Crying in shame

Reminds Me Of — La vanità della violenza, della carne e dell'uomo che ho sempre disprezzato.

Qualche giorno fa ho preparato una cotoletta. Una cotoletta che avevo voluto più viennese che milanese, accompagnata da patate delicatamente lessate e condite con prezzemolo, non fritte, come vuole una delle più belle consuetudini della cucina austriaca. C'è qualcosa di straordinario nella cucina tradizionale viennese, qualcosa che sembra essersi conservato quasi incontaminato attraverso la modernità. Penso anche soltanto al loro bollito, il Tafelspitz, e a quel modo di intendere la cucina che non sente continuamente il bisogno di giustificare la propria esistenza attraverso qualche invenzione. Un buon bollito rimane un buon bollito. La civiltà, qualche volta, consiste anche nel sapere quando fermarsi.

La mia cotoletta, per essere precisi, era di maiale, dunque una Schnitzel Wiener Art. Avevo comprato due braciole quasi per carineria. Ero andato dal macellaio per prendere delle ossa con cui preparare un fondo bruno e, trovandomi lì, mi era sembrato gentile acquistare anche qualcosa da mangiare. Una circostanza assolutamente ordinaria, come sono ordinarie molte delle decisioni che finiscono per occupare i nostri pensieri ben oltre il tempo necessario a prenderle.

Arrivato a casa, cominciai a battere le braciole. Le battei accuratamente, forse anche troppo, perché volevo ottenere quello spessore sottile e regolare che considero indispensabile per una buona cotoletta. A un certo punto la carne cominciò persino a bucarsi. Sentivo le fibre cedere sotto il batticarne e pensai che stessi infliggendo una violenza ulteriore a qualcosa che era già stato ucciso.

Può sembrare una considerazione ridicola, soprattutto da parte di uno che cucina carne piuttosto frequentemente e che è perfettamente capace di apprezzarne il sapore. Ma io non ho mai dimenticato che quella materia, prima di diventare una braciola, apparteneva a un essere vivente.

Quando ero bambino e vivevo in campagna, sentivo i maiali gridare mentre gli uomini adulti li sgozzavano. Erano grida terribili, che annunciavano una sofferenza della quale gli uomini sembravano occuparsi soltanto nella misura necessaria a portare a termine il lavoro. Io allora decidevo di diventare vegetariano.

Lo rimanevo per circa tre giorni.

Poi mi passava.

E ricominciavo a mangiare carne.

AHAHAHAHA! Una coscienza morale che resisteva meno di una conserva aperta in frigorifero.

Eppure non era affatto una commedia. Quei tre giorni rappresentavano il tentativo, infantile e certamente contraddittorio, di sottrarmi a qualcosa che mi pareva intollerabile. Semplicemente non riuscivo a mantenere quel rifiuto. Il piacere, l'abitudine, la fame e forse anche una certa rassegnazione finivano per avere la meglio.

Ancora oggi provo empatia per gli animali che cucino. Perfino per i pesci, che in fondo hanno due occhi, una bocca e un muso con cui presentarsi al mondo. Mi inteneriscono persino i totani e le seppie. Non so se si tratti di una forma particolarmente sviluppata di sensibilità o di un'incapacità di accettare fino in fondo la realtà alimentare alla quale appartengo. So soltanto che, guardandoli, non riesco a considerare la loro esistenza come qualcosa di completamente estraneo alla mia.

E mentre battevo quella carne mi tornò alla mente un altro episodio, avvenuto diversi anni prima.

Ero stato accecato dalla rabbia per una vicenda nella quale non desidero entrare. Diedi un pugno alla porta a vetri del bagno e mi ferii gravemente alla mano destra. Il tendine del pollice venne completamente reciso, mentre un altro tendine, all'altezza del polso, riportò una lesione più lieve.

La cosa che ricordo con maggiore stupore è che non sentivo male.

Assolutamente niente.

Nonostante la gravità della ferita, non provavo alcun dolore fisico. Ero passato da una rabbia quasi incontrollabile a una calma sorprendente. Sapevo che sarei stato soccorso e confidavo che le cose si sarebbero sistemate. Mi era persino andata bene, considerando quello che sarebbe potuto accadere.

Rimasi a osservare il mio tendine scoperto, nudo, esposto, senza avvertire dolore. Era una parte del mio corpo che non avevo mai visto e che improvvisamente si trovava davanti ai miei occhi. La guardavo con una curiosità quasi estranea alla violenza del gesto che aveva provocato la ferita.

Mi sembrò improvvisamente assurdo che quella materia fossi io.

Sotto la pelle, sotto i vestiti, sotto la mia identità e sotto tutte le considerazioni che potevo avere di me stesso, c'era semplicemente della carne.

