L’intensità dei pregiudizi che si confermano, il grigio degli altri e un brasato di guancia

Quando il termometro segnò novantacinque gradi al cuore della mia guancia di manzo, non erano ancora trascorse tre ore dall'inizio della cottura. La ricetta che avevo consultato ne prevedeva quattro. Dopo circa due ore mi ero limitato a girare la carne nella crockpot, senza verificarne la consistenza; soltanto in quel momento, davanti a una temperatura che mi sembrava già piuttosto alta, decisi di controllarla. Era tenera, ma conservava ancora la propria struttura. La tolsi immediatamente dal calore, preoccupato che un'ulteriore permanenza nella pentola potesse compromettere il risultato che desideravo ottenere. Avevo progettato fin dall'inizio un brasato all'Amarone, non uno stracotto. Volevo una carne capace di cedere al coltello senza disintegrarsi, affettabile, succulenta e ancora riconoscibile. Se avessi seguito ciecamente le quattro ore indicate dalla ricetta, avrei corso il rischio di ottenere qualcosa di diverso. E non avevo nessuna intenzione di trascorrere una mattinata a cucinare per poi farmi spiegare da un orologio che cosa avrei dovuto desiderare.

La guancia mi piace particolarmente perché è un taglio che richiede una trasformazione profonda. Il collagene, abbondante nel tessuto connettivo, contribuisce inizialmente alla sua tenacità; durante la cottura umida si modifica, trasformandosi in parte in gelatina e rendendo progressivamente la carne più morbida. Il risultato non deve necessariamente coincidere con la completa perdita di struttura. Lo stracotto possiede una sua dignità gastronomica, naturalmente, ma non è il brasato che cercavo. Trovo curioso che tanti video di cucina sembrino considerare la possibilità di ridurre un pezzo di carne a un mucchietto di fibre mediante due forchette una specie di certificazione universale di bravura. Immagino sia molto più spettacolare mostrare qualcosa che si disfa che spiegare perché lo si sia voluto mantenere intero. Io, invece, cercavo proprio questo equilibrio: una trasformazione intensa che non cancellasse la forma.

La preparazione era cominciata con l'Amarone. Lo avevo scelto perché desideravo che fosse il protagonista del piatto, al punto da rinunciare al tradizionale soffritto di sedano, carota e cipolla, temendo che le verdure potessero interferire con il carattere del vino. Mi piaceva l'idea di lasciare spazio ai suoi aromi, alla sua struttura e a quelle note che la cottura avrebbe concentrato e modificato. Avrei voluto dare ascolto soprattutto a lui. Poi, naturalmente, aggiunsi rosmarino, salvia, timo, alloro, ginepro, pepe e aglio. Avevo escluso l'orto per trasferire nella pentola una foresta. A un certo punto l'insieme ricordava vagamente un Glühwein all'aglio e mi domandai se, nel tentativo di valorizzare l'Amarone, non avessi finito per ricoprirlo con una quantità di sovrastrutture assolutamente superflue. Ecco una mia contraddizione: desidero spesso che una cosa possa esprimersi liberamente, ma resisto difficilmente alla tentazione di aggiungerle qualcosa di mio.

In fondo, ho sempre avuto una particolare predilezione per le sovrastrutture. Non necessariamente per quelle inutili, ma per quelle capaci di introdurre una contraddizione interessante. Gran parte del mio gusto estetico nasce proprio dalla possibilità di accostare elementi appartenenti a linguaggi differenti, apparentemente incompatibili. Trovo meraviglioso un pantalone sartoriale, con le pinces e una riga impeccabile, indossato con un paio di sneakers Bikkembergs. Amo le camicie in denim con i polsini per gemelli, le cravatte utilizzate senza alcuna intenzione di sembrare un impiegato modello e gli accessori che riescono a rendere meno prevedibile un abito formalmente corretto. Non considero queste combinazioni una rinuncia all'eleganza; al contrario, mi sembrano una maniera di renderla meno servile. L'eleganza non consiste necessariamente nell'obbedire a un codice. Talvolta consiste nel conoscerlo abbastanza bene da potersene allontanare con cognizione di causa.

