Ti avevo detto Bvlgari, piuttosto meglio i debiti. La linea sottile tra il genio e l’irresponsabilità
Uno dei miei più grandi sogni in amore è stranamente semplice. Vorrei che qualcuno venisse a prendermi sotto casa senza dirmi dove stiamo andando. Non necessariamente per portarmi a Parigi, non necessariamente in un ristorante impossibile o in qualche posto costoso. Potrebbe anche essere qualcosa a mezz’ora da casa. Quello che desidero è non saperlo. Salire in macchina e, per un tratto, non conoscere la destinazione.
Forse perché per me la parte più bella di un regalo è sempre stata quella in cui il regalo non esiste ancora del tutto. È lì, dentro una scatola, ma finché non l’ho aperta potrebbe essere qualsiasi cosa. Magari cinque secondi dopo scoprirò qualcosa che non mi piace nemmeno. Però nei cinque secondi precedenti possiedo tutte le possibilità. Il regalo è ancora perfetto proprio perché non ha ancora assunto una forma. Sto togliendo la carta, apro il nastro, mi illudo, fantastico. Per un istante tutto quello che desidero potrebbe trovarsi lì dentro.
Mi piacciono i cambi di programma per lo stesso motivo. Esci pensando di fare una passeggiata, poi qualcuno propone un aperitivo. L’aperitivo diventa cena. Dopo cena succede qualcos’altro. Magari alla fine dormi in un’altra città. Non necessariamente perché ciò che accade sia eccezionale, ma perché non era ancora stato consumato mentalmente prima di accadere.
Credo di aver sempre cercato questo anche nei viaggi. Mio padre poteva comprare una Lonely Planet cartacea settimane prima, leggerla, segnarsi i luoghi, costruirmi un itinerario, scegliere un ristorante, suggerirmi un museo e magari persino un posto dove andare dopo cena. A me andava benissimo che lo facesse lui. Quello che non volevo era leggere quella guida prima di partire.
Se decido di andare in Portogallo e un mese prima so già cosa vedrò martedì mattina, dove mangerò giovedì sera e in quale locale finirò venerdì notte, una parte del viaggio è già avvenuta senza di me. L’ho già anticipata, l’ho già consumata. Preferisco svegliarmi e trovare uno schedule preparato da qualcun altro, magari perfino molto preciso, purché io non sappia cosa contiene fino a quella mattina.
Non è avversione all’organizzazione. È quasi il contrario. Mi piace moltissimo preparare tutto ciò che mi permetterà, dopo, di non essere obbligato a decidere in anticipo.
In cucina faccio esattamente questo. Posso preparare un fondo bruno e tenerlo nel congelatore. Posso fare un fumetto, un brodo, un burro aromatizzato. Anzi, adoro averli pronti. Ma un fondo bruno non mi dice cosa mangerò domani. Mi offre cento possibilità. Potrà finire con una carne, diventare una salsa, essere ridotto, corretto, trasformato. Non è un pasto già deciso: è una libertà preparata in anticipo.
Preparo ciò che moltiplica le possibilità. Faccio molta più fatica a preparare ciò che le chiude.
Anche quando vado al supermercato, molto spesso non so cosa mangerò. Non entro con una ricetta da eseguire come se stessi andando a ritirare dei componenti. Guardo. Cerco il protagonista. Magari c’è una vaschetta di sovracosce di pollo disossate in offerta e allora parto da lì. Non perché abbia costruito una teoria morale del risparmio: molto più banalmente, certe volte non ho soldi da buttare per una sovracoscia di pollo a prezzo pieno, e comunque non vedo perché dovrei farlo. La compro in offerta e intorno a quella costruisco il piatto.
