchia radio tedesca che teneva in soggiorno. Era uno di quegli oggetti vintage totalmente inutili, ma capaci di apportare un certo non so che.
L’amico la guardò e, scherzando, ricordò i tempi in cui erano studenti e non avevano un soldo.
«Eravamo talmente poveri che nel polpettone mettevamo più pane che carne.»
Federico fu attraversato da un brivido di gelo.
Non rise.
L’uomo che aveva una battuta per ogni cosa, per una volta, non trovò niente da dire. Quel ricordo gli aveva aperto davanti una porta che evidentemente preferiva tenere chiusa.
Feci due più due, come sono solito fare, anche sulla base di altri spezzoni dei suoi racconti, e pensai che forse i genitori gli avessero chiuso i rubinetti mentre studiava, dopo aver capito qualcosa di lui che non volevano capire. Non me lo raccontò mai chiaramente e io non posso saperlo. Trovo stupido anche essere troppo espliciti su tutto. Ancora oggi, dopo aver lavorato in ambienti nei quali vigeva una certa rigidità nelle conversazioni, quando dovevo fermarmi due secondi e ripensare a come riformulare una frase per poi dirla con un tono comunque mellifluo, spesso mi accorgo, e mi viene anche fatto presente, che parlo come un mafioso che sa di essere intercettato. Parlare chiaro non è sempre possibile, quando si parla di cose delicate.
Una volta mi portò a vedere di sfuggita una mostra gratuita vicino a casa sua, una mostra anche piuttosto stupida, e diceva:
«Tornerò a guardarla con calma.»
Era banale, ma banale a modo suo. Era una di quelle persone che sanno scegliere le mode, svolgere bene il proprio lavoro, fare la spesa la sera e confrontare i prezzi fino all’ultimo centesimo senza domandarsi, nel frattempo, se quella fosse davvero la vita che desideravano.
Io, invece, avevo diciotto anni e pretendevo già un significato.
Sapevo almeno ciò che mi faceva schifo: la precarietà travestita da opportunità, le finte sicurezze, le giornate vendute in blocchi di otto ore e quella vita piccola che ci viene presentata come maturità soltanto perché arriva accompagnata da una busta paga.
Non volevo sacrificare me stesso per uno stipendio. Non volevo fare la stessa cosa ogni giorno per otto ore e chiamarla stabilità. Non avrei studiato fino a trent’anni, mantenuto dai miei, per poi scoprire con stupore le condizioni del mondo del lavoro: io nel mondo del lavoro c’ero già finito e avevo già capito che mi faceva schifo.
Federico, invece, sembrava felice.
O almeno era molto bravo a convincersi di esserlo.
La mattina mi accompagnava a scuola con la sua Toyota iQ. Persino la sua automobile era insulsa. Una scatoletta perfettamente adeguata alla vita che conduceva: pratica, urbana, intelligente e completamente priva di qualsiasi motivo per voltarsi a guardarla. Avevo notato che non lasciava passare i pedoni, proprio come non avrebbe voluto cedere il posto sul tram a una signora anziana.
Di solito arrivavo a scuola in ritardo. I treni da casa mia passavano ogni mezz’ora e quello precedente mi avrebbe fatto arrivare quasi mezz’ora prima, costringendomi ad aspettare fuori al freddo, perché ci permettevano di entrare soltanto cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni. Con quello dopo, invece, aggiungendo il breve tragitto con l’autobus, il ritardo era assicurato.
Una volta, litigando con la preside dopo l’ennesimo ritardo, lei mi disse di andare al bar a mangiare una brioche, come se uno studente potesse permettersi una colazione al bar ogni giorno e, soprattutto, come se la colazione all’italiana al bar non mi avesse sempre fatto schifo.
Una delle mattine che Federico mi accompagnò e arrivai puntuale, il professore di educazione fisica mi guardò stupefatto.
«Sei in orario oggi. Cos’è, hai preso il taxi?»
In un certo senso sì.
Soltanto che il taxi era un uomo di trentasei anni con una Toyota iQ, un attico senza pensili e la doccia sul terrazzo.
Federico mi lasciò con un messaggio, senza nessuna spiegazione. L’ultima sera che ci vedemmo, arrivati alla cassa dell’Esselunga, mi disse: “Paga tu la spesa!”.
Penso che quello fu il momento in cui capii che una persona non la si può possedere, nemmeno con l’incantesimo di una routine stupida.
Ci rivedemmo dopo l’estate. Io avevo avuto la mia avventura estiva in Bulgaria, al mare, dopo essere finito quasi per caso in un gruppetto di persone vagamente famose. Lui aveva trascorso tre giorni in Costa Azzurra con un suo amico e si lamentava di una bottiglia d’acqua costata quattro euro.
Allora pensai: che poveretto.
Nel fallimento delle sue vacanze vidi tutta la sua ricerca disperata di qualcosa che non sempre arrivava.
Volle che ci rimettessimo insieme.
Gli dissi:
«Sai che cosa c’è di peggio che farsi lasciare da uno di trentasei anni? Farsi lasciare due volte da uno di trentasei anni.»
Rise.
Era questo il problema: rideva sempre nel punto giusto.
Aveva esattamente il doppio dei miei anni. Forse cercavo una garanzia di maturità. Nei miei coetanei vedevo troppe cose che mi sembravano scontate.
Ma siamo tutti scontati quando il mondo insiste abbastanza a lungo. Tutti, prima o poi, rinunciamo a qualcosa e chiamiamo quella rinuncia equilibrio.
Ci rivedemmo ancora. Una volta mi accompagnò all’aeroporto. La sera prima del volo andai ad aspettarlo fuori dal Borgo. Vidi gli altri, vidi le orde di gentaglia, e capii che vedendo loro vedevo finalmente lui per quello che era. Dormimmo insieme.