Non basta, naturalmente, accostare due elementi differenti per ottenere qualcosa di bello. Un pantalone sartoriale e un paio di sneakers possono dialogare magnificamente oppure produrre un risultato disastroso. Dipende dalla proporzione, dal carattere degli oggetti, dalla misura con la quale li facciamo convivere. Una contraddizione non diventa interessante per il semplice fatto di esistere; deve trovare un equilibrio. Lo stesso problema si presentava nella mia pentola, dove il desiderio di arricchire il vino rischiava di impedirgli di esprimersi. E tuttavia non riuscirei a concepire la bellezza come una semplice sottrazione. Mi piace integrare, contaminare, mescolare elementi che non avrebbero ragione di incontrarsi. Forse non sono mai diventato veramente un signore proprio perché, sotto certe giacche, sono rimasto un post-punk.

La cosa curiosa è che questa disposizione sembra scomparire quando devo decidere che cosa desidero per me. Mi considero una persona da bianco o nero. Posso essere categorico, assoluto, incapace di accontentarmi di una soluzione che non corrisponda alle mie aspettative. Fin dall'infanzia, quando qualcosa non mi piaceva, preferivo farne a meno piuttosto che convincermi ad accettarla. Ma quando guardo gli altri, il grigio mi appare chiarissimo. Riesco a riconoscere la bontà dentro l'ignoranza, la paura dietro certe forme di tirchieria, la vanità mescolata all'insicurezza e perfino una qualche sincerità in persone che considero profondamente ridicole. Non ho bisogno che qualcuno sia coerente in ogni sua manifestazione per riconoscergli delle qualità. Sarebbe del resto abbastanza assurdo pretendere dagli esseri umani quell'uniformità che considero il principale nemico del mio guardaroba.

Trovo invece che oggi siamo diventati particolarmente sbrigativi nei giudizi personali. Da una parte tolleriamo una quantità impressionante di maleducazione, prepotenza e meschinità collettiva; dall'altra siamo prontissimi a interrompere una conoscenza per ragioni che talvolta sfiorano il ridicolo. Ho l'impressione che qualcuno sarebbe perfettamente capace di cancellare un amico dalla propria vita perché ha girato il cucchiaino nella tazzina del caffè in senso orario anziché antiorario. Immagino già la diagnosi: comportamento tossico, incompatibilità valoriale, personalità manipolatrice e necessità di proteggere la propria pace interiore. Tutto questo per un cucchiaino. Naturalmente esistono rapporti realmente distruttivi e persone dalle quali è opportuno allontanarsi, ma non riesco a capire perché ogni difetto debba diventare una condanna definitiva dell'intero individuo. Possiamo trovare qualcuno insopportabile senza doverlo trasformare in un mostro.

C'è un proverbio che invita a lasciare che il tempo faccia il proprio corso: «Se son rose, fioriranno; se son rovi, pungeranno». Io, invece, sono sempre stato più incline a credere che il buongiorno si veda dal mattino. Mi capita di riconoscere fin dall'inizio certe caratteristiche umane, una meschinità, una forma di ignoranza, una vanità o un'insicurezza, e di vederle successivamente confermate con una puntualità quasi irritante. Non credo sia sempre necessario aspettare che un roveto ci punga per accorgerci delle sue spine. Eppure queste impressioni non rappresentano necessariamente per me un segnale di arresto. Posso riconoscere qualcosa che non mi piace e continuare a trovare interessante tutto il resto della persona. Non aspetto che il roveto si trasformi miracolosamente in un roseto, né considero mio compito occuparmi della sua conversione botanica. Mi interessa piuttosto scoprire che cosa possa convivere con quelle spine e, qualche volta, osservare fino a che punto una prima impressione trovi conferma. In fondo, non è perché le nuvole sembrino promettere un acquazzone che io debba sentirmi costretto a rimanere rinchiuso in casa.

Prendiamo Federico, del quale ho già parlato raccontando una storia di testaroli, Dash e domeniche milanesi. Era un Sagittario di dicembre, un uomo dolce, sensibile, premuroso e, a mio giudizio, ignorante come la merda. Le due cose convivevano perfettamente. Poteva dimostrare una tenerezza autentica attraverso gesti concreti e, contemporaneamente, possedere una maniera di affrontare le questioni sentimentali che trovavo profondamente immatura. Quando qualcosa lo feriva, spesso mi guardava negli occhi senza parlare. Io comprendevo quel silenzio, perché riconoscevo in lui una forma di orgoglio che apparteneva anche a me. Confessare una delusione, dichiarare di desiderare qualcosa o ammettere di essere stati feriti può sembrare un'umiliazione. Se l'altro non è capace di capirlo da solo, perché dovremmo abbassarci a spiegarglielo? Molto meglio trasformare tutto in una battuta e comportarsi come se nulla avesse particolare importanza.