Una volta l’ho fatta piri-piri. Una quantità di peperoncino talmente assurda che, quando la carne è finita sulla piastra, in cucina non si respirava più. Lacrimavo. Mi è tornato in mente quando mia madre aveva dimenticato uno spray al peperoncino nella tasca dei jeans e li aveva messi in lavatrice. In seguito aveva provato a spruzzarne appena un po’ per capire se funzionasse ancora. La sentii tossire dall’altra stanza, andai a chiederle cosa fosse successo e lei: niente, niente. Dopo trenta secondi tossivo anch’io. «Hai spruzzato lo spray?» Certo che aveva spruzzato lo spray. Ecco, quella sera il pollo piri-piri produsse più o meno lo stesso effetto, con il piccolo vantaggio che almeno alla fine potevamo mangiarlo.
Il pesce, invece, è un altro discorso. Il pesce deve essere fresco. Se puzza, non m’interessa quanto sia conveniente. Ed è esattamente questa la differenza: non seguo una regola astratta secondo cui bisogna spendere o non spendere. Guardo quello che ho davanti e decido. Oggi può essere una sovracoscia in offerta, domani qualcos’altro. Il piatto nasce dalla giornata invece di aspettarla già confezionato.
È una specie di freschezza applicata alla vita.
Un pomodoro comprato oggi, o ancora meglio raccolto oggi, per me contiene qualcosa che un pomodoro comprato quattro giorni fa e lasciato ad aspettarmi ha già perso. Naturalmente è ancora un pomodoro. Ma è rimasto lì quattro giorni come una piccola obbligazione: «Mi hai comprato, adesso mi devi mangiare». Preferisco che le cose entrino nella mia giornata quando la giornata esiste davvero.
Da bambino mi rimase impressa una scena apparentemente irrilevante. Nel paese dei miei nonni il rapporto con il cibo apparteneva ancora a un mondo in cui una parte importante di ciò che si mangiava veniva prodotta in casa. C’erano le galline, l’orto, la carne nel congelatore. Mia nonna aveva conservato a lungo una certa diffidenza nei confronti del cibo industriale comprato nei negozi. Non perché fosse una gourmet ante litteram. Semplicemente, se hai carne buona in casa, perché dovresti comprare un würstel fatto con gli scarti?
Da noi, inoltre, il pesce si mangiava relativamente poco. Ricordo un giorno in cui alcune famiglie rom che avevano lavorato nei campi si fermarono al minimarket del paese e comprarono dello sgombro. Li guardai meravigliato. Da noi quello sgombro sarebbe diventato quasi una piccola occasione: mio nonno avrebbe acceso la carbonella, ci sarebbe stato tutto un procedimento. Loro avevano terminato una giornata di lavoro e stavano comprando qualcosa che in quel momento volevano mangiare.
Non so cosa pensassero loro. Sarebbe presuntuoso attribuirgli una filosofia che probabilmente esisteva soltanto nella testa di un bambino che li osservava. So però cosa vidi io: persone che, finite le ore della giornata, stavano prendendo qualcosa da quella stessa giornata.
Quell’immagine mi è rimasta addosso.
Forse è anche per questo che ho sempre avuto un rapporto problematico con l’idea di accumulare il presente per acquistare il futuro. Non con il risparmio in sé. Non sono talmente idiota da pensare che avere dei soldi da parte sia una brutta cosa. Il problema per me nasce quando l’intera vita viene trasformata in un anticipo versato a un domani che nessuno è in grado di garantirmi.
Per molto tempo ci è stata raccontata una sequenza relativamente semplice: studi, lavori, fai carriera, ti sposi, compri casa, accendi un mutuo, fai dei figli, metti da parte dei risparmi e alla fine, se hai eseguito correttamente tutti i passaggi, hai costruito qualcosa.
Per alcune generazioni questa sequenza ha funzionato abbastanza bene da sembrare una legge naturale.
A me quella promessa ha cominciato a sembrare falsa molto presto.
A sedici, diciassette, diciotto anni facevo già i primi stage negli alberghi, alla reception. Vedevo adulti lavorare, stancarsi, organizzare turni, vite familiari, problemi. Ricordo persone per cui un figlio che chiedeva un paio di Timberland da centoventi o centotrenta euro per Natale diventava una spesa da valutare con attenzione. Non lo dico per disprezzarle. Al contrario. Mi faceva impressione proprio perché vedevo quanto lavoravano.
