La coda della rana pescatrice
La rana pescatrice è brutta come la morte. Non brutta nel senso simpatico che attribuiamo a certi animali per renderli immediatamente adorabili. È proprio sgraziata, sproporzionata, inquietante: una testa enorme, una bocca cavernosa, denti che sembrano messi lì per scoraggiare qualsiasi tentativo di simpatia. Vive sul fondo, nel buio, spesso seminascosta nella sabbia o nel fango, aspettando che qualcosa abbia la pessima idea di passare abbastanza vicino. Può spingersi a grandi profondità e, guardandola, si capisce benissimo perché venga spontaneo immaginarla negli abissi. Sembra arrivare da un posto infernale, da quel genere di luogo in cui la luce smette di essere un diritto acquisito e gli animali cominciano ad avere l’aspetto di creature concepite durante un incubo.
In bulgaro, del resto, si chiama морски дявол: “diavolo marino”. Nome difficilmente migliorabile. E, per completare il curriculum, non è nemmeno kasher, per l’ovvio dettaglio di essere priva delle squame richieste dalla legge ebraica. A quel punto mancava soltanto che fumasse.
Persino la sua riproduzione ha qualcosa di surreale. La femmina può liberare nell’acqua un enorme nastro gelatinoso e trasparente contenente una quantità impressionante di uova. Una creatura che sembra la morte produce così una specie di velo galleggiante pieno di vita. E se ci si allontana dalla nostra rana pescatrice per guardare alcuni suoi parenti, i pesci pescatori degli abissi, la faccenda diventa ancora più bizzarra: in alcune specie il maschio minuscolo si attacca alla femmina e finisce per fondersi con il suo corpo, vivendo letteralmente attraverso di lei. Non è ciò che accade alla rana pescatrice che normalmente compriamo al mercato, ma appartiene alla stessa parentela zoologica. La natura, evidentemente, quando lavora al buio si concede qualche libertà in più.
Poi questo diavolo marino arriva sul banco del pesce e succede qualcosa di molto umano: quasi tutta la sua biografia scompare. Della rana pescatrice mangiamo soprattutto la coda. La testa mostruosa viene eliminata, la pelle tolta, la creatura degli abissi diventa una carne bianca, compatta, elegante. La mettiamo su un piatto, magari con delle patate, un po’ di burro, una tovaglia bianca, e improvvisamente non fa più paura a nessuno.
Forse con la morte facciamo qualcosa di molto simile.
La morte, almeno nella società occidentale contemporanea, è diventata un tabù. Nei libri dell’Ottocento che leggevo tornava spesso quell’idea secondo cui i giovani non pensano alla morte. Mi ha sempre colpito. Da giovani non è che ci si creda propriamente immortali: semplicemente la fine non appartiene ancora al paesaggio. Il tempo sembra esserci e basta. Poi invecchiano gli altri, qualcuno si ammala, qualcuno muore, e improvvisamente scopriamo che il tempo non era un ambiente. Era una quantità.
Negli Stati Uniti questa rimozione della morte assume per me una forma particolarmente inquietante. Il cadavere può essere imbalsamato, truccato, pettinato, ricostruito, trattato con sostanze riempitive per restituirgli artificialmente i volumi e un’apparenza più simile a quella che aveva in vita. Personalmente provo verso questa pratica un rifiuto profondissimo. Moralmente, per me, è una forma di vilipendio del cadavere.
Non riesco a concepire il corpo di un morto come un manichino da restaurare. Non è una superficie estetica sulla quale intervenire affinché sembri ancora vivo. Iniettare sostanze in un corpo che non può più opporsi, modificarne i lineamenti, restituirgli artificialmente colore e volume perché chi lo guarda possa per qualche ora immaginare che stia semplicemente dormendo, per me significa profanarlo.
La morte viene trattata come un difetto estetico, come qualcosa che è successo al corpo e che un bravo professionista dovrebbe riuscire almeno in parte a correggere.
Ma il morto non è venuto male.
Se la morte è una transizione, quel corpo non è una versione difettosa della persona viva. È ciò che rimane dopo che quella persona ha attraversato una soglia. Il pallore, l’immobilità, il mutamento del volto non sono imperfezioni. Sono la testimonianza fisica che qualcosa è accaduto. E proprio perché quel corpo ormai non può parlare, protestare o difendersi, per me dovrebbe diventare ancora più inviolabile. Pretendiamo che persino il morto collabori alla finzione di non essere morto.
