Il pane tostato, il silicone e il diritto di restare expensive
Sono un tipo piuttosto sopra le righe. Forse elaborato, forse sofisticato, forse soltanto incapace di lasciare una cosa com’era prima che arrivassi io. Coco Chanel consigliava di guardarsi allo specchio, prima di uscire, e togliere qualcosa. Io direi l’esatto contrario: guardati allo specchio e aggiungi una cosa. Un braccialetto infilato nell’occhiello della giacca, una spilla che colleghi l’asola dell’ultimo bottone all’angolo del colletto, qualcosa che non serva assolutamente a nulla e che proprio per questo diventi indispensabile.
Fino a poco tempo fa sarei potuto uscire di casa quasi nudo, purché avessi una bella cintura esotica, o con la fibbia Bulgari o il monogramma di Roberto Cavalli, l’orologio e trenta spruzzi di profumo sul collo. I vestiti potevano anche mancare: erano i dettagli a dover essere presenti. L’ascendente Bilancia, anche in amore, si innamora di quelli: un sorriso, il modo di portare i capelli, una camminata diritta. Il dettaglio non è una parte dell’insieme. Per me, molto spesso, è l’insieme.
Eppure, quando mangio, cerco quasi sempre una semplicità disarmante.
Quel pane tostato è già un’eccezione. Domani userò il pain paillasse avanzato da Bollani, con il suo misto di farine, per preparare dei French toast. Già soltanto ricordare che in Bulgaria li chiamiamo пържени филийки, letteralmente “fette di pane fritte”, mi provoca una lieve orticaria culturale. Lì vengono passate soltanto nell’uovo e fritte nell’olio di semi di girasole. Sono praticamente salate. Quando sono arrivato in Italia mi sono emancipato: ho aggiunto il latte all’uovo e sostituito l’olio con il burro. Non sarà stata la conquista del suffragio universale, ma ognuno si libera come può.
Lasciamo però stare i bulgari, che hanno già sofferto abbastanza.
Io non sono una persona da Palmolive. Non lo dico con disprezzo: ognuno può lavarsi con ciò che preferisce, purché poi si sciacqui. Ma penso che nella vita bisognerebbe conservare almeno una piccola parte di intransigenza. Se tutto ci va bene, alla fine niente ci piace davvero.
Seleziono attentamente persino i cosmetici. In inverno uso la cold cream, in estate l’olio di mandorle dolci; per i capelli l’olio di jojoba. Ogni tanto cedo alla profumazione di Dolomia, perché anche la coerenza ha diritto a una vacanza. Dopo alcune esperienze disastrose, terminate con bubboni sotto la barba, mi sono affidato alla linea Depot. Compro questi prodotti in farmacia oppure nel negozio della moglie di un mio ex collega, dove è quasi tutto naturale.
Il mio parrucchiere dice che, gira e rigira, è sempre chimica. Tecnicamente avrà anche ragione, perché pure l’acqua è chimica e a quel punto possiamo chiudere il dibattito e andare tutti a bere. Ma io sento quando una cosa mi sembra artificiale, pesante, costruita per depositarsi sul corpo invece di accompagnarlo.
Una volta, mentre accompagnavo Dani a fare la spesa, comprai al supermercato una maschera per capelli di una marca anche rispettabile. Mi dissi: qualcosa di buono al supermercato dovrà pur esserci. Aveva una consistenza talmente siliconica che, sotto la doccia, per poco non mi venne una crisi di panico: continuavo a sciacquare e i capelli sembravano ancora rivestiti da una pellicola. Probabilmente avrei potuto attraversare la Manica senza bagnarmi la testa.
Non sono uno che guarda innanzitutto il prezzo. Anche io vorrei risparmiare: non ho sviluppato un’allergia alle banconote che rimangono nel portafoglio. Il problema è che entro in un negozio soltanto per dare un’occhiata e il mio sguardo cade immancabilmente sull’oggetto nascosto in fondo, che per una coincidenza quasi commovente è anche il più costoso.
Quando andiamo al ristorante, mio padre aspetta che ordini e poi dice:
«Non avevo dubbi che avresti scelto quello. È il piatto più caro.»
Io non amo la finzione e non amo la bigiotteria travestita da lusso, soprattutto ora che persino certe maison vendono ottone dorato come se fosse stato recuperato personalmente dal tesoro degli zar. Tempo fa mi strapparono dal collo una catenina d’oro. Cercando qualcosa che potesse sostituirla, comprai una catena piuttosto pesante in argento di Emanuele Bicocchi. Ammetto di essere stato tentato da una Givenchy con il lucchetto e il logo: era in ottone e costava circa tre volte tanto.
Spendaccione, forse. Scemo, no.
Amo anche la profumeria di nicchia, soprattutto le fragranze che non sanno semplicemente di fiori. Per molti anni ho considerato il profumo come un secondo abito, o addirittura un soprabito: un ulteriore strato da abbinare ai vestiti. Arrivavo ad associarlo persino ai colori che indossavo. Ora i miei gusti si sono spostati verso fragranze più concettuali o in questo caso molecolari, soprattutto Molecule 01, che sulla mia pelle io quasi non percepisco mentre gli altri mi domandano continuamente che profumo porti.
Rispondo che sono miroblita.