La stessa materia organica che trovavo sul tagliere, dal macellaio o nel piatto. Materia organizzata diversamente, certamente, ma pur sempre vulnerabile, lacerabile, deperibile.

E pensai alla nostra nullità.

Noi uomini abbiamo la curiosa abitudine di attribuire a noi stessi un'importanza quasi illimitata. Ci consideriamo creature spirituali, razionali, capaci di trascendere la natura attraverso il pensiero, l'amore, l'arte e la civiltà. Poi basta un pugno contro un vetro per ricordarci che un tendine può recidersi esattamente come qualsiasi altra fibra.

E io quel giorno avevo scoperto qualcosa di ancora più paradossale: potevo guardare una parte del mio corpo gravemente ferita senza sentire assolutamente niente.

La fragilità della materia non aveva neppure bisogno di annunciarsi attraverso il dolore.

Era semplicemente lì, davanti ai miei occhi.

La materia rende possibile la nostra grandezza, ma ne stabilisce anche i limiti.

Eppure, fra tutte le cose che l'uomo avrebbe potuto fare con la propria intelligenza, ha dedicato un'energia straordinaria a trovare modi sempre più elaborati per danneggiare la materia di cui sono fatti i propri simili.

Devo confessare di aver sempre trovato particolarmente stupidi certi uomini. Quelli banali, aggressivi, che fanno della forza un culto e della violenza una specie di principio morale. Uomini che sembrano aver confuso il proprio valore con la capacità di far male, di sopportare il dolore o di intimorire qualcuno.

Li osservo spesso come si osservano gli animali. Non perché gli animali meritino questo paragone, anzi. Gli animali mi sembrano frequentemente più giustificabili degli uomini, perché raramente hanno bisogno di costruire una teoria della propria virilità.

Da bambino mi colpiva l'aggressività degli altri maschietti. C'era sempre qualcuno che doveva dimostrare di essere più forte, che non poteva cedere, che doveva reagire a un'offesa reale o immaginaria. Un bambino doveva imparare a non piangere quando si faceva male, a non mostrarsi debole, a resistere. Nell'Europa orientale in cui sono cresciuto, ricordo questi comandamenti pronunciati con una naturalezza impressionante. La durezza veniva trattata come un ingrediente indispensabile dell'educazione maschile.

L'uomo doveva essere stoico.

Doveva essere forte.

Doveva saperle dare e, soprattutto, saperle prendere.

Perché un uomo che non sa prenderle, evidentemente, non è abbastanza uomo.

Da adulto mi iscrissi a un corso di Krav Maga. Volevo imparare a difendermi, una cosa che mi sembra abbastanza ragionevole in un mondo nel quale esistono persone disposte ad aggredirne altre.

L'istruttore era del Leone. Un Leone piuttosto tipico, direi, uno di quei patatoni che vogliono fare i duri e che, quando si entusiasmano, sembrano quasi interpretare una parte davanti a un pubblico invisibile.

Una volta cercò di dimostrare come liberarsi da una presa. Mi usò come esempio, ma non riuscì a sciogliersi dalla mia stretta. Io ero troppo forte per lui, almeno in quella circostanza. Tentò più volte senza riuscirci e, alla fine, ricorse al suo espediente preferito: il colpo ai genitali.

AHAHAHAHA!

Da un punto di vista strettamente pratico, suppongo che un calcio nei coglioni possa risolvere molte controversie. Anche se dubito che costituisca una particolare conquista della civiltà.

In fondo ero andato lì per imparare delle tecniche, e mi ritrovavo davanti a un uomo che, quando la tecnica non gli riusciva, aveva sempre disponibile la più elementare delle soluzioni.

Ma non fu questo a farmi abbandonare il corso.

Mi disturbava soprattutto l'entusiasmo con cui parlava della violenza. Una volta raccontò di amare certi combattimenti particolarmente brutali, regolarmente organizzati, nei quali gli atleti arrivavano a farsi malissimo. Un'allieva rimase scandalizzata e gli chiese spiegazioni. Lui rispose che ammirava profondamente persone disposte a salire su un ring sapendo che avrebbero potuto ricevere colpi terribili, perdere i denti, riportare ferite importanti.

Raccontava anche qualcosa del loro stile di vita. Diceva che alcuni potevano guadagnare cifre enormi e poi sperperarle fra droghe, prostitute e altri eccessi.

Era un universo fatto di pugni, soldi, dolore, sesso e trasgressione.

E lui sembrava trovarlo straordinariamente affascinante.

Io, invece, continuavo a domandarmi che cosa ci fosse di tanto straordinario.

Un uomo si lascia massacrare per guadagnare una fortuna, poi spende quella fortuna per procurarsi piaceri che possono contribuire a rovinarlo ulteriormente.

Perde i denti per potersi permettere tutto. Salvo poi averne bisogno per mangiare.

