Il carpaccio, la tombola e il sorriso incrinato
Storia di una schiscetta, di un privilegio e di un posto al quale non ho mai veramente appartenuto.
Quando dovevo cominciare il turno molto presto e non avevo preparato nulla per la pausa pranzo, passavo dal mio macellaio pugliese di fiducia che iniziava ad aprire proprio per quell’ora, quindi gli chiedevo la gentilezza di un trattamento riservato alle otto del mattino mentre faceva ancora tutti i preparativi, ancor mentre tirava fuori i tagli di carne fuori dalla cella. Compravo il carpaccio, qualche volta il roast beef all’inglese, e portavo tutto al lavoro.
Al carpaccio aggiungevo la mia salsa tonnata. Niente di particolarmente eroico: soltanto una salsa fatta bene, che già nel mondo moderno è una forma di resistenza civile.
In quella multinazionale le mie schiscette suscitavano una curiosità che inizialmente non capivo. Le persone si avvicinavano, guardavano cosa avessi portato, chiedevano come l’avessi preparato. Io parlavo volentieri di cibo con molti dipendenti: sapevano che cucinavo e a me piaceva raccontare le ricette, gli ingredienti, i piccoli accorgimenti che trasformano il pranzo in una coccola.
Un giorno Lorenzo assaggiò la mia salsa tonnata e mi fece molti complimenti riuscendo anche a captare tutti gli ingredienti: l’acciuga, i capperi, oltre al tonno. Con lui e con una collega, che chiamerò Chiara, decidemmo persino di organizzare un venerdì nel quale ognuno avrebbe portato qualcosa da condividere.
L’esperimento dovette risultare troppo felice, perché poco tempo dopo mi presero in disparte per chiedermi una cucina più leggera. C’erano di mezzo le feste natalizie con le immancabili abbuffate, dissero. Evidentemente il mio compito non era più soltanto nutrire, ma anche riparare i danni del panettone nazionale.
La richiesta mi fece ridere, ma conteneva una verità: effettivamente la mia cucina era pesantuccia.
Molti di loro non avevano il tempo di cucinare. Una multinazionale può pagarti bene, offrirti una scrivania ergonomica, riempire il calendario di riunioni e poi lasciarti abbastanza vita soltanto per aprire una confezione di tartare condita al glutammato insieme alla busta di insalata. Io, invece, arrivavo con il carpaccio del macellaio, la salsa preparata a casa o il roast beef tagliato come piaceva a me.
Quello era uno dei miei veri privilegi.
Non soltanto poter acquistare qualcosa di buono, ma avere ancora il tempo mentale per pensare a come condirlo.
Mi trovavo bene in quell’ambiente. Ero molto legato ai dipendenti del Facility dai quali dipendevo e parlavo con persone che, almeno nei miei confronti, erano sempre gentili. Era però una gentilezza estremamente sorvegliata.
In altri luoghi di lavoro avevo incontrato il pettegolezzo, le confidenze improvvise, le antipatie esibite e le discussioni che cominciano davanti alla macchinetta del caffè e finiscono con il coinvolgere genealogie intere. Lì quasi nulla strabordava. Non c’era spazio per sparlare apertamente degli altri e persino le conversazioni più banali sembravano delimitate da un galateo invisibile.
Non era terrore. Era piuttosto una cortesia talmente regolata da assumere la consistenza di una parete.
Ricordo che un dipendente raccontava di aver ricevuto un richiamo dopo aver rivolto a una giovane collega una domanda di cucina preceduta da qualcosa come: «Tu che sei donna…». Non desidero difendere quella frase, che possiede già la grazia naturale di una sedia lanciata giù dalle scale. Mi colpì però non poco.
Noi esterni non conoscevamo tutte le regole, ma imparavamo a intuirle osservando gli altri. Capivamo quanto si potesse scherzare, fino a dove si potesse fare una domanda e quale parte di noi dovesse rimanere fuori dall’edificio insieme all’ombrello.
Dico “noi esterni” perché io non ero un dipendente della multinazionale. Eravamo quello che in gergo si chiama contractor.
Ero stato inserito attraverso una cooperativa nell’ambito dell’articolo 14 del decreto legislativo 276 del 2003. Non me ne vergogno e non vedo perché dovrei.
L’articolo 14 consente a un’azienda soggetta agli obblighi della legge 68 del 1999 di affidare una commessa a una cooperativa sociale di tipo B o, secondo la disciplina regionale, a un’impresa sociale. La cooperativa assume lavoratori con disabilità che incontrano particolari difficoltà nell’inserimento ordinario; il loro lavoro permette all’azienda committente di assolvere, entro i limiti previsti, una parte dei propri obblighi occupazionali. Il lavoratore, però, rimane assunto dalla cooperativa: non diventa automaticamente dipendente dell’impresa presso la quale presta servizio e la convenzione non contiene, di per sé, la promessa di una futura assunzione diretta.
