Il fuoco respira con l’aria

Quando ho iniziato a interessarmi seriamente di astrologia ho fatto una scoperta abbastanza inquietante: non avevo bisogno di cercare gli Acquari. Li avevo già tutti intorno.

Kevin. Mihail. Federico, che adesso vive a Trieste. Dani. Mio padre stesso.

E persino mio zio.

Persone diversissime tra loro, naturalmente, ma accomunate da qualcosa che mi aveva sempre attratto molto più di quanto avessi capito: con loro il rapporto nasceva innanzitutto su un piano mentale. Platonico, intellettuale, qualche volta persino astratto. Prima ancora della simpatia, dell'affetto o dell'attrazione c'era quella sensazione rarissima di poter parlare e spostarsi continuamente da una cosa all'altra.

Poi ho scoperto di essere un Sagittario con Saturno in V casa in Acquario e ho pensato: vabbè. Naturalmente.

Il Fuoco, del resto, respira con l'Aria.

È quasi una banalità astrologica. Il Fuoco ha bisogno dell'ossigeno per continuare a bruciare. Ma soltanto crescendo ho capito quanto questa immagine mi riguardi: ho bisogno di persone che facciano circolare qualcosa. Un'idea, una contraddizione, una possibilità. Qualcuno che non mi tenga fermo dentro una realtà già definita.

Naturalmente esistono tre segni d'Aria e io con tutti e tre ho un problema diverso.

Gemelli è forse quello che capisco più facilmente e proprio per questo, dopo un po', mi stanca.

Mi diverte moltissimo. Ha una qualità che riconosco persino in me: non si prende troppo sul serio. Anzi, Gemelli spesso sa perfettamente di essere una testa di cazzo e questa consapevolezza lo salva da parecchie cose.

Con lui però continuo ad aspettare il momento in cui, tolto uno strato, ne comparirà un altro.

E qualche volta non compare.

Superficie, altra superficie, ancora superficie.

Non necessariamente perché non esista sensibilità sotto: secondo me esiste eccome. Ma sembra quasi che Gemelli abbia deciso di vivere principalmente sopra le cose, saltando continuamente da una all'altra.

Io invece, per quanto possa sembrare leggero, ho sempre bisogno di andare a vedere cosa c'è dietro.

Poi naturalmente bisogna anche riuscire a incontrarlo.

Con Gemelli organizzare un appuntamento può diventare una forma d'arte concettuale: alle diciannove esiste, alle diciannove e venti non esiste più.

Però almeno non pretende di convincerti che dietro ci sia un grande progetto filosofico.

È sparito.

Ciao.

Bilancia e Acquario mi fanno ancora più ridere, perché sono due segni d'Aria che hanno sviluppato la curiosa convinzione di essere persone serissime.

Ed è forse proprio per questo che mi attirano di più.

La Bilancia vuole dare una forma all'Aria.

Vuole il gesto giusto, la relazione giusta, la parola giusta. Vuole creare intorno a qualcosa di impalpabile una cornice.

Ed è una cosa che in Marco riconosco molto.

Con Marco c'è sempre qualcosa di relazionale persino nelle cose più semplici. Un pranzo non è soltanto mangiare. Un gesto non è mai soltanto un gesto. C'è una misura delle distanze, delle forme, del modo in cui si sta insieme.

E io questa cosa la capisco benissimo, perché ho l'Ascendente Bilancia.

Probabilmente è anche per questo che la Bilancia riesce contemporaneamente ad affascinarmi e a farmi sorridere: conosco il trucco.

So quanto lavoro possa esserci dietro quella naturalezza.

La Bilancia è Aria che vuole convincere il mondo di essere marmo.

L'Acquario invece è tutta un'altra faccenda.

L'Acquario non vuole necessariamente una forma.

Vuole una teoria.

Ed è meraviglioso perché può sostenere una posizione assolutamente incomprensibile con la serenità di qualcuno che pensa che, prima o poi, saremo noi a raggiungerlo.

Forse nel 2087.

C'è poi un'altra differenza che per me conta moltissimo.

L'Acquario è un segno fisso. E questa fissità io la sento anche nel modo in cui ragiona.

Non significa affatto che non sia intelligente. Anzi, spesso l'Acquario è brillante, originale, capace di vedere cose che agli altri sfuggono.

Ma una volta costruita una propria idea del mondo tende a starci dentro con una fedeltà impressionante.

Può pensare molto.

Non sempre riesce a pensare diversamente da come ha già deciso di pensare.

Ed è lì che qualche volta mi sembra meno portato di me per il ragionamento veramente complesso: quello che non consiste soltanto nel costruire una teoria, ma anche nel distruggerla, contraddirla, guardarla dal lato opposto e accettare che due cose apparentemente incompatibili possano essere vere nello stesso momento.

Io sono Sagittario, ma soprattutto sono un segno mobile.

E credo che questa mobilità si senta moltissimo nel mio modo di pensare.

Il Sagittario cerca continuamente un senso.

