REMINDS ME OF: Avere un posto dove andare, ovvero tutto ciò che sappiamo di noi non è ancora noi

Ho sempre avuto la sensazione di partecipare alla vita osservandola contemporaneamente da fuori. Non nel senso di esserne escluso davvero: ho studiato, lavorato, conosciuto persone, preso autobus, fatto la spesa, litigato, amato, pagato bollette e fatto tutte quelle cose che certificano in maniera abbastanza incontrovertibile che uno, purtroppo o per fortuna, appartiene al genere umano. Eppure dentro di me è sempre rimasto un piccolo osservatore seduto qualche fila più indietro.

Nella lettura numerologica a cui sono affezionato sono un 9 e mi piace pensare che questa figura dell’osservatore abbia qualcosa a che vedere con il mio cammino. Non lo dico come se avessi scoperto una legge della fisica. Le cose simboliche mi interessano proprio perché non devono necessariamente trasformarsi in un certificato catastale. Il 9, nel modo in cui lo sento io, arriva abbastanza vicino alle cose da viverle e abbastanza lontano da guardarle. Io quella distanza l’ho conosciuta molto prima di sapere che potesse avere un numero.

Da bambino non mi sembrava di appartenere completamente nemmeno ai giochi degli altri bambini. Più tardi, arrivato in Italia da ragazzo, senza amici e senza neppure concepire seriamente l’idea di potermi fidanzare come vedevo fare agli altri, imparai soprattutto una cosa: la sopravvivenza riguarda l’oggi. La progettualità era già un lusso successivo.

Guardavo gli altri fare programmi e ne ero quasi affascinato. Mi sembrava sapessero qualcosa che io non sapevo: quale scuola, quale università, quale lavoro, quale casa, quale fidanzata, quale macchina. Come se all’ingresso avessero ricevuto un dépliant che a me nessuno aveva consegnato.

Alla scuola professionale questa sensazione diventò ancora più evidente. In prima fummo promossi in otto e alcuni erano già stati bocciati una volta. Ricordo ragazzi che sembravano avere già una traiettoria assegnata. Anni dopo vidi per caso su Facebook che uno dei miei compagni lavorava nella macelleria della famiglia. Non c’è assolutamente nulla di triste nel lavorare nella macelleria di famiglia. Il punto è un altro: già allora mi impressionava la facilità con cui certe vite sembravano possedere una forma prima ancora che chi le viveva avesse avuto il tempo di interrogarsi su quella forma.

In Bulgaria avevo visto anche il contrario: ragazzi con pochissimo per i quali lo studio sembrava avere un’urgenza enorme, quasi una possibile via d’uscita. Qui incontravo talvolta ragazzi che mi sembravano già rassegnati a ciò che sarebbe venuto dopo. Non necessariamente infelici. Forse nemmeno consapevoli di esserlo. Semplicemente: questo c’è, questo farò.

Io facevo i compiti e andavo avanti. Non perché a quindici anni avessi un meraviglioso piano trentennale. A quindici anni non avevo neppure un piano per giovedì. Andavo avanti perché il giorno dopo bisognava andare a scuola.

Forse fu uno dei miei primi disincanti: capire che tra fare tutto bene e ricevere in cambio una vita ordinata non esiste alcun contratto firmato.

Eppure per anni continuai ad ammirare l’ordine degli altri. Mi capitava di svegliarmi la mattina e osservare le persone andare al lavoro pensando: hanno un posto dove andare.

Questa cosa mi sembrava enorme.

Una sveglia, una doccia, la macchina, un badge, una scrivania. Interpretavo quasi la destinazione geografica come una direzione esistenziale. Quello sa dove deve trovarsi alle nove, dunque probabilmente saprà anche dove sta andando nella vita.

Solo molto più tardi avrei incontrato l’idea dei bullshit jobs di David Graeber e il sospetto, piuttosto comico se ripenso al ragazzo che ero, che si possa avere un luogo precisissimo nel quale presentarsi ogni mattina alle 8:30 senza essere altrettanto sicuri del motivo per cui ci si presenta.

Avevo confuso la struttura con il senso.

Poi ho lavorato anch’io. E quando finalmente entri dentro ciò che per anni hai osservato dalla platea scopri una cosa abbastanza irritante: la scenografia vista da fuori era molto più convincente.

Durante uno stage lavoravo in un albergo davanti al carcere. Un giorno chiacchieravo con il receptionist di turno e lui, con una certa soddisfazione, mi raccontò che non sapeva nemmeno lui come fosse riuscito ad arrivare ad avere due o tre case di proprietà. Non ricordo più il numero esatto, ed è quasi più bello così: comunque erano troppe per il mio conto corrente.

Continuammo a parlare, cambiammo completamente argomento e finimmo sulla cucina. Mi disse che per mantecare il risotto usava la margarina.

«Non ci metti il burro?»

«Costa troppo.»

Quella conversazione mi è rimasta impressa più del numero delle case.

Io associavo la margarina alle colazioni della mia infanzia con i nonni. In Italia non credo di averne mai comprato un panetto. Eppure quell’uomo aveva costruito una solidità patrimoniale che allora mi sembrava fantascienza risparmiando, evidentemente, anche sul burro del risotto.

Non lo racconto per dire che io abbia ragione e lui torto. Sarebbe troppo facile e soprattutto falso. Magari lui preferiva avere tre case e mantecare con la margarina; io preferirei probabilmente avere una casa in meno e una béarnaise in più.

Sono due sistemi filosofici perfettamente completi.

Ed è qui che arrivano quelle che ormai chiamo le persone da Palmolive.

Mi affascinano e, lo ammetto, talvolta le disprezzo anche. Voglio poter usare anche questa parola, perché altrimenti mentirei. Ma non significa che le consideri inferiori. È una contraddizione molto più fastidiosa: le disprezzo per qualcosa e contemporaneamente le ammiro per una capacità che io non possiedo.

Sanno starci dentro.

Arrivano a fine mese, scelgono una priorità, rinunciano a un’altra cosa, mangiano pasta perché magari devono risparmiare per il mutuo, comprano un vestito perché serve un vestito, portano il bambino all’asilo, vanno dal medico, fanno la lavatrice, ricominciano.

Io non potrei essere una persona da Palmolive.

Questo lo so.