Anche io, del resto, a volte finisco per adottare quella stessa logica che separa il visibile dal non visibile. Ho periodi in cui fumo del tabacco: non in maniera compulsiva, ma sempre con la perfetta consapevolezza che mi sto facendo del male. E curiosamente, proprio in quei periodi, divento molto più diligente con ciò che invece posso controllare e soprattutto vedere. Non salto più il dental flossing, osservo il bianco dello smalto quasi ossessivamente e, quando pronuncio per l’ennesima volta la frase «questo è l’ultimo tabacco che fumo in vita mia», prenoto puntualmente un’altra pulizia del tartaro. Credo di essere ormai arrivato a farne quattro all’anno.
È quasi comico: di fronte a un danno potenzialmente invisibile, io intervengo sul visibile. Controllo i denti. Guardo le gengive. Mi convinco per qualche minuto di avere una parodontite immaginaria e comunque lontanissima, finché il pensiero non compie inevitabilmente il salto successivo e arriva al cancro dei polmoni. Ma anche quando arrivo mentalmente fin lì, la mia immaginazione riesce ancora a trasformare l’invisibile in qualcosa che posso vedere: più che il tumore, finisco per immaginare la perdita dei capelli durante una chemioterapia.
È assurdo, ma forse molto umano. Il corpo interno mi spaventa relativamente poco, proprio perché non posso osservarlo. I capelli e i denti, invece, sono davanti allo specchio. Posso contarli, guardarli, pulirli, proteggerli, prenotare qualcuno che se ne occupi. Quando non posso controllare la minaccia, controllo la sua possibile rappresentazione estetica.
Forse è lo stesso motivo per cui la morte ci mette tanto in difficoltà: ciò che realmente accade rimane invisibile, e allora ci concentriamo sul corpo. Sul colore della pelle. Sul volto. Sui capelli. Sull’immobilità. Cerchiamo disperatamente un segno visibile che ci permetta di amministrare qualcosa che, nella sua sostanza, continua a sfuggirci.
Ed è curioso, perché io non credo affatto che la morte sia necessariamente qualcosa di brutto. Mi fa molta più paura la morte degli altri della mia. Forse perché chi muore, ammesso che qualcosa continui, va altrove; e ammesso invece che non continui nulla, non avrà comunque più il problema di saperlo. Il dolore appartiene soprattutto a chi rimane.
Per questo ho sempre pensato che nel piangere un morto esista anche una forma di egoismo, usando “egoismo” nel senso più elementare e meno accusatorio possibile. Non piangiamo soltanto ciò che è successo a lui. Piangiamo ciò che è successo a noi. Siamo rimasti più soli, più vulnerabili, più esposti, con un appoggio in meno.
Ricordo la mia bisnonna davanti alla tomba di suo marito. Piangeva e contemporaneamente lo rimproverava per averla lasciata. Come se fosse stata una decisione personale, come se lui avesse potuto consultarla prima. Da bambino poteva sembrarmi una scena quasi assurda; oggi la trovo una delle rappresentazioni più precise del lutto che abbia mai visto. Non gli stava chiedendo dove fosse andato. Gli stava dicendo: e io adesso che cosa faccio senza di te?
Nella Bulgaria della mia infanzia ricordo anche il vino portato al cimitero e versato sulla terra. Si lasciavano dolci, cibo, piccole offerte per i morti. E poi passavano quasi subito gli zingari, che raccoglievano tutto indisturbati. Nessuno sembrava trovarci qualcosa di particolarmente strano. Il morto non veniva trattato come se fosse ancora vivo, ma neppure espulso completamente dal mondo dei vivi. Gli si parlava, gli si portava qualcosa, lo si visitava, lo si rimproverava persino.
Forse è questo che mi appare più naturale: non negare la morte, ma integrarla.
Anni fa litigai con i miei nonni e dissi loro che non sarei andato nemmeno al loro funerale. Se la legarono davvero al dito. Ma il punto è che, da primitivi quali sono nel loro modo di concepire queste cose, loro penserebbero che la mia presenza al funerale serva a onorare la memoria del morto, quasi fosse ancora un dovere nei suoi confronti. Io ormai ragiono in maniera molto più occidentale: se vado al funerale di qualcuno, non ci vado per il morto. Ci vado per chi rimane. Per stare vicino alla moglie, al figlio, all’amico, a chi da quel momento avrà una persona in meno nel proprio mondo. Il morto, qualunque cosa gli sia accaduta, non ha bisogno della mia presenza. I vivi sì.
Ho rivisto i miei nonni dopo anni. Ci vediamo raramente e non andiamo particolarmente d’accordo. Mio nonno mi guardò perplesso e disse: «Mariyan, ma sei biondo!», prima di essere prontamente zittito da mia nonna, che evidentemente riteneva necessario impedire ulteriori scoperte scientifiche.
Io, intanto, guardavo loro.