Qualche volta questa ricerca lo salva, qualche volta lo uccide, perché non riesce a lasciare le cose semplicemente dove sono: deve capire dove conducono, cosa significano, quale disegno possano formare insieme.

Ma proprio per questo la sua mente è duttile.

Può partire da una convinzione, perderla per strada, trovarne un'altra, tornare indietro, accorgersi che aveva torto e magari scoprire che aveva ragione per un motivo completamente diverso.

L'Acquario tende a dire:

«Ho capito il sistema».

Il Sagittario risponde:

«Sì, ma se il sistema fosse un altro?».

Ed ecco perché spesso l'Acquario mi incuriosisce moltissimo e, dopo un po', mi esaspera altrettanto.

Mi apre una porta.

Poi pretende che quella sia l'unica porta dell'edificio.

Dani per me rappresenta molto bene questa cosa.

Quando mi ero innamorato di lui all'inizio, uno dei motivi era proprio ciò che avrebbe potuto farmelo detestare: era irraggiungibile, distaccato, freddo, qualche volta completamente illogico.

Eppure era divertente, aveva una personalità fortissima e non sembrava mai costruito per piacere.

E poi c'è una sua foto profilo di WhatsApp che per me riassume l'Acquario meglio di parecchi manuali di astrologia: Dani vestito da vampiro per Halloween, perfettamente serio, con una faccia che non lasciava intuire nemmeno per sbaglio che la situazione potesse essere comica.

Ed è proprio questo che mi fa impazzire dell'Acquario: può fare una cosa oggettivamente assurda conservando la solennità di chi sta firmando il Trattato di Versailles.

Non era “cool”.

Era specifico.

Ed essere specifici è molto più interessante che essere perfetti.

Forse è anche per questo che, quando penso a certi segni d'Aria e soprattutto all'Acquario, mi viene in mente Mister Bean.

Mister Bean mi ha sempre fatto ridere proprio perché affronta la realtà utilizzando una logica tutta sua.

Non necessariamente stupida: sua.

C'è un episodio in cui invita due amici a casa per Capodanno e, quando si accorge che gli è rimasto pochissimo champagne, prende dell'aceto, ci aggiunge dello zucchero e lo serve agli amici come se avesse appena risolto perfettamente il problema.

Ed è esattamente questo.

A una persona normale manca lo champagne.

A Mister Bean manca lo champagne e quindi reinventa lo champagne.

Fa ridere perché la soluzione è assurda, ma nella sua testa possiede una logica impeccabile.

Non si adegua alla realtà: trova un modo tutto suo di attraversarla.

Ed è forse questo che mi fa pensare all'Acquario.

L'Acquario può trovarsi davanti allo stesso problema di tutti gli altri e arrivare a una soluzione che nessun altro avrebbe nemmeno preso in considerazione.

Poi te la presenta con una serietà tale che per qualche secondo sei tu a chiederti se quello stupido non sia forse tu.

Ma Mister Bean non mi fa soltanto ridere.

Mi fa tenerezza.

Perché è sempre fuori luogo.

Persino la sigla sembra suggerirlo: arriva dall'alto dentro un fascio di luce, quasi fosse stato depositato sulla Terra da qualche parte che Terra non è.

È l'alieno tra noi.

Vive nel nostro mondo, ne osserva le regole, prova persino a seguirle, ma finisce inevitabilmente per reinterpretarle secondo una logica propria.

Ed è forse così che io ho sempre guardato certi Acquari.

Come guardo Mister Bean.

Con quella curiosità divertita con cui si osserva qualcuno pensando:

«Ma perché fai così?».

E subito dopo:

«Aspetta però. Voglio vedere cosa fai adesso».

Mi fanno ridere proprio perché si prendono tremendamente sul serio.

Mi esasperano perché qualche volta sembrano incapaci di uscire dalla propria logica.

Ma contemporaneamente mi fanno tenerezza perché sotto quella stranezza vedo spesso qualcuno che sembra essere capitato nel mondo leggermente fuori posto.

Un alieno che cerca disperatamente di comportarsi da terrestre.

E qualche volta, non trovando lo champagne, usa l'aceto.

Dani ha qualcosa di questo.

C'è qualcosa di involontariamente tragicomico in lui che può contemporaneamente provocarmi attrazione, tenerezza, esasperazione e quella piccola sensazione di superiorità che naturalmente dura finché non ti accorgi che ti sei innamorato proprio della persona che stavi giudicando.

Molto intelligente da parte mia.

Ma soprattutto Dani appartiene a una genealogia.

Prima di lui c'erano già stati altri Acquari nella mia vita.

Kevin, Mihail, Federico.

Rapporti spesso difficili persino da classificare perché non erano necessariamente amicizie nel senso più convenzionale del termine: erano affinità, conversazioni, riconoscimenti.

E in modo ancora più radicale c'è stato mio padre.

Anche lì, prima ancora che il rapporto diventasse padre e figlio, era nato qualcosa che potrei chiamare uno sposalizio intellettuale.

