Il Marco, il fegato e la diplomazia applicata al pranzo

Io e Il Marco a colazione

Il Marco è il mio migliore amico biondino, leggermente stempiato e rigorosamente della Bilancia.

Gli uomini Bilancia mi fanno ridere perché la diplomazia, più che una loro caratteristica naturale, sembra essere il loro leitmotiv: una missione, un esercizio quotidiano, quasi un modo per attraversare la vita senza rovesciare il bicchiere sul tavolo.

Berlusconi era Bilancia, Putin è Bilancia. Evidentemente il cielo, quando parla di diplomazia, possiede un senso dell’umorismo tutto suo.

Io amo l’uomo Bilancia. Non perché voglia approfittarmi della sua gentilezza o della sua educazione, ma forse perché, a volte, quella gentilezza mi appare talmente studiata, levigata e diplomaticamente sospetta da diventare persino affascinante.

Quando domando al Marco:

«Oggi preferisci carne o pesce?»

lui risponde invariabilmente:

«Quello che preferisci.»

Che è esattamente l’ultima cosa da dire a un segno di Fuoco che ti sta chiedendo un parere.

Io non ti ho domandato il permesso di governare il mondo: ti ho chiesto se vuoi la trota oppure la bistecca.

Un anno e mezzo fa il Marco è venuto a lavorare proprio sotto casa mia. Per pura coincidenza, forse. Oppure perché il destino, non sapendo più come riavvicinarci, ha deciso di utilizzare direttamente la geografia urbana.

Da quando mi sono licenziato, i primi mesi sabbatici di quest’anno non sono stati pesanti proprio grazie alla sua presenza.

È brutto pensare alle persone in base alla funzione che svolgono nella nostra vita, ma forse il Marco non svolge neppure una funzione: il Marco è una presenza.

Una presenza rassicurante, con il tono di voce calmo, il sorriso tranquillo e quella pacatezza che a me, uomo di Fuoco con numerose complicazioni interne, sembra quasi una disciplina orientale.

Il Marco ha sempre l’ultimo bottone della camicia slacciato e il nodo della cravatta leggermente allentato. Un’eleganza che non è propriamente trascurata, ma sembra reduce da qualcosa.

Ogni volta gli domando se sia appena uscito da un matrimonio georgiano dove abbia danzato come un forsennato per tutta la notte, magari in cerchio, tra brindisi, parenti sconosciuti e uomini che battono le mani con grande serietà.

Lui naturalmente non si scompone. Ma ho capito che, per lui, portare la cravatta alla Justin Timberlake anni duemila è forse un modo per apparire meno rigido.

Justin Timberlake

Il Marco mangia poco. È attentissimo alla linea, gioca a calcio, si allena in palestra ed è sempre in forma.

A volte mi arrabbio perché mangia troppo poco, anche se credo che, rispetto a prima, il suo stomaco abbia lentamente imparato ad accogliere qualche boccone in più.

Non posso dire di averlo convertito alla gola, ma almeno ora non considera un secondo cucchiaio una forma di decadenza morale.

I suoi gusti alimentari sono semplici, quasi infantili: poco elaborati, poco strutturati, molto lontani dai miei.

Io sono onnivoro come un orso che abbia frequentato anche qualche buon ristorante.

Ogni tanto gli faccio assaggiare qualcosa che non aveva mai mangiato e gli svelo piccoli trucchi per preparare a casa piatti semplici.

Lui predilige una cucina essenziale, ma possiede anche un’attrazione non trascurabile per i prodotti ultraprocessati.

Così, quando facciamo la spesa insieme all’Esselunga, apre Yuka, controlla ingredienti e valutazioni e poi si consulta con me, come se io fossi una specie di oracolo gastronomico biondo collocato accanto al banco frigo.

Naturalmente il Marco è educato anche quando qualcosa non gli piace.

Non dice quasi mai apertamente:

«Questa cosa non mi piace.»

Sarebbe troppo netto. Troppo definitivo. Forse persino contrario alla Convenzione di Vienna.

Comincia invece a trafficare con le posate.

Muove la forchetta nel piatto, sposta un pezzetto da una parte all’altra, lo rigira, lo osserva, lo separa dagli altri ingredienti e poi torna a spostarlo.

Esattamente come nelle scene dei film americani in cui qualcuno, durante una cena familiare piena di tensione, continua a maneggiare il cibo senza mangiare davvero.

Ogni tanto porta alla bocca un boccone minuscolo, quasi simbolico, sufficiente a dimostrare che il piatto è stato tecnicamente assaggiato.

Ma io lo vedo.

Vedo quella forchetta che traccia sentieri nel piatto. Vedo il cibo che cambia posizione senza diminuire di quantità.

E capisco che il giudizio è stato emesso, anche se la diplomazia non ha ancora diffuso il comunicato ufficiale.

Una mattina domandai al Marco:

«Mangi il fegato di vitello?»

Il dettaglio secondario è che lo avevo già comprato in macelleria.

Lui rispose di no.

Quando arrivò a pranzo, io avevo appena iniziato a rosolare il fegato.

Il Marco non domanda quasi mai cosa ci sia nel menù: si fida ciecamente. Glielo servii e, quando mi chiese che cosa fosse, risposi semplicemente:

«È carne.»

Lui cominciò a mangiare e a complimentarsi per la tenerezza.

La cultura gastronomica del Marco è qualcosa di assolutamente unico.

Una volta pensò che la panatura, venuta troppo spessa, di un filetto di trota in carpione fosse la pelle del pesce.

Davanti al cibo, il Marco possiede l’innocenza di chi non sa esattamente cosa stia accadendo, ma è disposto a credere che sia tutto sotto controllo.

Quando ebbe mangiato metà del fegato gli dissi:

«Marco, guarda che è fegato.»

Lui rimase tranquillo.

«Ah sì, ne avevo il sospetto.»

E lo finì.

A quel punto gli dissi:

«Marco, io potrei anche farti mangiare il rognone, che dici di non mangiare, raccontandoti che sono champignon trifolati. E tu lo ameresti.»

Il Marco mi guardò e, con il tono più pacato, civile e irrimediabilmente Bilancia dell’universo, rispose:

«Non mi sembra corretto, però.»

Non si arrabbiò. Non fece una scena. Non mise in discussione la nostra amicizia.

Formulò semplicemente una delicata nota diplomatica sulla correttezza dell’operazione.

Come si fa a non amare il Marco?

Forse gli voglio bene proprio per questo: perché davanti alla mia esuberanza non oppone altra esuberanza.

Oppone una frase calma, quasi amministrativa, capace di contenere insieme il rimprovero, il perdono e la possibilità di tornare a pranzo anche il giorno dopo.

Purché, naturalmente, io dichiari prima gli ingredienti.

O almeno quelli principali.

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