Il disincanto per quell’Occidente, le origini della mia natura di maniaco e le filiere produttive

Qualche giorno fa mi sono imbattuto, sotto un post del Messaggero, nella storia di due persone che lavorano entrambe e che, nonostante questo, non riescono più a permettersi un affitto. Dormono in macchina e si lavano negli autogrill. Sotto arriva naturalmente il commento che, con la rassicurante sicurezza di chi ha appena risolto l’economia occidentale durante la pausa pranzo, scrive:

«Evidentemente fanno lavori di merda, io prendo 2300, tra poco passo a 2500, se loro in due non arrivano a questa cifra c’è un problema... Poi, la casa non ce l’hanno, non hanno niente se non l’auto e loro stessi, cosa li trattiene a non cercare una sistemazione altrove? CV ecc... si possono cmq mandare dal cellulare, e colloqui idem si possono fare... dai, è sempre meglio piangere e non trovare soluzioni.»

Io, che evidentemente quel giorno avevo raggiunto un livello di pace interiore paragonabile a quello di San Francesco, gli ho risposto:

«Ahh caspita. Complimenti! Ahahah Perché tutti devono essere ingegneri, avvocati, professori universitari! Capisci che è grazie a persone con il tuo ragionamento che questa società è stata conquistata. A parte che non so nemmeno tu come fai a vivere con questi soldi che a me non so per cosa basterebbero! Terzo mondo, cazzo! Cioè, che necessità hai scusa?! Per dire: crema viso buona la usi... giorno e notte? Deodorante con l’alluminio, immagino? Vai a mangiare fuori senza fare alla romana sempre, offrendo semmai per un favore o...? Lo stesso bagnoschiuma che usi... Palmolive, immagino? Sai cosa sono i profumi concettuali, oppure lo sai e li vai a sentire in profumeria e poi corri a comprarli su Notino?! Mangi la carne o da buon italiano mangi la pasta?! Il weekend che fai? Vai dal dentista regolarmente per il tartaro?! La benzina? Vesti dall’outlet, immagino. Ma sei uno che pensa alla propria sopravvivenza nel proprio piccolo cantuccio e si sente pure arrivato nella vita... con così poco!»

Letto così sembro una persona orribile. Il punto però non sono i suoi 2.300 euro. Non penso che una persona valga in funzione del reddito, della crema viso che usa, del ristorante nel quale mangia o del fatto che sappia cosa siano i profumi concettuali. Il mio commento era volutamente snob e sproporzionato perché prendeva la sua stessa logica e la spingeva fino all’assurdo. Se cominciamo davvero a misurare la riuscita di una vita attraverso ciò che una persona può permettersi, non esiste alcun punto d’arrivo. Lui può guardare dall’alto quello che dorme in macchina perché prende 2.300 euro; io posso arrivare e dirgli che 2.300 euro a me non basterebbero per il tipo di vita che piace a me; quello che ne guadagna 10.000 può guardare me come un poveraccio; quello con venti milioni può guardarci tutti e tre e non capire nemmeno perché stiamo discutendo. È una gara meravigliosa proprio perché non può essere vinta.

Quello che mi interessa davvero è la facilità con cui una persona stipendiata, quindi ancora perfettamente esposta a tutte le fragilità di una vita stipendiata, possa convincersi di avere raggiunto una specie di zona franca dell’esistenza. Io ho il lavoro, io pago le mie cose, io mi organizzo, io ce l’ho fatta. Se tu non ce l’hai fatta, evidentemente c’è qualcosa che non va in te. È la filosofia del piccolo cantuccio: finché il mio cantuccio tiene, il mondo funziona.

E adesso, ahimè, dovrò ammettere anche davanti a chi mi conosce quella che ormai considero quasi una colpa grave: da bambino ero affascinato dall’Occidente. L’ho detto, possiamo procedere col processo. Non avevo naturalmente una teoria geopolitica dell’Occidente. Non sedevo a sei anni in cucina a interrogarmi sui meriti comparati del capitalismo liberale e dell’economia pianificata. Avevamo una sola televisione in soggiorno, che retrospettivamente considero una piccola maledizione educativa, soprattutto se hai una madre ancora giovane che probabilmente sogna anche lei una realtà diversa e decide con assoluta serenità di guardare Sex and the City e Ally McBeal con il figlio di sei anni sul divano. Forse è anche per questo che sono cresciuto maniaco. Non mi sento di escluderlo.

Io vedevo New York, i taxi, gli appartamenti, le scarpe, i ristoranti, donne che potevano passare intere serate a discutere di sesso, uomini e relazioni. Poi Ally McBeal, dove ricordo perfino un fidanzato con una fissazione per farsi leccare il mignolo. Voglio dire, io cercavo di farmi un’idea della civiltà occidentale e la civiltà occidentale mi rispondeva con Carrie Bradshaw e un uomo erotizzato da un dito piccolo. Formazione impeccabile. La vera disgrazia non era neppure Sex and the City: era avere una sola televisione in casa.

Una scena tratta da Ally McBeal.

Più avanti ebbi finalmente una televisione in camera mia e da lì il resto dell’educazione americana me lo organizzai per conto mio. Friends, Malcolm in the Middle, Everybody Loves Raymond, Married... with Children, That ’70s Show e non so quante altre serie. Eravamo subissati di americanate e io me le bevevo tutte. Con That ’70s Show, tra l’altro, ero innamorato di Wilmer Valderrama, quindi alla colonizzazione culturale si aggiungeva pure quella ormonale, che è sempre un metodo estremamente efficace per accelerare qualsiasi processo storico.

La cosa che oggi mi fa più ridere è che That ’70s Show era una serie degli anni Duemila ambientata negli Stati Uniti degli anni Settanta e, nonostante questo, io guardavo quell’America ricostruita pensando che gli Stati Uniti degli anni Settanta sembrassero comunque più avanti della Bulgaria degli anni Duemila. Perfino il loro passato sembrava più moderno del nostro presente: le case, le macchine, le camerette dei ragazzi, i vestiti, le feste, il modo stesso di essere adolescenti. Perfino le nevrosi sembravano più moderne.

