La Francia, Dio e le creature microscopiche
Da bambino la Francia era il mio sogno.
Non saprei nemmeno dire esattamente perché. Forse, molto banalmente, per come suonava la lingua. Il francese mi sembrava già di per sé qualcosa di elegante, misterioso, leggermente inaccessibile. Una lingua nella quale persino chiedere del pane sembrava poter diventare letteratura.
Poi c’erano i Tre Moschettieri, i castelli, i tetti, le torri, le vecchie case. La Francia era un paese da fiaba prima ancora di essere un paese reale.
E questa fascinazione, stranamente, l’ho sempre subita molto più per la Francia che per l’Italia. L’Italia avrebbe avuto tutte le carte per impressionare un bambino: Roma, Venezia, Firenze, i palazzi, le chiese, gli imperatori, i papi, il Rinascimento. Eppure non ricordo di averla mai sognata nello stesso modo.
La Francia sì.
Forse perché l’Italia, a un certo punto, era diventata realtà. La Francia era ancora altrove. E l’altrove, quando siamo bambini, gode sempre di un vantaggio sleale.
Ancora oggi, quando cammino tra quelle case antiche con le travi di legno a vista, provo una sensazione strana: mi perdo e mi ritrovo nello stesso momento.
Forse è questo che cerchiamo nei luoghi che abbiamo desiderato da bambini. Non semplicemente qualcosa di bello, ma qualcosa che sembri precederci. Qualcosa che fosse già lì prima di noi e che, possibilmente, continui a esserci dopo.
La Francia, del resto, non è soltanto un luogo geografico. È stata una delle grandi madri dell’Occidente.
Roma aveva dato all’Occidente una lingua politica, giuridica e imperiale. La Francia gli avrebbe dato per secoli un linguaggio culturale, estetico e filosofico. Poi sarebbero arrivati gli Stati Uniti, con la loro smisurata capacità di trasformare le idee occidentali in sistemi, industria, tecnica, consumo e potenza.
Ma la Francia rimane, almeno per me, qualcosa di particolare.
Forse perché nell’Ottocento sembra quasi che tutto vi accada contemporaneamente: rivoluzioni e restaurazioni, imperi e repubbliche, la borghesia e il proletariato, Haussmann che sventra Parigi mentre Baudelaire la guarda cambiare, Balzac, Hugo, la fotografia, i boulevard, i caffè, le esposizioni universali.
L’uomo moderno che nasce mentre già comincia ad avere nostalgia di qualcosa che sta perdendo.
E poi, molto più tardi rispetto ai Tre Moschettieri della mia infanzia, arrivò Flaubert.
E arrivò Madame Bovary.
Forse allora capii che la Francia che mi aveva affascinato da bambino non era soltanto quella dei castelli. Era anche una certa maniera di guardare l’esistenza.
Emma Bovary passa la vita desiderando qualcosa che la realtà non riesce mai a darle. Vuole che la vita abbia l’intensità delle immagini che si è costruita nella testa. Vuole che l’amore sia più amore, che la bellezza sia più bella, che il lusso sia più lussuoso, che altrove sia davvero altrove.
E naturalmente la realtà continua ad avere quella pessima abitudine di essere realtà.
Questa cosa di Madame Bovary mi ha sempre inquietato perché sotto tutta la sua assurdità c’è qualcosa di tremendamente umano.
Che cosa succede quando ciò che immaginiamo della vita diventa più grande della vita che possiamo realmente vivere?
In fondo è già lo stesso problema del ponte.
La creatura costruisce qualcosa che diventa più grande della creatura.
Soltanto che Emma non costruisce un ponte.
Costruisce un’immagine.
E poi rimane schiacciata sotto.
Forse è anche per questo che ho sempre subito la Francia molto più dell’Italia. Non è una classifica delle civiltà. Sarebbe ridicolo. È una questione di fascinazione.
