La borghesia italiana deve morire

Non ho mai desiderato essere borghese.

Forse, qualche volta, ho desiderato alcune delle sue sicurezze. Quella sensazione rassicurante che tutto sia già stato deciso: dove vivere, cosa studiare, come vestirsi, con chi sposarsi, quali parole usare, quali opinioni siano ammissibili e persino quali vergogne possano essere nascoste purché rimangano dentro casa.

La borghesia è soprattutto questo: la capacità di chiamare ordine ciò che spesso è soltanto rimozione.

Una nostra persona cara veniva picchiata dal marito e poi andavano a messa.

Non credo sia un caso isolato. Anzi, credo che ci sia qualcosa di profondamente borghese nella capacità di sedersi la domenica in chiesa con il vestito buono mentre a casa marciscono gli scheletri negli armadi. Il punto non è la religione. Il punto è la rappresentazione.

Purché tutto sembri a posto.

La borghesia italiana mi ha sempre affascinato proprio per questo: è una gigantesca scenografia della normalità.

Una famiglia per bene.
Una casa per bene.
Un lavoro per bene.
Una persona per bene.

Questa espressione, persona per bene, mi ha sempre inquietato.

Perché io, da cristiano, credo che possa esistere persino un assassino che abbia conosciuto l’amore, che abbia avuto paura, che abbia desiderato essere perdonato, che abbia rinunciato perfino al lusso della speranza. Credo che ogni essere umano contenga un abisso.

Il cristianesimo, almeno quello che capisco io, non consiste nel riconoscere l’anima alle persone che ci piacciono.

Quello lo sanno fare tutti.

Il vero sacrificio è riconoscerla nel nemico.

Ed è precisamente qui che il borghese, molto spesso, fallisce.

Perché il borghese non perdona: classifica.

Non vuole sapere chi sei. Vuole sapere da dove vieni.

Una volta fui invitato a casa di una famiglia molto borghese di Bergamo. Si parlava di Berlusconi. Qualcuno disse, ridendo:

«Eh, ma da lì proviene. Faceva l’animatore sulle crociere!»

Risero tutti.

Ricordo più quella frase di tutto il resto del pranzo.

Non perché dovessi difendere Berlusconi. Ma perché improvvisamente avevo capito il meccanismo.

Da lì proviene.

Per il borghese l’origine è un peccato originale.

Puoi diventare ricco, potente, colto, persino Presidente del Consiglio: resterà sempre qualcuno pronto a ricordarti da dove sei partito.

E lo stesso meccanismo l’ho rivisto quando contro Giorgia Meloni si è tirata fuori la storia di suo padre.

Per me è stato un gesto vigliacchissimo.

Non perché Meloni non debba essere criticata politicamente, ma perché attribuire un’ombra morale a qualcuno per ciò che ha fatto un genitore significa tornare al più puro classismo borghese:

«Da dove vieni? Di chi sei figlio?»

È curioso che certa sinistra, così innamorata dell’emancipazione, appena detesta qualcuno riscopra il pedigree.

Ed eccoci di nuovo lì: non importa soltanto chi sei. Importa da che gente vieni.

Ed è buffo perché la stessa borghesia ama raccontarsi progressista.

È la borghesia che si indigna contro il classismo, purché il portinaio continui a essere il portinaio.

È quella che parla delle periferie senza mai andarci.

Quella che dice che parlare di degrado è pericoloso, ma poi va nel panico se nel proprio palazzo compare qualcuno che non riconosce.

Quella che corregge tutti sul linguaggio inclusivo e poi sa perfettamente distinguere, in tre secondi, chi appartiene al proprio mondo e chi no.

Una sensibilità sociale straordinaria.

Purché non debba entrare in ascensore.

Ho conosciuto persone che lavoravano in banca e si prostituivano per arrotondare.

Ecco quanto vale oggi la vostra rispettabilità.

Una giacca, un badge aziendale, un mutuo, un contratto e, dietro, una vita economica che non regge più.

La borghesia italiana del presente è forse persino più ridicola di quella del passato perché conserva l’arroganza della classe dominante senza possederne più il potere economico.

Questo è il punto.

Il borghese italiano contemporaneo spesso non è ricco.

È un salariato.

È un libero professionista.

È un impiegato.

È qualcuno che sopravvive grazie alla casa dei genitori, ai risparmi dei nonni, a un’eredità che lentamente si assottiglia.