Erano invecchiati molto. Avevano acciacchi che non ricordavo. E vedere invecchiare qualcuno che nella propria memoria era rimasto fermo a molti anni prima produce una sensazione stranissima. Il cervello conserva le persone come fotografie abusive: noi continuiamo a pensare che abbiano l’età nella quale le abbiamo archiviate, mentre loro, con scarsissimo rispetto per i nostri ricordi, continuano tranquillamente a invecchiare.
Naturalmente da mia nonna ho ereditato anche un talento eccezionale per immaginare sempre il peggio. Una volta mia madre andò alla toilette di un centro commerciale e ci mise un po’ troppo a tornare. Io arrivai seriamente a pensare che fosse fuggita da me per sempre. Come quegli uomini dei film che dicono di andare a comprare le sigarette e non tornano mai, soltanto che mia madre era semplicemente andata in bagno.
Il particolare comico è che noi riusciamo effettivamente a litigare al punto che lei minaccia di andarsene di casa, e io sono perfettamente capace di esasperarla abbastanza da rendere l’ipotesi meno fantascientifica di quanto dovrebbe.
Ma forse la paura della morte degli altri appartiene allo stesso meccanismo. Non temo soltanto che qualcuno muoia. Temo che sparisca dal mio mondo.
L’ho capito in modo molto più violento quando un mio caro amico si suicidò. La mia mente non riusciva a capacitarsi del fatto che lui potesse non esserci più. Razionalmente lo sapevo. La frase era comprensibile. Le parole avevano senso. Il problema era che dentro di me quell’informazione non riusciva a diventare reale.
Continuavo quasi a pensarlo da qualche parte.
Aveva qualche anno più di me. Era tenero, aveva dei modi che a volte lo facevano sembrare un bambino. Aveva un acquario. Qualche volta veniva a cena da noi, qualche volta andavo io da lui. Prima di salutarci mi diceva spesso: «Ti voglio bene, Mariyan».
Da lui ho preso anche un modo di dire: «Dico bene?»
Mi era sembrato simpatico e me lo sono tenuto.
Ed è forse una delle cose più strane della morte: le persone possono scomparire e continuare ugualmente a muovere il corpo degli altri. Assorbiamo da chi frequentiamo parole, espressioni, gesti, inflessioni, piccoli modi di sorridere o di raccontare qualcosa. Li rubiamo senza accorgercene. Poi un giorno quella persona non c’è più, ma il gesto continua a esistere dentro un’altra persona. Io dico «dico bene?» e, senza pensarci, una minuscola parte di quell’amico torna nel mondo.
Un altro amico una volta mi disse che si sarebbe tenuto il mio «grazie davvero», che in effetti pronuncio quasi come un thank you very much indeed. Forse passiamo tutta la vita a reincarnarci negli altri molto prima di morire. Lasciamo pezzi dappertutto.
Questa settimana un amico si è dovuto sottoporre a un intervento chirurgico. Non era considerato un intervento particolarmente complesso e, nei giorni precedenti, ero stato bravissimo a non pensarci. Rimozione perfetta. Poi, la sera prima dell’operazione, improvvisamente non ci sono più riuscito.
Per un istante nella mia testa apparve la sua immagine dentro una bara. Era più bianco di quanto non sia già normalmente, risultato non semplicissimo da ottenere. Ma non era il colore a disturbarmi. Era l’immobilità.
Pensare una persona che normalmente cammina, parla, mangia, protesta, manda messaggi, si alza, si siede, gira la testa, respira, completamente immobile. Il cervello sembra opporsi all’idea. Finché conosciamo qualcuno, quella persona è movimento. È quasi un verbo. Poi improvvisamente diventa un sostantivo.
Ricordo le immagini di un documentario in cui alcune scimmie scuotevano il corpo di un’altra scimmia morta. Continuavano a cercare una risposta da qualcosa che non rispondeva più. Gli animali non comprendono la morte nel senso astratto e definitivo che noi attribuiamo a quella parola. Possono reagire all’assenza, all’immobilità, alla perdita. Possono aspettare, cercare, scuotere un corpo.
Ed è qui che arriva la parte meno lusinghiera per noi.
Nemmeno noi comprendiamo davvero la morte.
Siamo soltanto molto più bravi a raccontarcela.
Il paradiso. L’inferno. La resurrezione. Le reincarnazioni. L’anima. La tomba. Il ritorno alla materia. Il nulla. Abbiamo costruito religioni, filosofie, cosmologie e rituali intorno a un evento che nessun vivo può conoscere dall’altra parte. Abbiamo trasformato il mistero in dottrine, teorie e certezze. Ma possedere una spiegazione non significa necessariamente avere compreso ciò che si sta spiegando.