L’Italia mi ha sempre dato maggiormente l’impressione di una bellezza che si manifesta.
La Francia, invece, di una bellezza che si pensa.
Che si mette in scena. Che discute di se stessa. Che si trasforma in letteratura, gusto, comportamento, ossessione.
Una civiltà che non si limita ad avere una tavola: inventa un’etichetta per starci seduti.
Non si limita a vestirsi: costruisce un linguaggio del vestire.
Non si limita ad amare: scrive migliaia di pagine per capire perché l’amore ci renda infelici.
È forse inevitabile che mi sia rimasta addosso.
Ed è proprio questo che continua ad affascinarmi dell’Occidente: la sua straordinaria capacità di costruire e la sua altrettanto straordinaria capacità di distruggere ciò che gli permette di costruire.
Mi torna spesso in mente Aleko Konstantinov quando, arrivando in America, guarda il ponte di Brooklyn.
Quel colosso enorme, opera di quelle stesse creature umane che, viste da lontano, sembrano microscopiche.
È un’immagine semplicissima e terribile.
L’uomo costruisce qualcosa di talmente grande da diventare piccolo davanti alla propria creazione.
Forse tutta la modernità occidentale è racchiusa lì.
Abbiamo costruito ponti più grandi dell’uomo, fabbriche più grandi dell’operaio, aziende più grandi del dipendente, città più grandi degli abitanti, mercati più grandi dei governi, algoritmi più grandi della capacità individuale di comprenderli. E adesso persino intelligenze artificiali capaci di raccogliere e rielaborare una quantità di sapere che nessun uomo potrebbe contenere da solo.
Il problema non è avere costruito tutto questo.
Il problema comincia quando il ponte diventa importante e la creatura microscopica che lo ha costruito diventa fastidiosa.
Quando l’uomo smette di essere il fine e diventa lo strumento.
Risorsa umana. Forza lavoro. Elettore. Consumatore. Target. Dato. Costo.
E, quando non serve più, problema.
L’Occidente ha saputo nobilitare l’idea dell’uomo molto più dell’uomo concreto.
Ha scritto parole magnifiche: libertà, dignità, uguaglianza, diritti.
Ma moltissimi di quei diritti l’uomo concreto ha dovuto strapparli con le unghie. Non gli sono piovuti addosso per bontà dei potenti. Sono arrivati dal basso, attraverso scioperi, rivolte, movimenti, associazioni, donne che pretendevano di votare, lavoratori che pretendevano di non morire in fabbrica, minoranze che pretendevano di essere considerate esseri umani completi.
Ogni volta, insomma, l’uomo reale ha dovuto ricordare all’Occidente l’uomo ideale che l’Occidente stesso aveva proclamato.
E forse oggi siamo davanti a un’altra contraddizione.
Ci siamo liberati da moltissime appartenenze soffocanti — e questa è stata una conquista immensa — ma nel farlo abbiamo finito talvolta per liberarci anche dalle appartenenze che ci tenevano in piedi: la famiglia allargata, il vicinato, il paese, la parrocchia, il mestiere, la classe, la comunità, la terra, Dio.
Naturalmente tutte queste cose potevano essere oppressive. La comunità può diventare controllo, la religione coercizione, la famiglia prigione, il paese conformismo.
Ma rimane una domanda:
che cosa succede quando eliminiamo tutto senza sostituirlo con nulla?
Rimane l’individuo.
Solo.
Con il proprio appartamento, il proprio stipendio, il proprio profilo, il proprio conto corrente, il proprio corpo, la propria ansia.
Gli viene detto che è libero, che deve realizzarsi, che non ha bisogno di nessuno e soprattutto che, se qualcosa non funziona, probabilmente è colpa sua.
Così l’uomo occidentale finisce a difendere disperatamente il proprio piccolo cantuccio.
Non necessariamente perché sia malvagio.
Ma perché il cantuccio è tutto ciò che gli è rimasto.
