L’estetica come protezione, l’erba del vicino e la guerra contro noi stessi
Ci sono uomini che osservo con una specie di stupore antropologico. Non perché facciano qualcosa di straordinario, ma proprio perché sembrano riuscire a fare con naturalezza cose che, nella mia testa, diventano immediatamente più complicate del necessario. Entrano al supermercato, arrivano davanti allo scaffale dei bagnoschiuma, aprono un Palmolive, lo annusano, ne aprono un altro, poi un terzo. A un certo punto sorridono: «Ah, questo è buono». Costa due euro. Lo mettono nel carrello. Fine.
Io li guardo e penso: come fate?
Davanti allo stesso scaffale potrei cominciare a interrogarmi sull’odore che mi rimarrà sulla pelle, sulla qualità della fragranza, sulla confezione, sul fatto che quell’odore possa diventare per qualche ora il mio odore, sull’esistenza di qualcosa che senta più mio, ma soprattutto sulla presenza di siliconi al suo interno. Non sto dicendo che sia particolarmente intelligente. Sto dicendo che succede.
Il mio psicoanalista mi ripete spesso una frase: «Si dia una libertà. Si dia la libertà di fare altrimenti». Il problema è che per me quel “fare altrimenti” contiene un paradosso. Se faccio qualcosa che non voglio fare soltanto per dimostrare a me stesso di essere libero, non sono libero affatto. Se indosso qualcosa che non mi piace per combattere la mia rigidità, sto comunque obbedendo a una regola. Soltanto a quella opposta.
E allora dov’è la libertà?
Forse è proprio questa la domanda che sta dietro a tutta la mia ossessione per lo stile.
Io non ho bisogno che ogni cosa della mia vita sia perfetta. Vivo in una casa piccola, nella quale la cucina e il guardaroba sembrano contendersi militarmente lo spazio disponibile. Conosco benissimo il compromesso, il disordine, l’incastro, la necessità. Non sogno affatto di vivere dentro una fotografia di una rivista d’interni.
Divento però molto più rigido quando qualcosa oltrepassa una frontiera invisibile e arriva sul mio corpo o dentro di me. Quello che indosso, quello che mangio, quello con cui mi lavo, ciò che profuma sulla mia pelle: sono cose che devo sentire mie.
Una camicia non è soltanto un oggetto: la porto addosso. Un profumo non rimane nella sua bottiglia: diventa per qualche ora ciò che gli altri sentono quando mi avvicino. Un cibo non rimane nel piatto: entra letteralmente nel mio corpo. È come se il corpo fosse l’ultima frontiera sulla quale non voglio cedere sovranità.
Forse questa necessità di coerenza viene anche da molto più lontano. Da bambino mia nonna mi bacchettava su moltissime cose: quello che avrei potuto raccontare di noi ai vicini, il modo in cui avevo trattato un amico, quello che avrei dovuto fare e quello che non avrei dovuto fare. Non penso lo facesse per cattiveria. Era educazione, rispetto, reputazione, decoro.
Ma quando cresci sentendo che ogni tuo gesto dice qualcosa di te, impari presto che non esistono gesti completamente innocenti.
Forse anche per questo c’è una frase apparentemente innocua che trovo terribile:
«Non è da te».
Che cosa significa esattamente?
Significa che qualcuno ti ha osservato abbastanza a lungo da costruire un algoritmo. Sa cosa indossi, cosa mangi, che musica ascolti, chi potrebbe piacerti, quali parole useresti, cosa troveresti elegante e cosa volgare. Poi un giorno fai qualcosa di diverso e l’algoritmo dà errore.
Mi fa pensare al modo in cui trattiamo le band che amiamo. Prendo gli Interpol. Dopo Turn on the Bright Lights e Antics si era formata un’idea molto precisa di ciò che gli Interpol dovessero essere. Quando nel 2010 pubblicarono l’album omonimo, più cupo, dilatato e meno immediato, una parte di chi li seguiva lo percepì come uno scarto rispetto alla versione della band che aveva imparato a riconoscere. Poi arrivò El Pintor, più immediatamente familiare nel linguaggio degli Interpol, e con questo anche l’idea del “ritorno”.