E pensavo: tutto questo per dovermi preoccupare di centoventi euro? No. Io non voglio questo.
Probabilmente avevo già allora un’enorme dose di arroganza, ma almeno era chiara.
Quando ero arrivato in Italia avevo già accettato una quantità di sacrifici che non avevo scelto perché mi divertissero. Avevo lasciato amicizie, abitudini, lingua, riferimenti. Mia madre mi aveva cresciuto praticamente da sola. Ci sono stati periodi in cui i sacrifici erano anche a tavola. Però quello sforzo, almeno per me, aveva avuto un risultato visibile. Avevo imparato una lingua al punto che ancora oggi spesso le persone non si accorgono immediatamente che sono nato altrove. Avevo imparato usi, costumi, cucina, riferimenti culturali, modi di parlare, perfino quelle piccole cose che nessun manuale d’integrazione può insegnarti.
Quello aveva avuto un senso. Mi ero sforzato ed ero diventato capace di muovermi dentro un altro paese come se una parte di esso fosse diventata mia.
Poi, a un certo punto, qualcosa si è rotto.
Anche con l’università ho avuto la sensazione che l’incanto stesse svanendo. Guardavo persone che studiavano per poi accettare salari molto bassi, lavori part-time, occupazioni nel sociale in cui potevi assumerti responsabilità enormi, lavorare con situazioni difficilissime e magari rischiare anche un pugno in faccia durante una giornata qualsiasi, per uno stipendio che non corrispondeva minimamente alla quantità di energia richiesta. Altri se ne andavano in Svizzera. Altri imparavano ad abbassare progressivamente le aspettative.
Non penso che abbiano sbagliato. Penso semplicemente che a un certo punto io abbia guardato il film e abbia deciso che non volevo più vederlo.
È come quando sei a quaranta minuti di un film da un’ora e mezza e improvvisamente ti rendi conto che ti fa schifo. Puoi dire: «Ormai ne ho visti quaranta, tanto vale arrivare alla fine». Oppure puoi pensare: ho già perso quaranta minuti, perché dovrei perderne altri cinquanta? Mi lavo i denti e vado a letto.
Credo che una parte importante della mia vita sia stata questa: riconoscere che aver investito qualcosa non mi obbliga a continuare a investirla.
Non mi sono mai rifiutato di vedere la realtà. Mi sono rifiutato di darle ragione.
Una volta qualcuno mi ha detto che ho molta dignità. È una definizione che non mi convince fino in fondo. Penso di avere molto più orgoglio che dignità.
Sono due cose diverse.
La dignità può essere umile. Una persona con una grande dignità può anche abbassare momentaneamente la testa se è necessario per sopravvivere, per proteggere qualcuno, per portare a casa qualcosa di essenziale. La dignità non deve necessariamente fare rumore.
L’orgoglio sì.
L’orgoglio può essere stupido. Può essere costosissimo. Può essere perfino autodistruttivo. L’orgoglio è quello che, quando qualcuno gli dice «o fai così o perdi», risponde: allora perdo. L’orgoglio è capace di dire: puoi essere più forte di me, puoi vincere, puoi farmi male, puoi distruggermi, ma non per questo ti darò ragione.
Non so quanta dignità ci sia in questo. So che in me c’è moltissimo orgoglio.
Forse per questo ho avuto un rapporto con il denaro che, visto da fuori, potrebbe sembrare semplicemente irresponsabile. E in parte lo è stato. Non ho bisogno di riscrivere retroattivamente la mia storia per farla sembrare più elegante.
Quando lavoravo e arrivava lo stipendio, ero perfettamente capace di finirlo nel giro di un’ora. Un’ora.
A volte avevo già speso parte dei soldi ancora prima che arrivassero. Klarna, rate, acquisti programmati. Sapevo che avrei avuto delle entrate ogni due settimane e quindi, quando ricevevo lo stipendio, pagavo in anticipo le rate che sarebbero scadute nelle settimane successive. Restituivo qualcosa a mia madre, non necessariamente tutto. A mio padre non restituivo praticamente mai nulla. E poi avevo già la lista mentale delle cose che avevo visto.