La nostra relazione finì con un messaggio. Federico era stato via durante il fine settimana e, per una serie di circostanze legate a un cambio di telefono e alla perdita dei numeri, non ci eravamo sentiti. Mi scrisse che era successo tutto troppo in fretta. Rimasi profondamente deluso, soprattutto perché trovavo inconcepibile che un uomo adulto potesse concludere un rapporto sentimentale attraverso un SMS. Ho sempre pensato che l'ignoranza possa produrre danni persino maggiori della cattiveria deliberata: quest'ultima possiede talvolta una propria prevedibilità, mentre l'ignoranza può comportarsi come una mina vagante, ferendo senza comprendere completamente ciò che sta facendo. Eppure Federico rimane, per me, una bellissima persona. Il fatto che mi abbia lasciato in un modo che considero stupido non cancella la sua dolcezza, così come i suoi gesti premurosi non rendono meno stupido quel messaggio. Non vedo per quale ragione dovrei scegliere una sola delle due verità.

Con Kevin il discorso era diverso. Entrambi possedevamo una passione piuttosto rara per l'abbigliamento maschile elegante, ma vivevamo il rapporto con gli oggetti in maniera quasi opposta. Io posso spendere cifre irragionevoli per qualcosa che trovo bello, senza preoccuparmi particolarmente del fatto che un altro uomo possieda un oggetto più costoso. Kevin mi sembrava invece continuamente impegnato a confrontare i propri acquisti con quelli degli altri. Avevo talvolta l'impressione che qualcosa di particolarmente bello comprato da me finisse per infastidirlo, come se il piacere estetico fosse una competizione nella quale la soddisfazione di uno dovesse necessariamente ridurre quella dell'altro. Trovavo quella piccolezza esasperante. Ma conoscevo anche la sua storia: il fallimento dell'attività familiare, le difficoltà economiche, i genitori trasferitisi in Spagna e lui rimasto in Italia con la nonna. C'erano stati periodi nei quali non poteva permettersi nemmeno la tranquillità di una carta prepagata. Sarebbe stato superficiale ignorare tutto questo e liquidare il suo rapporto con il denaro come una semplice mancanza di generosità.

Kevin, inoltre, mi aveva raccontato di quando, anni prima, lui e un altro amico avevano raccolto dei soldi per permettere a un terzo ragazzo di noleggiare gli sci e andare in montagna con loro. Trovo quel gesto bellissimo, soprattutto perché il denaro, in quell'occasione, non era servito a misurare una differenza, ma a cancellarla. Un amico non poteva permettersi qualcosa e gli altri avevano fatto in modo che potesse partecipare. Non so quanto le sue successive difficoltà economiche abbiano influenzato il suo carattere, né posso stabilire se fosse diventato più timoroso di spendere. Ma posso riconoscere la sua competitività e continuare ad attribuire un valore autentico a quel gesto di generosità. Anche un uomo che oggi trovo tirchio può aver conosciuto momenti di magnanimità, senza che uno dei due aspetti renda automaticamente falso l'altro.

Lorenzo rappresentava una contraddizione più comica. Era un uomo che trovavo piuttosto sempliciotto, con una maniera di stare al mondo completamente distante dal mio gusto. Appoggiava i gomiti sul tavolo al ristorante e pronunciava certe parole inglesi in modo involontariamente esilarante: two diventava «ciù», three diventava «crì», e sorry veniva utilizzato come se fosse la soluzione universale a qualunque problema linguistico. Non lo consideravo particolarmente brillante, eppure continuavo a frequentarlo. Quando ripeteva che saremmo potuti rimanere amici, qualche volta gli rispondevo con complimenti talmente esagerati da diventare una parodia: gli dicevo che era speciale, unico, che splendeva come il sole. A me sembrava evidente l'ironia, eppure avevo l'impressione che ne fosse lusingato. Forse perché certe parole sono talmente piacevoli che si preferisce accoglierle senza indagare troppo sulla loro sincerità. Oppure ero io a sopravvalutare la trasparenza del mio sarcasmo. In ogni caso, continuavo quella piccola commedia anche per osservare dove sarebbe arrivata.