È uno strumento che può creare opportunità reali. Può permettere a una persona di lavorare in un ambiente al quale altrimenti avrebbe difficilmente accesso. Ma può anche produrre una situazione ambigua: si è abbastanza dentro da essere necessari e abbastanza fuori da non appartenere mai veramente al luogo.
La reception, inoltre, era considerata un servizio da mantenere esterno. Era una politica organizzativa stabilita a un livello Global. Le assunzioni dirette erano rarissime e, per quel ruolo, sostanzialmente escluse.
Questo non impediva però di coltivare speranze.
Elia lavorava lì da molti anni. Aveva forse trentasei anni ed era sposato, senza straordinari, non arrivava a mille euro al mese. Per raggiungere l’ufficio affrontava un viaggio molto lungo, anche durante l’inverno, dipendendo dall’autobus extraurbano che qualche volta lo faceva arrivare in ritardo.
Aveva sottoscritto un abbonamento con la compagnia privata che serviva la zona dove si trovavano gli uffici anziché con la rete urbana. Costava leggermente di più e la cooperativa non glielo rimborsava interamente. Ricordo che la persona che allora seguiva la contabilità si era irritata per quella differenza.
Non so quale sia l’unità di misura esatta dell’umiliazione. Forse coincide con il momento in cui un uomo attraversa mezza provincia per guadagnare meno di mille euro e qualcuno discute la parte non rimborsabile del suo abbonamento come se fosse una stravaganza.
Elia era affezionato a quel posto. Forse pensava di farne parte; forse sperava ancora che un giorno qualcosa cambiasse. Non gliel’ho mai chiesto, quindi non posso saperlo. So che era anche laureato.
A Natale venne organizzata una tombola aziendale. Anche io ed Elia ricevemmo un regalo e un ringraziamento da parte dell’assistente dell’amministratore delegato. Ci disse che il nostro lavoro era fondamentale.
Credo che lo pensasse sinceramente.
Per i dipendenti, intanto, era stata organizzata una tombola con bottiglie di champagne. Io distribuivo i numerini ed Elia mi domandò, confuso, se dovesse scrivere anche il proprio nome.
Quella piccola esitazione conteneva l’intera architettura del posto.
Era abbastanza importante da ricevere un ringraziamento, ma non sapeva se fosse abbastanza dei loro da partecipare alla tombola.
In un’altra occasione ero stato invitato con loro a un pranzo aziendale a cui partecipavano tutti quanti. L’assistente dell’amministratore delegato mi spiegò con gentilezza che la parte successiva era riservata a loro e che io non avrei potuto partecipare, che ci sarebbero stati dei giochi e delle riprese video. Avevo terminato il mio orario, avevo già pranzato e me ne andai.
Non mi offesi. Io non desideravo essere uno di loro.
Non avevo bisogno di scrivere il mio nome su un numerino per convincermi di appartenere a qualcosa. Ma guardando Elia capivo che, forse, per lui era diverso. Era lì da molto più tempo di me; aveva imparato i loro nomi, le loro abitudini. Ogni giorno rappresentava l’azienda davanti ai visitatori senza essere realmente rappresentato dall’azienda.
Gli affidavano la prima impressione e gli negavano l’appartenenza.
Non necessariamente per cattiveria. Spesso i doppi standard non vengono costruiti da persone crudeli: sopravvivono proprio grazie a moltissime persone gentili che li considerano normali.
Anche io godevo di un doppio standard.
La cooperativa era legata a mio padre e il mio inserimento era stato costruito con privilegi che nessuno avrebbe concesso con la stessa facilità agli altri. Potevo prenotare un volo per il giorno successivo, comunicare che sarei mancato per una settimana e trovarmi ventiquattr’ore dopo a mangiare delle polpette di cavallo con mio cugino Petio nel vecchio ghetto di Pazardzhik.
Nessuno diceva nulla.
Loro avevano bisogno di me, certamente. Ero affidabile quando c’ero, conoscevo il lavoro e mi muovevo bene in quell’ambiente. Ma non ero indispensabile al punto da giustificare quella libertà. Ero protetto.
I colleghi della cooperativa se ne accorgevano. Alcuni mi detestavano e allora li consideravo soltanto dei poveretti. Oggi riconosco che, almeno in parte, vedevano qualcosa che io stesso avevo già compreso: le regole non erano uguali per tutti e io ne approfittavo.