Eppure a volte la invidio.

Non perché desideri veramente la sua vita.

Invidio la capacità di abitarla.

Qualche giorno fa accompagnai Marco dal medico a San Zenone. Mentre lui era dentro feci una passeggiata. Guardavo la provincia, una piazzetta, le persone. Vidi una donna che aveva appena preso il bambino dall’asilo, vestita in maniera semplicissima, con quei tessuti sintetici e pratici che io registro immediatamente senza alcun motivo utile alla sopravvivenza.

Mi tornò in mente un posto in provincia dove avevo lavorato anni prima, alcune dipendenti vestite nello stesso modo, e pensai di nuovo alle persone da Palmolive.

Poi, per fortuna, mi venne anche il dubbio.

Forse quella donna spende i suoi soldi in altro. Forse risparmia per la casa. Forse ha un mutuo. Forse possiede tre appartamenti e io sono quello che passeggia davanti allo studio medico facendo filosofia sul poliestere.

Non ne ho la minima idea.

Ed è proprio questo il punto.

Io vedo una scena e comincio a interrogarmi sul sistema invisibile che potrebbe esserci dietro.

Ogni tanto provo anch’io a scegliere una versione della normalità. Penso: bene, questa volta faccio questo, accetto quello, seguo il programma. E magari per un po’ ci riesco.

Poi qualcosa comincia a grattare dall’interno.

Vedo il meccanismo.

E quando vedo un meccanismo faccio molta fatica a continuare a comportarmi come se fosse una legge naturale.

Da qui nasce una doppia frustrazione: sapere che quella vita non la vorrei davvero e, contemporaneamente, rimanerci male quando scopro ancora una volta di non riuscire a viverla.

Durante quella stessa passeggiata passai davanti a un kebab.

E mi venne una voglia curiosissima: non tanto di kebab, quanto di essere una persona che passa davanti a un kebab, ha fame, entra e mangia un kebab.

Sembra una scemenza.

Per me non lo è.

In Bulgaria, soprattutto anni fa, lo street food apparteneva molto di più alla vita quotidiana. Uscivi, vedevi qualcosa, avevi fame, la prendevi. Non era necessario trasformare il pranzo in un evento.

Qui io quella spontaneità l’ho quasi disimparata.

Se sono fuori, spesso o mangio al ristorante oppure niente. Anche il cibo deve avere una cornice. Deve meritare il fatto che io lo mangi, e io probabilmente devo meritare il fatto che esso venga mangiato da me. Una relazione sanissima.

Così mi sono ritrovato davanti a quel kebab a desiderare non il panino, ma il gesto.

Fare una cosa perché mi andava di farla e basta.

Forse, a forza di cercare dignità nelle cose, ho costruito intorno a me anche alcune piccole rigidità.

Ma la dignità per me rimane importante.

Prendiamo l’ombrello.

Se piove non è una scelta filosofica: serve un ombrello. Non sono io a decidere la pioggia. Ma se devo portarmi dietro un oggetto perché il mondo ha deciso di rovesciarmi dell’acqua addosso, almeno quell’oggetto può essere bello. Posso comprarne uno ben fatto, elegante, pagarlo il giusto e averne cura.

Io i miei ombrelli difficilmente li dimentico.

Proprio perché ci tengo.

Mi succede anche con i vestiti. Se compro una bella maglietta e la pago il suo prezzo, faccio attenzione. Non mi metto a friggere indossandola come se l’unto fosse una costruzione sociale. Se invece una cosa l’ho comprata quasi per caso, a poco, magari all’outlet, anche se materialmente potesse essere la stessa, psicologicamente diventa più facile considerarla sostituibile.

Non posso decidere se piove.

Posso decidere con quale ombrello attraversare la pioggia.

Ma anche questa frase, se ci penso, racconta soltanto metà della storia.

Perché spesso non siamo nemmeno noi a scegliere ciò che finirà per avere importanza.

Le cose riaffiorano.

Un sapore. Un odore. Una frase. Un pesce al supermercato.

Ricordo degli uomini rom che avevano finito di lavorare e compravano dello sgombro. Non so perché quella scena sia rimasta con me. Per me lo sgombro apparteneva anche ai ricordi di mio nonno, che lo preparava sulla carbonella: bisognava accenderla, aspettare, fare tutto come si deve.

Quel giorno vidi invece quegli uomini comprare il pesce dopo il lavoro con una concretezza assoluta.

Oggi, a volte, mi piace pensare di voler assomigliare un po’ a loro, almeno a quelli che sono rimasti nella mia memoria.

Non nel senso romantico e ridicolo di idealizzare la precarietà. La precarietà è meravigliosa soprattutto quando la racconta qualcuno che possiede già una casa.

Mi interessa un’altra cosa.

Hai lavorato. Hai fame. Compri lo sgombro. Stasera mangerai lo sgombro.

Domani arriverà domani.

Io non decisi di dare importanza a quella scena.

Fu quella scena, per qualche ragione, a scegliere me.

Ed è questo che succede spesso nei Reminds me of. Mangio qualcosa, vedo qualcosa, sento una parola e improvvisamente riaffiora un episodio che non sapevo nemmeno di avere conservato.

A quel punto gli sto dietro.

Cerco di capire perché sia tornato.

Non mi vergogno particolarmente di raccontare esperienze banali anche per questo. Essere cresciuti dai nonni non è unico. Essere immigrati non è unico. Essersi sentiti soli da adolescenti non è unico. Essersi invaghiti di un compagno di scuola senza poter dire niente non è unico. Lasciare un percorso di studi a metà non è unico. Cambiare lavoro, non sapere che cosa fare della propria vita, desiderare di diventare ricchi, sentirsi fuori posto: non ho inventato praticamente nulla.

Siamo molto più replicabili di quanto ci piaccia credere.

E questa cosa, stranamente, non mi deprime.

Mi incuriosisce.

Perché un’esperienza non diventa insignificante soltanto perché è accaduta anche a un milione di persone.

Anzi, forse è proprio lì che comincia il problema più interessante.

Due persone possono vivere quasi lo stesso avvenimento senza vivere affatto la stessa cosa.

Possono avere la stessa età, lo stesso lavoro, lo stesso reddito, magari persino una storia familiare simile. Possiamo mettere in colonna tutte le variabili che vogliamo.

