Careful not to give your favours/ to your lonesome fucked-up neighbours
IL RISOTTO, IL CUCCHIAIO E UNA MADONNA POST COITO
Questo risotto mi ricorda una mia ex collega. Non per lo zafferano, non per la carne e nemmeno per qualche delicata corrispondenza proustiana. Mi ricorda lei perché, una volta al ristorante, chiese un cucchiaio per mangiare il risotto.
Io volevo scomparire sotto il tavolo.
La prima volta che la vidi fu il mio primo giorno di lavoro in quella sede. Siccome ero il figlio del capo e lei desiderava evidentemente fare una certa impressione, si era preparata per l’occasione: trucco pesante, camicia bianca generosamente sbottonata e, perfettamente visibile sotto, reggiseno nero di pizzo. Un abbigliamento curioso per accogliere il nuovo collega alla reception di una multinazionale, ma ognuno interpreta il concetto di business casual secondo la propria autobiografia.
Io, però, non ero biondo soltanto di capelli: ero ancora biondo nell’anima. Non compresi se si trattasse di seduzione, deferenza aziendale o semplicemente di una camicia che aveva rinunciato al proprio incarico.
Col tempo capii che quella prima apparizione conteneva già tutto il personaggio: il desiderio di essere notata, la convinzione di conoscere perfettamente i meccanismi degli intrighi e pettegolezzi stile tivù spazzatura e una certa difficoltà nel distinguere la realtà dallo psycho thiller che si proiettava continuamente nella sua testa.
Dopo i primi giorni riprese invece a presentarsi con i capelli sporchi, salvo quando andava a fare la piega dai cinesi, sempre sostenendo di non essere capace di farsela da sola, a differenza di un’altra collega che li aveva sempre perfetti. L’igiene personale sembrava occuparla poco: dalla scollatura si intravedeva uno strato di pelle morta più scura e sui denti permaneva una patina giallastra. Ma la cosa più inquietante erano i suoi occhi perennemente sgranati, come se il mondo continuasse a comunicarle notizie sconvolgenti.
All’inizio mi faceva molta pena. Era una donna sola, segnata da seri problemi di salute e da una vita evidentemente poco generosa. Poi ho imparato, forse tardi, che provare compassione per qualcuno può essere molto pericoloso: abbassiamo le difese proprio davanti a chi potrebbe aver imparato a usare la propria fragilità come un’arma.
In ogni posto di lavoro esiste una piccola confraternita della lamentela: persone che si riconoscono, si compatiscono e finiscono per considerare sospetto chiunque non condivida la loro stessa infelicità. Lei apparteneva a quella confraternita con il grado di gran maestra.
Era pettegola, critica e abilissima nello sputare addosso a chiunque si fosse appena voltato. Aveva lavorato come assistente di direzione, una professione che richiede certamente la capacità di organizzare appuntamenti, ma anche quella di attraversare conversazioni delicate senza comprenderle, portare il caffè durante una riunione senza appropriarsi dei segreti aziendali e leggere documenti riservati senza trasformarli in materiale da corridoio.
Lei, invece, sembrava conoscere vita morte e miracoli di tutti gli altri colleghi. Sapeva aneddoti e storie accadute tanti anni prima. Sapeva quale dipendente si era appropriata di una teglia di lasagne avanzata dal catering, riportandola poi sporca e finendo per litigare con la Facility Manager. Sapeva quale stagista aveva dimostrato la propria bravura al punto da essere assunta, un’eccezione che confermava la regola di quella azienda, che in quel periodo non solo non assumeva, ma iniziava a tagliare dal personale. Sapeva anche chi era raccomandato. Conosceva le simpatie tra le varie fazioncine all’interno della sede della multinazionale e sapeva chi aveva “fatto fuori” l’ultimo a licenziarsi in modo improvviso. Serbava odio profondo per una collega del Facility abbastanza assenteista che aveva problemi di salute della natura dei suoi, ma che era a differenza sua assunta direttamente.
Raccontava con autentico sgomento di essere stata invitata da un’amica a mangiare la cassoeula nel cortile di una casa di ringhiera. Ne parlava come una regina decaduta costretta a cenare nelle scuderie.