Ma continua a pensarsi diverso da chi vive del proprio lavoro.

Continua a credere di appartenere a una classe superiore semplicemente perché suo padre aveva una casa in centro, una laurea e magari l’abbonamento alla Scala.

È una classe che non si riconosce più come classe.

E proprio per questo rischia di essere una delle prime a scomparire.

Non perché qualcuno debba eliminarla.

Ma perché la storia economica la sta già facendo fuori con la delicatezza di un estratto conto.

Il patrimonio non cresce.

Gli stipendi stagnano.

Le case si dividono.

Le eredità si frammentano.

Le rendite diminuiscono.

E intanto bisogna continuare a mandare i figli all’università, possibilmente quella giusta, affinché poi trovino un lavoro da fame e vivano in venti metri quadrati in qualche zona di Milano che i loro genitori, vent’anni prima, avrebbero guardato con terrore.

Ma almeno hanno studiato.

Che sollievo.

La vecchia borghesia aveva almeno una funzione storica: accumulava capitale, fondava imprese, costruiva istituzioni, produceva una cultura.

Questa spesso amministra le ultime briciole della rendita familiare mentre conserva intatto il disprezzo per chi sta sotto.

È questo che la rende insopportabile.

Non il denaro.

La presunzione.

La borghesia porta lo Swatch e guarda male chi porta l’oro perché l’oro sarebbe volgare.

Naturalmente lo Swatch è moralmente superiore.

La plastica, quando viene indossata con sufficiente senso di classe, diventa quasi etica.

La borghesia racconta il viaggio fatto con il secondo marito — pardon, compagno, perché così vuole la convenzione dell’anticonformismo — senza accorgersi di aver trasformato persino la trasgressione in galateo.

Anche la ribellione, purché fatta bene.

Anche l’anticonformismo, purché conforme.

Anche la sinistra, purché non svaluti l’immobile.

Da immigrato, ho conosciuto molto bene questo mondo.

Ho conosciuto la benevolenza paternalistica.

La curiosità.

La condiscendenza.

Quella strana cordialità che contiene sempre una domanda non pronunciata:

«Ma tu, esattamente, da dove vieni?»

Io vengo dalla feccia, se vi fa piacere.

Scum.

Back of the class.

Case popolari.

Trash.

Anzi: I Am Trash, di Etat Libre d’Orange, è perfino il nome di uno dei miei profumi.

Preferisco essere trash piuttosto che essere definito persona per bene da qualcuno che misura la dignità umana con il quartiere, il cognome, la professione o la famiglia d’origine.

Perché una cosa l’ho capita.

Io posso vergognarmi di ciò che sono stato oppure posso guardarlo e riconoscere che apparteneva a un altro me.

A volte sono fiero proprio delle cose di cui altri si vergognerebbero.

Perché sono sopravvissuto anche a quelle.

E mentre scrivo questo pezzo posso dire una cosa che considero infinitamente più importante di qualsiasi pedigree sociale:

oggi sono la persona più bella che io sia mai stato.

Non esteticamente.

O almeno non soltanto. Dio non voglia che improvvisamente diventiamo modesti.

Intendo interiormente.

Ed è questo ciò che voglio: diventare più bello di giorno in giorno.

Non più rispettabile.

Non più ricco.

Non più accettabile.

Più bello.

Di giorno in giorno.

Questo, forse, è ciò che ho costruito mentre altri costruivano curriculum.

Una struttura di valori mia.

Un pensiero mio.

Una morale post-convenzionale.

La capacità di mettere in dubbio persino ciò che mi converrebbe credere.

La borghesia, invece, mi sembra spesso costruita sull’esatto contrario.

Sulla paura di uscire dal seminato.

Sulla paura del giudizio.

Sulla paura dello scandalo.

Sul terrore che qualcuno scopra che la famiglia per bene non è per bene.

Che il figlio perfetto è infelice.

Che il matrimonio è morto.

Che il conto corrente non è più quello di una volta.

Che il lavoro prestigioso è pagato male.

Che la casa elegante apparteneva ai nonni.

Che la vita intera, in fondo, era tenuta insieme da una convenzione.

E allora sì.

Vorrei vedere morire la borghesia.

Non le persone.

La borghesia.

Come categoria morale.

Come pretesa di superiorità.

Come sistema di classificazione degli esseri umani.

Come culto della provenienza.

Come religione della rispettabilità.