Qualche dipendente mi chiedeva: «Elia oggi non viene?», con un tono che a me sembrava significare: che cosa ne avete fatto di lui? Gli hai preso il posto?
Un’altra volta una donna che lavorava a un piano superiore mi domandò dove fosse finita Marta, la receptionist che mi aveva preceduto, guardandomi come se l’avessi eliminata personalmente per conquistare il centralino.
Forse interpretavo troppo. Forse erano domande innocenti. Eppure mi rimaneva la sensazione di essere arrivato grazie a una sostituzione preparata altrove, dentro rapporti che gli altri non conoscevano ma intuivano.
In realtà per Marta era stato trovato un impiego amministrativo presso una società di comunicazione e guadagnava più del doppio. Era contenta di essersene andata da quella Sede, perché era fuori Milano. In seguito, quando la nuova gestione della cooperativa tardò a corrispondere due mensilità, preferì accettare un posto presso l’ufficio cultura del Comune.
Ciò accadde qualche mese dopo le mie dimissioni. Me lo raccontò mio padre, forse senza sentire che quei due mesi avevano influenzato la sua decisione.
Io avrei potuto rimanere.
Lo stipendio che ricevevo rappresentava circa un terzo del denaro che spendevo ogni mese grazie anche all’aiuto di mio padre. Avevo una stabilità che non dipendeva davvero dal mio lavoro e per molto tempo l’avevo trasformata in shopping compulsivo.
Compravo perché quei soldi non mi sembravano miei.
Il mio psicanalista pensava che desiderassi essere povero. Non era così. Io non ho mai desiderato la povertà e continuo a considerarla una condizione terribile, non un’esperienza spirituale da consigliare agli altri mentre si possiede una carta di credito.
Erano quei soldi specifici a sembrarmi innaturali. Non li riconoscevo come il risultato di una fatica, di una scelta o di qualcosa costruito da me. Li spendevo quasi per farli scomparire, come se una cintura, un profumo o una giacca potessero assolvermi dall’imbarazzo di non essermeli veramente guadagnati.
Ora che sto scrivendo posso dire che il periodo successivo al licenziamento è stato privo di qualsiasi eccesso di spese voluttuarie: non compro quasi più nulla. Nemmeno mezza spilla.
Non perché sia guarito dal gusto, che sarebbe una tragedia ben più grave, ma perché il denaro non mi sembra più leggero.
Poi arrivarono i fatti di dicembre.
Il rapporto con mio padre si incrinò oltre una misura che riuscissi ancora a sostenere. Ero disperato. A un certo punto lasciai tutto senza alcun preavviso, facendo esattamente ciò che per mesi avevo temuto di fare: abbandonare una postazione che aveva bisogno di essere coperta.
Mi sentii in colpa.
Pensavo al regalo di Natale, al ringraziamento, alle persone con le quali parlavo di cucina e al gruppo del Facility al quale ero affezionato. Pensavo al carpaccio, ai venerdì condivisi e alla salsa tonnata diventata improvvisamente troppo sostanziosa prima delle feste.
Avevo davvero trascorso momenti felici lì dentro.
Questo rendeva la scelta più difficile, non meno giusta.
Non me ne sono andato per orgoglio. Nemmeno per dimostrare una superiore dignità. Sarebbe troppo semplice trasformare la propria fuga in un gesto eroico dopo aver beneficiato per anni di ciò che si denuncia.
Me ne sono andato perché, nel mio piccolo, non volevo più essere quella pedina.
Una pedina privilegiata rimane una pedina. Soltanto, quando viene spostata, graffia meno il tavolo.
Il punto più difficile da raccontare è il sorriso di Elia.
Gli mancavano due denti nell’arcata superiore, due premolari. Si vedeva quando sorrideva.
Non gli ho mai chiesto perché gli mancassero. Non conoscevo la sua situazione sanitaria e non posso affermare che non avesse potuto curarli per ragioni economiche. Un dente può mancare per moltissimi motivi e sarebbe ingiusto ridurre una persona alla diagnosi che qualcun altro ha formulato osservandola.
Eppure io, ogni volta che ci davamo il cambio, provavo angoscia.
Non pensavo che Elia fosse indegno di stare alla reception perché non aveva due denti. Pensavo l’esatto contrario: mi domandavo come fosse possibile che una società gli affidasse ogni mattina il proprio volto e non gli garantisse, attraverso il lavoro, la possibilità concreta di occuparsi pienamente del suo.
Forse aveva scelto di non fare quelle capsule. Forse aveva paura del dentista. Forse esisteva una spiegazione completamente diversa. Ma nella mia mente quei vuoti erano diventati la parte visibile di una precarietà che tutto il resto dell’ambiente cercava di rendere elegante.