Eppure una di quelle persone vede un uomo comprare uno sgombro dopo il lavoro e quindici anni dopo ci sta ancora pensando.

L’altra no.

Il fatto è condivisibile.

Il significato non necessariamente lo è.

E questo mi riporta anche a una domanda che mi sono fatto altrove: a che cosa serve la sensibilità?

Perché, se devo essere sincero, nel mondo materiale non sono affatto certo che la sensibilità vinca sempre.

Spesso vince il pragmatismo.

Anzi, molto spesso è proprio il pragmatismo ciò che permette alle persone di vivere, lavorare, risolvere problemi, mantenere una famiglia, prendere una decisione senza trasformarla in un trattato di fenomenologia.

Una persona meno sensibile può talvolta attraversare una situazione con molta più efficienza di una persona che registra ogni sfumatura, ogni contraddizione, ogni implicazione.

Il mondo non ci premia necessariamente perché sentiamo di più.

Può perfino punirci per questo.

Se devo costruire un ponte voglio che il ponte regga. Se devo organizzare una rete ferroviaria preferisco qualcuno che sappia far arrivare i treni piuttosto che qualcuno che abbia un rapporto particolarmente raffinato con la malinconia delle stazioni.

E sarebbe piuttosto comico pretendere il contrario.

Per molto tempo, quindi, la sensibilità ha potuto apparire come una specie di eccedenza.

Bellissima, certamente.

Ma un’eccedenza.

Una cosa che rende la vita più profonda senza necessariamente renderla più efficace.

E se invece fosse proprio questo rapporto a rovesciarsi?

Qui arrivo a qualcosa che mi interessa sempre di più.

In filosofia esiste una parola bellissima: ipseità.

Non significa semplicemente personalità. Non significa il carattere, la memoria, il temperamento, i gusti o la biografia.

È, molto più radicalmente, il fatto di essere sé stessi.

Non chi sono?, ma:

che cosa significa che questa vita sia vissuta proprio da qui?

Da questo punto.

Da questo “io”.

La scienza può continuare a spiegare sempre meglio moltissime cose di noi. Può studiare la memoria, l’emozione, il comportamento, i processi cognitivi, l’attività cerebrale. In futuro potremmo avere modelli di una precisione oggi quasi inconcepibile.

Ma una domanda rimane filosoficamente aperta:

una descrizione perfetta di una persona equivale alla persona?

Io non ne sono affatto convinto.

Non perché immagini necessariamente dentro di noi un omino mistico nascosto dietro la ghiandola pineale che beve tè e aspetta che Cartesio torni a prenderlo.

Il problema è un altro.

Una spiegazione può essere vera senza necessariamente esaurire ciò che spiega.

Posso sapere moltissimo sul perché una persona ama qualcuno. Posso studiarne l’attaccamento, la memoria, la biologia, la storia personale.

Ma esiste ancora una distanza tra spiegare perché sia accaduto e chiedere a quella persona:

«Che cosa ha significato per te averla amata?»

Ed è proprio questa distanza che mi affascina.

Ma prima ancora di arrivare alle macchine c’è una cosa che mi sembra importante riconoscere.

Non abbiamo disciplinato soltanto il lavoro. Abbiamo disciplinato anche l’intimità.

Per lunghi periodi della storia e in moltissime società, la nostra esistenza è stata organizzata intorno a necessità molto concrete legate alla sopravvivenza materiale, alla riproduzione e alla continuità della specie stessa e delle comunità umane.

Servivano braccia per coltivare.

Servivano persone per costruire, trasportare, difendere, amministrare, produrre.

Ma servivano anche nuove generazioni.

Servivano famiglie capaci di mettere al mondo figli, crescerli, distribuire il lavoro, trasmettere proprietà, conoscenze, mestieri, assistenza e continuità da una generazione a quella successiva.

In questo senso, non era organizzato soltanto il lavoro.

Anche la vita privata partecipava alla sopravvivenza collettiva.

Il matrimonio, la procreazione, la divisione dei ruoli, l’eredità, la reputazione morale non erano soltanto questioni intime. Erano anche strumenti attraverso i quali una comunità cercava di garantire la propria continuità.

Il matrimonio poteva naturalmente contenere amore, e spesso lo conteneva. Ma non sempre nasceva dalla nostra idea contemporanea che due individui dovessero incontrarsi, riconoscersi e decidere di condividere la vita perché si erano innamorati.

Molto spesso il punto era più concreto.

La vita andava organizzata.

E per organizzarla serviva una forma.

Un uomo.

Una donna.

Dei figli.

Una casa.

Un mestiere.

Dei doveri.

Una linea che continuasse.

Possibilmente fino alla morte.

Intorno a quella struttura abbiamo costruito anche interi sistemi morali.

Questa è una persona per bene.

Questa no.

Questo è un buon marito.

Quella è una buona moglie.

Quello ha messo la testa a posto.

Quell’altro si è perso.

Siate come il primo.

Non diventate come il secondo.

Quelle norme non erano sempre nate da un desiderio deliberato di opprimere. Spesso proteggevano cose concrete: continuità, cura, responsabilità, prevedibilità, coesione sociale.

Ma il prezzo poteva essere enorme.

Perché ogni modello abbastanza forte da garantire stabilità può diventare anche abbastanza forte da schiacciare ciò che non gli somiglia.

E allora penso a quante vite siano state vissute non soltanto facendo un lavoro che non si desiderava, ma diventando una persona che non si desiderava essere.

Continuare il mestiere del padre.

Sposare qualcuno perché era arrivato il momento di sposarsi.

Restare con quella persona perché un matrimonio doveva durare.

Avere figli perché una vita adulta senza figli sembrava incompleta, egoista o sospetta.

Sacrificarsi per una moglie e dei figli non perché quello fosse necessariamente il proprio desiderio, ma perché quella era la forma attraverso cui si riconosceva un uomo responsabile.

Oppure reprimere un desiderio che semplicemente non entrava nel disegno.

Amare una persona dello stesso sesso.

Non volere figli.

Non volere sposarsi.

Voler partire.

Voler fare un mestiere che nella propria famiglia nessuno aveva mai fatto.

Voler essere qualcosa per cui il proprio ambiente non possedeva ancora nemmeno una parola gentile.

Perché no?

