La fiamma media, la caramella e il fegato di vitello
Da bambino, quando mi davano una caramella da succhiare, avevo sempre lo stesso problema: dopo pochi secondi avevo già capito che era dolcissima. A quel punto non comprendevo più molto bene che cosa stessi aspettando. La schiacciavo coi denti. Crack. Finita. Poi guardavo gli altri bambini che continuavano tranquillamente a succhiare la loro e rimanevo quasi perplesso: avevamo ricevuto la stessa caramella nello stesso momento, loro ne possedevano ancora quasi una intera e io avevo già soltanto il ricordo.
Sono rimasto uguale. Al ristorante posso avere davanti qualcosa di meraviglioso e finirlo in due bocconi. Poi alzo gli occhi e quello seduto di fronte a me è ancora lì che taglia, mastica, posa la forchetta, parla, beve un sorso d’acqua e possiede addirittura ancora metà piatto. Io ho nuovamente fame. È come se non avessi mai imparato davvero ad amministrare il piacere. Se una cosa mi piace, mi piace adesso. Se ho già sentito che la caramella è dolce, perché dovrei passare altri venti minuti a verificare la notizia?
Per molto tempo ho liquidato tutto con il mio temperamento da segno di fuoco. Il Sagittario che sta educatamente nascosto sotto l’Ascendente Bilancia fino al momento in cui la diplomazia ha terminato le scorte. Poi esce e dice: gotta give it up. Basta. Ma crescendo ho capito che la faccenda è meno simpatica dell’astrologia e ha un nome decisamente più antipatico: autosabotaggio.
Perché io non sempre me ne vado quando una situazione non mi piace. A volte rimango abbastanza a lungo da fare in modo che diventi impossibile rimanere. Posso diventare arrogante, altezzoso, bizzarro, provocatorio. Non direi cattivo. Peggio: carognetta. Ho una certa facilità nel capire dove una persona è sensibile e, quando mi sento ferito o messo all’angolo, posso appoggiare il dito esattamente lì. Non con una coltellata. Sarebbe troppo semplice. Con qualcosa di piccolo, apparentemente innocente, possibilmente anche vero. Così, se l’altro reagisce, io posso perfino guardarlo con l’aria di chi non comprende: «Ma cosa ho detto?».
Durante uno stage in cucina mi capitò esattamente questo. Un giorno lo chef disse a un collega di darmi due mozzarelle che avevano in frigorifero, così non avrei dovuto continuare a spendere soldi per mangiare fuori. A me, materialmente, delle due mozzarelle non importava quasi niente. Chi mi conosce sa come mangio: non era esattamente la mozzarella del frigorifero aziendale a salvarmi dalla fame. Però avevo trovato il gesto dello chef molto carino. Rimasti soli, questo collega mi disse: «Ma sei sicuro che non vuoi andare a mangiarti qualcosa fuori?».
Io mi incazzai. Perché nella mia testa non si parlava più di mozzarella. Lo chef aveva appena avuto una gentilezza nei miei confronti e quello, appena lui era uscito, sembrava suggerirmi di levarmi di torno. Può darsi persino che io abbia letto più di quanto realmente ci fosse. Ma una volta che penso di aver capito qualcuno, il problema è che comincio a osservare tutto il resto attraverso quella lente.
E qui arrivava una contraddizione che ancora oggi mi fa ridere. Quell’uomo sembrava abbastanza interessato alle mie finanze da parlare, direttamente o indirettamente, della retribuzione del mio stage, ma non abbastanza interessato da lasciarmi mangiare gratuitamente le due mozzarelle che lo chef mi aveva appena offerto. In pratica si preoccupava del mio reddito mentre contemporaneamente contribuiva alle mie spese. Una specie di welfare al contrario: prima ti mando fuori a spendere, poi mi interrogo sul perché lavori gratis. AHAHAHAHA.
Nei giorni successivi iniziai infatti a sentire battute fra i dipendenti sugli stage non pagati. Raccontavano magari di proposte di stage ricevute e poi rifiutate. Non dicevano esplicitamente che parlassero di me, ma io ero ormai convinto che lui avesse sparlato alle mie spalle e dentro di me pensavo: ma che cazzo te ne frega delle mie finanze? Io, tra l’altro, avevo parlato direttamente con la titolare dicendole che non avevo particolari pretese economiche per quello stage, e lei mi aveva chiesto di rimanere.
