Gli esami di vita, l’amore per un futuro attore porno e la tendenza a mettere in discussione praticamente everything
In quinta superiore arrivò un professore di religione nuovo. Io, tra l’altro, religione nemmeno la facevo. Quella fu proprio la prima volta che lo vidi. Non conosceva nessuno e decise che avremmo dovuto presentarci dicendo, fra le altre cose, che lavoro facessero i nostri genitori.
A me bastò quello. Mi risultò immediatamente antipatico.
La cosa curiosa è che con altri ebbe evidentemente l’effetto opposto: riuscì persino a convincere alcuni ragazzi che non seguivano religione a partecipare alle sue lezioni. Evidentemente piaceva, sapeva coinvolgere. Io ero rimasto fermo ai primi cinque minuti. Non perché avessi già deciso che fosse una cattiva persona: non lo conoscevo. Semplicemente, quella domanda mi era sembrata fuori luogo.
Non feci una dissertazione sulla privacy. Non avevo diciott’anni con l’animo dell’Autorità Garante. Feci una cosa molto più infantile e, proprio per questo, molto più efficace.
«Sono ucraino.»
Partì immediatamente tutta la classe: «Ma non è vero!», «Ma cosa dici?», «Sei bulgaro!».
La cosa meravigliosa è che avevano capito tutti che stavo dicendo una cosa falsa, ma nessuno aveva capito perché. Erano concentrati sulla mia assurdità, non sulla domanda che l’aveva provocata. Alla fine praticamente non mi presentai nemmeno.
Forse quella domanda mi aveva infastidito anche perché avevo già una memoria molto più antica. In Bulgaria ero in terza elementare quando vidi arrivare a scuola il padre di un bambino, furioso, proprio a cercare una maestra. Lei aveva chiesto al figlio che lavoro facesse suo padre. Non ricordo quasi niente di quella giornata, ma ricordo quell’uomo che veniva a cercarla.
Evidentemente avevo registrato molto presto una cosa: il fatto che un adulto abbia l’autorità per farti una domanda non rende automaticamente quella domanda opportuna.
Quando arrivai in Italia avevo poi un vantaggio piuttosto fastidioso: avevo già visto un’altra normalità. Non significa che la Bulgaria fosse migliore e l’Italia peggiore. Significa che avevo un termine di paragone. E avere un termine di paragone rovina terribilmente la serenità, perché quello che per tutti gli altri è semplicemente «così» per te diventa improvvisamente uno dei modi in cui potrebbe essere.
In Bulgaria, per esempio, eravamo noi studenti a cambiare aula, quasi come all’università. C’era l’aula di francese, quella di un’altra materia, e ci spostavamo. Arrivato qui mi stupiva vedere ragazzi ormai maggiorenni che, durante un’ora buca, dovevano avere comunque un insegnante mandato lì a sorvegliarli. Un adulto pagato per stare davanti ad altri adulti affinché una classe non rimanesse per un’ora senza custode.
A me sembrava un asilo.
Non perché lo percepissi come un torto personale. Mi chiedevo piuttosto che idea dell’autonomia ci fosse dietro a un sistema nel quale la responsabilità dovrebbe comparire magicamente nell’età adulta, dopo che per anni le è stato concesso poco spazio per esercitarsi.
Mi stupiva anche vedere gli studenti fumare nel cortile durante la ricreazione e persino gli insegnanti uscire lì a fumare. Nella scuola che avevo frequentato in Bulgaria non apparteneva alla mia normalità. Il punto non è il fumo. Il punto è che quando hai visto funzionare una cosa diversamente, smetti di confondere l’abitudine con la necessità.
Eppure alcuni insegnanti furono magnifici con me. Quando arrivai non sapevo ancora esprimermi bene in italiano, ma alcuni capirono immediatamente che la difficoltà linguistica non coincideva con quello che avevo nella testa. Ricordo ancora con affetto la professoressa Ranieri. Mi fece sentire visto prima ancora che io avessi tutti gli strumenti per farmi vedere.
Quindi questa non è la storia della scuola cattiva e del povero studente incompreso. Sarebbe troppo facile.
Io, peraltro, ero un alunno insopportabile. Arrivavo in ritardo praticamente ogni giorno, dormivo, sembravo disinteressato. Poi ogni tanto mi svegliavo, ascoltavo qualcosa e prendevo nove. Quando arrivavo al dieci, nella mia memoria spuntava spesso qualche misteriosa ragione perché diventasse nove. Probabilmente ero già abbastanza antipatico senza bisogno di concedermi anche il massimo dei voti.