La scimmia scuote il corpo perché non comprende perché non si muova più. Noi lo mettiamo in una bara, recitiamo una preghiera, scriviamo un trattato sull’anima e diciamo di sapere che cosa sia successo.
Ma quanto siamo davvero più avanti?
Forse la differenza non è che gli animali non comprendono la morte e noi sì. È che gli animali non comprendono la morte e noi abbiamo inventato moltissimi modi per spiegarci qualcosa che continuiamo a non comprendere.
Sappiamo che siamo mortali. Sappiamo che un cuore smette di battere, che un cervello smette di funzionare, che un corpo si decompone. Possiamo descrivere perfettamente il processo biologico. Ma quando muore qualcuno che conosciamo davvero, una parte elementare di noi continua a fare la stessa domanda della scimmia davanti al corpo immobile: com’è possibile che questa persona prima ci fosse e adesso non ci sia più?
Per quanto riguarda me, la prospettiva della mia morte non mi impressiona particolarmente. Teoricamente sarei addirittura all’ultima reincarnazione, quindi potrei dire di essere arrivato alle battute finali del programma fedeltà dell’esistenza.
In Allergic, i Placebo parlano della rinascita quasi come di una scommessa, per poi arrivare a quella frase che mi è sempre rimasta addosso: «You know I never wanted to.»
Sai che non l’ho mai voluto.
Mi piace perché incrina quell’idea quasi automatica secondo cui tutti dovremmo desiderare necessariamente di continuare. Da millenni immaginiamo il paradiso, la resurrezione, la reincarnazione, un’altra possibilità. Come se la continuazione fosse inevitabilmente il premio. E se invece qualcuno non volesse ricominciare? Se la morte è una transizione, non è detto che il suo significato sia ritornare esattamente qui.
Eppure ci sono persone che incontriamo e che ci sembrano stranamente conosciute. Non semplicemente familiari: conosciute da altrove. Come se le avessimo già incontrate in un’altra vita, in un altro tempo, in qualche posto del quale abbiamo perso il ricordo. Naturalmente esistono spiegazioni psicologiche molto più sobrie. Ma non sempre la spiegazione più sobria è quella che mi interessa di più.
Forse il vero scandalo della morte non è neppure non sapere cosa venga dopo. È non riuscire veramente a concepire che possa esistere un dopo senza quella persona.
Ed è per questo che continuiamo a compiere gesti apparentemente irrazionali. Portiamo fiori. Versiamo vino sulla terra. Lasciamo cibo. Conserviamo fotografie. Parliamo alle tombe. Ripetiamo le battute di chi non c’è più. Continuiamo a usare parole che abbiamo imparato da loro. Ci arrabbiamo perché ci hanno lasciati. Qualcuno prega. Qualcuno aspetta di incontrarli nuovamente.
E qualcuno, invece, prende il cadavere e cerca di farlo sembrare ancora vivo.
Forse è lì che per me passa una linea.
Io posso parlare con un morto. Posso lasciare del vino sulla sua tomba. Posso credere che sia altrove. Posso perfino rimproverarlo, come faceva la mia bisnonna. Ma devo permettergli di essere morto.
Perché se la morte è davvero una transizione, la dignità consiste anche nel non fingere che quella transizione non sia avvenuta.
Alla fine siamo forse molto meno lontani dagli animali di quanto ci piaccia credere. Abbiamo soltanto inventato un numero immensamente maggiore di parole e di gesti davanti allo stesso mistero. Quelle scimmie scuotevano un corpo aspettando una risposta. Noi abbiamo inventato il trucco, l’imbalsamazione, le tombe, il paradiso, le reincarnazioni, i funerali, le fotografie, la teologia e la filosofia.
Poi torniamo a casa, apparecchiamo la tavola e mettiamo davanti a noi la coda di un animale che in bulgaro chiamiamo diavolo marino. È bianca, pulita, elegante. Della testa mostruosa, del fango, dell’oscurità, del nastro gelatinoso pieno di uova e della creatura che un tempo si muoveva sul fondo del mare non è rimasto quasi nulla da vedere.
Abbiamo trasformato il mostro in una pietanza e la morte in un concetto.
Forse è questa la cosa che sappiamo fare meglio: togliere ciò che ci disturba, dare un nome a ciò che ci supera e poi convincerci di averlo capito.
Ma gli animali non comprendono la morte. E forse la cosa più difficile da ammettere è che non la comprendiamo neppure noi. Noi abbiamo soltanto imparato a raccontarcela.
Rana pescatrice al burro nocciola Mashed potatoes Fagiolini verdi al pesto genovese