Il brasato, i capelli ramati e la libertà di annoiarsi

Essendo un uomo di fuoco, non saprei nemmeno dove andare a cercare la pazienza sul vocabolario.

Non sono però nemmeno un Ariete, di quelli che — quando va bene — si fanno una bistecca rare perché persino aspettare che cuocia sembra un’inutile complicazione dell’esistenza. Mia madre, per esempio, è arietissima. Lei forse ha trasferito tutta l’energia sul territorio inteso proprio come spazio fisico: pulire, sistemare, rimettere a posto, occupare casa propria come Napoleone occupava l’Europa. Io no. Io ho sempre avuto un altro problema: voglio le cose subito.

A un certo punto mi dissi: potrei esercitarmi. E dove, se non in cucina?

Perché la mia impazienza non è quella astratta di chi dice di essere impaziente. È quella di chi perde la metropolitana e trova offensivo dover aspettare altri tre minuti. Tre minuti. Come se nel frattempo potesse cadere l’Impero romano.

È anche quella di chi si guarda allo specchio, vede nei propri colpi di sole biondi qualche riflesso fuori luogo e pensa: perché non farmi una coccola con un tonalizzante? Ottima idea. Magari dal primo coiffeur trovato in un paese straniero, dove persino la comunicazione rimane quella che è. Che cosa potrebbe mai andare storto?

Mi era già capitato qualcosa di simile anni prima, in Italia, con un taglio fatto in un parrucchiere dentro un centro commerciale. Vabbè. Ci rimasi malissimo. Mi sentii addirittura umiliato. Non so perché i capelli abbiano su di me questo potere politico, ma evidentemente ce l’hanno.

Forse ho sempre voluto tutto subito. Da figlio unico potrei anche attribuirne comodamente la colpa alla mia infanzia, che è sempre utile quando non si vuole assumersi completamente la responsabilità delle proprie sciocchezze.

Del resto anche questo weekend era nato così. Venerdì decisi che volevo partire e organizzai tutto in un quarto d’ora. Partii.

Poi, solo a metà strada e dopo qualche colpo di sonno che, grazie a Dio, non mi è stato fatale, compresi una cosa sorprendente: il viaggio era interminabile.

Non so cosa mi fosse venuto in mente.

È che ogni tanto ho bisogno di fuggire dall’Italia. Per me rimane una specie di casa abitata da fantasmi che non vogliono andarsene. So benissimo che cambiando paesaggio il mondo rimane il mondo, io rimango io e i problemi generalmente hanno l’insopportabile abitudine di viaggiare senza pagare il biglietto.

Ma parto lo stesso.

Poi arrivo altrove, mi annoio anche lì e voglio tornare.

Questa volta, naturalmente, sono tornato con un nuovo colore di capelli. Molto Sagittario, direi.

Il problema è che non era esattamente il colore che avevo richiesto.

Non so cosa abbia combinato quel delinquente e forse non voglio nemmeno saperlo. So soltanto che c’era un suo cliente che praticamente rideva di me e che, una volta uscito in strada, avevo la netta impressione che tutti mi guardassero.

Naturalmente non avevo portato un cappellino.

Perché uno, quando parte per qualche giorno, mette in valigia le mutande, lo spazzolino, magari un profumo. Non pensa: metti anche qualcosa con cui nascondere un eventuale disastro tricologico internazionale.

Avevo i capelli ramati.

Ma non ramati nel senso di “c’è un leggerissimo riflesso caldo”.

No.

Ramati.

Il rame era diventato una posizione filosofica.

E soprattutto il prodotto era stato applicato dalle radici insieme a tutto il resto, tanto che a un certo punto preferii smettere di interrogarmi sulla chimica dell’operazione. Ci sono cose che, una volta accadute, devono essere consegnate direttamente a Dio.

All’inizio, mentre rientravo in macchina, continuavo a guardarmi nello specchietto retrovisore, che non è esattamente una delle pratiche consigliate per una guida prudente.

Con il sole del pomeriggio in autostrada mi dissi: Vabbè, forse non è poi così male.

Era male.

Per tutto il viaggio parlai con ChatGPT e Gemini delle possibili soluzioni. Tonalizzanti, pigmenti, cenere, lavaggi, riflessi. Mi ero fissato.