Ero bravo, ma non deferente.
C’è una differenza enorme.
Dell’alberghiero avevo poi un’opinione che definire sprezzante sarebbe generoso. Dicevo che erano cinque anni per insegnarti a fare un cappuccino. Una cretinata, naturalmente, perché qualcosa mi ha lasciato. Alcune rigidità le capisco persino oggi: non andare a scuola in pantaloncini, avere un certo contegno, capire che esiste anche una forma.
Il problema è che mi sembravano spesso rigidissimi sulle cose sbagliate e molto più superficiali su quelle importanti.
Ed ecco il mio problema preferito: perché questa cosa è importante e quell’altra no? Chi lo ha deciso?
Gli esami sono forse l’esempio più comico di tutto questo.
Una delle prove dell’esame di terza media me l’ero praticamente dimenticata. Non avevo studiato poco: non avevo proprio realizzato che quella mattina dovessi presentarmi. Vennero dei vicini a svegliarmi: «Guarda che hai l’esame». La scuola era vicina. Mi vestii, corsi e lo feci.
Per me l’esame era quello: vado, lo faccio, fine.
Credo che ci fosse già una cosa che negli anni sarebbe diventata sempre più evidente: mi ha sempre dato fastidio l’aspetto burocratico dell’esame, probabilmente perché la burocrazia mi ha sempre dato fastidio in generale.
La data, l’orario, il documento, la firma, la commissione, la procedura, il programma, la divisa. E soprattutto l’attesa. Dio, l’attesa che arrivasse il mio turno.
Ore davanti a una porta per dimostrare che, proprio quel giorno, proprio a quell’ora e davanti proprio a quelle persone, fossi in grado di restituire nella forma corretta una certa quantità di sapere.
Una specie di ufficio anagrafe applicato alla conoscenza.
All’alberghiero, per l’esame dell’attestato, non avevo neppure capito che dovessi portare la divisa. Me la prestò un compagno che era persino più magro di me, e all’epoca io ero magro. Mi ritrovai con dei pantaloni che arrivavano sopra le caviglie. Il professore naturalmente se ne accorse.
Io feci l’esame.
Poi arrivò la maturità e lì riuscii a superare me stesso.
La sera prima ero uscito, avevo mangiato un’aragosta — e i crostacei grandi, per qualche motivo che non ho mai indagato seriamente dal punto di vista allergologico, tendono a farmi stare piuttosto male — e avevo bevuto parecchio vino. Una combinazione che, alla vigilia della maturità, definire strategica sarebbe generoso.
Per sorteggio ero anche il primo candidato.
Perché quando la vita decide di fare comicità, almeno la fa bene.
La presentazione della tesina, comprese tutte le slide, me l’aveva preparata un uomo che frequentavo in quel periodo. Lo chiamerò Ettore. Era un professionista molto affermato. Io gli ero davvero molto affezionato, ma l’avevo sempre tenuto a una certa distanza perché si stava ancora separando dalla moglie. Si sarebbero separati comunque, ma io non volevo infilarmi dentro quella situazione.
Questo, almeno, da sobrio.
Perché la sera prima della maturità, sull’ultimo treno suburbano, ero ubriaco marcio e mi prese un momento di disperazione sentimentale.
Lo chiamai.
«Dai, Ettore. Lascia tua moglie. Siamo io e te. Ti amo tantissimo.»
Davanti a me c’erano due donne nere che avevano assistito alla scena e iniziarono a ridere sgangheratamente.
Avevano ragione.
Io sull’ultimo suburbano stavo vivendo Anna Karenina, senza possedere né il treno giusto né la dignità richiesta dal personaggio.
La mattina dopo arrivai a scuola ancora reduce dalla serata. Un mio compagno, sentendomi, mi chiese: «Cos’è, vodka?». E io dovevo presentare la tesina con tutte le bellissime slide che Ettore aveva fatto per me e che non sapevo nemmeno spiegare decentemente. L’avevo guardata forse un po’ quella mattina. Francamente era già notevole che mi fossi svegliato.
Se volessi raccontare la maturità come il solenne rito attraverso il quale il giovane dimostra di essere pronto alla vita adulta, avrei quindi qualche difficoltà.