Nella tradizione cristiana, i mirobliti sono santi dalle cui reliquie emana un profumo miracoloso. Naturalmente non sto sostenendo di essere un santo. Credo però che l’odore di una persona provenga anche da qualcosa di più profondo della pelle. Se il pesce puzza dalla testa, forse l’uomo puzza dall’anima. Non vedo perché la metafisica debba essere riservata soltanto alle cose profumate.
Questa mia ricerca della bellezza non significa che io viva costantemente vestito per l’inaugurazione di un’ambasciata. Sto facendo progressi. Ultimamente esco persino in sandali per andare al supermercato. Chi mi conosce potrebbe non crederci, ma è tutto documentabile. Rimane però la fissazione per la freschezza degli ingredienti: non sono capace di programmare più di due pasti e compro verdura e pesce quasi al momento, anche quando Milano mi costringe all’Esselunga.
Non mangio ovunque. Mangio nel posto in cui desidero mangiare quel giorno e, per raggiungerlo, attraverso anche tutta la città. Cerco una cosa precisa, perché un’altra non può necessariamente sostituirla. Oggi, per esempio, al Pam non avevo trovato i fusilloni giganti che ritenevo ideali per il pesto di zucchine e basilico. Avevo già comprato il pesce, ma sono andato appositamente all’Esselunga per cercare quella pasta.
Una pasta vale l’altra soltanto quando non desideri veramente nessuna delle due.
La fetta di pane della fotografia è tostata e spalmata di beurre vanillé. Sopra c’è una composta ottenuta dalle pesche avanzate dopo aver preparato lo sciroppo per la bière pêche, come quella che avevo visto bere nei café parigini. Le pesche provenivano dal fruttivendolo pugliese sotto casa del Marco: era stato lui a portarmele.
Io sono fatto così. Vado all’estero, vedo qualcuno bere qualcosa che non conosco e desidero provarla immediatamente. Anche una Sprite mi toglierebbe la sete, certo, ma posso berla ovunque. Seduto fuori da un café di Parigi mi sentirei insulso a scegliere qualcosa che avrei potuto prendere alla stazione di servizio di San Giuliano Milanese. Non cerco necessariamente il meglio in termini assoluti: cerco ciò che appartiene a quel momento e che non potrebbe essere sostituito senza impoverirlo.
Lo sciroppo industriale, inoltre, produce troppa schiuma quando incontra la birra. Quello fatto in casa conserva invece il sapore vero della frutta. Le pesche erano mature, dolci, quasi cedevoli. La composta rimasta era una retrovisione di dolcezza che sbiadiva lentamente sul palato.
Anche il burro doveva sapere di qualcosa. Per questo l’ho profumato alla vaniglia. E non alla vanillina: due cose possono avere nomi simili e appartenere a nature completamente diverse. La differenza non è sempre soltanto di qualità. A volte è proprio ontologica, anche quando si parla di una fetta di pane. E come direbbe Alberto, il mio amico gelatiere, c'è anche differenza tra la vaniglia di Tahiti e quella del Madagascar.
Forse, quindi, non sono affatto semplice in cucina. Sono complicato in un modo differente.
Il risultato può sembrare elementare: pane, burro, pesche. Ma dietro ci sono il pane scelto, la frutta portata dal Marco, lo sciroppo preparato per la bière pêche, la vaniglia nel burro, il rifiuto di sprecare ciò che era avanzato. La semplicità non consiste nell’usare ingredienti anonimi. Consiste nel fermarsi quando ogni cosa presente ha già una ragione per esserci.
Potrei continuare a elencare le mie piccole intransigenze. Evito, quando posso, le compagnie aeree low cost: spesso si trovano biglietti di linea allo stesso prezzo o quasi. Viaggio forse meno di chi parte ogni fine settimana con uno zaino grande quanto il mio beauty case, atterra in un aeroporto situato apparentemente in un’altra nazione e trascorre due ore su una navetta. Preferisco un albergo a quattro stelle e in vacanza non cucino mai. Se devo continuare a mondare zucchine anche durante le ferie, allora non sono partito: ho semplicemente trasferito la cucina.
Il mio senso estetico rimane troppo rigido per piegarsi alla plastica dorata e troppo istintivo per accettare senza domande una crema dall’elenco degli ingredienti incomprensibile. Non comprerei neppure un limone sudafricano che abbia viaggiato più di alcune persone in tutta la loro vita. Non perché ogni cosa costosa sia migliore e ogni cosa economica sia peggiore. Quella è una semplificazione da persone che confondono il prezzo con il valore, cioè precisamente il contrario di ciò che cerco.
Io voglio che le mie scelte non siano equivalenti.
Voglio restare expensive di fronte alle bucce trattate dei limoni, ai siliconi che non si sciacquano, alle vacanze trascorse a raggiungere l’aeroporto, ai profumi che sembrano deodoranti per ambienti, alla plastica dorata, al lusso finto e al finto uguale.
Ma soprattutto voglio restare expensive di fronte alla mediocrità e alla mancanza di sete di bellezza.
Anche quando, alla fine, tutto ciò che desidero è una fetta di pane tostato con burro alla vaniglia e pesche avanzate. Perché la semplicità non è accontentarsi.
È sapere esattamente di che cosa accontentarsi.
Pane tostato Beurre Vanillé Composta di pesche