Mi pareva un progetto di vita piuttosto discutibile.

Ma quello che trovavo davvero fuori luogo era che un istruttore di autodifesa proponesse quel mondo con un entusiasmo così poco misurato. Davanti a lui c'erano persone che desideravano imparare a proteggersi. Persone delle quali non poteva conoscere il rapporto con la violenza, le esperienze personali, le paure.

Io non avevo pagato per frequentare un circolo di ammiratori della brutalità.

Dovevo ancora versare del denaro, ero già alle prese con altre spese e, oltretutto, per raggiungere quella palestra dovevo percorrere parecchia strada.

A un certo punto mi dissi che ne avevo abbastanza.

Non tornai più.

Non gli scrissi. Non cercai chiarimenti. Non organizzai discussioni e non mi preoccupai neppure di comunicare formalmente il mio disgusto.

Semplicemente mi dileguai.

In fondo ero andato al Krav Maga per imparare a liberarmi da una presa. Alla fine mi ero liberato dell'istruttore.

Senza bisogno di prenderlo a calci nei genitali.

La cosa curiosa è che non ho mai trovato particolarmente eccitante la violenza fra uomini. Vedere due maschi che si picchiano mi provoca piuttosto una sensazione di ridicolo.

A volte mi soffermo sull'aspetto grottesco dei loro corpi. Due uomini che si affrontano come se dovessero decidere le sorti dell'universo e che, sotto i vestiti, hanno semplicemente due culi, due ani, delle viscere, una quantità di organi e tessuti che non hanno nulla di particolarmente eroico.

È una considerazione volgare?

Certamente.

Ma anche il corpo umano è volgare, se lo si guarda senza tutta la retorica che abitualmente gli attribuiamo.

L'uomo che si crede un guerriero è pur sempre un organismo che mangia, digerisce, defeca e può morire per una ferita.

Personalmente preferisco di gran lunga i video con i gattini.

Il che potrebbe farmi apparire poco virile a certi uomini. Me ne farò una ragione.

Mi sono anche domandato se il culto del combattimento non nasconda, in certi ambienti maschili, una forma di erotizzazione della violenza.

Due uomini si toccano, si stringono, si immobilizzano, si avvinghiano, sudano, si sopraffanno. Il corpo maschile diventa oggetto di ammirazione, di osservazione minuziosa, qualche volta quasi di venerazione.

Tutto è permesso, purché si faccia male.

Gli stessi uomini che possono trovare imbarazzante una carezza fra due maschi sembrano perfettamente a proprio agio davanti a due corpi che si stringono fino a soffocarsi.

La tenerezza minaccia la virilità. La violenza, invece, la conferma.

Una contraddizione che trovo straordinariamente infantile.

E forse è anche per questo che mi è rimasto così impresso La statua di sale di Gore Vidal.

Nel romanzo, Jim Willard vive per anni nell'ossessione di ritrovare Bob Ford, l'amico della giovinezza con il quale aveva condiviso un'esperienza amorosa. Jim continua a desiderare quel ragazzo, o forse l'immagine che ne ha conservato, come se il tempo non avesse alcun diritto di modificare le persone.

Quando finalmente si ritrovano, Bob è un altro uomo. Ha una moglie, una vita diversa, un'identità che non coincide più con quella custodita nei ricordi di Jim.

Il loro incontro finisce tragicamente.

Nella versione riveduta del romanzo, pubblicata nel 1965, Jim violenta Bob. Nella prima versione del 1948, invece, arrivava addirittura a ucciderlo.

Ho sempre trovato terribile l'idea che un uomo possa desiderarne un altro per tutta la vita e, al momento di ritrovarlo, esercitare su di lui la propria forza fino ad annullarne la volontà.

L'amore si trasforma in possesso. Il possesso in dominio. Il dominio in violenza.

Come se l'uomo, incapace di accettare la vulnerabilità che comporta amare qualcuno, preferisse distruggere l'altro piuttosto che riconoscerne la libertà.

Eros e brutalità finiscono per incontrarsi nello stesso corpo.

Jim sembra incapace di concepire un amore che non abbia come esito la conquista definitiva dell'altro. È l'illusione romantica di cui parlava lo stesso Vidal, portata fino alle sue conseguenze più devastanti.

Mi pare che ci sia qualcosa di profondamente maschile, nell'accezione più miserabile del termine, in questa incapacità di accettare il rifiuto.

L'uomo deve vincere.

Deve conquistare.

Deve possedere.

Deve dimostrare di poter esercitare la propria volontà su qualcosa o qualcuno.

E quando non riesce a essere amato, talvolta preferisce essere temuto.