La vita di Ettore aggiunse poi un seguito ancora più assurdo. Dopo la separazione conobbe un ballerino e se ne innamorò. Lo presentò anche alle figlie, che stravedevano per lui. Poi il ragazzo lo lasciò e intraprese la carriera di attore porno.
Ettore ne rimase devastato.
Raccontata così sembra una battuta. Il professionista affermato, il ballerino, le figlie entusiaste, il futuro porno. Una sequenza che sembra scritta da qualcuno deciso a rendere la realtà meno credibile della fiction.
La cosa buffa, però, è che la vita spesso funziona così: prima ti fa ridere e poi, se continui a guardare abbastanza a lungo, ti costringe a capire che sotto quella comicità c’era qualcosa di molto più serio.
Anche la patente fu un altro piccolo esame di vita. I quiz teorici li facevo spesso di notte, dopo la palestra, bevendomi le proteine. Il primo esame pratico invece lo fallii. Avevo imparato a guidare su una vecchia Ford Focus con una frizione durissima ed ero talmente ossessionato dall’idea di non fermarmi, perché temevo che la macchina mi si spegnesse, che tolsi la precedenza a un autobus.
Per evitare un errore possibile ne commisi uno certo.
Mi bocciarono.
La seconda volta passai.
Poi imparai davvero a guidare guidando.
Forse per questo gli esami mi sembrano una metafora quasi perfetta della vita: fotografano un momento e noi siamo tentati di scambiare quella fotografia per la persona.
L’esame può certificare qualcosa. Non certifica tutto.
Alcune delle cose che conosco meglio non ricordo nemmeno quando le ho imparate. Sono entrate. Le ho assorbite. Magari da una persona che detestavo. Al contrario, ho saputo perfettamente cose per un esame che poco dopo avevo già dimenticato.
Sapere e dimostrare di sapere non sono la stessa attività.
All’università questa frizione diventò ancora più evidente, perché lì l’esame non era più un episodio: era praticamente l’unità di misura dell’intero percorso.
E tornava la burocrazia. L’iscrizione all’appello, il giorno stabilito, l’attesa infinita, il proprio nome nell’elenco, il momento in cui finalmente arrivava il turno.
Ma soprattutto mi colpiva una cosa: ogni professore aveva costruito il proprio piccolo sistema per stabilire cosa significasse superare il suo esame.
C’era quello che voleva un certo lessico. Quello che pretendeva definizioni quasi imparate a memoria. Quello che voleva il ragionamento. Quello che aveva le proprie domande ricorrenti. Alla fine, oltre a studiare la materia, finivi inevitabilmente per studiare anche il professore.
Ricordo una ragazza ormai alla fine del percorso universitario che aveva lasciato apposta per ultimo un esame con un professore conosciuto perché, sostanzialmente, dava diciotto quasi di default. Se volevi qualcosa in più, allora dovevi davvero dimostrare qualcosa in più.
E io guardavo anche questa cosa e pensavo: straordinario.
Per anni ci raccontiamo l’esame come la misurazione quasi oggettiva della preparazione e poi impariamo benissimo che bisogna capire chi hai davanti, cosa pretende, come interroga, quale linguaggio preferisce, quanto conviene investire in quell’esame.
Il sapere diventava anche strategia.
E molto spesso significava prendere un pensiero sviluppato in centinaia, magari migliaia di pagine, trovarselo compresso in dieci pagine di sintesi, cercare di capirlo da soli, memorizzarne abbastanza da restituirlo nel modo giusto e poi passare oltre.
Un’intera teoria, anni di lavoro, una visione del mondo: dieci pagine.
Magari studiate la sera prima.
Questa è conoscenza o è abilità nel superare una procedura?
Naturalmente anche sintetizzare serve. Un esame può costringerti a mettere ordine. Il problema, per me, cominciava quando lo strumento sembrava diventare più importante della sostanza.
Avevo scelto materie umanistiche perché mi aspettavo domande, contraddizioni, punti di vista che si scontrassero. In alcuni corsi, soprattutto quando si affrontavano questioni delicate come la bioetica, ebbi invece la sensazione che insieme alle conoscenze mi venisse consegnata anche la cornice attraverso la quale sarebbe stato corretto giudicarle.
Questa è stata la mia esperienza, non una teoria sull’università.
Ma a me stava stretta.
Da una disciplina umanistica volevo imparare a pensare, non imparare quale pensiero avrebbe superato l’esame.