Come quel minuscolo tribunale interiore che continua a chiedere:

«Ma cosa penserà la gente?»

Vorrei vederla scomparire lentamente insieme alle sue certezze e alla convinzione che tutto ciò che esiste fuori dal proprio mondo sia inferiore.

Non perché sogni una società senza differenze.

Sarebbe persino noioso.

Io amo troppo le differenze.

Ma sogno un mondo nel quale finalmente nessuno possa più confondere l’educazione con il ceto, il gusto con il patrimonio e il valore umano con la rispettabilità.

Perché io stesso amo l’educazione.

E forse proprio per questo noto quando scompare.

Mi irrita profondamente che uno sconosciuto mi dia del tu.

E qui c’è un dettaglio che, secondo me, racconta benissimo l’Italia contemporanea.

Non sono i veri ricchi ad aver abbandonato il lei. È soprattutto la piccola borghesia.

Quella che si è convinta che il tu sia moderno, giovane, informale, democratico.

La commessa che non ti ha mai visto e ti parla come se foste stati insieme alle elementari.

Il cameriere che dice «ragazzi, cosa vi porto?».

La persona che ti ferma per strada e decide istantaneamente che tra voi esista una familiarità.

E invece in centro, negli ambienti dove esiste ancora ricchezza vera e una certa educazione formale, il lei resiste.

E, come sopra con la terminologia compagno-compagna, anche qui una certa sinistra borghese deve invece continuamente dissimulare il proprio snobismo fingendosi moderna, informale, sciolta.

Il risultato è quasi comico: vuole apparire emancipata dalle convenzioni, ma ne conserva intatto il bisogno di distinzione.

Conosce l’educazione abbastanza da esibirla, non abbastanza da capirne le sottigliezze.

E così diventa ancora più goffa: dà del tu per sembrare democratica, dice compagno per sembrare anticonformista, ma continua a giudicare perfettamente chi ha davanti, da dove viene e a quale mondo appartiene.

Curioso.

La piccola borghesia perde il patrimonio e insieme perde le forme.

I ricchi veri, molto spesso, conservano entrambe.

Non lo dico perché voglia trasformare il lei in una prova di nobiltà.

Il punto è precisamente l’opposto.

Voglio sottrarre l’educazione alla borghesia.

Voglio che la forma non appartenga a una classe sociale.

Voglio che una persona possa vivere in una casa popolare e conoscere perfettamente la differenza fra confidenza e invadenza.

Voglio che uno possa portare oro senza essere considerato volgare.

Voglio che una persona possa apparecchiare una tavola magnifica e non sapere nulla del proprio albero genealogico.

Voglio le lasagne al ragù di coniglio senza dover frequentare un country club.

Questa forse è la cosa più importante che ho imparato.

Ho superato la borghesia senza esserci mai entrato.

Non l’ho superata economicamente.

Non sarebbe nemmeno interessante.

L’ho superata nella cosa che considero più preziosa: la libertà di costruire personalmente ciò che sono.

Ed è forse per questo che oggi la sua arroganza mi appare tanto piccola.

Perché quando hai smesso di chiedere a qualcuno di riconoscerti, improvvisamente scopri quanto fosse misero il tribunale davanti al quale ti eri presentato.

E allora possono pure chiamarmi trash.

Scum.

Volgare.

Immigrato.

Fuori posto.

Non per bene.

Va benissimo.

Mi tengo tutto.

Perché alla fine la sola eredità che davvero mi interessa lasciare non è una casa.

Non è un cognome.

Non è un conto corrente.

È essere riuscito, di giorno in giorno, a diventare qualcosa che nessun patrimonio avrebbe potuto comprarmi:

più bello. Più libero. Più me stesso.

E forse il punto finale è proprio questo.

La piccola borghesia, ormai, ha molto poco di borghese. Ma conserva magnificamente la piccolezza.

Ha perso quasi tutto ciò che un tempo la rendeva una classe riconoscibile, ma non ha perso il bisogno di sentirsi superiore.

Ed è forse questa la sua ultima vera ricchezza: la presunzione.

Una ricchezza inesauribile, tra l’altro. Quella non conosce inflazione.

E alla borghesia italiana, prima che scompaia definitivamente, voglio comunque dedicare qualcosa.

Questo arrosto arrotolato di vitello.

Buon appetito, borghesi!!!

Arrosto di vitello

Arrosto arrotolato di vitello

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La Francia, Dio e le creature microscopiche