È proprio qui che il mio rapporto con gli altri diventa meno innocente di quanto potrebbe sembrare. Non mi limito sempre a riconoscere una caratteristica e ad aspettare passivamente che il tempo la confermi. Talvolta desidero capire quanto a lungo una persona possa sostenere la rappresentazione che offre di sé. Voglio vedere quando la maschera comincia a mostrare le proprie crepe, quando un comportamento contraddice le dichiarazioni, quando un individuo che si presenta in una certa maniera finisce per rivelare caratteristiche differenti. Non si tratta di provocare per il semplice piacere di provocare. Mi interessa la distanza fra l'immagine che qualcuno costruisce e ciò che effettivamente manifesta. Posso essere ironico, pungente e perfino passivo-aggressivo, e qualche volta conosco abbastanza bene certe debolezze da intuire quali circostanze potrebbero farle emergere. Riconosco il rischio che, così facendo, io finisca per provocare proprio la reazione che mi aspettavo. Ma sarebbe altrettanto falso descrivermi come un ingenuo che concede possibilità senza rendersi conto di ciò che sta osservando.

Penso, per esempio, a una collega della quale ho già raccontato una storia che comprendeva un risotto mangiato con il cucchiaio e un idraulico di nome Angelo. Fin dall'inizio avevo maturato impressioni poco favorevoli sul suo carattere, soprattutto per quella particolare attenzione alle gerarchie sociali che mi sembrava accompagnare molti suoi giudizi. Avevo l'impressione che si fosse costruita di me un'immagine abbastanza singolare: il figlio del capo, piccolo borghese, magari con l'argenteria esposta sopra i mobili di modernariato, in una casa nella quale bisognava osservare tutte le convenzioni della rispettabilità. Naturalmente era una mia interpretazione, non qualcosa che lei mi avesse mai detto. La signora delle pulizie, invece, mi aveva riferito che la collega teneva particolarmente a fare bella figura davanti a me proprio perché ero il figlio del capo. Da quel momento avevo cominciato a osservare con una certa curiosità quella rappresentazione sociale, sospettando che si stesse preparando a interpretare una parte davanti a un pubblico molto diverso da quello che si immaginava.

Quando venne a pranzo a casa nostra, accaddero alcune cose che ancora oggi considero un presagio. Avevo acquistato un tartufo da novantotto euro che era marcito e bruciai la salsiccia di cavallo. Non ricordo un'altra occasione nella quale una successione di incidenti gastronomici mi sia sembrata così eloquente. Per quanto possa apparire irrazionale, ebbi la sensazione che qualcosa non andasse ancora prima che alcuni avvenimenti successivi rafforzassero le mie impressioni. Per me fu un presagio, non una semplice coincidenza divertente da raccontare a posteriori. Mi sembrava quasi che la cucina si fosse rifiutata di collaborare con l'occasione, trasformando un pranzo nel quale avrei desiderato offrire qualcosa di particolarmente buono in una piccola rappresentazione del disastro. Lei, invece, mangiò con appetito. Evidentemente il presagio riguardava me e non il suo apparato digerente.

La collega era arrivata con una torta, secondo una delle più prevedibili convenzioni del galateo domestico: quando si viene invitati a pranzo, ci si presenta con un dolce oppure con una bottiglia di vino. Non interpretai quel gesto come una dimostrazione particolare di bontà o di sincero affetto nei miei confronti. Mi sembrava piuttosto un modo di comportarsi correttamente, osservare una regola e fare bella figura. Si era persino comprata una maglietta nuova per l'occasione, dimenticando però di staccare l'etichetta, cosa che mia madre le fece notare. L'insieme possedeva una comicità quasi perfetta: il tartufo da novantotto euro marcito, la salsiccia di cavallo bruciata, la torta portata in ossequio alle convenzioni e una donna che, secondo quanto mi era stato riferito, desiderava presentarsi bene davanti al figlio del capo con l'etichetta ancora attaccata alla maglietta. Tutto questo in una casa che, almeno nella mia immaginazione della sua immaginazione, avrebbe dovuto assomigliare a un salotto piccolo-borghese con l'argenteria sui mobili di modernariato. Non occorre inventare nulla per rendere grottesche certe situazioni. La realtà, quando vuole, possiede un talento straordinario per la commedia.