E qui forse la questione della profondità umana diventa molto meno astratta.

Perché ciò che chiamo il nostro brulichio interiore non è soltanto la capacità di contemplare un tramonto o ricordare uno sgombro.

È anche quel punto dal quale, magari contro tutto ciò che ci è stato insegnato, emerge una frase semplicissima:

io vorrei vivere altrimenti.

E per secoli quella frase poteva essere costosissima.

A volte poteva essere impronunciabile.

Forse abbiamo passato una parte enorme della nostra storia a costruire strutture necessarie alla sopravvivenza collettiva e alla continuità della specie e, nel farlo, abbiamo spesso chiesto agli individui di amputare una parte della propria complessità.

Non sempre per cattiveria.

Spesso perché la necessità tollera male l’ambiguità.

La sopravvivenza ama le categorie nette.

Chi lavora.

Chi eredita.

Chi sposa chi.

Chi mette al mondo i figli.

Chi li cresce.

Chi appartiene a quale famiglia.

Chi è rispettabile.

Chi non lo è.

La profondità, invece, è tremendamente inefficiente.

Cambia idea.

Contraddice sé stessa.

Desidera ciò che non dovrebbe desiderare.

Scopre a quarant’anni qualcosa che a venti non sapeva nemmeno formulare.

Ama la persona sbagliata.

Non vuole ciò che tutti avevano assicurato che avrebbe voluto.

E forse per molto tempo abbiamo trattato proprio questa parte dell’essere umano come un problema da disciplinare.

Ma che cosa succede se adesso le necessità cambiano?

Per gran parte della nostra storia la nostra presenza è stata indispensabile alla sopravvivenza materiale della specie.

Servivamo.

Servivano corpi.

Servivano mani.

Serviva tempo.

Serviva memoria.

Serviva forza.

Serviva attenzione.

Servivano persone per coltivare, costruire, trasportare, curare, amministrare, contare, progettare, vendere, organizzare.

E servivano nuove persone per continuare a farlo nella generazione successiva.

Produzione e riproduzione non erano quindi due mondi completamente separati.

Erano due parti dello stesso problema fondamentale:

fare in modo che la vita continuasse.

Persino una parte enorme della nostra identità moderna si è costruita intorno a questa idea.

Che lavoro fai?

È una delle prime cose che chiediamo a qualcuno.

Come se, per capire chi abbiamo davanti, fosse utile sapere prima di tutto a quale parte del meccanismo produttivo appartiene.

Ma che cosa succede se questo comincia a cambiare?

Se una quota crescente della produzione materiale, dell’organizzazione, dell’elaborazione delle informazioni e perfino della creazione di valore potesse essere affidata a sistemi automatici, intelligenze artificiali, robot e macchine?

Non sto dicendo che l’uomo sparirà dal lavoro né che tutto questo avverrà in maniera lineare.

Il futuro ha la pessima abitudine di non leggere le nostre previsioni.

Ma la possibilità pone comunque una domanda enorme:

che cosa accade a una specie che per millenni ha dovuto modellare la propria vita attorno alla sopravvivenza, quando una parte crescente di ciò che serviva a sopravvivere non richiede più necessariamente la sua presenza nello stesso modo?

Fino a oggi abbiamo temuto soprattutto la scarsità.

Non avere abbastanza cibo.

Non avere abbastanza energia.

Non avere abbastanza denaro.

Non avere abbastanza lavoro.

Non avere abbastanza mani.

Il paradosso del futuro potrebbe essere completamente diverso.

Potremmo essere costretti a confrontarci non con la nostra insufficienza, ma con una forma nuova di non necessità.

La fabbrica continua.

Il software continua.

La logistica continua.

Le macchine costruiscono altre macchine.

I sistemi ottimizzano sistemi.

Il materiale cresce.

Quello che un tempo avremmo chiamato plusvalore — qualunque forma assuma in un’economia futura — potrebbe continuare a essere prodotto.

E l’uomo?

Per una volta potrebbe non essere lui l’elemento indispensabile affinché tutto questo accada.

È una possibilità stranissima.

Perché siamo abituati a pensare la liberazione dal lavoro quasi esclusivamente come un vantaggio.

E naturalmente potrebbe esserlo.

Se una macchina può evitare a un uomo un lavoro distruttivo, monotono o pericoloso, difficilmente rimpiangerò romanticamente il fatto che quell’uomo non debba più farlo.

Ma rimane un secondo problema.

Molto meno tecnico.

Molto più fastidioso.

Che cosa faremo di noi quando non saremo più costretti a occuparci continuamente della materia?

E soprattutto:

che cosa vorremo quando non saremo più obbligati a volere ciò che serviva alla sopravvivenza?

Perché forse non stiamo andando soltanto verso una possibile liberazione da una parte del lavoro necessario.

Potremmo andare, lentamente e in modo molto meno lineare, verso un allentamento di intere identità costruite sulla necessità.

Non devo necessariamente fare il mestiere di mio padre.

Non devo necessariamente sposarmi.

Non devo necessariamente avere figli.

Non devo necessariamente amare una persona dell’altro sesso.

Non devo necessariamente organizzare tutta la mia esistenza intorno al fatto di essere economicamente utile nello stesso modo in cui lo erano le generazioni precedenti.

È una libertà enorme.

Ma è anche vertiginosa.

Perché liberarci dal copione non ci dice automaticamente che cosa scrivere al suo posto.

Forse, per millenni, abbiamo modellato l’essere umano affinché fosse funzionale alla sopravvivenza della specie e della comunità.

Il futuro potrebbe essere uno dei primi momenti della nostra storia in cui una parte crescente di quelle necessità non ci dirà più automaticamente chi dobbiamo essere.

E allora potremmo trovarci davanti alla domanda più semplice e più terribile:

se non devo più essere qualcosa perché la vita continui, che cosa voglio essere?

Ed è qui che compare la sfida più grande.

Abbiamo passato millenni a imparare a sopravvivere adattandoci alle strutture.

Potremmo dover imparare finalmente a sopravvivere senza permettere alle strutture di esaurire ciò che siamo.

Perché il rischio sarebbe ironico.

Liberarci da «devi sposarti, devi avere figli, devi fare il lavoro di tuo padre» e finire qualche decennio dopo davanti a un sistema che ci dice:

«Statisticamente, una persona come te desidera questo.»