Forse è proprio così che l’Occidente conquistava davvero l’immaginario: non mostrandoti soltanto il lusso, ma facendo sembrare lussuosa la normalità. Non la limousine ma il frigorifero, non la villa ma la cameretta, non il miliardario ma una famiglia qualsiasi che va a fare la spesa. E infatti una delle cose che ricordo meglio dei film americani è proprio il supermercato. La gente spingeva un carrello, prendeva una confezione dallo scaffale e la metteva dentro, poi un’altra e poi un’altra ancora, senza guardare il prezzo. Forse la mia prima immagine della ricchezza non è mai stata una Ferrari; era poter allungare una mano verso una cosa normale senza doverti domandare prima se potevi permettertela.

Poi nel 2007 sono arrivato in Italia. Tempismo impeccabile anche lì. Ero finalmente approdato nell’Occidente che avevo idealizzato per tutta l’infanzia e praticamente un anno dopo quell’Occidente cominciava a fare rumori piuttosto inquietanti. La crisi finanziaria del 2008, poi quella economica, le Borse che crollavano, aziende in difficoltà, posti di lavoro persi. Negli anni successivi giornali e telegiornali raccontavano storie che facevano impressione proprio perché smettevano di essere grafici e percentuali e diventavano persone: imprenditori, artigiani, uomini che avevano costruito un’attività e che, travolti dalle difficoltà economiche insieme naturalmente a tutto il resto che può esserci dentro una vita, arrivavano perfino a togliersi la vita. In Italia, dopo anni di calo, i suicidi tra gli uomini in età lavorativa tornarono ad aumentare dal 2008.

Sono fatti che fanno impressione anche perché io li ricordo raccontati proprio così, sui giornali e nei TG, in mezzo alla quotidianità. Non come un trattato di economia politica, ma magari mentre uno sta cenando: un imprenditore che fino a poco prima aveva un’azienda, una routine, dei dipendenti, una certa sicurezza e che all’improvviso non vede più un futuro. La stessa televisione che da bambino mi aveva mostrato l’Occidente come il posto nel quale la gente prendeva le cose dagli scaffali senza guardare il prezzo improvvisamente mi mostrava persone alle quali si era sgretolata la sicurezza sulla quale avevano costruito una vita.

E ogni volta mi torna in mente un’altra immagine, quella della crisi del 1929. Ricordo un’intervista a Maria José, ultima regina d’Italia, nella quale rievocava il periodo del proprio matrimonio come un momento bellissimo. Lei e Umberto si sposarono l’8 gennaio 1930, quindi davvero immediatamente a ridosso del crollo del ’29. Nel mio ricordo il giornalista le faceva notare che quello era anche il periodo della grande crisi e lei quasi rideva ricordando quella famosa immagine delle persone che si lanciavano dai palazzi.

E quasi ottant’anni dopo io arrivavo in Italia e vedevo nei giornali e nei telegiornali un’altra generazione di persone precipitare dentro una crisi diversa. Fa impressione la somiglianza umana: mentre tu puoi ricordare un periodo come il più bello della tua vita, qualcun altro nello stesso momento può viverlo come la fine della propria. Maria José poteva ricordare il matrimonio come un periodo bellissimo mentre qualcun altro ricordava la rovina. Io potevo vivere il 2007 come l’arrivo nel tanto desiderato Occidente mentre, poco dopo, un’altra persona perdeva il lavoro o l’azienda. La Storia è anche questo: per te il periodo più bello, per quello che abita due vie più in là la fine del mondo. È il piccolo cantuccio, sempre lui, solo che certe volte il cantuccio sta sul Titanic.

E la cosa curiosa è che il mio primo impatto concreto con l’Italia non fu nemmeno la ricchezza. Fu, banalmente, la poca pulizia e soprattutto la poca cura delle cose. Sembra una sciocchezza raccontata oggi, ma per me all’epoca fu uno shock autentico. In terza media vedevo i miei compagni con le sneakers sporche, gli zaini sporchi, i libri segnati, i banchi scarabocchiati. E non era soltanto lo sporco dovuto all’uso: scrivevano perfino con l’indelebile sugli zaini e sulle sneakers. Con l’indelebile, volontariamente. Per me era assurdo.

Guardavo uno che aveva delle sneakers e ci scriveva sopra col pennarello permanente con la stessa perplessità con cui avrei guardato qualcuno comprare una macchina nuova e prendere immediatamente una chiave per rigare la portiera. Non perché una sneaker dovesse essere custodita nella teca del Louvre, ma perché nella mia testa una cosa nuova si teneva bene. In Bulgaria mettevamo praticamente tutti il coprilibro e il libro di scuola doveva arrivare alla fine dell’anno il più possibile simile a come era entrato in casa. Non perché fossimo un popolo moralmente superiore e neppure perché la scarsità renda automaticamente nobili le persone. Semplicemente gli oggetti avevano un peso e, se non eri certo che una cosa potesse essere sostituita con facilità, la trattavi diversamente.

Ed è qui che cominciai a intuire un paradosso che allora naturalmente non avrei saputo formulare. Io ero arrivato pensando che la ricchezza fosse possedere molte cose belle e invece mi trovavo davanti a ragazzi la cui ricchezza si manifestava anche nella possibilità di non preoccuparsi troppo delle cose che possedevano. Le sneakers potevano essere sporche e scarabocchiate con l’indelebile, lo zaino poteva diventare una specie di muro sul quale scrivere qualsiasi cosa, sul banco si poteva scarabocchiare con la matita, il libro poteva essere segnato. Dietro quel gesto io vedevo una fiducia quasi inconsapevole nella sostituibilità: se questa cosa si rovina, il mondo non finisce. Per me era incomprensibile e, ripensandoci oggi, mi sembrava quasi un lusso che loro stessi non sapevano di avere.