Ma il romanzo di Vidal contiene anche una coincidenza che considero particolarmente dolorosa. È dedicato alla memoria di Jimmie Trimble, il giovane che Vidal aveva amato e che morì durante la Seconda guerra mondiale.

Un ragazzo reale, morto in guerra, dietro una storia letteraria sull'impossibilità di ritrovare l'uomo amato.

Come se la guerra e la violenza continuassero a intervenire anche nei luoghi più intimi del desiderio.

E mi domando quanto di questa tragedia derivi dal fatto che all'uomo, fin da bambino, viene insegnato che amare significa anche proteggere, difendere, conquistare, sacrificarsi, possedere.

Come se non gli fosse consentito semplicemente amare.

Un'altra volta mi imbattei sui social in un video russo. Non guardo quasi mai il telegiornale e preferisco scorrere le notizie attraverso altri canali, anche perché mi interessa osservare ciò che circola al di fuori della selezione dei grandi mezzi d'informazione.

Nel video, due automobilisti avevano avuto un incidente. Uno scendeva dalla macchina furibondo, deciso a picchiare l'altro. Poco dopo arrivava anche un amico, altrettanto arrabbiato.

Poi accadeva qualcosa di curioso.

Uno dei due guardava nell'abitacolo dell'automobile contro cui si stavano scagliando. Anche l'amico si avvicinava per vedere.

Dentro c'era un bambino.

Improvvisamente si impietosivano.

La loro aggressività sembrava svanire.

E io rimasi a domandarmi perché.

L'uomo che stavano per picchiare era sempre lo stesso. Non era diventato improvvisamente più fragile, più umano o più meritevole di rispetto.

Era semplicemente diventato, ai loro occhi, il padre di qualcuno.

Possibile che serva un bambino perché due uomini comprendano che un altro uomo può soffrire?

Possibile che il rispetto della vita altrui dipenda dal fatto che qualcuno abbia delle persone da proteggere?

Quell'uomo era degno di pietà soltanto quando si scopriva che aveva una famiglia?

Che cosa sarebbe successo se nell'automobile fosse stato solo?

Mi sembra che gli uomini siano spesso disposti a riconoscere il valore di un altro uomo soltanto attraverso il sacrificio che egli compie per qualcun altro.

Un uomo deve essere padre, marito, lavoratore, soldato, protettore.

Deve provvedere a qualcuno.

Deve difendere qualcuno.

Deve rendersi necessario.

Come se la sua esistenza, da sola, non fosse sufficiente.

Ricordo un episodio avvenuto nella casa di campagna di mio padre.

Era arrivato un tecnico per occuparsi della linea telefonica e della connessione Internet. Dovevamo procurarci un modem e, secondo la procedura che ci spiegò, avremmo dovuto recarci a Novi per sbrigare alcune pratiche e pagare il servizio.

Poi il tecnico ci disse che aveva già un modem in macchina.

Avrebbe potuto darcelo lui.

Mio padre gli diede trenta euro.

L'uomo accettò, ma ci tenne a precisare, con un'aria quasi solenne, che quella faccenda doveva rimanere fra noi. Non desiderava problemi sul lavoro.

E pronunciò una frase che ancora ricordo:

«Ve lo dico da padre di famiglia».

AHAHAHAHAHAHA!

Mio padre, quando se ne andò, lo prese in giro proprio per quell'espressione.

Da padre di famiglia!

Come se il titolo di padre potesse giustificare una piccola irregolarità lavorativa o trasformare trenta euro in una questione di sopravvivenza morale.

Ma io provai tenerezza per quell'uomo.

Mi sembrava di vedere un essere umano che cercava di arrotondare il proprio guadagno e che, per chiedere comprensione, sentiva il bisogno di presentare la famiglia come una specie di credenziale.

Non diceva semplicemente di aver bisogno di denaro.

Diceva di essere un padre.

Quasi domandasse pietà per il peso delle responsabilità che portava sulle spalle.

E allora mi domandai perché mai un uomo dovesse giustificare perfino le proprie necessità attraverso quelle degli altri.

Perché trenta euro per se stesso avrebbero dovuto essere meno rispettabili di trenta euro per la propria famiglia?

Perché la rinuncia di sé costituisce una virtù tanto celebrata nella vita maschile?

L'uomo non deve soltanto sacrificarsi.

Deve anche difendere il valore del proprio sacrificio.

È un doppio sacrificio.

Prima rinuncia a qualcosa per diventare ciò che la società gli chiede di essere. Poi rinuncia perfino alla possibilità di domandarsi se quella rinuncia fosse necessaria.

Perché, una volta costruita la propria identità attorno all'idea di essere indispensabile, ammettere di poter vivere diversamente significherebbe mettere in discussione tutta la vita precedente.

E così si continua.

Si lavora per provvedere.

Si combatte per difendere.

Si soffre per dimostrare.