Meraviglioso.

Saremmo passati dalla nonna al supercomputer senza esserci mai concessi il tempo di chiedere:

«Aspetta. Ma io che cosa voglio?»

E qui l’intelligenza artificiale diventa per me molto più interessante della discussione su quante e-mail sappia scrivere in dieci secondi.

Immagino un futuro, nemmeno troppo fantascientifico, in cui un sistema conosca praticamente tutto ciò che è stato possibile registrare di una persona.

Le sue parole.

Le fotografie.

Gli acquisti.

Le ricerche.

I messaggi.

I gusti.

Gli spostamenti.

I parametri corporei.

Potrebbe un giorno integrare quantità di informazioni biologiche e comportamentali che oggi non sapremmo nemmeno come interpretare.

Potrebbe scoprire delle regolarità prima di noi.

Potrebbe sapere che una certa persona ci attirerà.

Potrebbe accorgersi che stiamo per abbandonare un lavoro prima ancora che noi formuliamo coscientemente il pensiero.

Potrebbe prevedere quale vestito compreremo, che cosa mangeremo, quale canzone ci farà riaffiorare un ricordo.

Potrebbe arrivare a dire:

«Ti conosco.»

E io continuerei a volergli domandare:

«Conosci me o possiedi la descrizione più accurata mai costruita di me?»

Sembrano la stessa cosa.

Non sono sicuro che lo siano.

Ed è a questo punto che mi viene da pensare una cosa quasi brutale:

la privacy sarà probabilmente il minimo delle nostre preoccupazioni.

Non perché non conti.

Naturalmente conta chi possiede i nostri dati, come vengono utilizzati e quali poteri possono essere esercitati attraverso di essi.

Ma il problema più profondo potrebbe essere un altro.

Che cosa succede all’essere umano quando non soltanto qualcuno può sapere quasi tutto di lui, ma può descriverlo, prevederlo, anticiparne alcune scelte e, nello stesso tempo, il mondo materiale può cominciare ad avere sempre meno bisogno della sua presenza per funzionare?

Questa, per me, è la parte veramente inquietante.

Perché forse la domanda non sarà più soltanto:

come faccio a proteggere i miei dati?

Potrebbe diventare:

come faccio a proteggere la possibilità di non coincidere completamente con ciò che di me è stato calcolato?

Come faccio a non trasformare la previsione in destino?

La correlazione in identità?

Il profilo in persona?

La descrizione in sentenza?

E se un giorno un sistema mi conoscesse abbastanza bene da dire che probabilmente non entrerò in quel kebab, il problema non sarebbe necessariamente che ha indovinato.

Il problema comincerebbe nel momento in cui fossi io a guardare il kebab e pensare:

in effetti io non sono una persona che entra nei kebab.

Come se il mio passato avesse improvvisamente ottenuto il diritto di voto su tutto il mio futuro.

Ed è per questo che penso che il prossimo grande compito umano potrebbe essere molto diverso da quelli che ci hanno accompagnato finora.

Per gran parte della nostra storia abbiamo dovuto imparare soprattutto a sopravvivere fuori di noi.

Abbiamo imparato a proteggerci dal freddo, dalla fame, dalle malattie, dalle distanze, dalla violenza della natura.

Abbiamo costruito case, strade, ospedali, istituzioni, reti, sistemi di previdenza, assicurazioni, tecnologie.

Nel mondo materiale siamo diventati, almeno in parte, straordinariamente abili.

Siamo capaci di mandare un messaggio dall’altra parte del pianeta in meno tempo di quanto impieghi io a trovare gli occhiali quando sono sulla mia testa.

Eppure il futuro potrebbe chiederci qualcosa di completamente diverso.

Imparare a sopravvivere dentro di noi.

Non in senso clinico.

In un senso molto più sottile.

Conservare quel brulichio che abbiamo nel nostro anfratto più profondo.

Quella zona fatta di contraddizioni, associazioni impreviste, desideri che cambiano, ricordi che riaffiorano senza essere convocati, pensieri che non abbiamo ancora terminato, sentimenti che non riusciamo nemmeno a nominare, significati che comprendiamo soltanto vent’anni dopo.

Non credo che il nostro nucleo più profondo sia necessariamente un oggetto puro, immobile e perfettamente definito.

Al contrario.

Forse è vivo proprio perché brulica.

E forse dovremo imparare a difendere proprio questo.

Non necessariamente dalle macchine.

Anche da noi stessi.

Dalla tentazione di diventare perfettamente spiegabili a noi stessi.

Dalla tentazione di leggere una previsione e pensare:

allora sono fatto così.

Dalla tentazione di scambiare il nostro profilo per il nostro destino.

Dalla tentazione di sostituire i vecchi comandamenti sociali con nuovi comandamenti statistici.

Potremmo diventare la prima generazione costretta non soltanto a difendere ciò che possiede, ma anche lo spazio interiore in cui non è ancora diventata qualcosa di completamente leggibile.

Ed è una cosa che trovo quasi spaventosa.

Perché potremmo essere molto più avanzati tecnicamente di quanto siamo maturi culturalmente ed eticamente.

Sappiamo costruire strumenti straordinari.

Siamo assai meno bravi a decidere che cosa significhi essere una persona quando quegli strumenti cominciano a descriverla meglio di quanto essa sappia descriversi da sola.

Dovremo imparare a distinguere la correlazione dal significato.

La previsione dal destino.

Il comportamento dall’identità.

Il profilo dalla persona.

L’utilità dal valore.

La produttività dalla dignità.

E forse persino la conoscenza di sé dalla prigionia dentro una certa idea di sé.

Il futuro che mi inquieta non è quello in cui una macchina sappia tutto di me.

È quello in cui io, impressionato dal fatto che sappia così tanto, smetta di lasciare aperto dentro di me uno spazio nel quale poter ancora diventare qualcun altro.

E c’è un’altra conseguenza.

Se il mondo materiale potrà produrre sempre più cose senza dipendere interamente dalla nostra interiorità, che cosa rimarrà centrale nell’essere umano?

Perché forse scopriremo che il lavoro non ci forniva soltanto uno stipendio.

Ci forniva anche una struttura.

Una sveglia.

Un lunedì.

Un collega insopportabile.

Una ragione per uscire.