La stessa collega raccontava che alcune sue amiche avrebbero trovato sconveniente la relazione con Angelo, perché lui faceva l'idraulico mentre lei era laureata. Non so se quelle conversazioni fossero avvenute davvero in quei termini; sospettavo persino che attribuisse ad altre persone giudizi che forse appartenevano soprattutto a lei. Quello che mi infastidiva era l'idea che un titolo di studio potesse collocare qualcuno in una categoria sociale incompatibile con il mestiere di un altro. Ho sempre trovato ridicola questa forma di classismo. Il lavoro di un idraulico non mi sembra affatto meno dignitoso di quello di un laureato, e una laurea utilizzata principalmente per misurare la rispettabilità altrui diventa un accessorio piuttosto modesto. Avevo l'impressione che quella donna aspirasse a una rispettabilità piccolo-borghese fatta di simboli, convenzioni e giudizi sugli altri. Col tempo, alcuni suoi comportamenti finirono per rafforzare la mia diffidenza. Il ricordo di quel pranzo rimase per me un presagio anche per questa ragione.

È proprio perché amo l'eleganza che mi irrita vederla confusa con la rispettabilità. Si può conoscere perfettamente il galateo e comportarsi in maniera meschina; si può ignorare quale posata utilizzare e dimostrare una generosità straordinaria. Portare una torta quando si viene invitati a pranzo è un gesto corretto, ma non costituisce di per sé una prova di sincerità. La bontà non è una procedura da eseguire davanti agli altri. È semmai una disposizione che emerge quando non abbiamo alcuna convenienza particolare nel dimostrarla. Un uomo che contribuisce a pagare il noleggio degli sci a un amico in difficoltà mi racconta molto più di sé di qualcuno che rispetta impeccabilmente le regole di un pranzo borghese. Non perché una torta sia un gesto negativo, naturalmente, ma perché il suo significato dipende dall'intenzione e dal contesto, non soltanto dalla correttezza formale.

Del resto, ho sempre trovato naturale invitare, offrire e manifestare apertamente un affetto. Ricordo una conversazione con un'altra collega che aveva cominciato a trovare simpatico un uomo con il quale lavoravamo. Lui raccontava che, dovendo affrontare alcuni lavori in casa, avrebbe preferito trascorrere le vacanze facendo brevi viaggi in Italia. Sapendo che lei aveva una casa in Salento, le suggerii di invitarlo. Mi sembrava un gesto perfettamente naturale. Lei mi domandò se avrebbe dovuto farlo dormire nel proprio letto. Le suggerii allora di organizzarsi affinché potesse dormire dalla sorella. Rimasi colpito dal fatto che un'idea di ospitalità fosse stata immediatamente interpretata attraverso una possibile complicazione intima. Naturalmente nessuno è obbligato a ospitare qualcuno, ma continuo a trovare curioso che una manifestazione di generosità debba essere sottoposta a tante verifiche preliminari, quasi fosse necessariamente il travestimento di un secondo fine.

Questo non significa che la generosità non abbia bisogno di misura. Quando desidero bene a qualcuno posso diventare molto presente, affettuoso e partecipe, talvolta senza domandarmi se l'altro desideri ricevere tutto quell'entusiasmo. Nel dubbio che un gesto non sia sufficiente, ne aggiungo un altro; nel dubbio che il mio interesse non sia stato compreso, cerco di manifestarlo con maggiore intensità. È una tendenza che riconosco anche in cucina, dove il desiderio di valorizzare un ingrediente può trasformarsi in una quantità eccessiva di aromi. Ma non voglio diventare una persona tiepida per evitare di essere invadente, così come non desidero rinunciare alle mie combinazioni estetiche per paura che qualcuno le consideri incompatibili. Mi interessa trovare un equilibrio, non trasformare la moderazione in una forma di anonimato.

Con le persone, tuttavia, il problema non riguarda soltanto la misura dell'affetto. Riguarda anche il momento in cui decidiamo di esprimere un giudizio. Ho spesso la sensazione di riconoscere abbastanza presto certe caratteristiche e, nonostante questo, di concedere molto tempo a chi le possiede. Non lo faccio necessariamente perché immagino che possa cambiare. A volte, anzi, la mia convinzione è esattamente opposta. Penso che alcune caratteristiche siano talmente radicate nel carattere di una persona da non poter essere migliorate mediante una semplice conversazione. Una certa meschinità, una disposizione a giudicare gli altri secondo la loro posizione sociale, un rapporto ossessivamente competitivo con il denaro o una particolare immaturità sentimentale possono apparirmi modi di essere, non incidenti da riparare attraverso un chiarimento.