Ed è qui che arriviamo alla parte più scomoda.
L’uomo occidentale è diventato, in molti casi, corrotto e corruttibile.
Non perché geneticamente peggiore, non perché moralmente inferiore a qualche Oriente idealizzato, ma perché è solo.
È solo davanti al denaro, al potere, alla paura, al desiderio di conservare quel poco che ha.
Non ha più una comunità abbastanza forte da sorreggerlo, né una fede abbastanza forte da limitarlo, né una terra abbastanza vicina da ricordargli che esistono cose che non possono essere accelerate, comprate o sostituite.
È quindi facilissimo da sedurre.
Con il denaro. Con il prestigio. Con la paura. Con la promessa di essere salvato individualmente mentre tutto intorno a lui si sfalda.
È corrotto e corruttibile proprio perché oltre la propria individualità non riesce più a poggiare su quasi nulla.
E allora diventano efficacissime le narrazioni dell’invasione, del complotto, della sostituzione, del nemico che agisce nell’ombra.
L’immigrato. L’ebreo. Lo straniero. Il diverso.
Qualcuno a cui attribuire una responsabilità che altrimenti sarebbe troppo vasta, troppo astratta e troppo dolorosa da affrontare.
E qui voglio fare un ragionamento volutamente estremo.
Per assurdissimo, ammettiamo per un momento che tutte le peggiori teorie cospirazioniste siano vere.
Ammettiamo per assurdissimo che davvero qualcuno voglia trasformare gli europei in quelle che certi ambienti definiscono “scimmie gentili”. Ammettiamo che esista davvero un piano per indebolire, sostituire, disgregare, rendere docili le popolazioni occidentali.
Ammettiamo tutto.
Proprio tutto.
Rimarrebbe comunque una domanda che nessuna teoria del complotto riesce a evitare:
come sarebbe stato possibile?
Come sarebbe stato possibile manipolare un’intera civiltà, se quella civiltà fosse ancora profondamente radicata?
Come sarebbe possibile sostituire qualcosa che sa ancora perfettamente che cosa è?
Come sarebbe possibile spezzare una comunità che possiede ancora legami reali?
Forse è questa la domanda che i cospirazionisti non vogliono farsi.
Perché la risposta sarebbe molto meno rassicurante del complotto.
Forse non è arrivato qualcuno a distruggere la comunità occidentale. Forse noi avevamo già cominciato a distruggerla da soli.
Forse l’eventuale “invasione”, anche volendo usare per assurdissimo quella parola, troverebbe terreno fertile proprio perché non esiste quasi più qualcosa da invadere.
Esistono individui.
Milioni di individui isolati.
Milioni di piccoli interessi privati.
Milioni di persone che vivono accanto senza necessariamente vivere insieme.
È difficile conquistare un popolo.
È molto più facile amministrare una somma di individui.
E forse questo spiega anche perché l’antisemitismo e l’ostilità verso i migranti riescano a riemergere così facilmente nei periodi di crisi.
Quando non possiedi più un “noi” positivo, qualcuno te ne costruisce uno negativo.
Non ti dice chi sei.
Ti dice chi non sei.
Non ti offre una comunità.
Ti offre un nemico.
Ed è una forma di appartenenza infinitamente più povera, ma anche infinitamente più facile da fabbricare.
Poi c’è la terra.
La terra un tempo non era semplicemente uno spazio edificabile. Era nutrimento, limite, stagione, fatica, proprietà, memoria, sepoltura.
Le persone sapevano da dove arrivava il latte, quando maturava un frutto, che il raccolto poteva andare male.
Oggi gran parte della nostra esperienza del mondo passa attraverso superfici artificiali: asfalto, cemento, vetro, schermi.
Possiamo trascorrere giornate intere senza toccare veramente la terra.
E forse non è irrilevante.
Perché la terra ricorda all’uomo una cosa che la modernità detesta:
che non controlliamo tutto.