Una cosa da raccontare quando qualcuno chiedeva:

«Che fai?»

Insomma, esattamente quella cosa che da ragazzo guardavo con tanta invidia:

un posto dove andare.

Che cosa succede quando una civiltà possiede tutto ciò che serve per funzionare ma non sa più spiegare alle persone perché dovrebbero alzarsi la mattina?

A quel punto forse il rapporto tra pragmatismo e sensibilità si capovolge.

Finché il problema dominante è costruire il mondo materiale, l’efficienza possiede un vantaggio evidente.

Bisogna coltivare.

Bisogna produrre.

Bisogna distribuire.

Bisogna riparare.

Bisogna far tornare i conti.

Il pragmatismo è magnifico perché trasforma un problema in una soluzione.

Ma che cosa accade quando molte delle soluzioni vengono prodotte da qualcosa che non siamo noi?

Il pragmatismo rimane utilissimo.

Solo che potrebbe non essere più sufficiente a giustificare la nostra presenza.

E allora proprio ciò che sembrava meno necessario — la sensibilità, la contemplazione, la capacità di attribuire significato, di percepire una sfumatura, di costruire una relazione, di trasformare un fatto in esperienza — potrebbe diventare improvvisamente cruciale.

Non perché saremo diventati tutti poeti.

Poveri noi.

Ma perché, se il mondo materiale potrà produrre sempre più cose senza dipendere interamente dalla nostra interiorità, la domanda decisiva sarà forse:

chi è ancora capace di viverle?

In quel momento la profondità umana non sarebbe più il privilegio di chi ha tempo per leggere filosofia.

Potrebbe diventare una necessità di sopravvivenza.

Non necessariamente la sopravvivenza biologica.

Potremmo mangiare.

Potremmo avere una casa.

Potremmo persino essere molto più protetti di oggi.

Ma la sopravvivenza dell’uomo in quanto essere umano, e non semplicemente organismo mantenuto in vita, potrebbe dipendere sempre di più dalla capacità di produrre qualcosa che nessuna abbondanza materiale può consegnargli già pronto:

significato.

È una parola pericolosa, perché rischia immediatamente di trasformarsi in una frase da tazza motivazionale.

Non intendo quello.

Intendo qualcosa di molto concreto.

La capacità di amare una cosa senza che essa serva a produrre qualcos’altro.

Di dedicarsi a qualcuno senza poter mettere il risultato in una tabella.

Di cucinare, raccontare, ricordare, contemplare, discutere, inventare rituali, creare bellezza, ridere, giocare, imparare qualcosa che economicamente non serve a niente.

Forse proprio ciò che per secoli abbiamo chiamato superfluo potrebbe acquistare una centralità incredibile.

Perché il superfluo è spesso il luogo in cui l’uomo smette di essere soltanto uno strumento.

Un robot può forse produrre un tavolo.

Un sistema può ottimizzare la distribuzione dei tavoli.

Un algoritmo può perfino suggerire il tavolo statisticamente più adatto a me.

Ma rimane ancora aperta una domanda:

per chi esiste quel tavolo?

Se nessuno vi si siede e trasforma il semplice mangiare in una cena, la musica in un ricordo, una conversazione in qualcosa che porterà dentro per vent’anni, abbiamo un sistema perfettamente efficiente che produce cose per un soggetto sempre più incapace di viverle.

È per questo che la profondità potrebbe smettere di essere soltanto una qualità individuale.

Potrebbe diventare quasi un’infrastruttura dell’umano.

Se il mondo materiale saprà funzionare sempre più autonomamente, forse a noi rimarrà una responsabilità molto più difficile:

impedire che l’uomo diventi superfluo a sé stesso.

E forse questa stessa riflessione è, in fondo, un case in point del modo in cui ho sempre guardato le cose.

Non credo necessariamente di vedere più degli altri.

Credo piuttosto di avere una certa difficoltà a smettere di vedere quando intravedo un meccanismo.

Una volta che qualcosa mi appare come costruzione, convenzione, abitudine o automatismo, faccio fatica a tornare a considerarla semplicemente naturale.

Mentre gran parte del discorso sul futuro dell’intelligenza artificiale si concentra comprensibilmente sulla produttività, sui posti di lavoro, sui dati, sulla privacy e sul controllo, la mia testa finisce quasi automaticamente qualche metro più avanti:

e dopo?

Che cosa accade alla persona quando il sistema non ha più bisogno di lei nello stesso modo in cui ne aveva bisogno prima?

Che cosa accade quando, contemporaneamente, quello stesso sistema diventa capace di descriverla con una precisione che lei stessa potrebbe non possedere?

Che cosa succede quando la liberiamo da alcuni vecchi ruoli e, invece di insegnarle a conoscere quella parte profonda da cui può desiderare qualcosa di diverso, le consegniamo nuovi modelli capaci di dirle con enorme accuratezza ciò che probabilmente desidererà?

Non penso di avere la risposta.

Ma forse è questa la mia forma di lucidità:

non possedere risposte che gli altri non hanno, ma continuare a vedere una domanda quando intorno a me quella domanda sembra essere già scomparsa — o non essere ancora arrivata.

Ho passato metà della vita sentendomi fuori posto.

Potrebbe darsi che stare mezzo passo fuori serva almeno a questo:

vedere la stanza prima che tutti si accorgano che è cambiata.

Ed è forse qui che finalmente capisco anche qualcosa del mio non appartenere.

Per anni l’ho considerato quasi una caratteristica biografica.

Il bambino che non appartiene completamente al gioco.

Il ragazzo immigrato che osserva gli altri.

L’adulto che si sente fuori posto persino al concerto degli IDLES, cioè nel luogo in cui teoricamente dovrebbe finalmente trovarsi fra i propri simili.

Potrei essere davanti alla mia band preferita, circondato da migliaia di persone che amano la stessa musica che amo io, e una parte di me rimarrebbe comunque qualche passo indietro a guardare la folla.

Sono dentro.

E contemporaneamente sono fuori.

Forse però il punto non è più soltanto che io non appartengo completamente.

Forse nessuno di noi appartiene completamente a nessuna delle descrizioni che possono essere fatte di lui.

Io semplicemente questa distanza la sento con una certa insistenza.

Sono immigrato, ma non sono l’immigrato.

