I pezzetti di cavallo e la pace provvisoria

A Santa Maria di Leuca ero andato con Amit, un mio amico israeliano di Haifa, figlio di padre ebreo tedesco e madre marocchina, che già prima di quel viaggio aveva avuto con me un curriculum sentimentale fatto più di litigi che di tenerezze.

Era venuto da me a Natale e io, dopo una serie di comportamenti che allora giudicai intollerabili e che oggi giudico forse solo molto irritanti, lo avevo cacciato di casa. Non in modo elegante, temo. Ma l’eleganza, quando si litiga, arriva sempre dopo, come il digestivo.

Amit era bianchissimo, quasi lunare, ma pieno di peli neri che perdeva con una generosità tragica, soprattutto nella cabina doccia. Io li vedevo e ripensavo a mio nonno, ai suoi peli rimasti sulla saponetta, a quella memoria domestica un po’ brutale che nessuno chiede ma che torna lo stesso. Amit, in quei momenti, mi sembrava una specie di Biancaneve marocchina, solo meno fiabesca e molto più difficile da gestire in vacanza.

Tra noi non c’era mai stato davvero nulla, o quasi nulla, salvo qualche ambiguità da doccia, qualche allusione, qualche canzone venuta in mente nel momento sbagliato e quella strana intimità che non diventa mai amore ma riesce comunque a complicare tutto.

Non ci sopportavamo. Litigavamo per decidere dove andare, cosa vedere, quanto spendere, dove mangiare. Lui aveva un rapporto molto serio con i soldi; io, più che altro, un rapporto letterario e fallimentare. Una volta mi rinfacciò che anche quando invitavo qualcuno, in fondo, i soldi erano di mio padre. Naturalmente me la legai al dito, perché certe frasi non si dimenticano: si archiviano, come prove in un processo che non si celebrerà mai.

Al ritorno verso Milano pensai persino di lasciarlo in autogrill. Non lo feci, e questa rimane forse una delle mie prove migliori di civiltà.

Eppure una sera, dopo una prima cena più marina, Amit disse che voleva mangiare cucina di terra. Ci consigliarono un posto in un paese poco distante. Un locale piccolo, semplice, bello senza sforzarsi di esserlo, dove ci sedemmo e arrivarono i pezzetti di cavallo.

Si scioglievano in bocca.

Non nel senso da recensione gastronomica, ma nel senso più vero: per qualche minuto smisero di esistere le tensioni, i conti, i peli nella doccia, le offese accumulate, il viaggio che sembrava sempre sull’orlo di diventare una guerra privata.

Mentre li mangiavo, non pensavo più a litigare con Amit.

Stavo bene.

E forse è anche per questo che mi interessa il cibo: perché a volte non salva niente, non risolve niente, non rende migliori le persone. Però sospende il disastro. Per qualche boccone, perfino due persone che si sopportano malissimo possono sembrare quasi in pace.


Orecchiette al sugo di cavallo

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Il carpione sa di casa

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Risotto nero, identità bianca