Una cravatta, una giacca, qualcosa di Cavalli, possibilmente con una stampa animale talmente discreta da poter essere individuata dalla Stazione Spaziale Internazionale. Gemelli particolari, gioielli, oggetti che mi sembravano perfettamente ragionevoli nel momento stesso in cui qualsiasi consulente finanziario avrebbe probabilmente perso i sensi.
Sono arrivato a spendere più di duemila euro per dei gemelli Bulgari che avevo trovato a Bari. Ho comprato gioielli in argento e in oro, abiti, accessori, cose di Cavalli, Pal Zileri, Moschino. Ho anche quella cravatta Moschino costruita come un collage di volti e frammenti di dipinti: una sola, non un guardaroba intero popolato dalla corte dei Medici. Ma rende abbastanza bene l’idea del mio stile. Elegante, sì. Convenzionale, decisamente meno.
A guadagnare denaro non sono mai stato particolarmente bravo. A spenderlo sono eccezionale. Ognuno deve riconoscere i propri talenti.
La mattina dello stipendio potevo essere davanti al caffè e contemporaneamente fare un ordine. Il bonifico era appena arrivato e una parte era già ripartita verso qualche magazzino.
Non era inconsapevolezza. Questa è forse la cosa più difficile da spiegare. Sapevo benissimo che fosse economicamente autodistruttivo. Mi ostinavo.
Lo facevo anche perché sapevo che un’altra persona, nelle mie condizioni, avrebbe fatto l’opposto. Avrebbe messo da parte. Avrebbe organizzato un budget. Avrebbe costruito la famosa sicurezza.
Io volevo fare una cosa diversa quasi per dimostrare che non avrei partecipato correttamente al gioco.
Non ci sto. Questa è probabilmente la frase più semplice che posso usare. Non ci sto. Mi rifiuto.
E qui, a posteriori, il parallelo con Madame Bovary è quasi troppo facile. Anche Emma trasforma il desiderio in credito e il credito nella promessa di una vita più grande di quella che ha davanti. Compra perché gli oggetti sembrano poter colmare la distanza fra la vita reale e quella immaginata, e proprio quei debiti contribuiscono poi a stringerle intorno il mondo dal quale cercava di fuggire. La differenza è che io, per quanto potessi raccontarmela, sapevo benissimo che il conto sarebbe arrivato. Non ero vittima di un equivoco contabile. Il conto faceva parte della provocazione.
C’è stato un periodo in cui avevo anche un’American Express. Avevo fatto spese assurde e il meccanismo era diventato quasi grottesco. Quando passava l’addebito mensile potevo finire in rosso. Per un breve intervallo il sistema dell’American Express registrava però quell’addebito come pagato e mi restituiva disponibilità sulla carta, prima che l’insufficienza di fondi facesse tornare indietro l’operazione.
Ricordo perfettamente una volta in cui ero con mia madre a una stazione di servizio. Guardavo l’app. Avevo visto che si era aperta quella finestra.
E comprai ancora.
Una collana di perle barocche che avevo scelto per mia madre. Una tovaglia completamente ricamata, con i suoi tovaglioli venduti a parte. Una roba meravigliosa e completamente sproporzionata rispetto alle mie finanze.
Mia madre si metteva le mani nei capelli. Io mi gasavo ancora di più.
Nella mia testa il ragionamento era semplicissimo: se tanto non ci sto dentro, non ho nessuna intenzione di fingere di starci dentro.
E M¥SS KETA, in tre righe, aveva già formulato una teoria economica perfettamente compatibile con la mia:
«Fanculo Tiffany e Trilogy,
ti avevo detto Bvlgari.
Piuttosto meglio i debiti.»
Il problema, naturalmente, è che i debiti dopo la canzone rimangono.
E infatti sono rimasti.