E tenevo anche ben presente un problema ancora più grave: mi sarei vergognato di farmi vedere così dal mio parrucchiere di fiducia.

Che è una cosa completamente assurda. Il parrucchiere dovrebbe essere esattamente la persona da cui andare quando qualcuno ha combinato un disastro.

E invece no.

Volevo arrivare da lui già dignitosamente riparato.

Una volta tornato a casa mi guardai allo specchio.

No.

No, no.

Era davvero peggio di quanto avessi voluto credere per tutto il viaggio.

Quel delinquente.

Maledetto.

COSA HA FATTO?

Eppure, a pensarci, era soltanto una delle tante situazioni della mia vita in cui avevo agito prima di pensare.

Il mattino dopo ero già davanti al Tigotà di San Giuliano Milanese prima delle nove. Con Asghar.

Entrammo praticamente mentre la saracinesca stava ancora salendo.

Non vedevo l’ora di correggere gli errori della mia impazienza con altra impazienza.

Che, se ci si pensa, è un metodo meraviglioso.

Tempo fa avevo però deciso di provare un’altra strada.

Applicare un po’ di psicologia alla cucina.

Se non riuscivo ad aspettare nella vita, forse avrei potuto imparare ad aspettare davanti a una pentola.

Cominciai con qualche lievitazione. Poi comprai un Crockpot.

Come faccio con tutti gli elettrodomestici nuovi, per i primi tempi mi mettevo lì a guardarlo funzionare. Esattamente come fanno i gatti con il cestello della lavatrice.

Avevo acquistato una macchina concepita precisamente perché non fosse necessario guardarla e io la guardavo.

Era già un inizio.

Cominciai quindi a cercare ricette che non fossero necessariamente elaborate, ma che richiedessero tempo. Lunghe cotture. Riposi. Marinature. Preparazioni nelle quali, a un certo punto, non puoi più fare niente.

Devi aspettare.

Il brasato fu uno dei miei esercizi.

Non potevi convincerlo.

Non potevi accelerarlo.

Non potevi aprire il Crockpot ogni undici minuti chiedendogli se avesse finito.

Il brasato non negozia.

Ha bisogno del suo tempo.

E forse proprio lì mi è tornata in mente una cosa dell’infanzia che non avevo mai veramente capito di rimpiangere.

Mio nonno che preparava il gyuvech nel forno a legna.

Oppure una carpa ripiena di riso e funghi che, dopo ore, diventava così morbida da sciogliersi in bocca.

Io lo vedevo entrare e uscire dal retro della casa, dove c’era il forno. Nel frattempo faceva altro. Sistemava qualcosa. Parlava con qualcuno. Passava da una faccenda all’altra.

La cena stava cuocendo.

E nessuno sembrava avere il problema di doverla mangiare immediatamente.

Bisognava aspettare sera.

Forse non è nemmeno quel cibo che mi manca.

Forse mi manca il ritmo con cui si tornava a prepararlo.

Mio nonno metteva qualcosa nel forno e poi continuava a vivere.

Io metto qualcosa nel Crockpot e rimango lì a fissarlo come Asghar davanti a un oggetto sospetto.

Forse ho imparato la tecnica dell’attesa prima ancora di imparare ad aspettare.

Eppure qualcosa deve avermi fatto bene.

Perché c’è una vita che scorre come un ruscello e una vita che arriva addosso come le cascate del Niagara.

Io ho vissuto molto più spesso la seconda.

Forse ciò che continuo a cercare in certi luoghi è semplicemente la prima.

Mi viene in mente Ry, il piccolo paese normanno associato al mondo di Madame Bovary e alla figura di Delphine Delamare, che contribuì alla leggenda intorno alla Emma di Flaubert.

Prima di andarci immaginavo un luogo quasi astratto.

Quando ci arrivai e vidi quel paesino pittoresco capii invece molto meglio la disperazione della noia.

Capii Emma che vaga con la testa.

Capii il desiderio di Rodolphe.

Capii quella necessità di andarsene pur non sapendo bene dove.

E poi mi venne in mente una cosa quasi opposta:

ma se proprio quella fosse stata la sua più grande libertà?

La libertà di annoiarsi.

Una libertà enorme.

Forse una delle ultime vere forme di lusso.