Non volevo che l’università diventasse l’ultimo tassello dell’indottrinamento.
E lo stesso problema ce l’ho con la cultura.
Anche lì sembra che qualcuno abbia già tracciato il percorso: devi conoscere Dante per poterti dire colto, Shakespeare possibilmente anche, mentre puoi non aver mai letto Flaubert e continuare tranquillamente a possedere il patentino della persona istruita.
Ma chi ha stabilito il percorso?
Io probabilmente non leggerò mai Shakespeare integralmente nell’inglese originale e magari ricorderò invece per tutta la vita alcune storie irlandesi raccolte da Yeats.
E allora?
Qualcuno può considerare Flaubert manieristico, troppo preoccupato della forma, persino superficiale rispetto ai grandi russi. Io posso trovare certi russi immensi e contemporaneamente pesantissimi, ripetitivi, interminabili.
Dobbiamo convocare un tribunale?
La cultura non dovrebbe essere una lista da spuntare. Dovrebbe essere ciò che ti è entrato dentro abbastanza profondamente da cambiare, anche di pochissimo, il modo in cui guardi qualcosa.
Non siamo obbligati a diventare la biblioteca ideale di qualcun altro.
E poi esiste la barriera più elementare di tutte: la lingua.
Una traduzione non è mai esaustiva. Qualcosa si perde sempre: ritmo, suono, ambiguità, associazioni, sfumature. C’è chi arriva persino a studiare una lingua apposta per leggere la Bibbia il più vicino possibile all’originale.
Io lo capisco perfettamente.
Io magari Shakespeare nell’originale non lo leggerò mai. Ricorderò invece Yeats, sceglierò Flaubert, dimenticherò altro.
E allora?
Non siamo obbligati ad attraversare tutti le stesse distanze per poterci dire colti.
Anche la cultura può diventare un altro esame.
Hai letto questo: colto. Non hai letto quello: ignorante. Hai studiato latino: istruito. Hai imparato da solo qualcosa che non era nel programma: passatempo.
Ma chi lo ha deciso?
Vale persino per l’educazione.
Qualche giorno fa ho scritto una recensione all’Esselunga perché all’Assistenza Clienti, invece di un semplice buongiorno o buonasera, mi sono sentito rivolgere un secco «Dica!».
Una sciocchezza, forse. Eppure mi intristisce.
In Italia vedo continuamente persone arrivare alla cassa senza salutare. Al bar un «per favore» sembra talvolta un accessorio. Ho la sensazione che ci siamo molto involgariti, fino al punto che l’educazione elementare venga quasi scambiata per sofisticazione.
Ma perché dovrei dire che il mio modo di vedere queste cose è «bulgaro»?
Io ho viaggiato.
In Francia ho visto il saluto trattato quasi come la punteggiatura della vita quotidiana. Una volta fui io a dimenticarmi di salutare una cassiera. Il suo «buonasera» aveva un tono sufficientemente ammonitorio da farmi capire immediatamente che quella volta il cafone ero io.
In Germania mi è capitato di vedere adulti aspettare il verde anche davanti a una strada vuota quando accanto c’erano bambini. In Ungheria ho incontrato persone che mi sembravano libere e snob contemporaneamente, combinazione che trovo deliziosa. In Turchia ho incontrato un’ospitalità straordinaria che poteva convivere benissimo con il tentativo di fregarti, e una certa indolenza nel fare le cose che non cancellava affatto la generosità.
Non sono sentenze sui popoli. Sono cose che ho visto.
E allora perché dovrei fare della mia identità soltanto ciò che ho sempre vissuto?
Una volta, durante uno stage da ragazzo, un uomo ormai quasi anziano disse che mangiava il gulasch. Io gli chiesi automaticamente:
«Sei stato in Ungheria?»
Mi rispose:
«Non bisogna mica andare in Ungheria per mangiare il gulasch.»
Aveva ragione.
Le ricette attraversano i confini, cambiano ingredienti, nome, consistenza. Non presentano il passaporto.
Ed è qui che mi viene in mente il mish-mash.
Il mish-mash è buonissimo, ma certamente non è elegante. Peperoni, pomodoro, uova e formaggio finiscono insieme e producono una cosa dolce, sapida, succosa, quasi disordinata. Pochi ingredienti, moltissimo sapore.
Non è un piatto che entra in sala e si presenta come conte.