L’American Express l’ho ripagata attraverso un saldo e stralcio. Sono stato segnalato al CRIF. Non presento la cosa come una strategia finanziaria brillante perché sarebbe demenziale. È semplicemente ciò che è accaduto.
E, curiosamente, ancora oggi non riesco a provare il pentimento che ci si aspetterebbe.
Posso ammettere un errore senza pentirmene. Per me sono due cose diverse.
Il pentimento, almeno nel senso in cui lo percepisco io, rischia di essere una forma di disconoscimento della volontà che avevo allora. Ma quella volontà c’era. Le mie bramosie erano fortissime. Non posso tornare indietro e fingere che quel me non desiderasse quelle cose soltanto perché oggi conosco meglio il conto finale.
Posso dire: è stata una scelta sbagliata. Posso dire: mi ha danneggiato. Posso dire: oggi alcune cose le farei diversamente. Ma non posso dire che la persona che ero allora non volesse farle.
Le voleva eccome.
E non ho alcun interesse a processare retroattivamente ogni mia versione precedente affinché la versione presente possa sentirsi moralmente superiore.
Il mio armadio occupa praticamente metà della casa.
I soldi che ho speso sono diventati anche questo: vestiti, oggetti, gioielli, cose che ho scelto e che ancora oggi possiedo. Alcune saranno state completamente inutili. Alcune mi piacciono ancora. Alcune probabilmente oggi non le comprerei.
Me le sono godute. Fine.
E forse dietro quegli acquisti esisteva anche un’altra cosa: il desiderio di far coincidere almeno esteriormente quello che sentivo di essere con quello che la mia vita materiale diceva di me.
Mi capitava di uscire dal lavoro e non avere nessuna voglia di tornare a casa a mettere l’acqua per la pasta. Andavo da Poporoya, in via Eustachi, quando ancora il sushi bar era praticamente uno sgabuzzino.
La prima volta mi ci aveva portato una persona anni prima e non ero neppure riuscito ad apprezzarlo davvero. Poi ci sono tornato da solo. E a un certo punto ho cominciato a portarci altre persone.
Alcune lo criticavano. Preferivano magari il buffet infinito dell’all you can eat. Io invece vedevo quel bancone minuscolo come qualcosa di profondamente milanese. Non Milano come cartolina del Duomo, e nemmeno Milano come marchio aspirazionale venduto nei nuovi quartieri. Milano come luogo che devi conoscere per sapere che esiste.
Quando ero lì mi sentivo milanese.
È una frase semplicissima, ma per me significava moltissimo.
Forse cercavo anche di mimetizzarmi. Non nel senso di diventare anonimo, cosa che con il mio modo di vestirmi sarebbe già stata un’impresa comica. Con una giacca elegante, dei gemelli insoliti o quella stessa cravatta Moschino costruita come un collage di volti e frammenti pittorici, evidentemente non possedevo un talento particolare per la mimetizzazione visiva.
La cravatta in questione
Intendo mimetizzarmi socialmente.
Volevo che ciò che gli altri vedevano di me fosse compatibile con il mondo al quale io sentivo di appartenere.
A volte percepivo lo sguardo delle persone posarsi su di me con una domanda: questo chi è?
Forse qualcuno immaginava il mondo dello spettacolo. Qualcun altro un avvocato particolarmente eccentrico. Qualcuno probabilmente non capiva assolutamente niente e aspettava soltanto ulteriori indizi.
Io sapevo però una cosa che loro non sapevano: magari quella persona con la giacca elegante, i gemelli e la cravatta assurda faceva un lavoro pagato molto meno di quanto quell’immagine lasciasse pensare.
Era una persona che non quadrava.
E penso che una delle mie paure fosse proprio poter deludere nel momento in cui la spiegazione fosse arrivata.
Il personaggio sembrava promettere una biografia che la biografia reale non sempre poteva mantenere.
Non era però soltanto finzione.