Ma ritorno a cosa?
Chi sono davvero “loro”? Quelli del primo disco? Quelli del secondo? Quelli che abbiamo conosciuto per primi? O semplicemente quelli che abbiamo imparato a prevedere?
Pretendiamo che un artista continui a sorprenderci, purché ci sorprenda esattamente nel modo in cui ci aspettiamo.
Con le persone facciamo qualcosa di simile. E con noi stessi possiamo diventare ancora peggiori. A un certo punto non abbiamo più nemmeno bisogno degli altri: diventiamo noi i custodi del nostro personaggio.
Eppure qualche piccola evasione dalla mia stessa estetica c’è stata. Anni fa non avrei mai indossato l’animalier. Poi è arrivato quasi clandestinamente: prima un dettaglio di pelletteria, magari una cintura, poi qualcosa di un po’ più evidente, infine persino una stampa su una maglietta.
Non sono diventato improvvisamente un’altra persona.
Ho semplicemente allargato di qualche centimetro il confine di ciò che consideravo “me”.
Forse la libertà funziona anche così. Non è diventare il proprio contrario. È scoprire che il proprio contrario può contenere, ogni tanto, qualcosa che ci appartiene.
Me ne accorgo persino cucinando. Il piatto che avevo davanti erano dei totani viola al burro nocciola. A pensarci dopo, anche lì c’era una piccolissima disobbedienza. La mia italianità — a volte fortissima, a volte stranamente assente, a volte persino rimpianta — probabilmente mi avrebbe indicato la strada più naturale: quell’olio al prezzemolo che avevo già in casa. Sul totano avrebbe avuto perfettamente senso. Il gesto mediterraneo, riconoscibile, quasi inevitabile.
E invece scelsi il burro nocciola.
Più francese nel gesto, più tostato, più grasso, meno prevedibile. Non perché volessi fare il diverso e nemmeno perché il burro fosse migliore dell’olio. Semplicemente, quella sera volevo quello.
E mi sembra quasi buffo che persino un totano possa diventare una piccola questione d’identità.
Se ogni volta che cucino del pesce devo dimostrare la mia italianità, se ogni volta che mi vesto devo dimostrare il mio gusto, se ogni volta che scelgo un profumo devo dimostrare chi sono, allora a un certo punto non sto più esprimendo un’identità: la sto sorvegliando.
Quel burro nocciola sui totani, alla fine, non era una rivoluzione.
Era soltanto una cena.
Ed è precisamente questo il punto.
Forse essere fedeli a se stessi non significa ripetersi. Significa potersi contraddire senza sentirsi falsi.
Ed è forse proprio qui che l’estetica smette di essere soltanto piacere e diventa protezione.
Mi permette di delimitare ciò che sento mio. Di riconoscermi. Di dare una forma alle cose, di mettere ordine in ciò che altrimenti potrebbe sembrarmi indistinto. In questo senso la bellezza non è soltanto decorazione: può diventare una maniera di difendersi dall’indeterminatezza.
Ma ogni protezione, se la indossi abbastanza a lungo, può diventare anche un’armatura.
E un’armatura, per quanto bella, rimane pesante.
Forse è proprio per questo che certi uomini mi affascinano tanto: non perché voglia davvero essere come loro, ma perché sembrano camminare senza l’armatura che io sento addosso.
Poi ci sono loro.
Chiamiamoli Andrea, Luca e Matteo.
Andrea è quasi un antiesteta. E con antiesteta non intendo una persona che non vede l’estetica. Al contrario: la vede eccome. Soltanto che sembra trovare belle precisamente quelle cose davanti alle quali io potrei avere un cedimento strutturale.