Poi c’è Dio.
E qui, per me, la questione diventa ancora più profonda.
L’Occidente moderno è forse il primo grande esperimento storico di una civiltà che abbia pensato di poter fare non semplicemente a meno di una determinata religione, ma a meno della trascendenza stessa.
Non dico che ogni uomo debba credere.
Dico che per millenni l’uomo ha vissuto dentro un universo nel quale qualcosa lo superava: Dio, gli dèi, gli antenati, la natura, il sacro.
Qualcosa davanti a cui l’ego individuale non era sovrano.
Noi abbiamo progressivamente eliminato quasi tutto questo.
E forse pensavamo che, una volta eliminato Dio, sarebbe rimasto semplicemente l’uomo.
Ma non è detto che funzioni così.
Perché quando Dio scompare, il trono non rimane necessariamente vuoto.
Qualcos’altro vi si siede.
Il denaro. Il mercato. La crescita. La tecnica. La nazione. Il successo. Il corpo. L’ego.
E questi nuovi dèi hanno una caratteristica inquietante:
non conoscono misericordia.
Il mercato non perdona perché sei stanco.
L’algoritmo non perdona perché sei fragile.
La produttività non perdona perché hai sofferto.
La crescita non conosce il concetto di abbastanza.
Forse è questo che abbiamo perso insieme a Dio: non soltanto una fede, ma un limite superiore all’arbitrio umano.
E senza Dio sopra di noi e senza terra sotto i piedi rimaniamo sospesi.
Perfettamente liberi.
Perfettamente autonomi.
Perfettamente soli.
Forse è per questo che, camminando tra le vecchie case francesi dalle travi a vista, provo qualcosa che va ben oltre l’estetica.
Quelle case non sono efficienti. Non sono nuove. Non sono perfettamente dritte.
Alcune sembrano quasi appoggiarsi l’una all’altra per non cadere.
Ed è forse proprio questo che mi commuove.
Hanno bisogno l’una dell’altra.
Come gli uomini.
Io continuo ad amare la Francia che avevo immaginato da bambino.
Quella dei castelli, dei moschettieri, delle vecchie pietre, delle grandi tavole, dei campanili e della lingua che sembrava trasformare qualunque cosa in qualcosa di più elegante.
Ma dentro quella Francia oggi c’è anche Flaubert.
C’è Emma Bovary che guarda fuori dalla finestra e pensa che da qualche parte la vita debba essere più vita di quella che sta vivendo.
E forse è proprio questo che ho sempre cercato anch’io nella Francia:
la promessa di un altrove.
Non necessariamente migliore.
Ma più intenso.
Più bello.
Più carico di significato.
Oggi, però, la amo anche per un’altra ragione.
Perché mi ricorda che l’Occidente non è soltanto ciò che stiamo diventando.
È anche tutto ciò che abbiamo costruito, creduto, desiderato, distrutto, ricostruito e dimenticato.
E se davvero l’Occidente dovesse un giorno morire, non credo morirà perché qualcuno sarà arrivato dall’esterno a distruggerlo.
Sarebbe quasi troppo comodo.
Le civiltà raramente hanno la fortuna di poter dare tutta la colpa agli altri.
Morirà, semmai, quando l’uomo occidentale avrà dimenticato completamente perché valeva la pena salvarlo.
Quando non avrà più Dio sopra di sé.
Terra sotto i piedi.
Comunità accanto.
Memoria dietro.
E qualcosa davanti che non sia semplicemente il proprio interesse immediato.
A quel punto potranno anche rimanere i ponti, le torri, le aziende, gli algoritmi, i musei, i boulevard, i castelli.
Tutto magnifico.
Tutto perfettamente funzionante.
Soltanto, sulle nostre opere gigantesche, non ci saranno più quelle piccole creature microscopiche capaci di ricordarsi per quale ragione le avevano costruite.
Quiche aux poirreaux (con farina di farro)
Idem