Il pomodoro lascia il suo sughetto, l’uovo lega tutto, il peperone diventa morbido e dolce, il formaggio si perde dentro. Non sta composto. Non ha geometrie. Non ha quell’aria da piatto che sembra aver studiato galateo prima di arrivare a tavola.
Non è ordinato: è riuscito.
E poi c’è un altro paradosso che mi piace. Il peperone e la paprika sono diventati quasi inseparabili dall’immaginario di una parte dell’Europa orientale, come la patata dalla cucina tedesca o il pomodoro da quella italiana. Eppure peperoni, patate e pomodori arrivano originariamente dalle Americhe.
Persino ciò che oggi consideriamo profondamente «nostro» può essere qualcosa arrivato da altrove, assorbito e trasformato fino a diventare quasi impossibile da separare dall’identità che lo ha adottato.
Esattamente come noi.
Il mish-mash mi assomiglia proprio per questo. Non è puro. Non è nobile. Non è ordinato. Non ha bisogno che tutti i suoi ingredienti abbiano lo stesso passaporto.
Eppure funziona.
Perché io dovrei essere più puro di un piatto?
Forse l’armonia non richiede affatto uniformità.
E forse è proprio questa mancata corrispondenza che mi rende così poco leggibile.
Ho spesso l’impressione che in Italia esista un bisogno fortissimo di uniformare il personaggio. Devi vestirti del tenore della macchina che guidi. Casa, automobile, guardaroba, linguaggio e lavoro dovrebbero possibilmente raccontare tutti la stessa storia.
Se sei povero, quasi ci si aspetta che tu sia anche rozzo, ignorante, maleducato e vestito male. Se sei ricco, nell’immaginario diventi improvvisamente conte o barone, depositario naturale del gusto e del bon ton.
Io questa equivalenza la trovo assurda.
Non sono Csaba dalla Zorza. Se proprio dobbiamo costruire una mitologia delle mie origini, sono molto più vicino alle case popolari che a un palazzo nobiliare.
E allora?
Posso amare una tavola apparecchiata bene. Posso adorare una camicia fatta come si deve. Posso conoscere certe regole. Posso pretendere un buongiorno. Posso apprezzare una bella posata e avere più senso estetico di qualcuno nato circondato da oggetti costosi.
Perché la raffinatezza dovrebbe avere un censo?
Il denaro, purtroppo per molti, non contiene istruzioni per l’uso.
Forse è per questo che spesso mi guardano: non quadro.
Posso essere formale e impresentabile. Amare il galateo e detestare chi lo usa per sentirsi superiore. Amare una tovaglia perfettamente stirata e cinque minuti dopo raccontare del professionista devastato perché il ballerino presentato alle figlie lo ha lasciato ed è finito a fare porno.
Non vedo nessuna contraddizione.
Anzi, la contraddizione è probabilmente la parte più autentica.
E questa necessità di farmi domande non si ferma alla mia vita privata.
Quando guardo la situazione di oggi, quando penso perfino alla NATO, alla guerra, alle tensioni internazionali, provo disappunto. Mi faccio domande.
Ma non sento necessariamente il bisogno di avere una risposta qui e ora.
Ci sono militari, strateghi, diplomatici, statisti, analisti. Persone che per mestiere ragionano su questioni enormemente più grandi del mio quotidiano. Io sono un cittadino. Un comune mortale. In termini brutali, un qualsiasi plebeo.
Quanto mi è davvero dato sapere?
E sulla base di che cosa dovrei pretendere che tutto ciò che serve per comprendere un processo enorme debba arrivare fino a me già ordinato, spiegato e accompagnato da una risposta semplice?
Forse proprio le risposte più semplici sono quelle delle quali dovrei diffidare maggiormente. Forse ciò che appare evidente è soltanto ciò che riesco a vedere dalla posizione nella quale mi trovo.
E allora posso anche fermarmi alla domanda.
La formulazione di una domanda è già l’inizio della ricerca di un senso.
Non è poco.
Una risposta potrebbe arrivarmi fra dieci anni. Fra trenta. Potrebbe non arrivare mai. Potrei persino scoprire fra vent’anni che la domanda giusta era un’altra.
Dopotutto non conosco completamente nemmeno me stesso.