Gli piacciono le cose carucce, i pupazzi, gli oggetti con le faccine, le scritte tipo “Good vibes”, gli oggettini decorativi un po’ kitsch, quelli che vengono comprati perché suscitano immediatamente un «che carino!». Potrebbe innamorarsi di un telefono con la rotella che gira da appendere da qualche parte semplicemente perché lo trova simpatico.
E non c’è nessuna ironia.
Non compra il kitsch per citare il kitsch. Non sta facendo una sofisticata operazione postmoderna.
Gli piace davvero.
Ed è proprio questo a mandarmi in tilt.
Io posso guardare una scritta “Good vibes” e domandarmi se la civiltà occidentale sia definitivamente collassata. Andrea può guardarla e dire semplicemente: «Carina».
E probabilmente quella sera dorme meglio di me.
Con Luca la questione prende una forma ancora diversa. Una volta lo portai da Mazzolari. Arrivava da fuori Milano e, cosa che scoprii soltanto dopo, non aveva nemmeno capito che “Mazzolari” fosse una profumeria. Dal nome si era immaginato un bar, forse una sala da tè.
Quando eravamo già dentro gli chiesi quale profumo usasse.
Mi rispose, con la massima tranquillità, che non ne aveva uno.
Io rimasi sinceramente spiazzato.
Per me entrare in una profumeria significava entrare in un territorio pieno di riferimenti, nomi, nasi, materie prime, famiglie olfattive, ricordi. Per lui no. Era semplicemente entrato in un posto nuovo.
A un certo punto la commessa ci fece sentire una creazione di Alberto Morilas e, rendendosi evidentemente conto che il nome da solo non gli diceva molto, iniziò a elencare alcune delle sue creazioni più conosciute, commerciali, popolari, persino quelle che io avrei definito più dozzinali, cercando un terreno comune.
Io ascoltavo la genealogia olfattiva.
Luca era intento ad annusare uno dei tanti cartoncini spruzzati di profumo.
Poi la commessa pronunciò: «Acqua di Giò».
Lui si illuminò. Tutto d’un tratto, era come se si svegliasse da un incantesimo.
«AH, SÌ! ACQUA DI GIÒ! LO CONOSCO!»
Io in quel momento avrei dato il Nobel alla commessa per essere rimasta seria.
Ma ripensandoci, quella scena mi dice molto più di una semplice differenza di cultura olfattiva. Io ero entrato lì come se stessi entrando in un luogo già pieno di significati. Luca poteva entrarci senza sapere quasi nulla, scoprire le cose una per una e non vivere quella mancanza come una lacuna identitaria.
Non avere un profumo non significava avere qualcosa che non andava. Non conoscere Alberto Morillas non significava essere “indietro”. Non sapere cosa fosse Mazzolari non significava dover recuperare terreno.
Poteva semplicemente non sapere.
E continuare tranquillamente a essere se stesso.
È questa possibilità che mi spiazza.
Poi c’è Matteo. Durante un viaggio mi capitò di guardarlo in un momento qualunque e di vederlo improvvisamente minuto, dimesso, vestito male secondo i miei criteri. Il mio occhio aveva fotografato il particolare, catalogato la persona e pronunciato una sentenza.
Io faccio molto questo:
vedo, collego, classifico.
Il lessico. I vestiti. Il modo di mangiare. Il rapporto con il denaro. Una scarpa. Un profumo. Una battuta. Sono tutti indizi attraverso i quali provo a capire chi ho davanti.
Poi però le persone hanno la sgradevole abitudine di essere più grandi delle mie categorie.
Ed è anche qui che entra il fascino di una certa estetica maschile che, con una generalizzazione volutamente grossolana, definirei quasi “etero”.
Non sto dicendo che gli uomini eterosessuali siano tutti sempliciotti, trascurati o privi di gusto. Sarebbe una sciocchezza. Esistono uomini eterosessuali raffinatissimi e uomini gay che potrebbero vestirsi bendati dentro un Decathlon.
Sto parlando di un codice.