Il sorriso è sempre stato anche una dichiarazione sociale.
Nell’Inghilterra di Elisabetta I, lo zucchero era un lusso e contribuì al deterioramento dei denti della regina; secondo il Royal Museums Greenwich, alcune donne arrivarono persino ad annerirsi i denti per imitarne l’aspetto. Quello che oggi leggeremmo come trascuratezza poteva essere interpretato come prova di ricchezza.
Oggi il simbolo si è rovesciato. Il privilegio si mostra attraverso denti ricostruiti, allineati, sbiancati e curati. La bocca è diventata uno dei luoghi nei quali la classe sociale si lascia sorprendere senza vestiti.
Si può acquistare una camicia economica che sembri costosa. Si possono lucidare le scarpe. Ma quando si parla o si ride, il corpo racconta spesso anche ciò che lo stipendio non permette di nascondere.
Ogni volta che Elia sorrideva, io non vedevo semplicemente due denti mancanti.
Vedevo il viaggio interminabile sugli autobus.
Vedevo l’abbonamento non rimborsato per intero.
Vedevo lo stipendio inferiore ai mille euro, i ringraziamenti natalizi e la bottiglia di champagne assegnata mediante una tombola alla quale non sapeva se avesse diritto di partecipare.
Vedevo lui che proteggeva l’immagine di una multinazionale e la multinazionale che non era il suo datore di lavoro.
Vedevo anche me.
Vedevo i voli prenotati il giorno prima, le assenze accettate, il denaro ricevuto da mio padre e gli oggetti comprati per non pensare alla sua provenienza. Vedevo quanto fosse difficile rimanere expensive quando si scopre che il proprio costo reale lo sta pagando qualcun altro.
Non era Elia a farmi sentire superiore.
Mi faceva sentire colpevole.
Qualche volta le persone considerate fragili vengono protette proprio perché nessuno le percepisce come una minaccia. Si dice che siano brave, dolci, affidabili. Le si difende, le si ringrazia e le si conserva nello stesso punto per anni.
La protezione, però, non coincide sempre con l’emancipazione.
Si può voler bene a una persona e contemporaneamente trovare molto conveniente che rimanga dipendente, riconoscente e immobile. Si può chiamare inclusione una situazione nella quale qualcuno lavora abbastanza da rendersi utile, ma non abbastanza da diventare libero.
Io quella libertà potevo permettermela.
Ho potuto andarmene improvvisamente, contare sull’aiuto della mia famiglia e sopravvivere anche dopo aver rinunciato al posto. Elia forse non avrebbe potuto fare lo stesso. È questo che rende la mia scelta insieme giusta e non eroica.
Non sono rimasto a correggere il sistema. Non ho salvato nessuno. Ho semplicemente smesso di occupare il posto che il sistema aveva preparato per me.
Ogni tanto mi guardo indietro e mi domando che cosa abbiano pensato della mia scomparsa. Forse mi hanno considerato ingrato. Forse instabile. Forse qualcuno mi ha dato del pazzo, perché è una parola molto comoda per spiegare una decisione della quale non si conoscono le cause.
So soltanto che andarmene non fu facile, ma credo di avere fatto la scelta giusta.
Il mio ascendente Bilancia, volendo dare una colpa agli astri perché gli esseri umani sono già abbastanza occupati, soffre davanti all’ingiustizia. Con il tempo ha anche imparato che il mondo è ingiusto e non sembra intenzionato a convocare una riunione per correggersi.
Forse la giustizia perfetta esiste soltanto all’inferno, dove ciascuno riceve esattamente ciò che merita.
Per me l’inferno erano soprattutto i sensi di colpa.
Erano gli occhi di Elia durante il cambio del turno. Era il suo sorriso. Era sapere che io potevo partire il giorno seguente mentre lui doveva controllare l’orario dell’autobus extraurbano. Era essere trattato con maggiore libertà non perché fossi migliore, ma perché ero il figlio della persona giusta.
Ci sono sistemi che non hanno bisogno di odiare nessuno.
È sufficiente che assegnino a ciascuno una posizione, la chiamino opportunità e si congratulino con tutti per la loro collaborazione.
Si può compatire una persona senza ammettere di essere, almeno in parte, il suo vero carnefice. Si può ringraziarla, proteggerla e definirla fondamentale senza provare alcun senso di colpa. Si può guardarla sorridere senza vedere niente di incrinato.
Io, invece, in quel sorriso leggevo tutto.
Carpaccio di manzo alla salsa tonnata