E poi c’era la bidella. Qui la cosa è ancora più interessante, perché in Bulgaria noi ci alzavamo anche quando entrava la bidella. Non era una mia eccentricità personale, era normale. Entrava una persona adulta che lavorava nella scuola e noi ci alzavamo. Arrivato in Italia continuavo quindi a farlo. Entrava la bidella e io mi alzavo, a un certo punto quasi per dispetto, proprio perché vedevo che gli altri rimanevano tranquillamente seduti. Loro guardavano me come se stessi improvvisando una cerimonia diplomatica bulgara nel mezzo della lezione; io guardavo loro e non capivo perché sembrasse tanto assurdo mostrare rispetto alla persona che sarebbe rimasta lì a pulire anche dopo che noi ce ne fossimo andati.

E la cosa più buffa è che soltanto dopo qualcuno mi disse di Cara maestra di Luigi Tenco. E lì la faccenda divenne quasi perfetta, perché Tenco aveva costruito quella canzone proprio sulle ipocrisie sociali e sui diversi gradi di rispetto attribuiti alle persone; il brano ebbe anche problemi di censura per la denuncia dei perbenismi dell’epoca. Io quella contraddizione l’avevo praticamente vissuta al contrario: arrivavo dalla Bulgaria, mi alzavo per la bidella e gli italiani non capivano; poi scoprivo che un loro cantautore aveva già osservato decenni prima proprio quella discrepanza tra l’uguaglianza insegnata e la gerarchia praticata. Meraviglioso. Quindi evidentemente l’Italia il problema lo aveva già notato; semplicemente non aveva ritenuto necessario risolverlo.

Oggi quella scena mi sembra molto più importante di quanto potesse sembrarmi a tredici anni, perché contiene una domanda che ritorna continuamente in tutto quello che penso: chi decide quale lavoro rende una persona degna di rispetto? Il professore sì perché sta davanti alla cattedra e la bidella no perché pulisce? Il dirigente sì, chi raccoglie la spazzatura no? Quello che lavora in ufficio sì e chi gli produce materialmente il pranzo no?

La nostra società riesce in una cosa straordinaria: dipende completamente da alcune persone e nello stesso momento riesce a considerarle inferiori. Chi coltiva, chi pulisce, chi assiste gli anziani, chi guida, chi macella, chi raccoglie, chi trasporta, chi svuota i cassonetti, chi fa materialmente tutto ciò che permette agli altri di vivere senza entrare in contatto con la parte scomoda della vita. È quasi come se alcuni lavori prendessero su di sé lo sporco, il sangue, la fatica, la morte, la terra, i rifiuti e quindi permettessero a qualcun altro di vivere in una realtà igienizzata nella quale tutto compare già pronto.

Quello alla scrivania può sentirsi socialmente sopra quello che pulisce il pavimento dimenticando un dettaglio piuttosto grazioso: la scrivania è pulita perché qualcuno ha pulito la stanza. Quello che mangia durante la pausa pranzo può considerare poco prestigioso chi lavora nell’agricoltura dimenticando che, senza quel lavoro, la sua pausa pranzo consisterebbe nel guardare il piatto.

Da bambino avevo un rapporto molto meno astratto con ciò che mangiavo. Quando veniva ammazzato il maiale io lo sentivo urlare e mi faceva pena. I conigli li accarezzavo, ci giocavo, mi affezionavo e poi mio nonno li ammazzava. Non racconto questa cosa per costruirmi una falsa infanzia bucolica, perché oggi mangio carne e mi piace pure parecchio. Ma la differenza era che sapevo perfettamente che la carne prima era stata viva.

Oggi posso guardare delle scaloppine di vitello à la crème, con la salsa, i funghi e le patate, e il risultato finale è talmente civilizzato che il vitello sembra quasi essere nato direttamente dentro una casseruola francese. La modernità è bravissima a mostrarci il risultato finale e a far sparire tutto ciò che è avvenuto prima. La carne arriva nella vaschetta, le patate nel sacchetto, premi l’interruttore e arriva la luce, ordini e arriva il pacco, apri il locker e trovi la spesa. La catena intera scompare dietro un gesto semplicissimo e forse, insieme alla catena, scompare anche la percezione della dipendenza.

L’agricoltura, per esempio, vista da lontano è meravigliosa: la campagna, il sole, il ritorno alla terra, tutte cose molto poetiche. Poi vai davvero a raccogliere qualcosa sotto il sole e ti viene un’insolazione. A me capitava. Era anche divertente, però mi veniva l’insolazione. E quell’esperienza molto poco estetica ti insegna una cosa fondamentale: puoi fare tutto bene e non controllare il risultato. Puoi seminare correttamente e arriva la grandine, puoi lavorare benissimo e arriva la siccità, puoi avere fatto ogni scelta giusta e ammalarti, puoi attraversare la strada e può arrivare una macchina, puoi costruire un’azienda sana e può cambiare improvvisamente una condizione economica, energetica o commerciale che non dipende minimamente da te.

È qui che vedo una delle grandi ingenuità dell’uomo occidentale contemporaneo: una specie di onnipotenza molto composta, molto manageriale, molto LinkedIn. Non pensa letteralmente di essere Dio, sarebbe almeno divertente. Pensa qualcosa di più sottile: che ogni conseguenza della vita debba poter essere ricondotta a una scelta individuale. Se sei povero non sei stato abbastanza ambizioso; se non trovi lavoro manda più curriculum; se non puoi permetterti l’affitto trasferisciti; se non hai tempo organizzati meglio; se sei solo lavora su te stesso; se sei infelice fai terapia, palestra, journaling, mindfulness, bevi due litri d’acqua, svegliati alle cinque e magari manifesta pure all’universo. Sempre una soluzione, sempre un tutorial, sempre l’idea che l’essere umano sia una piccola impresa individuale da ottimizzare. E invece puoi fare tutto bene e perdere. È terribile, ma è vero.

