Fuori è notte, magio il buio col pesto
Cerco ancora oggi di non buttare il cibo. Qualche volta capita, perché anche la virtù ha un frigorifero e nel frigorifero certe cose, semplicemente, muoiono. Ma sarebbe auspicabile che non accadesse. Il cibo non è un giocattolo, anche quando abbiamo abbastanza denaro da dimenticarcene.
Vengo da un Paese povero. Forse per questo una delle cose che ho sempre compreso meno della cultura americana, almeno di quella raccontata nei film, è il piacere di giocare con il cibo: le torte lanciate in faccia, le battaglie nelle mense, le tavole rovesciate per far ridere. Io, da bambino, venivo ammonito anche soltanto se facevo rotolare un’arancia. Non perché l’arancia soffrisse — benché non possiamo escluderlo — ma perché qualcuno aveva lavorato per coltivarla, raccoglierla e portarla fino a noi.
Forse noi europei ci siamo dimenticati troppo velocemente della guerra e della fame. Ottant’anni sembrano tanti finché non ci si accorge che sono appena la durata di una vita umana particolarmente fortunata. E così oggi facciamo video scherzosi di persone che ordinano troppo al sushi all you can eat, nascondono gli avanzi e poi li buttano nella toilette. Se qualcuno commenta che non si fa, gli rispondono che è noioso. Spoiler: ero io quello del commento noioso.
Noioso, dunque, sarebbe ricordare che il cibo si mangia. E che ciò che non si riesce a mangiare non andrebbe ordinato. È una posizione estremista, lo ammetto.
Quando arrivai in Italia, mia madre lavorava part-time e guadagnava quanto bastava per garantirci un tetto sopra la testa. Per mangiare andavamo all’Opera San Francesco. Ricordo una bambina con sua madre: una donna italiana con la disperazione stampata sul volto, che la rimproverava continuamente. Quel giorno la sgridò perché aveva riempito troppo la brocca d’acqua.
Quando mio padre viveva in una casa popolare, dalle finestre si sentiva continuamente la gente gridare. Litigavano tra loro, si scannavano a parole per cose apparentemente insignificanti. Ma spesso i poveri litigano perché la povertà rende ogni centimetro, ogni euro e ogni rumore una questione di sopravvivenza. La povertà non nobilita automaticamente: può inaridire, rendere sospettosi, aggressivi, umiliati. È forse questa la sua conseguenza più terribile.
Non credo che la povertà debba essere trasformata in una virtù morale. Non credo nel povero puro soltanto perché povero, né nel ricco malvagio soltanto perché ricco. Credo però che la disuguaglianza delle nostre società occidentali sia diventata oscena e, soprattutto, normalissima. Talmente normale che non riusciamo più nemmeno a vederla. E quale morte peggiore se non quella del giusto che si rassegna all'empietà?
In certi momenti penso che, se fossi uno Stalin contemporaneo, renderei tutti poveri: almeno saremmo finalmente uguali nella sofferenza. Sarebbe una soluzione mostruosa, naturalmente, ma molto ordinata. E l’ordine, si sa, esercita sempre un certo fascino sulle persone che non devono subirlo.
Sotto un post sulla crisi del riso italiano leggevo persone scandalizzate dal prezzo: «È già tanto se possiamo permetterci quello asiatico». Io oggi non sono povero. Ma la povertà è dappertutto intorno a noi. Facciamo finta di non vederla perché riconoscerla significherebbe ammettere che il nostro piccolo cantuccio non è l’intero universo.
È molto occidentale pensare che, se qualcuno sta male, debba essere colpa sua. Se un lavoratore non riesce a vivere con il proprio stipendio e finisce a dormire per strada, gli spieghiamo che avrebbe dovuto specializzarsi in qualcos’altro. Come se una società potesse vivere soltanto di ingegneri informatici, consulenti e avvocati tributaristi.
Da bambino, mentre andavamo verso i campi, domandai a mio nonno perché non fosse diventato avvocato. Mio nonno era veterinario, ma viveva anche di agricoltura.
Mi rispose:
«Perché una società non può essere fatta soltanto di avvocati. Devono esserci anche persone come me, che vanno a coltivare i campi».
È una frase semplicissima. Proprio per questo oggi sembrerebbe rivoluzionaria.
Un’altra volta mio padre sosteneva che in Germania non si potesse morire di fame, perché un pollo arrosto costava soltanto cinque euro. Io, come fanno i bambini, ripetevo il suo ragionamento con la sicurezza di un economista televisivo. Mio nonno mi fermò:
«I cinque euro, però, devi averli».