Si muore per onore.

La cosa che mi stupisce è che spesso questi uomini sembrano considerare il proprio sacrificio non soltanto necessario, ma anche desiderabile.

Come se un'esistenza priva di sofferenza non avesse sufficiente dignità.

Una sera, ad Arona, conobbi due ragazzi.

Uno si chiamava Ilia, era moldavo. L'altro, Maxim, era ucraino e aveva appena compiuto ventitré anni.

Ilia beveva una Corona e fumava una sigaretta dietro l'altra, senza nemmeno aspirare davvero il fumo. Parlavamo di cose abbastanza stupide, come spesso accade quando ci si incontra e non si ha alcun motivo particolare per trasformare una conversazione in una discussione filosofica.

A un certo punto Ilia cominciò a parlare del proprio futuro.

Desiderava sposarsi, trovare una moglie fedele e religiosa, avere dei figli. Voleva una famiglia per la quale lavorare e sacrificarsi. Era disposto a dare tutto per loro.

Inizialmente lo avevo ascoltato con una certa sufficienza. Mi sembrava la solita rappresentazione dell'uomo che trova il significato della propria vita nel mantenimento di qualcun altro.

Ma quando cominciò a parlare del sacrificio, qualcosa cambiò.

Adesso lo ascoltavo.

C'era in quel ragazzo una sincerità quasi disarmante. Non stava elaborando una teoria sulla mascolinità. Stava raccontando semplicemente il futuro che desiderava.

E per quel futuro era disposto a rinunciare a moltissimo.

Poi parlò Maxim.

Disse che avrebbe voluto tornare in Ucraina per andare a combattere.

Cominciammo a discutere della guerra, dei russi, degli ucraini e della loro storia.

Io gli dissi che consideravo i due popoli fratelli, chiamati a combattere gli uni contro gli altri per interessi che andavano ben oltre le loro vite individuali.

Lui mi rispose con decisione.

«No, no, no!»

Insisteva sul fatto che russi e ucraini fossero molto diversi. Le lingue, le culture, le tradizioni, l'identità nazionale.

Io pensavo alla Rus' di Kyiv, alle origini storiche condivise, a tutte le somiglianze culturali e gastronomiche che conoscevo. Mi sembrava assurdo che due popoli con una storia tanto intrecciata dovessero arrivare a uccidersi.

Ma Maxim non desiderava sentirsi definire fratello di un popolo dal quale il proprio Paese stava subendo un'invasione.

Era evidente che per lui la questione non avesse nulla di accademico.

Non stavamo discutendo di un capitolo di storia medievale.

Stavamo discutendo della sua vita.

A un certo punto gli domandai se avesse mai immaginato di morire in modo crudele.

Ci pensò.

Poi rispose di sì.

Aveva ventitré anni.

Ventitré.

Era un ragazzo giovane, simpatico, con tutta la vita davanti. Avrebbe potuto innamorarsi, lavorare, mangiare cose buone, viaggiare, fare sciocchezze, cambiare idea mille volte. Avrebbe potuto diventare un uomo completamente diverso da quello che era in quel momento.

E invece aveva già immaginato la propria morte.

Non una morte generica, distante, appartenente a un futuro indefinito.

Una morte atroce.

Aveva già contemplato la possibilità che il proprio corpo venisse distrutto.

E lo raccontava con una determinazione che mi lasciò profondamente turbato.

Continuai a pensarci anche dopo quella serata.

Non ricordo di aver pianto immediatamente. Il pianto arrivò in un'altra occasione, una sera successiva, dopo cena.

Ero nella mia cella.

Avrei dovuto condividere la stanza con un altro ragazzo, che sarebbe dovuto arrivare la sera precedente. Alla fine aveva deciso di sistemarsi in un'altra cella, dato che avrebbe comunque dovuto trasferirsi.

Così ero rimasto solo.

Dalla finestra vedevo gli alberi del Giardino Borromeo. C'era una vista che oggi, mentre scrivo, rimpiango profondamente. Allora rimpiangevo invece la mia casa, le mie abitudini e soprattutto il cibo che mi piaceva.

Ricordo persino la nostalgia di una bistecca con salsa bernese.

Mi trovavo davanti a un giardino bellissimo e pensavo anche a una bistecca.

Che cosa si dovrebbe pensare di un uomo del genere?

Forse semplicemente che gli piace mangiare bene.

C'era una tenda che svolazzava per la corrente d'aria.

Nei corridoi giocavano dei bambini.

Le porte delle celle erano senza maniglia e talvolta bastava il movimento dell'aria per aprirle.

Il sole stava tramontando.

E io cominciai a piangere.

Pensavo alle parole di Maxim.

Pensavo al fatto che quel ragazzo avesse immaginato la propria morte, alla possibilità che un essere umano tanto giovane potesse essere ferito, mutilato, ucciso.