Avevo anche notato una cosa che allora mi colpiva moltissimo: nessuno dei dipendenti sembrava ragionare da imprenditore. Quando arrivava troppa gente, si lamentavano perché c’era troppo da fare. Una volta discutemmo proprio del fatto che, secondo me, se una persona decide di andare al ristorante deve mettere in conto di consumare, perché è lei che ha deciso di entrare e occupare un tavolo. Lui mi rispose che dipendeva dalle possibilità economiche. Io gli dissi: certo, ma sei tu che hai deciso di sederti. Non dico che la mia posizione fosse l’unica possibile; dico che già lì si vedeva benissimo che guardavamo lo stesso posto da due punti completamente diversi.
Eppure, paradossalmente, c’erano cose che avrei voluto imparare da lui. Era siciliano. Una volta fece la caponata e io lo guardavo con autentica ammirazione. Gli dissi qualcosa come: «Che bello, un vero siciliano che fa la caponata». Me la fece assaggiare e per un attimo ero felicissimo: quella cosa lì, fatta da una persona della propria terra, aveva per me qualcosa di quasi rituale. Poi prese la caponata e la frullò per farne una crema che avrebbero utilizzato come base.
Io volevo mettermi a gridare.
AHAHAHAHA.
Avevo appena assistito alla nascita della caponata siciliana e immediatamente dopo alla sua distruzione sotto forma di crema.
Con lui avevo spesso quella sensazione strana: come se potessi imparare le cose, ma soltanto a metà. Persino i carciofi. In più di vent’anni in Italia non ero mai riuscito veramente a imparare a pulire un carciofo. È una di quelle cose davanti alle quali continuo a chiedermi come abbia fatto l’umanità a scoprirne la commestibilità. Immagino un uomo poco più che scimmia che raccoglie il primo carciofo della storia, prova a morderlo, capisce che così non funziona, toglie una foglia, riprova, ne toglie un’altra, riprova ancora e dopo non so quanti tentativi arriva finalmente alla conclusione che da qualche parte là dentro c’è effettivamente qualcosa da mangiare.
Assurdo.
Eppure a me i carciofi piacciono.
Il problema era che, mentre li pulivo, non sapevo mai se stessi togliendo troppo o troppo poco. Ogni foglia sembrava quella decisiva: questa è ancora dura? Questa invece la sto buttando inutilmente? Avrei dovuto probabilmente intuirlo dal colore, da quel rosa che cominciava ad apparire, dalla consistenza, da quel momento quasi impercettibile in cui il carciofo smette di essere corazza e comincia a diventare cuore.
Ma quella misura io non l’avevo mai avuta.
Ancora oggi, sinceramente, non so neppure se quei carciofi li abbia puliti bene o se alla fine fossero ancora fibrosi. Boh.
Ed è quasi comico che proprio mentre cercavo di imparare quanto togliere senza togliere troppo stessi parlando con una persona con la quale, pochi minuti dopo, avrei dimostrato di avere esattamente lo stesso problema nella vita. Quanto bisogna trattenersi? Quanto bisogna lasciare andare? Quando una cosa è ancora una foglia da conservare e quando invece è diventata soltanto una parte dura da eliminare?
Io quella misura, evidentemente, non ce l’avevo neppure con lui.
Lui aveva una laurea in Scienze politiche, quindi non era certamente l’ultimo scemo arrivato. Si definiva comunista e pacifista. Io, che Marx non l’ho mai veramente letto, ero però cresciuto con dei nonni che mi avevano lasciato addosso un’impostazione precisa sul lavoro, sulle classi sociali, sulla dignità. E avevo la sensazione paradossale che lui, pur avendo probabilmente studiato molto più di me, del comunismo avesse soprattutto un’identità nella quale riconoscersi. Contemporaneamente mi sembrava quasi compiaciuto di una certa volgarità, delle battute stupide, anche a sfondo sessuale, di quel modo volutamente terra terra che ai miei occhi cozzava con l’immagine intellettuale che dava di sé.
Quando intuii un certo tipo di visione politica, che ai miei occhi aveva forse una valenza soprattutto folkloristica, feci una cosa che ancora oggi trovo molto rivelatrice di me. Un pomeriggio gli raccontai, con il candore di un cherubino, che in passato avevo lavorato per una grande multinazionale che si occupava anche della progettazione di velivoli militari. Non glielo raccontai perché fosse necessario raccontarglielo. Glielo raccontai perché avevo già capito che gli avrebbe dato fastidio.