Un’altra volta mi scrisse per incontrarci, ma avevo già perso interesse. Si tratta pur sempre di un Sagittario di dicembre.
Ricordo che una delle volte che ero tornato a casa sua, notai che aveva comprato un nuovo divano di design, molto scomodo, mentre il precedente aveva persino una penisola.
Quando entrai nel soggiorno, ogni cosa mi sembrò estranea. Fu allora che capii la gravità della rottura e che forse non mi ero innamorato di lui, ma della sua casa, dell’odore del bucato, dei film guardati la sera e dell’illusione di possedere una routine.
Come accade ai gatti, mi ero affezionato più al luogo che alla persona.
«Ho fatto una cazzata a comprarlo, vero?» mi chiese.
Lo guardai con disprezzo. Litigammo. Mi invitò ad andarmene e me ne andai.
Di recente Instagram mi ha suggerito il suo profilo. La fotografia sembrava vecchia di almeno cinque anni, giudicando dal modello del telefono. Era in palestra, a torso nudo, e sorrideva. Nella descrizione aveva scritto il lavoro che faceva. Lo cercai con PimEyes e trovai una sua fotografia sul sito di un medico estetico, al quale aveva lasciato una recensione. Rividi i suoi occhi azzurri, lo sguardo vuoto, il naso da papero e quella cicatrice sul sopracciglio destro che so detestava, senza che io abbia mai saputo davvero come se la fosse procurata. In quegli occhi azzurri non vidi un’anima. Non vedo mai anima negli occhi azzurri. Sono freddi. Non mi sono familiari, nonostante il mio padre biologico li abbia azzurri. D’altronde, non mi è mai stato familiare nemmeno mio padre.
“Il manager a torso nudo”, pensai, vedendo l’assurdità della contraddizione tra il suo titolo professionale in bio e il tenore della fotografia.
La mia prima reazione fu crudele: banale. Da checca milanese. Da checca milanese che, come seconda domanda, ti chiederebbe di cosa ti occupi, come fanno tutte quelle persone del popolino che vorrebbero sentirsi più americane nei modi; quelle che a uno sconosciuto danno del tu con disinvoltura, per intenderci.
Eppure ci rimasi male a vederlo. Ci rimasi male perché lo vidi bene. Avrei preferito venire a sapere che fosse morto.
Mi sembrava felice.
Per anni ho pensato che fosse soltanto molto bravo a ingannarsi, a fingere di starci dentro quando dentro di lui c’era probabilmente un uragano: uno studente con poco denaro, abbandonato dai suoi, e un polpettone fatto più di pane che di carne.
Adesso penso che forse le due cose non si escludano.
Forse dentro di lui quel bambino piange ancora. Ma Federico ha imparato comunque ad alzarsi, andare al lavoro, allenarsi, fare programmi per la domenica, comprare divani sbagliati e sorridere davanti allo specchio di una palestra.
Ha imparato a non lasciarsi paralizzare dal vuoto.
In fondo, starci dentro non significa essere felici.
Significa continuare a presentarsi.
Federico sapeva farlo. Sapeva scegliere una moda, trovare un lavoro, organizzare una vacanza, lamentarsi dei quattro euro per una bottiglia d’acqua e poi ripartire. Sapeva riempire le domeniche perché conosceva il pericolo delle domeniche vuote. Sapeva trasformare quasi tutto in una battuta perché aveva capito che, quando il mondo è troppo serio, ridere è un modo per non farsene schiacciare.
Fu lui ad aiutarmi a trovare uno dei miei primi lavoretti. Fu lui a venirmi a prendere. Fu lui ad accompagnarmi a scuola con quella ridicola Toyota iQ e, anni dopo, all’aeroporto.
Io cercavo continuamente un senso.
Lui cercava semplicemente il modo di andare avanti.
Per molto tempo ho considerato questa sua capacità una forma di mediocrità. Pensavo che vivere senza interrogarsi continuamente sulla destinazione significasse vivere in superficie.
Oggi non ne sono più tanto sicuro.
Forse quella che chiamavo superficialità era resilienza.
Forse Federico non premeva il pulsante della guida automatica perché non avesse profondità, ma perché aveva già capito che non si può guidare ogni giorno pensando all’abisso sotto le ruote.
Io volevo una vita che avesse un significato.
Lui ne aveva costruita una che, almeno, riusciva a reggersi in piedi.
E non è poco.
Oggi ho mangiato di nuovo i testaroli, fatti da me con pesto, patate e fagiolini. I testaroli rimangono una pasta tutt’altro che scontata, che pochissimi conoscono. Alcuni li considerano l’antenato più prossimo della pasta come la conosciamo oggi. A me fanno riemergere il ricordo di quella serata, dei suoi amici totalmente inadeguati, persone che reputavo insulse quanto lui.
Di Federico, forse, non mi interessa più niente. L’incantesimo svanisce quando non si è amato davvero. Rimane il ricordo di quei film cupi che scaricava dai siti pirata e che guardavamo in lingua originale; rimane un amaro che si dissolve molto in fretta, perché in fondo non abbiamo avuto nemmeno l’occasione di prenderci in giro fino in fondo.
Io non so se sia veramente felice. Forse non lo è mai stato. Ma oggi capisco che non era quella la sua qualità migliore.
Federico sapeva starci dentro.
È probabile che oggi sia io ad aver raggiunto quello stoicismo che dà un vago senso di felicità, pur non riuscendo ancora a starci dentro.
Testaroli fatti in casa
Testaroli Pesto Patate e Fagiolini
Testaroli Pesto Patate e Fagiolini