Pensavo alla sofferenza.

Alla sofferenza inutile.

A quella sofferenza che non insegna assolutamente niente, che non migliora nessuno, che non produce alcuna forma superiore di comprensione.

La sofferenza che serve soltanto a soffrire.

Non a imparare.

Ma a morire.

Mi tornò in mente una riflessione che ricordavo di aver incontrato nelle lettere di Vincent van Gogh, a proposito dei santi e dei martiri morti fra tormenti terribili, alcuni perfino più atroci di quelli di Cristo, e dei quali abbiamo ormai dimenticato persino il nome.

Mi ostinavo a cercare quella citazione.

Ricordavo bene il pensiero, o almeno ero convinto di ricordarlo. Un'intelligenza artificiale me ne aveva persino confermato l'esistenza. Ma quando cercavo nell'epistolario disponibile online non riuscivo a trovarlo.

Comparivano altri passaggi, altri ragionamenti sulla morte, sul cristianesimo, sulla sofferenza e sul sacrificio.

Mai quello che cercavo.

Pensai che forse fosse nella traduzione cartacea pubblicata da Einaudi, quella che avevo in mente. Continuavo a cercare, sempre più ostinatamente.

E continuavo a piangere.

Mi sembrava insopportabile il pensiero di tutti quegli esseri umani che avevano sofferto e che il mondo aveva dimenticato.

Uomini morti per una patria, per una religione, per una causa.

Martiri, soldati, sconosciuti.

Ognuno convinto, forse, che la propria sofferenza partecipasse a qualcosa di più grande.

Ma la storia dimentica.

Dimentica perfino gli uomini che hanno dato tutto.

E a chi è morto non restituisce niente.

Nemmeno un pomeriggio.

Nemmeno una cena.

Nemmeno una bistecca con salsa bernese.

Pensavo a Maxim e mi domandavo perché mai un ragazzo dovesse arrivare a considerare la propria morte una possibilità tanto naturale.

Perché l'educazione maschile deve continuamente insegnare a sacrificarsi, a difendersi, a combattere, a non cedere?

Perché un uomo sembra acquistare dignità soltanto quando dimostra di poter rinunciare a qualcosa di sé?

Non sarebbe più bello imparare semplicemente a vivere?

Fuori, intanto, i bambini continuavano a giocare.

Mi chiedevo quanti di loro, crescendo, avrebbero imparato gli stessi comandamenti che ricordavo dalla mia infanzia.

Non piangere.

Non lasciarti mettere i piedi in testa.

Non avere paura.

Sii forte.

Reagisci.

Difenditi.

Fatti rispettare.

Quante chiamate alle armi cominciano molto prima che qualcuno consegni un'arma a un ragazzo?

Quante guerre vengono preparate attraverso piccole umiliazioni quotidiane, attraverso l'educazione all'orgoglio, alla competizione, alla vergogna della fragilità?

Piangevo e avevo una paura terribile che qualcuno mi sentisse.

Di solito riesco a dominarmi. Non considero il pianto qualcosa da programmare e non ho mai avuto particolare interesse a esibire la mia commozione.

Ma quella volta non riuscivo a fermarmi.

Piangevo senza sapere per quanto tempo.

Avevo l'orrore che la corrente aprisse la porta e che qualcuno si trovasse improvvisamente davanti a me.

Mi vergognavo.

Ed è una cosa che ancora oggi trovo quasi intollerabile nella sua ironia.

Ero lì, chiuso in una stanza, a piangere per un ragazzo che aveva imparato a immaginare la propria morte, e contemporaneamente avevo paura che qualcuno mi sorprendesse mentre piangevo.

Come se anche dentro di me esistesse una parte di quella stessa educazione alla virilità che avevo sempre disprezzato.

Come se la mia compassione dovesse essere nascosta.

Come se il dolore per un altro uomo fosse qualcosa di cui vergognarsi.

A un certo punto uscii per andare in bagno.

Il corridoio era buio.

Speravo che nessuno notasse il mio viso, che nessuno si accorgesse di quanto mi fossi incupito.

Non so se qualcuno mi vide.

Non so neppure quanto tempo fosse trascorso.

So soltanto che quel pianto non era stato una decisione.

Era accaduto.

E mi aveva lasciato addosso una sensazione terribile: la consapevolezza che gran parte della sofferenza umana non abbia alcuna ricompensa.

Forse è anche per questo che torno spesso ad ascoltare Follow the Cops Back Home dei Placebo.

Brian Molko raccontò che la canzone gli era stata ispirata da un viaggio in Islanda, dove era rimasto colpito dalla tranquillità del Paese e dal fatto di non incontrare praticamente poliziotti mentre attraversava il territorio.