«Eh beh, io invece sono contro la guerra», mi rispose.
Ma va?
Dentro di me ridevo perché sapevo benissimo quello che stavo facendo. Non ero innocente. Ero preciso.
La scena che però ricordo meglio avvenne proprio mentre stavamo pulendo quei benedetti carciofi. Eravamo entrambi in piedi al banco. Lui era accanto a me, alla mia sinistra, con la testa china sul lavoro. Stavamo parlando del costo della vita a Milano, degli stipendi, di quanto servisse secondo lui per vivere decentemente. A un certo punto disse che 2.500 euro al mese sarebbero stati uno stipendio di cui lui, padre di famiglia, si sarebbe accontentato.
La battuta cattiva mi arrivò immediatamente sulla punta della lingua.
Ma non la dissi subito.
Per due secondi pensai davvero se fosse il caso di spararla.
Due secondi.
Il tempo morale a mia disposizione.
AHAHAHAHA.
In quei due secondi ripensai anche alla storia delle mozzarelle. Pensai che quest’uomo aveva trovato opportuno farmi uscire a spendere soldi per pranzo e poi, a quanto mi sembrava, aveva anche trovato opportuno interessarsi alla retribuzione del mio stage. Aveva insomma una concezione abbastanza creativa della tutela economica dello stagista: le mie entrate sembravano preoccuparlo molto più delle mie uscite.
E con quel meccanismo infantile ma precisissimo con cui a volte faccio i conti delle offese, decisi che quella battuta me l’ero guadagnata.
Avrei potuto toglierla, come una foglia dura del carciofo.
Invece decisi di lasciarla.
Gli dissi che io, normalmente, in un mese ne spendevo circa il doppio.
Poi mi girai a guardarlo.
Lui era sempre alla mia sinistra, in piedi, con la testa china. Non disse niente. Non fece una battuta. Non provò a rilanciare. Rimase semplicemente zitto.
E io vidi l’avvilimento.
È proprio questo che ricordo più della frase: il silenzio venuto dopo. Quel momento in cui capisci che ciò che hai detto è arrivato esattamente dove sapevi che poteva arrivare. Lui, padre di famiglia, aveva appena indicato 2.500 euro come una cifra della quale si sarebbe accontentato; io, mentre cercavo ancora di capire quante foglie fosse moralmente corretto sottrarre a un carciofo, gli avevo comunicato che quella stessa cifra per me non rappresentava neppure un mese intero di spesa.
Non gli avevo detto che guadagnava poco. Non gli avevo detto che io valevo più di lui. Non avevo insultato lui né la sua famiglia. Avevo semplicemente detto quanto spendevo.
Ed era proprio questo a renderla una cattiveria tanto efficace.
Avevo avuto la battuta pronta, avevo avuto persino il tempo di domandarmi se dirla, e avevo deciso consapevolmente di dirla. Quando poi mi girai e lo vidi zitto, con la testa china, capii che probabilmente avevo ottenuto proprio l’effetto che avevo previsto.
Questa è forse la forma più pura della mia arroganza: posso lasciare che sia il fatto a fare l’insulto al posto mio. E poi, volendo, posso persino difendermi: «Ma io ho soltanto detto quanto spendo».
Sì, certo.
Biondo innocentissimo.
Anche sua moglie era diventata, nella mia testa, parte dello stesso discorso. Faceva la psicologa online. Non voglio sostenere che la psicoterapia online non possa essere seria o utile: può esserlo eccome. Ma io reagivo istintivamente pensando a tutto ciò che, secondo il mio modo di sentire, veniva perso. Una persona fisicamente davanti a te. Gli occhi. Il corpo. I silenzi dentro la stessa stanza. Quella presenza umana non mediata da uno schermo. Persino il transfert, nella mia immaginazione, mi sembrava qualcosa di diverso quando fra due persone c’era una videocamera.
E pensavo: una persona formata in quel mestiere saprà certamente che non è esattamente la stessa esperienza e sceglie comunque quella modalità perché è un compromesso possibile con la vita.