Cambiano le mie priorità. Cambia ciò che desidero. Oggi voglio mangiare una cosa e domani un’altra. Nessuno convoca una commissione d’inchiesta per stabilire perché ieri desiderassi mish-mash e oggi beurre blanc.
E soprattutto nessuno mi obbliga a scegliere definitivamente se mangiare italiano oppure bulgaro.
Posso mangiare entrambi. Posso aggiungerci il francese, il turco, l’ungherese, quello che incontro e sento mio.
La coerenza non consiste nel ripetere eternamente la stessa scelta.
Forse consiste semplicemente nel continuare a scegliere.
E allora rivendico anche questo: il diritto di formulare una domanda senza essere obbligato a possedere immediatamente la risposta.
Forse è proprio qui che mi torna in mente Fix Yourself dei Placebo.
Go fix yourself.
Lo rivolgo a tutti quelli che vorrebbero spiegarmi non soltanto cosa dovrei fare, ma quale forma dovrebbe avere la mia testa. Alla scuola quando confonde un esame con ciò che sono. All’università quando consegna risposte dove io cercavo domande. A chi pensa che credere significhi obbedire. A chi stabilisce quali libri devo aver letto per potermi definire colto. A chi vuole dedurre il mio gusto dal mio reddito, la mia educazione dalla mia provenienza e il mio guardaroba dalla macchina che guido.
Go fix yourself.
Non perché io sia sistemato.
Figuriamoci.
Ma perché rivendico almeno il diritto di guardare oltre ciò che mi viene mostrato, di cercare anche quello che non riesco ancora a vedere, di immaginare possibilità che qualcun altro non prenderebbe nemmeno in considerazione.
Non perché io possieda una verità superiore. Sarebbe la stessa arroganza che contesto agli altri.
Significa riconoscere che non so tutto e proprio per questo non voglio smettere di domandarmi.
Ed è qui che, ripensandoci oggi, Ettore torna nella storia in un modo molto diverso.
All’inizio fa ridere. È quello che mi prepara le slide della maturità, quello al quale telefono ubriaco sull’ultimo suburbano, quello che anni dopo viene lasciato da un ballerino che finirà a fare porno.
Ma se lo riducessi a questo, avrei capito poco perfino io.
Ettore era una persona sensibilissima.
Poteva sapere perfettamente il fatto suo professionalmente. Poteva essere brillante, affermato, rispettato, capace di muoversi nel lavoro con una sicurezza che a me, molto più giovane, sembrava impressionante. Una persona può persino spaccare il mondo dal punto di vista professionale e continuare a portarsi dentro paure che nessun successo riesce a neutralizzare.
Forse questa è stata una delle prime cose che ho imparato davvero osservando gli adulti: le parti di una persona non crescono necessariamente alla stessa velocità.
Può crescere il professionista e rimanere fragile il bambino. Può maturare l’intelligenza, consolidarsi il prestigio, aumentare la capacità di decidere, e restare intatto un punto interno che continua a domandarsi se sarà amato.
Ettore mi aveva raccontato di essere cresciuto con genitori freddi, forse anche assenti, o semplicemente troppo impegnati a portare la pagnotta a casa per riuscire a dargli tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno.
Quello che vedevo, però, era un uomo al quale sembrava difficilissimo concepire che l’amore potesse anche essere incondizionato.
Era Capricorno, tra l’altro. E nella mia personalissima mitologia astrologica il Capricorno è proprio quello che deve imparare una delle cose più scandalose: che qualcuno potrebbe amarti senza che tu abbia fatto niente per guadagnartelo.
Senza performance. Senza risultati. Senza carriera. Senza dover dimostrare continuamente il proprio valore.
Qualcuno ti ama.
Basta.
Una volta, mentre mi raccontava del ballerino, Ettore mi disse con una franchezza quasi brutale che in fondo delle sue figlie non gli importava niente.
Eppure loro lo adoravano.
Quella frase mi rimase dentro proprio perché mi sembrava una contraddizione enorme. Quelle ragazze, almeno per come le vedevo io, erano forse le persone dalle quali riceveva la forma più semplice di amore: non doveva sedurle, impressionarle, dimostrare di essere brillante, desiderabile o vincente.
Era il loro padre.
Punto.
Eppure sembrava che proprio quell’amore così poco negoziato gli arrivasse meno di quello per il quale invece soffriva, si tormentava, si esponeva.