Quell’uomo che forse non possiede nemmeno una crema viso. Che mette i pantaloni cargo perché hanno molte tasche. Che sceglie una maglietta perché gli sta bene e basta. Che compra un bagnoschiuma perché profuma bene. Che può usare lo stesso deodorante per quindici anni senza trasformarlo in una dichiarazione identitaria.
Anche questa, naturalmente, è una gabbia.
Anzi, è spesso conformismo allo stato purissimo: gli stessi pantaloni, le stesse scarpe, lo stesso taglio di capelli, la stessa apparente indifferenza verso la moda. L’uomo che implicitamente dice «non bado a queste cose» finisce misteriosamente per assomigliare a milioni di altri uomini che non badano a queste cose.
Anche la noncuranza ha la sua uniforme.
Ed è qui che ho cominciato a capire una cosa importante: non sono necessariamente più liberi di me.
Hanno semplicemente una gabbia diversa.
Magari sono infinitamente più rigidi sul denaro, sul lavoro, sugli orari, sulla reputazione, sul successo, sulla famiglia, sulla sicurezza, sull’idea di cosa un uomo debba o non debba fare.
La loro gabbia, vista dalla mia, sembra libertà.
E probabilmente la mia, vista dalla loro, può sembrare esattamente la stessa cosa.
Io vedo il loro Palmolive e immagino la pace.
Qualcun altro vede me, senza una moglie che gli chiede dove sia stato, senza bambini che lo svegliano alle sei, senza dover organizzare ogni minuto della giornata attorno alle esigenze di altre persone, e magari pensa: beato lui. È libero. Fa quello che vuole.
Io posso guardare quell’uomo e pensare esattamente il contrario: beato lui. Ha una famiglia. Ha una struttura. Ha una vita normale. Sa starci dentro.
Ed è qui che torna quella vecchia intuizione di Wouldn’t It Be Good di Nik Kershaw: l’erba sembra sempre più verde dall’altra parte.
Ma forse quella metafora è persino insufficiente.
Perché il vero errore non consiste soltanto nel pensare che l’erba del vicino sia più verde.
Consiste nel confrontare l’interno della propria vita con l’esterno di quella degli altri.
Della mia gabbia conosco ogni sbarra.
Della loro vedo soltanto la forma.
Io non so cosa accade quando tornano a casa. Non so se odiano il loro lavoro, se il matrimonio è diventato silenzio, se hanno paura dei soldi, se si sentono soffocare dalle responsabilità, se vorrebbero avere un pomeriggio senza che nessuno chiedesse loro qualcosa, se custodiscono desideri che non riescono più nemmeno a nominare.
Non so se sono felici.
So soltanto che sembrano saperci stare dentro.
Ed è forse proprio questo che ho idealizzato per anni.
Non la loro vita.
La facilità con cui immaginavo che riuscissero ad abitarla.
O, forse ancora più precisamente:
non ho mai davvero invidiato la loro vita. Ho invidiato la leggerezza che attribuivo al loro modo di viverla.
Questa distinzione, per me, cambia tutto.
La persona che compra il Palmolive, va al lavoro, torna a casa, paga il mutuo, cena e il giorno dopo ricomincia può sembrarmi aver trovato un accordo con l’esistenza che io non ho mai trovato.
Ma forse non ha trovato nessun accordo.
Forse è semplicemente più bravo a mantenere la maschera.
Oppure la sua maschera gli costa meno della mia.
Forse ama davvero il proprio copione. Forse lo sopporta. Forse non si è mai chiesto se ne esistesse un altro.
Non posso saperlo.
Quello che posso sapere è ciò che io proietto su di lui.
E qui il discorso smette completamente di parlare di vestiti, profumi, cargo, burro nocciola e bagnoschiuma.
Perché ciò che invidio veramente non è il Palmolive.
È la possibilità di non dovermi continuamente spiegare a me stesso.
Ed è qui che penso a Scrolla di Sarafine. Quello che mi colpisce di quella canzone non è semplicemente il confronto con le vite altrui. È il momento in cui lo sguardo, dopo aver passato in rassegna le vite degli altri, torna verso chi guarda.