Probabilmente proiettavo moltissimo. Ma il fatto interessante è proprio questo: io ho sempre avuto un problema enorme con il compromesso.
Se non so se un piatto vada cotto a fiamma alta oppure a fiamma debole, non penso: nel dubbio mettiamola media.
AHAHAHA.
Perché la fiamma media, per me, non è automaticamente prudenza. Qualche volta significa semplicemente non avere scelto.
Quando poi parlai con la titolare del clima in cucina, lei mi disse che teneva molto a non avere un ambiente brutto fra i dipendenti e mi raccontò che era capitato che qualcuno usasse la parola «frocio». Io interpretai quella precisazione come un modo per avvertirmi che magari certe battute erano rivolte anche a me e risposi: «Ah, hanno capito che sono gay dal fatto che mi lavo le mani?».
Anche quella era una battuta. E anche quella era un piccolo coltello. Perché invece di accettare il ruolo della persona intimidita dall’insulto, avevo trasformato l’insulto in una dichiarazione sulla loro rozzezza. Ero riuscito, come mi capita, a provocare e contemporaneamente a costruirmi la posizione dalla quale, se qualcuno avesse reagito, sarei potuto sembrare io quello attaccato.
Forse non sono sempre stato bravo ad andarmene. Sono stato molto bravo, però, a rendere impossibile restare.
Ho conosciuto anche l’estremo opposto. Chiamerò una donna Elena, naturalmente non è il suo vero nome. Lavora da anni in contabilità nello stesso posto dell’hinterland milanese. Da anni racconta di essere sfruttata, trattata male, sottopagata; da anni si lamenta e da anni continua ad andare nello stesso ufficio. Una volta scoppiò a piangere sul lavoro e arrivò a consolarla quello che veniva presentato come una specie di responsabile delle risorse umane: un uomo anziano, già in pensione, che continuava a presentarsi lì e veniva al lavoro in sandali. Da come mi era stata raccontata la situazione, non sembrava neppure avere un vero potere di cambiare ciò che la faceva soffrire.
La scena mi sembrava quasi surreale: lei che piangeva, lui che la consolava, i sandali, e il giorno successivo tutti nuovamente al proprio posto. Anni dopo Elena è ancora lì.
Una volta la portai da Mazzolari. Si fece sentire una quantità impressionante di profumi, uno dopo l’altro, tanto che alla fine persino la commessa le chiese: «Ma quanti profumi hai sentito?». Il punto, però, era che lei li provava lì per poi comprarseli su Notino.
Quella cosa mi aveva lasciato abbastanza interdetto. Da una parte Elena passava il tempo a raccontarmi quanto venisse sfruttata nel proprio lavoro; dall’altra entrava in un negozio, utilizzava il tempo, la competenza e la pazienza di un’altra lavoratrice per scegliere un prodotto e poi spostava l’acquisto altrove, perché costava meno.
Capisco perfettamente il meccanismo: se tu sei sfruttato da qualcuno, magari appena puoi provi a risparmiare e finisci inconsapevolmente per scaricare su qualcun altro il costo del tuo risparmio. Non penso che comprare online significhi automaticamente sfruttare una persona. Ma quella scena, per come l’avevo vissuta io, mi sembrava raccontare qualcosa di molto umano e molto poco edificante: riconosciamo benissimo lo sfruttamento quando siamo noi a subirlo; facciamo molta più fatica a riconoscerlo quando siamo dalla parte che ne trae un piccolo vantaggio.
Elena detestava il compromesso quando il compromesso veniva imposto a lei. Quando invece il compromesso le permetteva di pagare meno un profumo, improvvisamente diventava molto più sopportabile.
Curiosamente anche Elena è Bilancia. Come il collega della cucina. Non penso seriamente che il segno zodiacale determini questi comportamenti, ma la coincidenza mi diverte troppo per non notarla. Nella mia personale mitologia astrologica entrambi rappresentano una qualità che mi affascina e mi esaspera: la capacità di rendere abitabile il compromesso. Di tenere insieme cose contraddittorie senza sentire immediatamente l’urgenza di romperle.
Ho conosciuto poi situazioni incomparabilmente più drammatiche. Anni fa incontrai una donna ospitata in una casa comunità insieme a due delle sue tre figlie, una adolescente e una bambina molto piccola; la terza era già adulta e viveva altrove. La donna raccontava che le figlie più grandi avevano subito abusi dal padre e che, quando aveva avuto paura che lui potesse tentare qualcosa anche con la più piccola, aveva finalmente detto basta ed era fuggita.