Forse il contadino questa cosa l’ha sempre saputa più naturalmente dell’uomo urbano. E infatti mi viene da ridere anche quando parliamo di indipendenza. Una persona in città riceve uno stipendio e può convincersi di essere completamente autonoma. Ma se vuole una patata deve aspettare che qualcuno la coltivi, la raccolga, la selezioni, la trasporti e la esponga in un supermercato che qualcun altro deve tenere aperto. Il contadino almeno la patata la tira fuori dalla terra con le mani. Quello in città deve ricevere un bonifico per poterla comprare. Chi è veramente più indipendente? Non lo so, ma sicuramente la risposta non è automaticamente quello che prende 2.300 euro.

E siamo arrivati al punto che alcune persone non hanno soltanto perso il tempo necessario per cucinare: non hanno più nemmeno il tempo di fare la spesa. I locker. Io questa cosa continuo a trovarla quasi metafisicamente assurda. Qualcuno sceglie, qualcuno prepara, qualcuno imbusta, qualcuno deposita, tu apri uno sportello e corri via. È comodissimo, per carità. Non sto sostenendo che dovremmo tornare tutti a zappare, anche perché dopo un pomeriggio nei campi probabilmente chiederei asilo politico al primo centro commerciale climatizzato. Però posso almeno chiedermi che razza di progresso sia quello nel quale abbiamo accesso a una varietà di cibo che i nostri antenati non avrebbero nemmeno immaginato e contemporaneamente non abbiamo il tempo di scegliere personalmente una zucchina.

E poi c’è la parte meno edificante di me. Io faccio molta fatica con il classismo. Non con la ricchezza e nemmeno con il desiderio di bellezza. Io amo la bellezza. Mi interessa una salsa béarnaise fatta bene, mi interessano le lasagne al coniglio, una bella camicia, una tavola curata, un profumo di nicchia. Se preparo una scaloppina di vitello e la chiamo à la crème è anche perché nella mia testa la Francia rappresenta ancora una certa idea della forma, della cultura e dell’educazione.

Probabilmente idealizzo i francesi. Anzi, sicuramente. Ho spesso l’impressione che abbiano conservato un orgoglio intellettuale che in certi ambienti italiani percepisco meno: l’idea che cultura, letteratura, cucina, storia e pensiero non siano soltanto decorazioni nazionali ma qualcosa di cui avere consapevolezza. E negli italiani noto spesso quel bisogno quasi nevrotico di confrontarsi proprio con la Francia: chi cucina meglio, chi veste meglio, chi ha inventato cosa. Sembra a volte un complesso d’inferiorità da risolvere a colpi di carbonara. Poi naturalmente mi contraddico, perché penso anche che forse ciò che un francese può trovare affascinante negli italiani sia proprio ciò che a me certe volte irrita: una maggiore spontaneità, una minore costruzione dei modi, un calore più immediato. Vorrei pensare che siano più autentici in certe forme di affetto e più sinceri quando danno calore. Poi capita la giornata sbagliata e la mia teoria antropologica perde parecchia eleganza.

Il punto, comunque, non è chi non sa cosa sia un profumo concettuale. Figuriamoci. Il punto è chi entra in un ristorante e guarda male uno sconosciuto, quello che ti squadra, quello che deve immediatamente capire se secondo lui appartieni al luogo, quello che ti mette il malocchio con lo sguardo. Certa gente la reputo trash umano. Lo so che è brutto da dire, ma è esattamente il pensiero che mi viene quando vedo qualcuno che prova gusto nel guardare dall’alto in basso una persona che non conosce. Non perché abbia pochi soldi, non perché sia poco istruito, non perché si vesta male. Per me il trash sta proprio lì: nel bisogno di stabilire immediatamente che tu vali più di quello che hai davanti.

E qui arriva una delle cose più cattive che penso, quindi tanto vale dirla intera. Il trash umano delle case popolari io riesco anche a contestualizzarlo e, in qualche modo, a compatirlo. Mi una certa rozzezza quando nasce dentro un ambiente realmente povero anche di strumenti culturali. Riesco a immaginare una casa nella quale non esiste nemmeno una libreria e al massimo ci sono quattro Harmony della madre. Magari quella persona non è mai stata nemmeno a una mostra d’arte; al massimo ha sentito Sgarbi parlare d’arte in un salotto Mediaset e, di tutto il discorso, l’unica cosa che ha recepito è stata la parola «capra». E allora posso almeno immaginare da dove venga un certo modo di leggere il mondo. Non lo assolvo automaticamente, ma riesco a ricostruirne il percorso. Molto meno riesco a compatire il parvenu che avrebbe potuto: può comprare libri, andare a teatro, viaggiare, imparare una lingua, entrare in un museo, conoscere persone completamente diverse da lui, e utilizza tutta questa libertà per perfezionare il modo in cui guarda male uno sconosciuto al tavolo accanto. Quello mi fa molta più rabbia.

Molto meno riesco a compatire il parvenu che avrebbe potuto. Può comprare libri, andare a teatro, viaggiare, imparare una lingua, entrare in un museo, conoscere persone completamente diverse da lui, e utilizza tutta questa libertà per perfezionare il modo in cui guarda male uno sconosciuto al tavolo accanto. Quello mi fa molta più rabbia. E il parvenu ha anche una teatralità magnifica: il sopracciglio, lo sguardo, l’aria vagamente disgustata. Magari è indebitato fino alle orecchie, deve ancora pagare quarantadue rate della macchina, ma ha già acquisito il disprezzo del duca di Guermantes. E io, quando qualcuno mi guarda male senza conoscermi, penso letteralmente: questo mi sta mettendo il malocchio.