Sono stato studente, ma non sono lo studente.

Sono stato lavoratore, ma non sono il lavoratore.

Posso essere consumatore, cliente, figlio, amico, disoccupato, contribuente, persona con determinati pattern psicologici e biologici.

Tutte quelle cose possono essere vere.

Eppure la somma di tutte le cose vere che si possono dire di me continua a non sembrarmi esattamente me.

Forse non appartenere significa anche questo:

non coincidere completamente con ciò a cui apparteniamo.

Durante il Covid ebbi per qualche tempo l’impressione che moltissime persone fossero state obbligate a fare proprio quel passo indietro.

Lavori che sembravano solidissimi mostrarono improvvisamente la propria fragilità. Persone che avevano sempre seguito una traiettoria cominciarono a chiedersi perché la stessero seguendo. Intere categorie scoprirono che quello che consideravano normale dipendeva da condizioni molto meno normali di quanto immaginassero.

Per qualche mese sembrò che fosse comparsa una domanda collettiva:

ma siamo sicuri?

Poi la vita ricominciò.

E la vita, bisogna riconoscerglielo, possiede uno straordinario talento nel convincerci a tornare a fare quello che facevamo prima.

Forse è inevitabile.

Le persone devono vivere.

C’è il mutuo, c’è il lavoro, ci sono i figli, c’è la spesa, c’è la macchina.

Non si può trascorrere tutta la giornata interrogando ontologicamente la lavatrice.

Ma proprio per questo mi turbano certe piccole scene.

Qualche giorno fa un ausiliario della sosta, un uomo che avrà avuto più di sessant’anni, bussò in maniera aggressiva al finestrino della mia macchina perché non avevo ancora fatto il biglietto.

Mi arrabbiai.

Poi, naturalmente, cominciai a pensare a lui.

Ed è questa la parte francamente fastidiosa del mio carattere.

Perché magari quell’uomo viene controllato, rimproverato, gli viene detto che deve verificare le macchine e fare rispettare le regole. Io, dall’altra parte, sto guardando il telefono pensando che pagherò tra un minuto.

E in pochi secondi due persone normalissime finiscono per rappresentare l’una per l’altra il problema.

Mi viene in mente Il buco, il film spagnolo in cui le persone finiscono continuamente per combattersi allo stesso livello mentre il meccanismo che determina realmente la loro situazione rimane altrove.

Io faccio molta fatica a litigare con altri poveretti.

Anche quando mi fanno arrabbiare.

Forse perché subito dopo l’irritazione vedo la persona.

E una volta vista la persona diventa molto più difficile ridurla al ruolo che sta interpretando in quel momento.

Non significa giustificare tutto.

Significa che faccio fatica a non vedere.

Ed è per questo che, nonostante tutto, non credo di essere diventato cinico.

Disincantato sì.

Cinico no.

Sono due cose molto diverse.

Il disincanto guarda una cosa e sa che non è ciò che prometteva di essere.

Il cinismo decide che per questo non vale più la pena di attribuire valore a niente.

Io, invece, faccio quasi il contrario.

Forse proprio perché ho capito quanto le cose siano precarie, voglio attribuire valore a ciò che ho.

Penso alle persone che passano una vita a costruire una casa, magari lavorando persino all’estero per riuscire a comprarla, e poi basta una guerra, una catastrofe, qualcosa che non hanno scelto, perché ciò che sembrava definitivo smetta improvvisamente di esserlo.

Non ne ricavo la morale che allora non valga la pena costruire.

Ne ricavo semmai il contrario:

nessuna costruzione esterna può garantire da sola il significato della vita che abbiamo speso per costruirla.

È anche per questo che faccio fatica con l’idea del sacrificio quando il sacrificio viene presentato come una virtù in sé.

Posso sacrificarmi consapevolmente per qualcosa.

Va bene.

Ma nessuno può garantirmi che tutte le rinunce riceveranno un premio.

Un sacrificio può avere un significato perché ho deciso io che ce l’ha.

Ma può anche rimanere semplicemente una rinuncia.

Forse è anche da qui che viene il mio istinto contrario.

Una volta mi dissero: «Vuoi diventare ricco? Guarda quello che passa per strada. Probabilmente vuole la stessa identica cosa. Non sei tanto originale.»

È vero.

E allora qualcosa dentro di me risponde immediatamente:

va bene, sarò povero con dignità.

Se la volgarità diventa la lingua comune, mi viene voglia di essere delicato.

Se la prepotenza viene scambiata per forza, mi viene voglia di essere gentile.

Se tutti diventassero improvvisamente fricchettoni contrari al lavoro, probabilmente finirei per presentarmi alle sei del mattino chiedendo se ci siano degli straordinari da fare.

Non perché il contrario sia automaticamente giusto.

Ma perché quando qualcosa diventa troppo ovvio comincio a domandarmi:

quando abbiamo smesso di guardarlo?

Forse l’abitudine non ci fa soltanto accettare le cose.

A volte ce le rende invisibili.

Naturalmente tutta questa metafisica, prima o poi, deve pur cenare.

Quando non so cosa cucinare faccio spesso le cotolette.

Le batto, le impano, le friggo, faccio le patatine in un attimo ed è fatta.

E mi piacciono proprio perché non c’è niente da spiegare.

Non è vitello, non è un’orecchia d’elefante e non è nemmeno maiale. Avevo dei piccoli filettini, quindi a guardarli con sufficiente sincerità sono quasi dei nuggets.

Li ho impanati nel panko.

E questo potrebbe sembrare il solito dettaglio studiato, la piccola deviazione internazionale che arriva perfino quando uno voleva soltanto friggere qualcosa.

Invece no.

Avevo finito il pangrattato.

E siccome io il pangrattato normale mi rifiuto proprio di comprarlo, quello che avevo in casa era il panko.

Non è stata una reinterpretazione.

Non avevo deciso di decostruire la cotoletta.

Non stavo instaurando un dialogo interculturale tra la cucina italiana e quella giapponese.

Ero costretto.

Avevo i filettini.

Avevo fame.

Non avevo pangrattato.

Avevo il panko.

Li ho battuti, impanati e fritti.

Le patatine si fanno in un attimo.

Fine.

E forse è proprio questo che mi piace di quella cena.

La cotoletta è quasi infantile nella sua sincerità.