Ricordo alcuni comportamenti della bambina che allora mi sembravano strani e inquietanti e soprattutto la reazione della madre, che in certi momenti arrivava piangendo e gridando, prendeva la figlia e la portava dentro casa. Non posso e non voglio interpretare il comportamento di una bambina né dedurre da ciò che vidi che cosa stesse avvenendo psicologicamente. Quello che mi rimase addosso fu invece una domanda molto più semplice: quanto può sopportare una persona prima di dire basta?
E lì non mi permetterei mai di dire semplicemente: «Io me ne sarei andato». Dentro una relazione abusiva possono esserci paura, dipendenza economica, isolamento, figli, minacce, vergogna, controllo, una quantità di catene che dall’esterno non si vedono. Eppure proprio queste storie mi hanno sempre fatto pensare alla straordinaria capacità umana di adattarsi.
Ci abituiamo quasi a tutto. A un lavoro che ci rende infelici. A una famiglia che ci ferisce. A una relazione che ci spegne. Possiamo lamentarci ogni giorno e contemporaneamente costruire un’intera vita attorno alla cosa della quale ci lamentiamo.
Io ho paura proprio di questo.
Ho paura del fuoco debole.
Non della fiammata che ti costringe a spostare immediatamente la mano. Del calore sopportabile. Quello che non fa abbastanza male da obbligarti ad andartene oggi. Quello al quale puoi dire: vabbè, ancora un po’. Poi domani. Poi un altro anno. Poi dieci.
Forse per questo, quando percepisco che una situazione sta diventando tiepida e insopportabile, qualche volta faccio l’opposto: alzo io la temperatura. Provoco. Esagero. Costringo qualcosa a succedere. È un modo discutibile di fuggire senza dover dire apertamente che sto fuggendo.
E in amore diventa ancora peggio.
Mi è capitato di farmi detestare proprio quando avevo più paura. Quando qualcuno mi interessa davvero posso tirare fuori il peggio di me. Posso diventare bizzarro, pazzo, esasperante, forse persino disgustoso. Come se volessi mostrare immediatamente all’altro tutto ciò che potrebbe convincerlo a scappare e vedere se rimane.
Perché il vero amore mi spaventa più della solitudine.
L’amore vero contiene una frase che trovo terrificante: sei libero.
Non posso legare nessuno. Non posso ottenere una garanzia. Non posso chiedere: sarai ancora interamente per me domani? Fra un anno? Fra dieci? Non posso mettere un lucchetto su un sentimento e sapere che rimarrà esattamente com’è.
E fuori ci sono sempre altri. Più belli. Bellissimi. Alcuni belli al punto da poter andare a vendere materassi in televisione. Ci sono quelli più colti, più educati, più miti, quelli di buona famiglia, quelli meno complicati, quelli che non trasformano ogni relazione in un seminario filosofico sul destino dell’essere umano.
E uno dovrebbe scegliere me.
Per quanto?
Questa domanda può diventare intollerabile. E allora, invece di aspettare che l’altro un giorno possa andarsene, posso iniziare consciamente o meno ad aiutarlo. Un comportamento assurdo qua, una provocazione là, un eccesso, una frase di troppo. Vediamo se rimani anche adesso. E adesso? E adesso?
Finché se ne va.
È atroce, ma almeno l’incertezza finisce.
Se temo che un giorno qualcuno possa abbandonarmi, riuscire a farmi abbandonare trasforma un’angoscia senza data in un evento preciso. Fa male, ma è successo. Non devo più domandarmi quando succederà.
Questa cosa si chiama autosabotaggio. Ed è paradossale perché io, in realtà, sogno esattamente l’opposto. Sogno di riuscire a essere tenero dentro. Felice. Good Vibrations. Sogno una vita talmente tranquilla da permettermi persino di convivere con qualcuno che mi faccia un po’ schifo quando si passa la lingua fra i denti dopo aver mangiato.
Sogno Charles Bovary. Quello che gioca col tappo di sughero. Quello goffo, quello a cui cadono i bottoni del panciotto, quello che Emma guarda e pensa che non possa essere davvero quella la grande passione promessa dai libri.
E invece io, qualche volta, sogno proprio di riuscire ad amare anche quello.