Il problema è che qui il discorso mi torna addosso, perché sarebbe molto comodo raccontare questa storia come se io fossi quello lucido e tutti gli altri fossero semplicemente idioti. In realtà io do una colpa anche a me stesso, ed è forse la parte che mi fa stare peggio. Quando guardo certe persone faccio sinceramente fatica a immaginare che abbiano un’intelligenza interiore simile a quella che riconosco in me. È brutto da dire, ma è vero. Mi chiedo se riescano davvero a formulare le domande che io mi formulo on a daily basis. Non le stesse risposte: le domande.

A fine giornata può tornarmi in mente una scena minuscola, una frase, uno sguardo, il modo in cui qualcuno ha reagito, e comincio a smontarla. Perché l’ha detto? Perché mi sono sentito così? Sto interpretando male? Che cosa non vedo? Che cosa dice questo di lui? Che cosa dice di me? Che cosa racconta della società nella quale siamo? Mi piacerebbe pensare che ogni essere umano abbia un universo dentro. Davvero. Da cristiano vorrei quasi doverlo credere. Ma ci sono momenti nei quali vedo comportamenti talmente automatici, una tale mancanza di consapevolezza, che faccio fatica perfino a immaginare alcune persone capaci di riconoscersi metaforicamente allo specchio e dire: io sono questo, intorno a me c’è questo, questa è la mia posizione dentro la realtà, queste sono le cose dalle quali dipendo e queste sono quelle che non posso controllare.

È l’autocoscienza, forse, il punto. E non c’entra nulla con la laurea. Puoi avere tre lauree e nessuna autocoscienza; puoi aver studiato pochissimo ed essere capace di comprendere con enorme profondità ciò che ti accade. È la capacità di vederti dentro il mondo invece di considerarti il centro del mondo.

Il commentatore dei 2.300 euro diventa per me quasi simbolico proprio per questo. Non posso sapere che tipo di persona sia né cosa pensi davvero nella sua vita privata. Ma in quel commento io non riesco a vedere alcuna percezione della propria fragilità. È uno stipendiato, non un faraone. Non controlla il sistema economico, il mercato immobiliare, la propria salute e nemmeno completamente il lavoro dal quale dipende il suo stipendio. Eppure parla di due persone che dormono in macchina come se appartenessero a un’altra specie sociale.

La cosa impressionante è che lui potrebbe essere loro. Non necessariamente domani, ma appartiene alla stessa fragilità. Solo che oggi il suo piccolo cantuccio tiene e, mentre la nave prende acqua, lui continua a suonare il violino e dal ponte superiore spiega a quelli di sotto che avrebbero dovuto imparare a nuotare. È questo che intendo quando parlo di disgregazione sociale. Non il semplice fatto che esistano ricchi e poveri, che è antico quanto il mondo. È la perdita della percezione che le nostre vite siano interdipendenti: se succede a te riguarda te; io ho fatto le cose giuste, quindi sono al sicuro; tu hai fatto le cose sbagliate, quindi arrangiati.

E la stessa ideologia entra nei rapporti umani. Non dipendere, non aver bisogno, proteggi la tua energia, taglia le persone tossiche, non devi niente a nessuno. Alcune di queste frasi possono essere utilissime, per carità; esistono rapporti dai quali bisogna uscire. Ma portate all’estremo producono una creatura piuttosto curiosa: un essere umano convinto di non avere bisogno di altri esseri umani. È come una patata che proclama la propria indipendenza dalla terra: può proclamarla quanto vuole, rimane una patata.

Ed è qui che entra il mio problema cristiano, perché il cristianesimo arriva sempre a rovinarmi la festa proprio quando sto elaborando le classifiche più divertenti. La compassione non dovrebbe valere soltanto per chi mi piace, per chi considero intelligente o per il povero poetico che mi permette di sentirmi buono. Dovrebbe valere anche per quello che mi guarda male, per il parvenu, per quello che ostenta, per quello che io considero trash umano. Trash umano coi soldi, magari. Ma trash umano resta.

Ed è lì che faccio fatica. Faccio veramente fatica a provare compassione per una persona che mi appare priva di autocoscienza e che dalla propria inconsapevolezza riesce comunque a trovare l’arroganza necessaria per umiliare qualcun altro. E allora il mio disprezzo mi torna indietro addosso: prima mi irrita lui, poi mi irrito io perché lo disprezzo. È un piccolo dibattimento spirituale continuo, perché se sostengo che una persona non possa essere misurata in base al conto corrente, non posso poi costruire una nuova classifica nella quale il valore umano dipenda dalla sensibilità, dall’intelligenza o dalla raffinatezza che penso di possedere io. Se dico che quello da 2.300 euro non vale più della persona che dorme in macchina, devo ammettere anche che io, con i miei libri, i miei profumi, le mie domande, le mie lasagne al coniglio e la mia béarnaise, non valgo più di lui. Questa è la parte fastidiosa: il cristianesimo rovina sempre le classifiche nel momento più divertente.

Forse è anche per questo che mi torna in mente Oliver Twist, che lessi intorno ai sedici anni. Quel mondo di workhouse, miseria, bambini costretti a lavorare, una Gran Bretagna attraversata dalle trasformazioni dell’industrializzazione. Non perché io voglia sostenere che lo sfruttamento fosse inevitabile o necessario al progresso. Mi interessa una domanda diversa: quante volte una società riesce a chiamare progresso qualcosa il cui costo viene pagato da persone che non godranno mai pienamente dei risultati? Il bambino che lavora, l’operaio, il minatore, il contadino, quello che sta sotto e svolge il lavoro materiale che permette a qualcun altro di vivere meglio. L’Occidente ha prodotto cose straordinarie, ma progresso materiale e dignità della persona non avanzano automaticamente insieme.