Ecco. Tutta l’economia mondiale potrebbe essere riassunta così: il pollo può anche costare poco, ma i cinque euro devi averli. Che per comprare qualcosa bisogna avere i soldi è quasi tautologico.
Una delle ultime volte che tornai in Bulgaria ero in cucina con mio nonno. Alla radio parlavano delle vittime di Belene, il campo in cui durante il regime socialista venivano rinchiusi anche i dissidenti. Mio nonno, che considerava quei discorsi pura propaganda contro il passato del Paese, sbottò:
«Idiozie! Il socialismo non ha mai ucciso nessuno. Sono loro che non hanno retto!»
E scoppiò in una risata malefica.
Mio nonno è della Bilancia. Come il Marco, Berlusconi e Putin. Evidentemente i Bilancia prendono piuttosto sul serio le ingiustizie, comprese quelle sociali. E ciascuno di loro, nel bene o nel male — molto nel male, in certi casi — possiede una propria visione di un mondo giusto.
Lui, però, è sinceramente grato al sistema che, quando era orfano di padre, gli permise di studiare. Nella sua memoria il socialismo non è un’idea astratta da discutere al bar: è lo Stato che vide un bambino senza padre e decise che avrebbe dovuto comunque avere un’istruzione.
E allora che cos’è davvero la povertà?
Forse quella materiale è una violenza che nessuno dovrebbe romanticizzare. Ma la povertà più profonda rimane nell’anima di chi scende a ogni compromesso con il mondo. So che è difficile rimanere expensive. Lo so benissimo. Noi esseri umani abbiamo diversi orifizi e ciascuno presenta regolarmente le proprie esigenze amministrative. Bisogna mangiare, dormire, desiderare, essere rassicurati. Ed ecco che qualcuno cede alla corruzione, qualcun altro all’avidità, altri ancora alla paura di restare senza niente.
Ogni giorno facciamo per il pane cose che, in un mondo giusto, forse non faremmo.
Penso anche ai ragazzi cresciuti nelle periferie, in mezzo al cemento, senza aver quasi mai incontrato la bellezza. Ragazzi le cui famiglie non avevano magari la possibilità di portarli via neppure per un fine settimana. Quando alcuni di loro trasformano la rabbia in violenza, non bisogna giustificarli: un’aggressione rimane un’aggressione. Ma sarebbe altrettanto comodo fingere che quella rabbia sia nata spontaneamente. Alcune delle aggressioni avvenute a Milano non avevano come obiettivo un portafogli o un orologio: erano violenze fini a se stesse.
Quando una persona porta al polso un orologio che costa più della casa in cui un’altra famiglia vive in affitto, forse non è l’orologio in sé il problema. Il problema è una società che considera naturale quella distanza e poi si sorprende quando qualcuno la vive come un’umiliazione.
Ricordo anche certi illuminati del liberalismo che sui social deridevano chi sosteneva che gli immigrati rubassero il lavoro: «Quanto devi essere sfigato perché un immigrato appena arrivato, che non parla nemmeno la lingua, possa portartelo via?»
Si credevano progressisti. In realtà stavano semplicemente umiliando delle persone fragili per dimostrare di essere culturalmente superiori. La cosa interessante è che vedevo questo atteggiamento classista anche in molti miei contatti gay: persone che spesso avevano potuto studiare fino a trent’anni, mantenute da genitori davanti ai quali non avrebbero mai fatto coming out prima di conquistare la totale indipendenza. Poi, una volta diventati professionisti rispettabili, spiegavano agli altri quanto fosse facile essere coraggiosi, emancipati e competitivi.
L’ignoranza dell’occidentale medio non consiste nel non avere studiato. Spesso consiste nell’aver studiato abbastanza da non riuscire più a vedere chi non ha avuto le sue stesse possibilità.
Intanto io mi mangio una pasta con il pesto di rucola recuperata prima che finisse nella spazzatura. Un piatto semplice, forse povero, ma non miserabile. Perché un cibo povero può essere meraviglioso; è lo spreco a essere volgare.
La rucola era lì, un po’ stanca ma ancora viva. L’ho frullata, condita e trasformata in qualcosa di buono. Con l’acqua di cottura ha perso l’amaro. Non ho salvato il mondo. Ho salvato una manciata di foglie e una cena.
Che è pochissimo.
Ma pochissimo, quando non viene buttato, è già una grande forma di rispetto.
E ora mi vivo questo Plutone in Acquario, che è uno spasso: il vecchio mondo scricchiola, il nuovo ancora non sa apparecchiare e io, nel frattempo, pulisco il piatto.
Trofie al pesto di rucola