Potrei spiegare a qualcuno perché un suo comportamento mi ha deluso. Potrei domandargli chiarimenti, indicargli le conseguenze delle sue azioni o cercare di convincerlo che una certa maniera di comportarsi sia ingiusta. Ma se considero quel comportamento l'espressione di una caratteristica intrinseca, mi domando a che cosa servirebbe. Non penso che ogni malinteso sia irrisolvibile, né che nessuno possa cambiare nel corso della propria vita. Semplicemente, non considero mio compito migliorare il prossimo. Posso riconoscere un difetto, comprenderne perfino le origini e decidere che non desidero averci a che fare. Concedo alle persone il tempo di rivelarsi, non necessariamente quello di trasformarsi. È una distinzione che trovo essenziale: comprendere qualcuno non significa assumersi la responsabilità di correggerlo.

Eppure proprio questa convinzione rende ambiguo il mio rapporto con il silenzio. Posso raccontarmi che non chiarire sia una scelta lucida, il rifiuto di sprecare parole per discutere una caratteristica che considero non modificabile. Ma posso anche utilizzare quella spiegazione per evitare l'imbarazzo di confessare una delusione, esattamente come faceva Federico. Dove termina il riconoscimento di un'incompatibilità e dove comincia l'orgoglio? Non sono certo di riuscire sempre a distinguerli. Talvolta il silenzio è una forma di libertà, altre volte è soltanto una maniera sofisticata di non esporsi. E non sempre chi tace è più dignitoso di chi trova il coraggio di dire che qualcosa gli ha fatto male.

La mia capacità di sottrarmi alle situazioni sgradevoli, del resto, non è mai stata soltanto una questione di carattere. Per molto tempo ho avuto il sostegno economico della mia famiglia, e questo mi ha permesso di lasciare ambienti di lavoro nei quali non desideravo più rimanere. Ho conosciuto la paura di ritrovarmi legato a situazioni professionali tossiche, nelle quali si finisce per tollerare comportamenti umilianti perché la necessità economica impedisce di andarsene. E più volte ho potuto scegliere di sottrarmi. Non voglio rappresentare questa libertà esclusivamente come una dimostrazione di coraggio. È stata anche un privilegio materiale che altre persone non possiedono. Chi deve pagare un affitto, mantenere dei figli o sostenere economicamente una famiglia può essere costretto a sopportare condizioni che io ho avuto la possibilità di rifiutare.

Mi avvilisce soprattutto vedere lavoratori che guadagnano pochissimo e finiscono per combattersi fra loro per conservare un vantaggio insignificante: un turno migliore, una piccola considerazione da parte di un superiore o la possibilità di non perdere un posto di lavoro. Trovo terribile questa guerra fra poveri, nella quale chi possiede meno sembra talvolta accanirsi proprio contro chi si trova nella medesima condizione. Ma riconosco anche che non posso giudicare con leggerezza chi deve portare la pagnotta a casa. Non so se, trovandomi senza alcuna rete di protezione, riuscirei a mantenere tutte le mie convinzioni. Sarebbe troppo semplice dichiararsi incorruttibili quando non si è costretti a scegliere fra l'orgoglio e la fame. Posso trovare avvilente un comportamento e, contemporaneamente, comprenderne la necessità. Ancora una volta, il grigio degli altri mi appare più chiaramente del bianco e nero che desidero per me stesso.

È anche per questo che il tradimento mi sembra tanto difficile da perdonare. In un rapporto costruito da due persone, uno dei due prende una decisione che riguarda entrambi, ma esclude l'altro dal momento in cui quella decisione viene compiuta. Il tradito non partecipa alla scelta: ne riceve le conseguenze come un fatto già avvenuto. Non può impedire retroattivamente ciò che è successo, né recuperare la possibilità di decidere insieme. Può soltanto prendere atto, reagire e scegliere che cosa fare della relazione. È questa asimmetria che trovo particolarmente umiliante. Non si tratta soltanto della rottura di una fiducia, ma della sottrazione all'altro di una possibilità di scelta. Ed è precisamente quella condizione di impotenza dalla quale desidero sottrarmi, sia nelle relazioni sia negli ambienti di lavoro.