Quelle cose che indossavo esprimevano davvero qualcosa che ero. Non erano il travestimento di una persona che voleva sembrare ricca. Erano il tentativo, probabilmente eccessivo e finanziariamente dissennato, di concedere visibilità a una parte di me che non volevo sacrificare solo perché il mio stipendio suggeriva un altro tenore di vita.
Ed eccoci di nuovo lì.
Non ci sto.
Non accetto che il reddito stabilisca interamente quale versione di me sia autorizzata a esistere.
Questo non significa che il reddito non esista. Esiste eccome.
Oggi vivo anche con la NASpI. Ci sono ancora momenti in cui mio padre mi aiuta economicamente. Posso trovarmi letteralmente a non sapere quanti soldi avrò disponibili nei giorni successivi. I soldi della NASpI, curiosamente, li vivo in modo completamente diverso da come vivevo lo stipendio: per me hanno una funzione pratica. Sono quelli delle cose quotidiane, delle necessità.
Quando invece guadagnavo il mio stipendio, sentivo quasi un bisogno fisico di sottrarne almeno una parte alla necessità.
Non perché spendere millecinquecento euro mi facesse «sentire vivo». Questa formulazione mi sembra troppo romantica e anche un po’ stupida.
Era una rivendicazione.
Io non volevo che il risultato del mio lavoro fosse esclusivamente la possibilità di continuare a mantenermi nelle condizioni necessarie per tornare al lavoro il mese successivo.
Lavoro, pago l’affitto, pago la benzina, mangio, pago le bollette, dormo, mi sveglio e torno al lavoro. E tutto questo dovrebbe essere chiamato indipendenza?
Era lì che il mio orgoglio si ribellava.
Non significa che avessi trovato un’alternativa migliore. Questa è la parte che non voglio addolcire.
Non ho costruito la famosa alternativa. Non ho una montagna di risparmi. Non ho un conto deposito. Non possiedo la sicurezza economica che una certa idea dell’età adulta mi avrebbe chiesto di costruire.
Non ho fatto il bravo soldatino del capitale e alla fine non ho nemmeno fondato una repubblica autonoma.
Sono rimasto, in parte, nel territorio scomodo che c’è fra il rifiuto e la soluzione.
Eppure non riesco a considerare questa cosa soltanto come un fallimento.
Perché nel frattempo ho perso fede nelle false sicurezze.
Noi parliamo spesso come se il futuro fosse un conto già aperto a nostro nome. «Fra trent’anni avrò questo». «La casa varrà quello». «La pensione sarà questa». «Se lavoro abbastanza succederà questo». «Se studio abbastanza arriverò lì».
Poi un’azienda licenzia. Un settore sparisce. Arriva l’inflazione. Una casa perde o acquista valore per ragioni che nessuno dei suoi abitanti controlla. Un paese cambia. Scoppia una guerra. Arriva una tecnologia che modifica in cinque anni un mestiere che per cinquanta era sembrato stabile.
E improvvisamente scopriamo che il futuro non era un nostro possesso. Era un’ipotesi.
Questo non significa che sia inutile progettare. Significa soltanto che progetto e garanzia non sono sinonimi.
Anche il contadino di secoli fa progettava. Seminava. Conservava. Riparava il tetto. Preparava legna per l’inverno. Ma sapeva molto più chiaramente di noi che fra il suo progetto e il raccolto esistevano la pioggia, la siccità, la grandine, una malattia, Dio, il caso, chiamatelo come vi pare.
Noi abbiamo avuto per qualche decennio l’impressione di aver abolito quella vulnerabilità.
Abbiamo ricevuto lo stipendio ogni ventisette del mese abbastanza volte da cominciare a credere che il ventisette fosse una legge della natura.
Non lo è.
E forse proprio qui mi ritorna in mente una delle immagini evangeliche che trovo più destabilizzanti, perché sembra quasi fatta apposta per contraddire l’ossessione moderna per la sicurezza. Nel Vangelo secondo Matteo Gesù invita a guardare gli uccelli del cielo: «non seminano e non mietono», eppure vengono nutriti, e subito dopo domanda: «Non valete forse più di loro?»