Poi c’era Angelo, l’idraulico.
Di lui parlava continuamente. Angelo le diceva «ciao, baci» e lei, da quelle due parole, aveva costruito una relazione completa: corteggiamento, ostacoli, gelosie, separazione e possibile riconciliazione. Tutto senza che Angelo ne fosse necessariamente informato. Riteneva persino che le sue amiche le sconsigliassero quest’uomo, essendo lui solo un idraulico, a differenza di lei che era laureata.
A un certo punto arrivò persino a considerare la figlia dell’uomo una sorta di rivale. Lo bloccò su WhatsApp, poi lo sbloccò, poi lo richiamò. Era una storia d’amore interamente edificata dalla sua immaginazione, con un protagonista che forse pensava soltanto alla pressione della caldaia o, come disse lei a un certo punto, ai suoi soldi.
Mi sono chiesto spesso perché alcune donne si innamorino dell’idraulico, dell’elettricista o del tecnico della lavatrice. Forse perché arrivano quando qualcosa è rotto, osservano con attenzione, rassicurano e cercano di aggiustarlo. E quando nessuno si prende cura di te, anche uno che controlla il sifone può sembrare Cary Grant.
Di lei mi è rimasto un brutto ricordo. Non per la malattia, la solitudine o la casa popolare che cercava. E nemmeno per il cucchiaio chiesto al ristorante.
Beh, per il cucchiaio forse un po’ sì.
La fragilità non rende automaticamente buoni, come il denaro non rende automaticamente eleganti. Mi è rimasto il ricordo della cattiveria minuta, del pettegolezzo usato come forma di potere e della tendenza a trascinare gli altri dentro il proprio malessere.
Era della Vergine, naturalmente. Da allora, quando qualcuno mi comunica di essere della Vergine, io sorrido, annuisco e mentalmente metto in sicurezza i documenti.
Qualche mese fa conobbi un altro Vergine. Appena mi disse il suo segno, ebbi la sensazione di aver già letto il finale, i titoli di coda e persino le recensioni negative.
Lui mi domandò:
— Io Vergine e tu Sagittario: siamo compatibili?
— Sììì, certo! Compatibilissimi! — risposi senza esitare.
Ora, noi Sagittario siamo considerati i più sinceri dello Zodiaco: diciamo la verità anche quando sarebbe più elegante tacere, più conveniente mentire e più prudente cambiare continente.
Io, però, nel frattempo avevo imparato soprattutto a non provare più alcuna pietà astrologica per le persone della Vergine. Avevo accumulato abbastanza esperienza da osservarle con l’interesse prudente di un ricercatore davanti a un fenomeno ricorrente.
Perciò mentii.
Del resto, avrei potuto comportarmi come Madonna, che rinunciò a collaborare con David Guetta dopo aver scoperto che era dello Scorpione. Lei lo fece prima ancora di entrare in studio; io, invece, fui più pragmatico: sono stato una Madonna post coito. Prima verificai personalmente la compatibilità, poi tornai astrologicamente intransigente. Anche le grandi dive, ogni tanto, devono aspettare la fine del collaudo.
Non per cattiveria, naturalmente. Per spirito scientifico. Volevo verificare personalmente la compatibilità, possibilmente prima che iniziasse a criticare il mio modo di piegare gli asciugamani.
Andammo al sodo e litigammo poco dopo, esattamente come avevo previsto. La relazione confermò dunque entrambe le teorie: Vergine e Sagittario non sono compatibili, ma per scoprirlo non è sempre necessario perdere l’intera serata.
Noi Sagittario diciamo sempre la verità.
Soltanto, qualche volta, la diciamo dopo.
Morale della favola
Diffidare delle persone della Vergine è certamente un pregiudizio. Ma anche i pregiudizi, qualche volta, nascono da una paziente raccolta di dati.
Non inviterò mai più una persona del Sud a mangiare il risotto. A meno che non mi sia accertato preventivamente che abbia applicato la padronanza della forchetta anche ai chicchi di riso.
Risotto alla milanese