Ti sembra che gli altri abbiano qualcosa che a te manca. Che abbiano trovato una maniera naturale di stare nel mondo. Che riescano semplicemente a vivere senza dover continuamente interrogare la propria esistenza.
E poi capisci che una parte enorme della battaglia non sta fuori.
Sta dentro.
Forse da anni non faccio la guerra al mondo quanto credo.
Forse una parte considerevole della guerra la faccio a me stesso.
E questa è una frase che mi fa paura proprio perché mi sembra vera.
A volte ho persino fantasticato sulla vita opposta alla mia. Una vita già tracciata. Quella in cui fai ciò che ci si aspetta, costruisci la famiglia che ci si aspetta, diventi l’uomo che ci si aspetta. Una vita nella quale, apparentemente, non devi inventarti continuamente.
Ma se ci penso davvero, quella vita mi avrebbe reso infelice.
Sentirmi obbligato a diventare qualcuno che non sono, costruire una famiglia perché è ciò che “si fa”, vivere secondo un copione per poter sembrare perfettamente inserito: non sarebbe stata semplicità.
Sarebbe stata un’altra gabbia.
E allora perché idealizzarla?
Perché probabilmente non desideravo davvero quella vita.
Desideravo la tregua che immaginavo contenesse.
Una tregua con me stesso.
Credo che sia questa la frase che mette insieme tutto.
Forse è questo che ho sempre cercato guardando gli altri.
Non voglio necessariamente il loro lavoro, la loro casa, la loro famiglia, i loro vestiti, i loro oggetti con le faccine.
Voglio, qualche volta, non sentire il rumore della mia stessa sorveglianza.
Perché la mia ricerca della bellezza ha qualcosa di autentico. Non voglio rinnegarla. Continuo a pensare che scegliere bene, vestirsi bene, cucinare bene, parlare bene, cercare la forma giusta possa essere una piccola forma di resistenza contro l’approssimazione.
Ma ogni virtù, quando non ammette eccezioni, comincia ad assomigliare al proprio difetto.
La sensibilità può diventare ipervigilanza.
Il gusto può diventare controllo.
La coerenza può diventare paura.
E la ricerca di sé può trasformarsi nella necessità di essere continuamente uguali a se stessi.
Forse è questo il vero significato della mia micro-bruttezza.
Non è soltanto il kitsch, il cargo, il Palmolive, il pupazzo con la faccina.
È tutto ciò che nella vita rimane leggermente fuori posto e che, nonostante questo, non provoca nessuna catastrofe.
È un po’ di animalier che entra lentamente in un guardaroba nel quale fino a ieri non avrebbe avuto cittadinanza.
È un piatto di totani viola al burro nocciola quando in frigorifero c’è già l’olio al prezzemolo e tutta una parte della tua identità ti suggerisce che sarebbe la scelta più naturale.
È poter scoprire che ci piace qualcosa che, secondo il nostro algoritmo, non dovrebbe piacerci.
È poter essere profondi e stupidi nella stessa giornata.
Eleganti e ridicoli.
Raffinati e dozzinali.
È poter fare qualcosa di “non da noi” senza che questo significhi aver tradito noi stessi.
Forse la libertà non è fare il contrario di ciò che sono.
È non essere obbligato a essere sempre ciò che sono stato fino a ieri.
Forse essere fedeli a se stessi non significa ripetersi.
Significa potersi contraddire senza sentirsi falsi.
Non voglio smettere di amare la bellezza.
Non voglio improvvisamente convertirmi ai pantaloni cargo.
Non voglio riempirmi la casa di scritte “Good vibes” e pupazzi con le faccine.
Non esageriamo.
Ma vorrei che ogni tanto cessasse il fuoco.
Vorrei una tregua con me stesso.
E forse è questo che sto davvero dicendo quando guardo certi uomini e penso:
I wanna be much more like you.
Non voglio necessariamente la vostra vita.
Vorrei, qualche volta, la facilità che immagino abbiate nell’abitarla.
Totani al beurre noisette
Idem