Mi torna in mente, a questo proposito, l'Ultima Cena. Gesù annuncia che uno dei suoi discepoli lo tradirà e predice che Pietro, nonostante le proprie dichiarazioni di fedeltà, finirà per rinnegarlo. Nella narrazione cristiana conosce ciò che sta per accadere e tuttavia questa conoscenza non cancella preventivamente la storia condivisa con i discepoli. Non intendo paragonare le mie intuizioni alla conoscenza profetica di Cristo. Mi interessa piuttosto il rapporto fra ciò che sappiamo, ciò che concediamo agli altri di manifestare e la responsabilità delle decisioni che compiono. Pietro rinnega, ma non rimane definito per sempre dal proprio rinnegamento: ci saranno il pentimento e una relazione che non si esaurisce nel momento peggiore. La vicenda di Giuda, invece, prende una direzione tragicamente diversa. Non tutti i tradimenti producono le stesse conseguenze e non tutte le persone reagiscono nello stesso modo a ciò che hanno fatto. Riconoscere questa complessità, però, non significa essere obbligati a perdonare chiunque o a ricostruire ogni rapporto.

Forse è anche per questo che B3 dei Placebo mi sembra una colonna sonora particolarmente appropriata per questa storia. Brian Molko è un Sagittario, proprio come me e Federico. Io sono nato a novembre, loro a dicembre. Mi diverte pensare che tre uomini appartenenti allo stesso segno possano esprimere in maniera tanto diversa una medesima inclinazione all'orgoglio. Federico preferiva tacere, nascondere dietro una battuta ciò che avrebbe potuto ferirlo, piuttosto che esporsi all'umiliazione di confessare un bisogno. Io comprendevo perfettamente quel linguaggio perché, in fondo, lo parlavo anch'io. Ma Molko, in B3, sembra arrivare a un punto di rottura:

«I refuse to remain in regret / I refuse to be left behind».

Mi rifiuto di rimanere nel rimpianto. Mi rifiuto di essere lasciato indietro.

È una dichiarazione che mi colpisce soprattutto perché non rinnega la vulnerabilità: sembra nascere proprio dalla consapevolezza di aver trascorso troppo tempo in una condizione di rinuncia, di silenzio, forse perfino di confinamento. È come se a un certo punto dicesse che non intende più rimanere zitto, accettare di essere escluso o continuare a pagare il prezzo di un orgoglio che impedisce persino di ammettere ciò che si desidera. E allora mi domando che cosa rimanga di tanto nobile nell'orgoglio, se il prezzo da pagare è quello di essere lasciati indietro. Se per non confessare di essere feriti dobbiamo fingere indifferenza, se per non chiedere qualcosa dobbiamo accettare di perderla, forse abbiamo semplicemente trovato una maniera più elegante di arrenderci.

Naturalmente parlare non significa riuscire a cambiare qualcuno. Posso spiegare a un uomo quanto mi abbia deluso senza che questo lo renda più sensibile, così come posso denunciare un comportamento meschino senza trasformare chi lo compie in una persona generosa. Ma esprimere un sentimento non serve necessariamente a correggere l'altro. Può servire a non lasciare che sia il nostro silenzio a decidere per noi. Questa è la distinzione che mi sembra più difficile da accettare: posso avere perfettamente ragione nel considerare una caratteristica intrinseca e non modificabile attraverso un mio intervento, ma non per questo ogni chiarimento diventa inutile. Una conversazione può non cambiare la persona alla quale ci rivolgiamo e cambiare comunque il modo in cui scegliamo di concludere una storia.

In questo riconosco una contraddizione piuttosto personale. Sono capace di osservare a lungo qualcuno per vederne cadere la maschera e, quando finalmente accade, di considerare superflua qualsiasi spiegazione. È come se avessi atteso la conferma di un giudizio per poi decidere che il risultato non richiede ulteriori commenti. Qualche volta provo perfino soddisfazione nel lasciare il segno quando mi allontano. Non soltanto andarmene, ma fare in modo che l'altro comprenda quanto poco stimi ciò che ha fatto. Non voglio fingere che questo desiderio sia sempre nobile o che ogni mia chiusura rappresenti una conquista morale. Ma nemmeno desidero trasformarmi in una persona disposta a discutere indefinitamente con chiunque pur di dimostrare di essere comprensiva. Posso scegliere di parlare e posso scegliere di andarmene. La libertà sta anche nel non considerare nessuna delle due possibilità un obbligo.