Nella sua spiegazione, il brano raccontava una bravata assurda: due ubriachi che decidono di seguire degli agenti fino a casa per derubarli.

Ma io ci sento qualcosa di molto più cattivo.

Le forze dell'ordine custodiscono l'ordine sociale, anche quando quell'ordine finisce per essere difeso contro gli stessi cittadini.

Durante una manifestazione possono diventare il volto concreto di un potere che reprime, colpisce e qualche volta uccide.

Penso al G8 di Genova.

Penso ai ragazzi che scendono in piazza e alle famiglie che rischiano di non vederli tornare.

E poi penso alla casa di un poliziotto.

Alla differenza fra l'uomo protetto da un'uniforme e l'uomo che, terminato il turno, torna dalla propria famiglia.

Anche lui ha una casa.

Anche lui ha dei figli.

Anche lui conosce la paura di perdere qualcuno.

Nella mia interpretazione il brano diventa allora una fantasia di vendetta assai più feroce di una semplice bravata alcolica.

Seguiamo i poliziotti fino a casa.

Vediamo dove vivono.

Vediamo dove si sentono al sicuro.

E la fantasia della rappresaglia si spinge fino alla possibilità più terribile: prendere di mira anche i loro figli, come se il dolore inflitto ai figli di altre famiglie dovesse finalmente tornare a bussare alle porte di chi esercita la forza.

È un pensiero atroce, nel quale la violenza si riproduce fino a non riconoscere più alcun innocente.

Forse è proprio così che funzionano molte delle grandi tragedie umane.

Qualcuno colpisce.

Qualcuno vuole vendicarsi.

Qualcun altro considera quella vendetta un'offesa da ripagare.

E alla fine nessuno ricorda più da dove tutto sia cominciato.

Il richiamo alle armi continua a ripetersi come se fosse un destino.

E invece, nella canzone, c'è un verso che considero fondamentale:

The call to arms was never true.

La chiamata alle armi non era mai stata autentica.

Io lo interpreto come il riconoscimento della vanità di gran parte della violenza umana.

Siamo noi a costruire un mondo nel quale la violenza sembra continuamente necessaria.

Creiamo antagonismi, gerarchie, conflitti, offese, ideali di potenza. Insegniamo agli uomini che devono difendere il proprio onore, poi organizziamo società nelle quali quell'onore viene minacciato di continuo.

Li educhiamo a sopportare il dolore e poi li ammiriamo quando riescono a sopportarlo.

Li prepariamo al sacrificio e poi li celebriamo perché si sacrificano.

Come se l'intera civiltà fosse impegnata a risolvere problemi che essa stessa contribuisce a rendere inevitabili.

E mi torna in mente l'Islanda raccontata da Molko.

Un Paese nel quale, almeno durante quel viaggio, la presenza della polizia sembrava quasi superflua.

La tranquillità.

La luce interminabile dell'estate.

Un mondo nel quale si poteva forse immaginare di vivere senza essere continuamente chiamati a combattere contro qualcuno.

Perché mai l'uomo dovrebbe aver bisogno della sofferenza per nobilitare la propria esistenza?

Perché l'onore dovrebbe essere proporzionale al dolore sopportato?

Perché il sacrificio dovrebbe costituire una misura del valore umano?

La parola vanità mi sembra contenere tutta questa tragedia.

C'è la vanità di chi vuole essere grande, potente, coraggioso, ammirato.

E c'è la vanità di ciò che è vano, destinato a consumarsi, incapace di lasciare dietro di sé il significato che gli attribuiamo.

L'uomo è vanitoso perché vuole essere qualcuno.

E il suo sacrificio può essere vano perché, alla fine, quello stesso uomo muore.

Penso ai combattenti ammirati dal mio istruttore.

Penso al tecnico che si presentava come padre di famiglia per giustificare trenta euro.

Penso agli automobilisti che si impietosivano soltanto davanti a un bambino.

Penso a Jim Willard, incapace di accettare che l'uomo amato non gli appartenesse.

Penso a Ilia, disposto a sacrificarsi per la moglie e per i figli che ancora non aveva.

Penso a Maxim, che aveva già contemplato la possibilità di morire per il proprio Paese.

E penso a me stesso, alla rabbia con cui avevo colpito una porta a vetri, al tendine che avevo osservato uscire dalla mia carne senza sentire alcun dolore, ai maiali che sentivo gridare da bambino.

Anche io sono fatto della stessa materia.

Anche io ho esercitato violenza.

Anche io ne traggo qualche volta piacere, almeno indirettamente, quando trasformo un animale in qualcosa di buono da mangiare.

Eppure continuo a trovare insopportabile la facilità con cui gli uomini attribuiscono alla sofferenza un significato superiore.