Ci eravamo riconosciuti prima con la mente.

Ma forse la storia comincia ancora prima.

Anche mio zio è Acquario.

Da bambino e poi da ragazzo l'ho visto continuamente cercare una propria collocazione nel mondo. Ricordo la sua rigidità, il suo disagio, quella sensazione che fosse sempre leggermente fuori posto.

Poi decise di andare a Varna, in caserma, per studiare e diventare vigile del fuoco.

Ricordo benissimo quel periodo.

Gli allenamenti durissimi.

Mi chiedeva di cronometrargli la corsa.

Mi faceva tenere la corda mentre imparava i nodi.

Gli integratori alimentari.

La disciplina quasi ossessiva con cui si preparava.

Era come se avesse finalmente trovato una struttura abbastanza rigida da contenere qualcosa che dentro di lui sembrava molto meno ordinato.

Ma ricordo anche la rabbia.

I pugni stretti. I denti digrignati. La facilità con cui si arrabbiava.

E soprattutto ricordo quanto fosse difficile condividere gli spazi con lui.

Per me era quasi un fratello maggiore, soltanto che era un fratello maggiore che passavo moltissimo tempo a odiare.

Entrava in soggiorno, prendeva il telecomando e cambiava canale mentre io stavo guardando i cartoni animati.

Fine della discussione.

Si arrabbiava spesso con me, poteva essere prepotente e qualche volta sembrava persino geloso delle attenzioni che ricevevo da mia nonna.

Diceva che lei coccolava troppo me mentre lui e mia madre, da bambini, erano stati trattati molto più duramente.

E io pensavo, con una logica che continuo a trovare abbastanza impeccabile:

certo.

Io ero il nipote.

Eppure lo odiavo e contemporaneamente lo guardavo.

Mi affascinava.

Forse perché possedeva proprio quella qualità che avrei continuato a riconoscere in altre persone molti anni dopo: l'essere fuori luogo senza riuscire a diventare veramente invisibile.

L'essere strano.

Rigido e imprevedibile contemporaneamente.

Distante, ma con dentro una quantità di emozione che ogni tanto usciva nella forma meno elegante possibile.

Non so se mio zio abbia davvero determinato la mia successiva attrazione verso questo tipo di energia.

Sarebbe troppo facile trasformare un ricordo d'infanzia in una teoria perfetta.

Almeno posso stare sereno: la mia preferenza per gli uomini più grandi non viene da mio padre, ma da mio zio.

Nel mio caso si tratta di uncle issues.

Come se fosse davvero più rassicurante.

Ma un'impronta, forse, esiste.

Forse quando molti anni dopo ho incontrato certi Acquari non mi sono trovato davanti qualcosa di completamente nuovo.

Ho riconosciuto qualcosa.

E qualche volta ciò che ci affascina non è ciò che conosciamo meglio.

È ciò che abbiamo passato una vita cercando di capire.

Questa cosa, guardata retroattivamente, mi impressiona molto più di qualunque tabella sulle compatibilità zodiacali.

Perché io l'astrologia non l'ho usata per decidere chi dovesse piacermi.

Ho scoperto dopo che certe persone che avevano già avuto un peso enorme nella mia vita appartenevano continuamente allo stesso elemento, e spesso allo stesso segno.

Poi naturalmente arriva Saturno in V casa in Acquario.

E lì viene quasi da ridere.

La V casa, simbolicamente, dovrebbe essere quella del piacere, del gioco, dell'innamoramento, della creatività, della capacità di fare qualcosa semplicemente perché ci diverte.

Io naturalmente ci ho Saturno.

E in Acquario.

Quindi persino per divertirmi devo evidentemente trovare qualcuno di emotivamente irraggiungibile con cui instaurare prima un simposio platonico sull'esistenza.

Dio non voglia che una cosa sia semplice.

Eppure forse è proprio qui il punto.

Io non credo di cercare nell'Aria la leggerezza.

La leggerezza ce l'ho già.

Quello che cerco è il movimento.

Ho bisogno di una mente che apra finestre. Di qualcuno che mi faccia cambiare prospettiva, che mi irriti abbastanza da costringermi a pensare, che non sia completamente afferrabile.

Gemelli lo fa muovendosi continuamente.

Bilancia lo fa attraverso il rapporto con l'altro.

Acquario lo fa mettendosi a una distanza di sicurezza dall'intera umanità e osservandola da lassù.

E naturalmente io, Sagittario, li guardo tutti e tre e penso che siano matti.

Poi torno.

Perché il Fuoco può anche esistere da solo per un po'.

Può bruciare della propria materia, consumarsi, illuminare moltissimo e fare una discreta scena.

Ma prima o poi ha bisogno dell'Aria.

Il problema è che l'Aria non appartiene a nessuno.

Ed è probabilmente proprio per questo che continuo ad amarla.

Crostini al baccalà mantecato. Fuoco sotto, Aria sopra. Vabbè. Naturalmente.

Crostini con Baccalà mantecato

Crostini con Baccalà mantecato

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