L'Amarone, nel frattempo, aveva affrontato una trasformazione non meno interessante della carne. Durante la cottura e la successiva riduzione, parte dell'alcol era evaporata, mentre altri componenti del vino si erano concentrati. La percezione della dolcezza, dell'acidità e delle note amare aveva trovato un nuovo equilibrio. Il fondo era diventato una salsa capace di nappare senza assumere quella consistenza eccessivamente densa che avrebbe ricordato una besciamella color Amarone. Avevo corso il rischio di coprire il vino con le erbe e le spezie, ma alla fine desideravo soprattutto che il risultato fosse armonico. È una difficoltà che conosco anche nelle relazioni: talvolta cerchiamo talmente di comprendere, interpretare o valorizzare qualcuno da finire per ricoprirlo di significati che appartengono soprattutto a noi. Le sovrastrutture possono arricchire, ma diventano ingombranti quando sostituiscono ciò che dovrebbero accompagnare.

La guancia, dopo essere stata tolta dal calore, era stata raffreddata rapidamente in un bagno di ghiaccio e conservata in frigorifero. La servii prima a Marco, accompagnandola a un risotto al Parmigiano volutamente sobrio, e poi a mia madre, su un letto di purè preparato con burro, panna e noce moscata. In entrambi i casi il risultato conservava esattamente ciò che avevo cercato fin dall'inizio: la carne era tenerissima, ma affettabile. Aveva attraversato una trasformazione intensa senza perdere la propria struttura. La salsa completava il piatto senza richiedere l'attenzione esclusiva del commensale. Non avevo bisogno di trasformare la guancia in una montagna di fibre per dimostrare che il tempo aveva compiuto il proprio lavoro.

Ripensandoci, mi sembra che il vero punto di cottura non coincida semplicemente con il momento in cui qualcosa è diventato sufficientemente tenero. Riguarda la capacità di riconoscere il risultato desiderato senza sentirsi obbligati a proseguire soltanto perché una regola, un'abitudine o un'aspettativa suggeriscono di farlo. Posso amare le contraddizioni senza desiderare di subirle. Posso comprendere una persona senza volerla cambiare, riconoscerne le qualità senza desiderare di frequentarla e perfino perdonarla senza concederle nuovamente un posto nella mia vita. La capacità di vedere il grigio degli altri non mi obbliga a rinunciare al mio bianco e nero.

Eppure mi piace ancora concedere tempo alle persone. Non necessariamente perché desideri vederle migliorare, ma perché sono curioso di conoscerle fino in fondo. Talvolta voglio lasciare che una maschera cada senza essere io a strapparla; altre volte so benissimo quali parole potrebbero farla vacillare e devo decidere se pronunciarle. Non sempre il mio silenzio è lucidità e non sempre una spiegazione sarebbe una resa. Posso riconoscere qualcosa che considero intrinseco al carattere di un individuo e scegliere comunque di dirgli ciò che penso, senza illudermi che quella conversazione possa modificarlo. E se dopo aver parlato continuo a riconoscere la stessa incompatibilità, rimango libero di sottrarmi.

Credo che questa sia la parte più difficile dell'orgoglio: distinguere ciò che protegge la nostra dignità da ciò che finisce per imprigionarla. Non desidero diventare un uomo che supplica gli altri di cambiare, ma nemmeno uno che considera umiliante qualsiasi dichiarazione di vulnerabilità. In fondo, il rifiuto di essere lasciati indietro non significa necessariamente dover vincere ogni confronto. Può significare semplicemente non consentire che il timore di esporsi ci condanni a rimanere immobili, aspettando che siano sempre gli altri a decidere il corso delle cose.

Continuo a pensare che certe caratteristiche non si possano correggere con un chiarimento. Continuo a preferire il rischio di conoscere persone imperfette alla sicurezza di giudicarle prima ancora che abbiano avuto la possibilità di manifestarsi. E continuo a trovare magnifico un pantalone sartoriale indossato con un paio di sneakers Bikkembergs. Se esiste una coerenza in tutto questo, non credo consista nell'eliminare le contraddizioni, ma nel decidere quali desideriamo integrare e quali non siamo disposti ad accettare.

La guancia era diventata tenerissima, conservando la propria forma. Non avevo cambiato idea durante la preparazione: era esattamente il brasato che volevo cucinare fin dall'inizio. Mi ero limitato a riconoscere il momento in cui fermarmi.

Il che, per un post-punk incravattato che continua a vedere chiarissimo il grigio degli altri, mi sembra già un risultato piuttosto ambizioso.

Soprattutto considerando che, per una volta, sono riuscito a spegnere il fuoco prima di aver finito le quattro ore.

Guancia brasata con puré di patate

Indietro
Indietro

La fiamma media, la caramella e il fegato di vitello

Avanti
Avanti

La dicotomia di uno strambo, due cotture opposte e Tartaragate