Ed è qui che mi viene anche un pensiero che so essere scomodo: il comunismo. Io non riesco a guardarlo soltanto con la domanda «ha prodotto più benessere materiale dell’Occidente?», perché non è quello il punto che mi interessa. Nel pensiero marxista il lavoratore salariato viene descritto precisamente come una persona ridotta, nel rapporto capitalistico, a merce e il superamento delle classi viene presentato come una forma di emancipazione del proletariato e, attraverso esso, dell’uomo. Questa è la promessa teorica; la storia concreta dei sistemi politici comunisti è stata molto più contraddittoria rispetto a quella promessa.

Eppure io continuo a vedere nel comunismo anche un tentativo, goffo, a volte terribilmente goffo, di ridare dignità alla persona e soprattutto al lavoratore, non necessariamente di darle il massimo benessere possibile. È una distinzione per me importante. Una cosa è chiedere «quanti beni può comprare questa persona?», un’altra è chiedere «quanto viene considerato degno il lavoro che questa persona svolge?». Il problema è che la promessa di uguaglianza e dignità non impedì affatto ai sistemi comunisti reali di sviluppare privilegi, repressione, nuove gerarchie e problemi economici, quindi non ho nessun interesse a raccontarmi una favola retroattiva sul vecchio blocco orientale.

Anzi, qui vedo perfettamente anche la mia ipocrisia. Il benessere vero della classe media, quello dei consumi di massa, nel dopoguerra io lo associo all’Occidente, e non per fantasia. Fra la fine degli anni Quaranta e i primi Settanta le economie dell’Europa occidentale e del Nord America attraversarono una lunga fase di crescita sostenuta, con un fortissimo aumento dei consumi pubblici e privati. Io stesso sono cresciuto desiderando esattamente quell’abbondanza materiale che oggi posso permettermi di criticare.

Se penso che avrei potuto nascere qualche decennio prima nella Bulgaria del vecchio blocco orientale, nella mia testa la frase è molto semplice: la bistecca con la béarnaise non me la sarei potuta mangiare mai. Non sarebbe stata per me quella banalità privata che è oggi. Mi viene voglia di una buona bistecca, compro la carne, il burro, lo scalogno, l’estragone, preparo la riduzione, monto la béarnaise e la sera mangio quello che mi andava di mangiare. È proprio quella disponibilità apparentemente banale che da bambino intravedevo nel carrello della spesa americano.

E io quella libertà materiale la adoro. Voglio poter scegliere tra dieci ingredienti, decidere se stasera mangio pesce, carne, una lasagna al coniglio o una scaloppina à la crème. Voglio comprare un profumo completamente inutile ma bellissimo, entrare in un ristorante per curiosità, usare una crema viso che mi piace. Non posso mettermi a fare il rivoluzionario spiritualmente puro con una mano mentre con l’altra monto una béarnaise. Quindi sì, la mia distanza e la mia ipocrisia le vedo.

E vedo anche un’altra contraddizione ancora più grossa: forse il tentativo di ognuno di arrivare un po’ più in cima è anche una delle condizioni di base del progresso. Volere una casa migliore di quella dei propri genitori, guadagnare di più, inventare qualcosa, produrre meglio, costruire un’impresa, studiare, spostarsi, desiderare una macchina che prima non ci si poteva permettere, volere per i propri figli quello che non si è avuto: sarebbe ingenuo fingere che tutto questo desiderio di avanzamento sia soltanto avidità. Io stesso vivo ogni giorno dentro i risultati prodotti da generazioni di persone che volevano migliorare la propria condizione.

Il problema, per me, comincia quando «arrivare più in cima» smette di significare vivere meglio e comincia a significare avere qualcuno sotto. Quando non basta più mangiare una bistecca con la béarnaise: bisogna anche sapere che quello al tavolo accanto non può permettersela. Quando non basta avere una bella macchina: serve lo sguardo col quale far sapere all’altro che la sua vale meno. Quando il benessere smette di essere godimento e diventa gerarchia.

E forse è qui che mi inquieta maggiormente quello che abbiamo fatto con la globalizzazione. Il mondo ormai è davvero paese. Abbiamo globalizzato il cibo, i telefoni, i marchi, i vestiti, la musica, le serie televisive, i desideri, il linguaggio, ma abbiamo globalizzato anche modelli molto meno interessanti: l’ostentazione del denaro, la sessualizzazione continua, il culto della forza, la fascinazione per la delinquenza trasformata in estetica, l’idea che incutere paura o esibire ricchezza siano già di per sé una personalità.

Da bambino e da ragazzo certe immagini le associavo soprattutto, attraverso film, videoclip e televisione, ai ghetti delle grandi città americane: soldi mostrati, violenza, cocaina, sesso, il delinquente trasformato in personaggio affascinante. Quello era l’immaginario che arrivava fino a me. La cosa che mi impressiona è che oggi non serve più nemmeno il ghetto americano: gli stessi codici estetici possono comparire a Milano, Sofia, Parigi o in una cittadina balcanica in cui nessuno ha mai messo piede negli Stati Uniti. Il mondo è paese, nel bene e nel male.

E sulla Bulgaria questa cosa mi colpisce particolarmente, perché per anni ho continuato a ragionare con una mappa infantile: noi di qua, l’Occidente di là; noi che tentiamo di raggiungerli, loro che rappresentano il futuro. Poi torni e trovi gli stessi marchi, la stessa musica, gli stessi influencer, gli stessi modi di ostentare, gli stessi problemi e perfino forme di disagio che da bambino avrei associato soprattutto al mondo occidentale.

Persino prendendo una cosa molto concreta come la cocaina, quella vecchia distinzione diventa meno rassicurante di quanto uno immaginerebbe: tra gli studenti di 15-16 anni, i dati del 2024 indicano un uso almeno una volta nella vita del 2,6% in Bulgaria contro l’1,7% in Italia. Il fatto che un dato simile esista nella Bulgaria che da bambino consideravo il luogo arretrato rispetto all’Occidente mi dice quanto quella vecchia cartina mentale serva ormai a poco.