Avere abbastanza tempo da poterlo sprecare.

Poter stare davanti a una finestra senza che qualcosa debba necessariamente accadere. Non dover produrre, scegliere, rispondere, partire, migliorarsi, correggersi, aggiornarsi, diventare.

Annoiarsi.

Ahimè, chi sogna oggi una libertà simile?

Forse è anche per questo che a volte fantastico su viaggi assurdi verso luoghi dove la noia non sembra più nemmeno uno stato d’animo, ma un elemento del paesaggio.

La Siberia.

Certe città perdute nel nulla.

Posti in cui la desolazione non viene custodita: è il luogo stesso a esserne la materializzazione.

Quei paesi nei quali uno immagina che si diventi alcolisti semplicemente perché, a un certo punto, hai già contato tutte le finestre del palazzo davanti.

La noia.

La noia!

Mi ricorda qualcosa anche della Bulgaria della mia infanzia.

Non quella di oggi. O forse nemmeno quella reale di allora.

La Bulgaria che porto io nella testa: pomeriggi lunghissimi, cortili, anziani, orti, cose lasciate cuocere per ore, giornate in cui non accadeva niente e nelle quali, proprio per questo, poteva succedere qualsiasi cosa.

Oggi, quando torno, a volte mi sembra invece di vedere le rovine di una civiltà che ho conosciuto soltanto da bambino.

Ma forse è colpa mia.

Forse sono io che banalizzo, generalizzo, riduco tutto a opposizioni.

Siamo felici o siamo tristi.

Ricchi o poveri.

Mangiamo bene o mangiamo male.

Occidente o Oriente.

Partire o restare.

Biondo o ramato.

Sono dicotomico.

Bianco e nero.

E spesso divento qualcosa semplicemente per opposizione a ciò che mi circonda.

Non so ancora esattamente che cosa voglio.

Ma so molto bene cosa non voglio.

Non voglio la monotonia.

Non voglio che le mie scelte siano obbligate, prevedibili, già contenute nel luogo in cui vivo, nella famiglia da cui provengo, nella classe sociale, nella nazionalità, nell’età, in ciò che una persona come me dovrebbe normalmente desiderare.

E forse non voglio più nemmeno appartenere.

Perché so che, almeno per me, non sarà mai completamente possibile.

Allora prenderò quello che mi serve.

Come ho sempre fatto.

Un po’ di qua, un po’ di là.

Un piatto, una lingua, un libro, una città, un profumo, una ricetta.

Non diventerò necessariamente simile a ciò che mi circonda.

Anzi.

Probabilmente, per puro gusto della contraddizione, finirò spesso per diventarne il contrario.

Ma vorrei almeno imparare una cosa.

Svegliarmi la mattina e ringraziare davvero.

Non ringraziare perché tutto va bene.

Non va tutto bene.

Non ringraziare perché finalmente ho ottenuto tutto quello che volevo.

Probabilmente, cinque minuti dopo averlo ottenuto, vorrei qualcos’altro.

Ringraziare semplicemente perché c’è un altro giorno.

E magari non avere sempre bisogno di trasformarlo immediatamente in qualcos’altro.

Vi ho detto che durante la seconda metà di quel viaggio interminabile ascoltavo l’Ecclesiaste in audiolibro?

Naturalmente.

Io che avevo deciso il viaggio in un quarto d’ora, rovinato i capelli perché non riuscivo ad aspettare, passato ore a cercare il modo più rapido per correggerli e trascorso metà dell’autostrada interrogando due intelligenze artificiali su come accelerare ancora le cose, a un certo punto ascoltavo Qohelet parlare del tempo.

C’è un tempo per ogni cosa.

E io, evidentemente, continuo a cercare di prenotarlo prima.

P.S. Anni fa sognavo di diventare un intellettuale di sinistra, scrivere libri, farmi intervistare da Corrado Augias. Oggi penso che, almeno in parte, fosse vanità. Ricerca di prestigio. Un altro modo di inseguire il vento che soffia.

Una cosa però la so: sono un intellettuale a modo mio. E sono ancora biondo, soltanto biondo scuro, il mio.

Perciò lo dichiaro: il capitolo del biondo meshato è finito.

Change of season. Love can die.

Brasato di manzo all'Amarone e purea di patate

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