Era cattolico, e forse era una delle poche cose di lui che riusciva davvero a irritarmi. Non la fede in sé. Piuttosto quello che, ai miei occhi, certe aspettative e certe idee su come dovesse essere una vita avevano finito per produrre nelle sue scelte, compresa quella di aver costruito a un certo punto una vita con una donna.
Non mi interessa oggi giudicarlo.
Anzi, credo che sarebbe profondamente incoerente con tutto questo articolo.
Mi interessa capire ciò che io avevo imparato osservandolo.
Perché la verità è che non ero soltanto io a osservare lui.
Lui aveva osservato me.
Ed è forse proprio qui che stavamo sbagliando entrambi.
Conoscevamo benissimo le debolezze l’uno dell’altro.
Io conoscevo le sue.
Lui conosceva le mie.
Ci eravamo esposti moltissimo. Forse troppo. Ci eravamo raccontati cose che normalmente si tengono nascoste molto più a lungo. Sapevamo dove l’altro era vulnerabile, cosa lo faceva sentire insicuro, cosa desiderava, cosa temeva.
Ma c’era un problema.
Nessuno dei due aveva ancora fatto davvero i conti con le proprie fragilità.
Conoscevamo quelle dell’altro forse meglio delle nostre, o almeno ci risultava molto più facile analizzare quelle dell’altro che affrontare le nostre.
A un certo punto gli confessai che anch’io, durante un periodo difficile con l’università, mi ero avvalso delle benzodiazepine.
Lui mi disse:
«Sembravi più forte di me.»
Credo che quella frase dica quasi tutto.
La cosa più comica è che, quando me lo disse, io ero già entrato in una fase in cui l’università non la frequentavo praticamente più: mi presentavo direttamente agli esami. L’aperitivo non era nemmeno più il premio alla fine di una giornata di studio. Capitava piuttosto che alle nove del mattino fossi già in vestaglia, con un tumbler di Scotch e cola in mano, a fare balletti davanti allo specchio con il gatto, su qualche pezzo malinconico, contemplando con largo anticipo quelli che mi sembravano già i fallimenti della mia vita. Eppure, a quanto pare, sembravo quello più forte dei due. Evidentemente il mio Ascendente Bilancia stava facendo degli straordinari.
Io guardavo lui e vedevo un uomo affermato, intelligente, sensibilissimo eppure capace di muoversi nel mondo professionale con enorme sicurezza. Lui guardava me e, nonostante sapesse perfettamente quanto potessi essere fragile, continuava evidentemente a pensare che fossi quello più forte.
Forse ci vedevamo entrambi attraverso la stessa illusione.
La forza che non riuscivamo a riconoscere in noi stessi la attribuivamo all’altro.
E così conoscevamo le ferite reciproche senza sapere ancora cosa fare delle nostre.
Questo, forse, fu il nostro errore.
Non esserci incontrati.
Non esserci raccontati.
Non esserci voluti bene.
Quello non credo sia stato un errore.
Forse eravamo davvero, l’uno per l’altro, la persona perfetta nel momento sbagliato.
Il problema è che riconoscersi non significa necessariamente essere pronti per stare insieme.
E soprattutto riconoscersi non significa sapersi salvare.
Anzi, due persone possono comprendersi profondamente proprio perché condividono qualcosa che nessuna delle due ha ancora imparato a superare.
Forse ci eravamo incontrati nel punto più vulnerabile.
Ed essere conosciuti così profondamente può essere meraviglioso, ma anche spaventoso.
Perché sapere dove una persona sanguina non significa avere gli strumenti per fermare il sangue.
E conoscere perfettamente la ferita dell’altro può diventare, qualche volta, un modo molto sofisticato per non guardare la propria.
La cosa quasi perfetta nella sua assurdità è che Ettore era anche un fan sfegatato dei Placebo.
E chi gli aveva trasmesso quell’amore?
Sua moglie.
Anche questo mi sembra una piccola lezione sulla non linearità della vita. Una persona può uscire dalla tua storia e averti lasciato dentro qualcosa che continuerà ad accompagnarti molto dopo.
Non tutto ciò che finisce è stato inutile.
Non tutto ciò che ci ferisce deve essere cancellato.
Ma c’è una differenza enorme fra voltarsi qualche volta per ricordare e camminare perennemente con la testa girata all’indietro.
Io questa cosa l’ho vista in alcune persone.
Non è più ricordare.
È vivere guardando altrove.