Di vivere la mediocrità, ma nel senso più bello del termine. La vita ordinaria. Quella che non deve continuamente provare di essere eccezionale. Una persona che torna a casa. Mangia. Fa una cosa ridicola. Mi irrita. Il giorno dopo fa probabilmente la stessa cosa ridicola. E io non sento il bisogno di trasformare quella piccola imperfezione in una prova definitiva dell’incompatibilità delle nostre anime.
Mi affascinano le persone da Palmolive proprio perché non vivono con la mia rigidità nel tentativo di sembrare meno snob di quanto io sia in realtà: anche se i siliconi dovessero tapparmi tutti i pori sulla schiena, ebbene, chisse frega; andrò a fare shopping in via Torino per distrarmi.
Liberamente ispirato dal video dei Pulp, ovvero Common People
Forse sogno lo stesso amore che sognava Madame Bovary. O forse non voglio sempre l’amore quanto l’idea dell’amore: l’idealizzazione di un sentimento nobile, assoluto, enorme, che continuo a vivere con una parte di me rimasta stranamente vergine.
Un cuore vergine non perché non abbia sofferto, ma perché continua a credere che il grande sentimento debba essere riconoscibile proprio dal fatto che non accetta riduzioni.
In fondo sono anche felice di non essere una persona banale e facilmente decifrabile. Anzi, qualche volta mi diverte quella che, nella mia personale astrologia, considero la superficialità dei segni d’aria: vedono tre dettagli, li collegano velocemente e pensano di aver capito la persona. Con quel Bilancia probabilmente successe proprio questo. Io sostenevo che, se vai al ristorante e occupi un tavolo, devi mettere in conto di consumare; gli dissi che spendevo circa il doppio dei 2.500 euro mensili di cui lui, padre di famiglia, si sarebbe accontentato; e, avendo intuito un certo tipo di visione politica, gli raccontai apposta di aver lavorato per una multinazionale che si occupava anche di velivoli militari. Per quanto ne so, poteva tranquillamente essersi convinto di avere davanti uno snob capitalista e magari persino un fascista. La cosa divertente è che non aveva probabilmente la minima idea di come fossi davvero, e io invece di correggerlo mi divertivo ad aiutarlo a sbagliare.
Una volta mi chiese, parlando dei miei capelli: «Ah, perché sono tinti?». Scoppiai a ridere e gli dissi: «No, decolorati semmai». Anche lì c’era tutta la distanza fra noi: lui vedeva semplicemente dei capelli biondi; io vedevo schiariture, manutenzione, tonalità e tutto un lavoro che, guardandomi, avrebbe anche potuto immaginare non fosse esattamente da cinque euro. Non glielo spiegai. Mi divertiva troppo vedere quanto velocemente avesse deciso di aver capito.
Forse è questo che mi esaspera e insieme mi diverte dei segni d’aria: possono essere rapidissimi nel leggere i segnali e superficialissimi nel credere che i segnali esauriscano la persona. E io, che vivo di contraddizioni, davanti a qualcuno convinto di avermi capito troppo in fretta ho un istinto quasi infantile: invece di spiegarmi meglio, gli passo un’altra informazione vera ma perfettamente scelta per mandarlo ancora più fuori strada. Naturalmente è anche autosabotaggio: c’è una differenza enorme fra essere complessi e divertirsi a essere fraintesi. Ma almeno posso dire una cosa: chi ama troppo le etichette, con me prima o poi sbaglia scaffale.
Ed è qui che arrivo al fegato di vitello.
Non soltanto perché il fegato va trattato con decisione. Anche perché il fegato, già di suo, non è un alimento timido. Ha un sapore intenso, minerale, ferroso, immediatamente riconoscibile. Non è una di quelle cose che possono fingere di essere altro. O ti piace oppure ti ricorda con una certa brutalità che stai mangiando una frattaglia.
Anche dal punto di vista nutrizionale è quasi una concentrazione: è particolarmente ricco di vitamina A, vitamina B12, folati e ferro. Non direi che sia semplicemente “pieno di emoglobina”, perché sarebbe impreciso, ma quella componente ferrosa, insieme alla sua densità nutritiva, gli dà anche qualcosa di quasi sanguigno nella percezione del gusto.
È un alimento intenso persino prima di entrare in padella.