Dice tutto quello che si vede.

È fritta perché l’ho fritta. È croccante perché l’ho impanata. È golosa perché una cosa fritta appena fatta possiede generalmente questo enorme vantaggio competitivo.

Non vuole essere speciale.

Non vuole raccontarsi.

Non pretende di avere una biografia.

È una cotoletta comunissima, quasi un nugget che ha studiato dalle suore.

Eppure persino lì ritorna tutto.

Perché anche il panko, proprio il dettaglio che potrebbe sembrare più intenzionale, è nato dalla necessità.

Non l’avevo scelto. Mi ci ero trovato.

Ed è curioso che finisca sempre per tornare a questo punto.

Non scegliamo la pioggia.

Possiamo scegliere l’ombrello.

Qualche volta non scegliamo neppure il panko.

È semplicemente finito il pangrattato.

E forse questa è una descrizione abbastanza onesta della libertà umana.

Non il potere infantile di controllare tutto quello che succede.

Ma la possibilità, fragile e incompleta, di prendere ciò che ci succede e provare a dargli una forma che ci somigli.

È per questo che non mi interessa sapere soltanto che cosa è successo.

Mi interessa quello che una cosa diventa dentro una persona.

Da fuori: due filettini impanati.

Da dentro: una riflessione sulla necessità.

Da fuori: un uomo compra dello sgombro.

Da dentro: un ricordo che riemerge quindici anni dopo.

Da fuori: una persona va a lavorare alle otto.

Da dentro: un ragazzo la guarda e pensa che almeno lei abbia un posto dove andare.

Forse Reminds me of nasce esattamente lì.

Nello spazio fra ciò che è successo e il significato che ha finito per assumere.

Ed è forse proprio quello spazio che nel futuro dovremo imparare a custodire.

Il nostro brulichio.

La parte di noi che non sa ancora esattamente che cosa diventerà.

Quella che può essere contraddittoria senza essere un errore.

Quella che un giorno vuole essere ricca e quello dopo preferirebbe essere povera con dignità.

Quella che ammira le persone da Palmolive e contemporaneamente non vorrebbe diventare una di loro.

Quella che cerca un ristorante perfetto e poi desidera disperatamente essere capace di entrare in un kebab perché le è semplicemente venuta fame.

Quella che si sente estranea in mezzo agli altri e poi non riesce a smettere di provare empatia proprio per loro.

Quella che vede i meccanismi ma continua a cercare la persona che c’è dentro.

Quella che può scoprire di volere qualcosa per cui il proprio mondo non aveva previsto un posto.

Non vorrei mai diventare così perfettamente spiegato da non potermi più sorprendere.

Non vorrei mai conoscere me stesso al punto da scambiare quello che sono stato fino a ieri per ciò che sono autorizzato a essere domani.

Forse è questa l’unica appartenenza che mi interessa davvero:

appartenere alla mia vita senza diventare prigioniero della sua descrizione.

E forse è anche questo che vorrei dire al ragazzo che ero.

Non: vedrai che andrà tutto come hai immaginato.

Perché non avevi immaginato praticamente niente.

Non: tutti i sacrifici saranno ricompensati.

Perché nessuno può promettertelo.

Gli direi:

guarda che andrà tutto alla grande, perché ciò che conta davvero non coincide necessariamente con ciò che può esserti tolto.

Cambieranno i lavori.

Cambieranno le persone.

Cambieranno i soldi.

Alcuni progetti funzioneranno e altri no.

Cambieranno persino le idee su ciò che una persona dovrebbe essere.

Qualche ombrello verrà perso.

Qualche volta finirà persino il pangrattato.

Ma continuerai a fare quella cosa che facevi già allora senza sapere che avesse un nome.

Guardare.

Le cose ci succedono.

Alcune passano.

Altre, senza chiederci il permesso, rimangono.

Una macelleria vista anni dopo su Facebook.

La margarina in un risotto.

Una persona che va al lavoro alle otto del mattino.

Una donna che torna dall’asilo.

Un kebab davanti al quale non entriamo.

Uno sgombro comprato dopo il lavoro.

Un uomo che bussa al finestrino.

Un concerto nel quale dovremmo sentirci a casa e continuiamo invece a guardarci attorno.

Un ombrello che non vogliamo dimenticare.

Due piccoli filettini impanati nel panko perché avevamo finito il pangrattato.

Non siamo noi a scegliere sempre cosa avrà importanza.

E forse è proprio questo il bello.

Perché se fossimo capaci di prevedere in anticipo tutto ciò che ci cambierà, tutto ciò che ameremo, tutto ciò che ricorderemo e persino il significato che un giorno attribuiremo alle cose, probabilmente avremmo finalmente ottenuto quella vita perfettamente ordinata che da ragazzo osservavo negli altri.

E oggi non sono più tanto sicuro di volerla.

Preferisco lasciare qualcosa che brulica.

Qualcosa che ancora non so.

Qualcosa che domani possa sorprendermi.

Qualcosa che possa ancora dire:

io vorrei altrimenti.

Qualcosa che nessuna famiglia, nessun lavoro, nessuna morale, nessun ruolo sociale, nessuna statistica e nessun modello predittivo abbia ancora avuto il tempo di trasformare in una conclusione.

Perché forse, quando le macchine saranno diventate molto brave a occuparsi del mondo esterno, il nostro compito più difficile sarà proprio quello che abbiamo rimandato per millenni:

imparare ad abitare quello interno.

Abbiamo imparato per millenni a sopravvivere adattandoci alle strutture necessarie alla continuità della specie.

Forse dovremo imparare finalmente a sopravvivere senza permettere a quelle strutture — vecchie o nuove — di esaurire ciò che siamo.

E a quel punto potremmo scoprire che la parte dell’essere umano che per tanto tempo abbiamo considerato meno utile — la parte disordinata, contraddittoria, sensibile, improduttiva, quella che ama senza ragione, cambia strada, si rifiuta di coincidere con il ruolo assegnato — era precisamente quella che non potevamo permetterci di perdere.

Qualcosa che sia ancora vivo.

Cotolettine di pollo impanate al Panko

Cotolettine di pollo impanate al Panko

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Ti avevo detto Bvlgari, piuttosto meglio i debiti. La linea sottile tra il genio e l’irresponsabilità