E trovo quasi simbolico che sia successo proprio questo: mentre noi cercavamo di diventare l’Occidente, l’Occidente diventava contemporaneamente qualcosa di sempre meno geograficamente circoscrivibile. Viaggiavano gli elettrodomestici, i jeans e la libertà di scegliere; viaggiavano anche il culto del denaro, l’ostentazione, la cocaina e l’estetica del criminale. Viaggia Dostoevskij in PDF e viaggia il video del tizio che sventola cinquemila euro sopra il cofano di una Lamborghini presa a noleggio. Il mondo è paese, appunto.

E forse è anche per questo che non riesco più a costruire una piccola favola morale nella quale c’è l’Est povero ma spiritualmente puro e l’Ovest ricco ma decadente. Sarebbe semplicemente falso. Io dall’Occidente ho ricevuto cose che desideravo davvero: la possibilità di scelta, il benessere, l’accesso a una quantità impressionante di cultura, cibo, viaggi, oggetti e persone. Ma proprio perché l’ho desiderato così tanto, oggi riesco forse a vedere meglio anche il rischio di confondere una cosa con l’altra: benessere e valore umano non sono sinonimi.

E allora mi domando che cosa stiamo considerando normale noi che, fra cento anni, qualcuno troverà mostruoso. Una persona che lavora e dorme in macchina? Una persona che non ha tempo per cucinare? Una che non ha nemmeno il tempo di fare la spesa? La solitudine ribattezzata indipendenza? La precarietà reinterpretata come mancanza di ambizione? Il classismo rivestito da meritocrazia? Il consumo trasformato in identità? Il successo che deve essere continuamente mostrato perché altrimenti sembra non esistere? Non lo so, però voglio almeno continuare a farmi la domanda on a daily basis.

Ed è qui che mi torna in mente One of a Kind dei Placebo. Io ricordo Brian Molko che ai concerti la introduceva più o meno così: “Ladies and gentlemen, I would like to dedicate this song to every single one of you, as every single one is one of a kind.” Non sto dicendo che ricordi parola per parola ogni concerto della mia vita, ma è questa la formula che mi è rimasta in testa e soprattutto è questa l’idea: ogni singola persona davanti a lui era one of a kind.

E mi piace perché non la leggo come la solita celebrazione narcisistica del «sei speciale». Non significa che ogni essere umano sia necessariamente più intelligente, più interessante, più bravo o più riuscito degli altri. Significa qualcosa di molto più fastidioso: che una persona non è completamente traducibile in una posizione sociale, in uno stipendio o in una classifica.

Anche il testo della canzone mi ha sempre colpito per quel contrasto. C’è da una parte l’idea di provenire dal fondo, da qualcosa di marginale e socialmente poco nobile; dall’altra quella di cavarsela bene dentro una corsa. Ed è proprio la corsa che mi interessa: oggi puoi cavartela bene e domani no. Puoi essere partito da sotto e trovarti più avanti; puoi sentirti arrivato e scoprire improvvisamente quanto fosse provvisoria quella posizione. Il posto che occupi dentro la corsa in quel preciso momento non spiega interamente chi sei.

E allora ritorna anche il tizio dei 2.300 euro, perché il suo errore, almeno per come lo leggo io, è pensare che la posizione nella corsa descriva anche il valore della persona. Io sono qui, loro sono lì, dunque io ho fatto bene e loro hanno fatto male. Fine. Ma il conto corrente ha una qualità meravigliosa: è chiarissimo. 2.300 euro, 2.500, 10.000, un milione. Li metti in ordine e hai finito. La persona invece è molto più fastidiosa.

Non sai quanto vale quello che ha assistito per vent’anni un familiare malato. Non sai quanto vale una persona che non ha mai letto Dostoevskij ma si è alzata ogni mattina alle cinque per mantenere i figli. Non sai quanto vale quello che non ha idea di cosa sia un profumo concettuale ma, quando entri in casa sua, prende il piatto migliore che possiede e lo mette davanti a te. Non sai quanto vale una persona e soprattutto non sai tutto quello che è successo prima che quella persona arrivasse davanti a te.

Forse è questo che mi rimane di quella dedica di Molko a every single one of you. Puoi cavartela bene dentro la corsa, puoi essere quello che in quel momento sembra andare avanti, puoi venire dal fondo e ritrovarti improvvisamente in una posizione completamente diversa, ma nessuna di quelle posizioni dice da sola quanto vali. One of a Kind, per me, non significa che siamo tutti vincitori. Significa che non siamo classificabili con lo stesso sistema con cui classifichiamo i vincitori.

Ed è forse proprio questo che rende il classismo così volgare: pretende di attribuire un prezzo a qualcosa che non è quantificabile. Pretende di leggere una persona con la stessa facilità con cui si legge un estratto conto.

Io probabilmente continuerò a essere snob. Continuerò a preferire una buona crema viso, a volere la béarnaise, a guardare la pasta burro e parmigiano senza considerarla necessariamente il vertice raggiunto dall’esperienza umana. Continuerò a entrare in profumeria, annusare qualcosa descritto come «la memoria minerale di un monastero armeno dopo la pioggia» e pensare: sì, questa cosa evidentemente mi serve.

E continuerò probabilmente a essere pieno di contraddizioni. Voglio la dignità indipendente dal denaro, ma voglio anche la bistecca con la béarnaise. Guardo con interesse al tentativo comunista di ridare centralità e dignità al lavoratore, ma se fossi nato qualche decennio prima nel vecchio blocco orientale probabilmente avrei passato il tempo a sognare proprio la libertà di consumo che oggi critico. Voglio denunciare il culto dell’arrivare in cima, ma riconosco che forse il desiderio stesso di salire è uno dei motori che ci ha permesso di vivere meglio. Voglio credere nel valore intrinseco di ogni persona e poi incontro un parvenu che mi mette il malocchio dal tavolo accanto e nel giro di sei secondi sono spiritualmente nel Vecchio Testamento.