Quasi un alimento che non conosce la moderazione.
E forse non è un caso che oggi molti italiani mangino fegato e frattaglie molto meno comunemente rispetto a quanto accadeva in tante cucine familiari del passato. Fegato, rognone, animelle, trippa, cuore, lingua: sapori troppo riconoscibili, consistenze troppo dichiarate, parti dell’animale che non permettono di dimenticare completamente che un animale esisteva. Abbiamo imparato ad amare molto di più i tagli rassicuranti, uniformi, puliti, possibilmente senza ossa, senza nervi, senza identità.
Il fegato invece non si lascia addomesticare così facilmente.
Sa di fegato.
Ed è proprio per questo che mi somiglia un po’.
Anche lui è intenso. Anche lui, se lo tormenti troppo, diventa insopportabile. Anche lui ha bisogno di una cosa che io nella vita faccio continuamente fatica a trovare: la temperatura giusta e soprattutto il momento giusto per fermarsi.
Una padella ben calda, una scottata breve, il necessario. Se lo lasci troppo a lungo, si asciuga e diventa stopposo. Non è necessariamente la temperatura più violenta a rovinarlo. È il tempo.
Questa cosa mi affascina perché contraddice una metafora che usiamo continuamente. Diciamo che chi si è scottato nella vita diventa duro.
Ma forse non è sempre vero.
Forse chi si scotta può rimanere tenero. Forse è chi rimane troppo a lungo sul fuoco debole che diventa stopposo.
Il calore moderato sembra meno pericoloso proprio perché non aggredisce immediatamente la superficie. Non dà quello shock netto che ti obbliga a reagire. E proprio per questo continua a penetrare. Piano. Senza clamore. Sempre più dentro. Finché arriva all’anima della carne.
Ed è proprio questo che mi fa paura.
Non la sofferenza chiara. Non la fiammata. Non il momento in cui dici «basta» e ti trovi improvvisamente fuori con le tue cose in mano.
Mi spaventa il calore che riesco a sopportare.
Mi spaventa svegliarmi dopo dieci anni e scoprire che, per prudenza, ho lasciato tutta la mia vita sulla fiamma media. Mi spaventa chiamare stabilità ciò che ormai è paura, adattamento ciò che è rassegnazione, compromesso il fatto di non avere più il coraggio di scegliere.
Eppure conosco anche il pericolo opposto, perché sono io.
Mordere sempre la caramella significa che la caramella finisce sempre prima. Alzare continuamente la fiamma significa poter bruciare anche ciò che avrebbe soltanto avuto bisogno di tempo. Farsi cacciare significa poter perdere anche posti dai quali, forse, sarebbe bastato semplicemente imparare ad andarsene da soli. Mettere continuamente alla prova l’amore significa rischiare di distruggere proprio la libertà che lo rende amore.
Forse il mio problema non è veramente la fiamma media.
Forse è che faccio ancora fatica a distinguere la tiepidezza dalla serenità.
E vorrei impararlo.
Vorrei essere capace di prendere qualche scottatura senza trasformarmi in una persona dura. Vorrei che le mie esperienze lasciassero fuori qualche segno e dentro ancora tenerezza. Vorrei riuscire a non farmi penetrare lentamente da ciò che mi spegne, ma anche a non incendiare tutto soltanto per assicurarmi che sia ancora vivo.
La vita che ci costruiamo è il modo più elaborato di restare fedeli alla nostra contraddizione più atroce.
Vorrei essere un po’ come quel fegato di vitello: intenso, riconoscibile, quasi troppo, ma ancora tenero dentro. Non perché non abbia incontrato il fuoco, ma forse proprio perché l’ha incontrato davvero e non ci è rimasto sopra inutilmente.
Vorrei amare qualcuno mentre gioca stupidamente con un tappo di sughero, mentre perde un bottone, mentre si passa la lingua fra i denti e io penso, con autentico orrore: Dio mio, farà probabilmente questa cosa anche domani.
E magari sorridere.
Perché forse vivere non significa scegliere sempre la fiamma alta. Significa capire che ogni cosa ha una temperatura e un tempo. Sapere quando scottare, quando aspettare, quando abbassare il fuoco e soprattutto quando togliersi dalla padella.
Io, nel dubbio, il fegato di vitello continuo comunque a volerlo tenero.
Rösti mit Leberli