E se cammini abbastanza a lungo con la testa girata indietro, prima o poi ti incurvi. Ti irrigidisci. Ti consumi perfino nella postura. Continui magari ad avanzare, fai carriera, costruisci una famiglia, guadagni, vieni rispettato, diventi bravissimo in quello che fai.
Ma cammini storto.
Non perché tu sia necessariamente debole.
Perché una parte di te sta ancora guardando qualcosa che è successo molto tempo prima.
Forse frequentare persone più grandi di me è stata davvero una delle mie scuole più importanti.
Una scuola senza esame.
Ettore non si era mai seduto davanti a me per impartirmi una lezione.
Viveva.
Io osservavo.
E imparavo.
Ma sarebbe presuntuoso raccontarla come se fossi stato soltanto io quello lucido che studiava la fragilità altrui.
Lui faceva la stessa cosa con me.
Forse mi aveva capito più di quanto credessi.
Forse anch’io ero diventato per lui una specie di lezione involontaria.
E trovo quasi commovente pensare che due persone possano insegnarsi così tanto senza riuscire necessariamente a risolversi.
Nessun professore.
Nessun appello.
Nessuna bibliografia.
Nessun voto.
Soltanto persone.
Ed è curioso che delle migliaia di pagine che avrei dovuto studiare per certi esami ricordi oggi frammenti, mentre ricordo perfettamente una frase pronunciata da un uomo anni fa:
«Sembravi più forte di me.»
Forse è proprio qui la differenza fra accumulare informazioni e imparare.
Non basta che qualcosa ci accada davanti.
Bisogna saperla osservare.
Ho visto due paesi e ho capito che normale non significa universale. Ho visto persone raffinatissime senza titoli e persone piene di titoli incapaci di dire buongiorno. Ho visto studenti brillanti dormire durante le lezioni, esami dimenticati e poi superati, pantaloni prestati che arrivavano sopra le caviglie, una patente fallita nel tentativo di non far spegnere una Ford Focus, una maturità affrontata con una tesina che non sapevo spiegare e un uomo professionalmente fortissimo che poteva sentirsi interiormente molto più fragile di me.
Ho visto abbastanza contraddizioni da non potermi più fidare troppo delle categorie.
Forse questo è il mio filo.
La coerenza non significa linearità.
Una cosa può avere senso per me oggi e smettere di averlo domani. Anche i miei valori possono cambiare. Posso trovare una logica nel comportamento di qualcuno che considero immorale senza per questo assolverlo.
Comprendere non significa giustificare.
Forse è anche per questo che non mi pento quasi mai veramente.
Il me stesso di allora disponeva di ciò che aveva allora: la sua intelligenza, la sua stupidità, ciò che aveva letto, ciò che ignorava, le persone incontrate fino a quel momento. In certe occasioni anche un’aragosta che evidentemente non collaborava, troppo vino e una presentazione PowerPoint preparata da un altro.
E con tutto questo, misteriosamente, me la sono sempre cavata.
Non sempre bene. Non sempre elegantemente. Qualche volta con pantaloni troppo corti. Qualche volta togliendo la precedenza a un autobus. Qualche volta arrivando a un esame senza sapere bene cosa dovessi dire.
Ma me la sono cavata.
Mettere in dubbio tutto, per me, non significa non credere in niente.
Significa voler scegliere personalmente a che cosa credere.
La mia identità non è soltanto ciò che un paese, una famiglia, una scuola, un professore, un’università, una classe sociale o un canone culturale sono riusciti a farmi assorbire.
È quello che è rimasto dopo che ho assorbito, confrontato, contraddetto, rifiutato, desiderato e qualche volta ridicolizzato tutto.
Un mish-mash.
Un po’ bulgaro, un po’ italiano, qualcosa preso in Francia, qualcosa osservato in Germania, qualcosa riconosciuto in Ungheria, qualcosa imparato in Turchia. Flaubert accanto a Yeats. Dio accanto al dubbio. La tovaglia stirata accanto alla parolaccia.
Non è ordinato: è riuscito.
E forse vale anche per me.
Non sono obbligato a diventare la biblioteca ideale, il cittadino ideale o il personaggio ideale di qualcun altro.
E allora sì.
Go fix yourself.
Il disordine nella mia testa, almeno, vorrei scegliermelo da solo.
E continuare, possibilmente, a guardarmi pensando di essere bello oggi come non sono mai stato.
Mish-Mash Bulgaro