Non è un invito all’incoscienza. Non significa buttare l’estratto conto dalla finestra e aspettare che il Padre eterno sistemi l’American Express — anche perché temo che il servizio clienti non accetterebbe Matteo 6 come piano di rientro.
È qualcosa di molto più difficile: riconoscere che la preoccupazione non coincide con il controllo.
Poco dopo, nello stesso discorso, arriva un’altra frase che forse racchiude meglio di tutte questa idea: «A ciascun giorno basta la sua pena.»
Non significa che non si debba seminare. L’uomo semina eccome. Significa che neppure seminando può possedere in anticipo il raccolto.
Il contadino prepara il campo, mette il seme nella terra, cura ciò che può curare. Poi esiste qualcosa che gli sfugge. La pioggia può arrivare oppure no. Il raccolto può essere abbondante oppure deludente. La prudenza ha un limite oltre il quale diventa soltanto la fantasia che, preoccupandoci abbastanza, riusciremo finalmente a impedire alla vita di sorprenderci.
Forse io ho reagito a questa consapevolezza nel modo più sagittariano e meno bancariamente raccomandabile possibile: se il futuro non può essere posseduto davvero, mi rifiuto di sacrificargli interamente il presente.
Non sono orgoglioso perché non ho risparmi. Sarebbe idiota.
Sono però felice di avere imparato, nel bene e nel male, che non voglio dare per scontato tutto.
Quando apro il frigorifero e non so ancora cosa cucinerò quella sera, esiste una piccolissima versione dello stesso principio. Vado al supermercato, guardo cosa c’è, trovo una sovracoscia di pollo in offerta, la compro, torno a casa, mi ricordo del piri-piri, metto talmente tanto peperoncino sulla piastra che trasformo il soggiorno in un attacco chimico e mangio.
Il giorno dopo potrebbe essere completamente diverso.
Non è una filosofia economica.
È quasi un modo di percepire il tempo.
Forse preparo il fondo bruno proprio perché non voglio sapere oggi quale sarà il piatto di domani.
Forse desidero che qualcuno venga a prendermi sotto casa senza dirmi dove stiamo andando per la stessa ragione per cui non leggo la Lonely Planet prima di partire.
Forse amo il packaging più del regalo perché il packaging conserva ancora tutte le alternative.
E forse anche il mio rapporto assurdo con il denaro, con i vestiti, con le cene, con i gemelli, con le carte di credito, con le cose completamente inutili che ho desiderato con una bramosia quasi ridicola nasce almeno in parte da lì.
Io non voglio sapere già come va a finire.
Non ho costruito la sicurezza che avrei dovuto costruire.
Non ho un conto deposito da contemplare la sera prima di dormire.
Ho fatto errori. Ho speso troppo. Sono stato irresponsabile. Ho voluto cose che non potevo permettermi. Ho confuso alcune volte il rifiuto con l’autodistruzione.
Posso ammettere tutto questo senza inventarmi un pentimento che non provo.
Perché quella volontà c’era.
Era mia.
E se devo scegliere una cosa che mi porto dietro da tutte quelle decisioni, non è la convinzione di aver avuto sempre ragione.
È qualcosa di molto più semplice.
Non mi sono mai rifiutato di vedere la realtà.
Mi sono rifiutato di darle automaticamente ragione.
E forse è questo che rimane, alla fine, anche quando cadono tutte le spiegazioni economiche, politiche, psicologiche e persino religiose.
Domani non so esattamente quanto denaro avrò.
Non so ancora cosa mangerò.
Non so dove sarò fra cinque anni.
Non so se arriverà qualcuno a prendermi sotto casa dicendomi soltanto: «Vestiti, andiamo».
Non so nemmeno se il regalo, una volta aperto, mi piacerà.
Ma finché la carta è ancora intatta, dentro potrebbe esserci qualsiasi cosa.
E io, evidentemente, continuo a preferire quei cinque secondi.
Coscia disossata Piri Piri Patatine