Forse perché conosco troppo bene il piacere di vivere per riuscire ad ammirare incondizionatamente chi sembra desideroso di sacrificare la propria vita.

Mi piace mangiare bene.

Mi piacciono le case belle, i vestiti eleganti, gli uomini affascinanti, i giardini, i paesaggi, le cose inutilmente graziose.

Mi piace una buona salsa bernese.

Mi piace una cotoletta fatta come si deve.

Mi piace la delicatezza di una patata lessata, accompagnata da un poco di prezzemolo, accanto a una panatura croccante.

E mi pare che tutte queste cose costituiscano già delle ragioni abbastanza convincenti per vivere.

Non sento alcuna necessità di aggiungervi una tragedia per renderle più nobili.

Quando ripenso a quella sera nella cella, la cosa che più mi colpisce è il contrasto fra la mia vergogna e la ragione del mio pianto.

Mi vergognavo di una manifestazione di sensibilità verso un altro uomo.

Eppure il mondo dal quale provenivamo aveva insegnato agli uomini a considerare perfettamente dignitosa la disponibilità a soffrire, a combattere e perfino a morire.

Un uomo può essere celebrato perché si lascia spezzare il corpo.

Ma un uomo che piange per quel corpo spezzato deve nascondersi?

Che curiosa idea della virilità.

E che curiosa idea della civiltà.

A volte mi domando se quello che ho sempre disprezzato negli uomini non sia soprattutto la loro ostinazione a rendere complicata una cosa già difficilissima: essere vivi.

L'uomo vuole conquistare il mondo, affermare la propria potenza, difendere il proprio onore, dimostrare il proprio coraggio, assicurarsi che qualcuno lo ricordi.

E intanto dimentica che esistere è già un evento straordinariamente precario.

Basta un vetro.

Basta un pugno.

Basta una guerra.

Basta una decisione presa da qualcuno che non conosceremo mai.

E tutta la grandezza che abbiamo attribuito a noi stessi può scomparire.

Rimane la materia.

Rimane il dolore.

E qualche volta non rimane nemmeno il nome.

Penso ai santi dimenticati.

Penso a Maxim.

Penso a quel ragazzo di ventitré anni e a tutte le cose che avrebbe ancora potuto fare.

Vorrei che gli uomini imparassero a considerare la propria vita qualcosa che non deve continuamente essere offerto in cambio di un riconoscimento.

Vorrei che un uomo potesse essere rispettato senza dover dimostrare di saper prendere un pugno.

Vorrei che un padre potesse avere bisogno di trenta euro senza dover invocare i propri figli.

Vorrei che due uomini potessero amarsi senza confondere il desiderio con il possesso.

Vorrei che due popoli potessero ricordare la propria storia senza doverla scrivere nuovamente attraverso il sangue.

E soprattutto vorrei che nessun ragazzo fosse costretto a considerare la propria morte come la dimostrazione definitiva del proprio valore.

Ma forse pretendo troppo.

Del resto, sono uno che diventa vegetariano per tre giorni e poi ricomincia a mangiare carne.

Uno che trova ridicoli gli uomini violenti e che una volta si è reciso un tendine prendendo a pugni una porta.

Uno che disprezza il culto della virilità, ma che si vergognava terribilmente di essere sorpreso mentre piangeva.

Non sono particolarmente coerente.

E forse non ho mai desiderato esserlo fino in fondo.

Continuo però a pensare che ci sia qualcosa di irrimediabilmente stupido in una civiltà che considera la disponibilità alla morte una grande virtù e fatica tanto a riconoscere la bellezza della vita.

Quella sera, davanti al Giardino Borromeo, non sapevo che cosa fare di tutto quel dolore.

La tenda si muoveva.

I bambini giocavano nei corridoi.

La porta avrebbe potuto aprirsi da un momento all'altro.

E io piangevo.

Piangevo perché pensavo alla sofferenza degli uomini, alla loro vanità, alla loro ridicola grandezza e alla facilità con cui possono essere distrutti.

Piangevo perché la sofferenza, qualche volta, non serve proprio a niente.

Serve soltanto a soffrire.

E avevo vergogna.

Non so se, quella sera, ci fosse davvero qualcuno da cui nascondersi.

So che speravo disperatamente di non essere visto.

E ancora oggi mi domando perché mi sembrasse più vergognoso piangere per un uomo che saperlo disposto a morire.

Forse avremmo potuto vivere diversamente.

Forse avremmo potuto evitare almeno una parte di tutta quella sofferenza.

Forse avremmo potuto limitarci a tornare a casa, mangiare qualcosa di buono e lasciare che gli alberi continuassero a muoversi nel vento.

Senza dover dimostrare niente.

Senza dover sacrificare nessuno.

Senza nemmeno aver bisogno di essere ricordati.

Wiener Art Schnitzel

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