Almeno però vorrei accorgermene. Vorrei accorgermi del mio piccolo cantuccio prima di trasformarlo in una teoria universale. Vorrei ricordarmi che nessuna béarnaise, nessun profumo e nessuna biblioteca aumentano di un millimetro il mio valore umano. E soprattutto vorrei ricordarmelo davanti a qualcuno che mi disgusta, perché credere nel valore intrinseco della persona quando hai davanti qualcuno che ami è facilissimo. Il difficile è farlo davanti a quello che ti guarda male al ristorante, a quello che mette il malocchio, a quello che fa il gran signore con quarantadue rate ancora da pagare, a quello che prende 2.300 euro e pensa di avere finalmente compreso la struttura metafisica della povertà.

È lì che il mio cristianesimo smette di essere una bella teoria e diventa una rottura di coglioni, perché mi costringe a lasciare aperta almeno la possibilità che dietro una persona che io giudico priva di autocoscienza esista qualcosa che non vedo. Forse c’è, forse non riuscirò mai a vederlo, ma non posso pretendere di sapere tutto dell’altro proprio mentre accuso l’altro di non capire la complessità del mondo. Trash umano coi soldi, magari. Ma trash umano resta. E io devo comunque ricordarmi che resta anche una persona.

Forse tutta questa riflessione finisce proprio qui. Quando ognuno guarda soltanto il proprio piccolo cantuccio — lo stipendio arrivato, il mutuo pagato, il frigo pieno, il dentista prenotato, il weekend organizzato — è facilissimo pensare che tutto funzioni. La nave può anche inclinarsi, purché dal nostro tavolo il bicchiere non sia ancora caduto. E allora continuiamo a suonare il violino, con molta dignità, magari indossando un profumo concettuale comprato su Notino, mentre dal ponte inferiore qualcuno grida e noi lo guardiamo pensando: «Evidentemente fa un lavoro di merda.»

Io, che nel 2007 arrivavo finalmente nell’Occidente che avevo desiderato guardando Sex and the City e Ally McBeal con mia madre, e che poi dalla televisione in camera mia continuavo da solo con Friends, Malcolm, Everybody Loves Raymond, Married... with Children, That ’70s Show e tutte le altre americanate possibili, innamorato pure di Wilmer Valderrama e convinto che persino gli Stati Uniti degli anni Settanta sembrassero più avanti della Bulgaria degli anni Duemila, oggi guardo indietro e penso che quella televisione mi mostrasse certamente una ricchezza reale, ma anche un’enorme costruzione narrativa della normalità.

Da bambino vedevo una persona mettere qualcosa nel carrello senza guardare il prezzo e pensavo che quella fosse la libertà. Oggi penso quasi l’opposto. Forse essere liberi non significa non avere bisogno di nessuno. Forse significa sapere di avere bisogno degli altri senza considerarlo un’umiliazione, sapere che possiamo perdere, che qualcosa di esterno può entrare nella nostra vita senza chiederci il permesso e che, proprio per questo, quello che oggi dorme in macchina non appartiene a un’altra specie. Appartiene allo stesso mondo.

E forse, alla fine, per ricordarmelo mi basta tornare proprio a quelle escalopes de veau à la crème. In quel piatto abbiamo sacrificato un animale, ma c’è anche qualcuno che ogni giorno si sacrifica a stare lì, a vederli morire, a squartarli. Chissà se sente colpa, chissà se ormai non ci pensa più, chissà se lo fa soltanto per i soldi o perché, semplicemente, nella zona in cui vive non ha trovato altro lavoro. Forse per lui è considerato normale uccidere gli animali, esattamente come per me è considerato normale mangiarli. Io vedo la scaloppina impiattata; lui magari ha visto tutto quello che è successo prima.

E poi la mia crème fraîche è industriale. Gli champignons erano già affettati, pure scontati, dentro una vaschetta su uno scaffale della grande distribuzione. Il burro non l’ho prodotto io. Le patate che nella foto si vedono appena, lì come contorno, non le ho tirate fuori dalla terra io. Dimentico sempre di portarmi il rosmarino dalla campagna e quindi finisco per comprare persino quello dentro una vaschetta al supermercato. C’è anche un po’ di scalogno tritato dentro quella salsa che non si vede, così come non si vede l’aglio che ho messo e poi tolto.

Ma soprattutto non si vede quasi nessuno. Non si vede chi ha allevato il vitello, chi l’ha ucciso, chi l’ha squartato e macellato, chi ha munto il latte, chi ha prodotto la crème fraîche, chi ha fatto il burro, chi ha coltivato le patate, i funghi, lo scalogno, l’aglio e quel benedetto rosmarino che continuo a dimenticarmi in campagna. Non si vede chi ha fatto le vaschette, chi ha caricato la merce, chi ha guidato il camion, chi ha sistemato gli champignons scontati sullo scaffale, chi sta alla cassa e nemmeno chi passa lo straccio per terra mentre io giro per il supermercato decidendo cosa voglio mangiare quella sera. Non si vede la filiera intera.

E può anche darsi che vada bene così. Forse la civiltà serve anche a questo: a non dover vedere continuamente tutto ciò da cui dipendiamo, tutto quello che qualcuno ha fatto al posto nostro e perfino tutto ciò che è dovuto morire perché noi potessimo sederci davanti a un bel piatto di escalopes de veau à la crème.

Purché, ogni tanto, ci ricordiamo almeno che esiste.

Escalopes de veau à la crème

Escalopes de veau à la crème

Avanti
Avanti

Crying in shame