Le persone perbene ammazzano

Dopo aver scritto della borghesia italiana mi è rimasta addosso una parola: perbene. Persona perbene, famiglia perbene, ragazzo perbene. È una parola che usiamo con una sicurezza sorprendente, quasi contenesse già un giudizio morale. E invece, se ci penso, perbene descrive soprattutto una superficie: una famiglia normale, un lavoro normale, una casa ordinata, nessun precedente, il figlio che ha studiato, il padre che saluta, la madre che magari va a messa, un palazzo signorile, il golfino con il colletto della camicia che esce fuori quanto basta. Tutto in ordine. Ed è proprio quell’ordine che ci tranquillizza.

Il problema è che continuiamo a confondere ordine esteriore e ordine morale. Se uno sa stare al mondo, supponiamo automaticamente che sia buono. Se non urla, se studia, se saluta, se non dà scandalo, diventa un bravo ragazzo. Ma nessuna di queste cose è una TAC dell’anima. Sono indizi di compatibilità sociale. Abbiamo trasformato la capacità di stare composti nella prova di avere qualcosa di buono dentro.

È questo che rende interessante il caso di Filippo Turetta. Dopo l’arresto, suo padre raccontò di un figlio che fino a quel momento gli era sembrato praticamente perfetto, senza particolari problemi a scuola o in famiglia. Poi il processo per l’omicidio di Giulia Cecchettin ha restituito tutt’altro: l’incapacità di accettarne l’autonomia, la premeditazione riconosciuta dai giudici, le menzogne e una condotta lucida anche dopo il delitto. La condanna all’ergastolo è divenuta definitiva. La formula bravo ragazzo non era necessariamente una menzogna: probabilmente descriveva perfettamente quello che le persone avevano visto. Descriveva ciò che si vedeva. Ed è molto diverso dal descrivere ciò che una persona è capace di fare.

Forse è proprio questo che dovrebbe inquietarci. Un ragazzo può essere educato, studioso, puntuale, non aver mai fatto una scenata in pubblico e avere comunque dentro di sé qualcosa che gli altri non conoscono. Salutare il vicino non è ancora una virtù teologale. Eppure, dopo ogni tragedia, siamo quasi ossessionati dall’elenco delle credenziali sociali della persona: studiava, lavorava, veniva da una buona famiglia, non aveva mai dato problemi. Come se il delitto diventasse ancora più inconcepibile perché il suo autore sapeva dire buongiorno.

Poi c’è Alessandro Leon Asoli. Madre, patrigno, figlio, una cena come tante altre, delle penne al salmone. Soltanto che dentro quelle penne c’era nitrito di sodio. Loreno Grimandi morì e Monica Marchioni sopravvisse. Asoli negò a lungo; la sua linea difensiva arrivò a sostenere una ricostruzione che attribuiva la responsabilità alla madre. In appello confessò, si assunse la responsabilità e chiese perdono. Sua madre ha raccontato più volte quanto quella famiglia le fosse sempre sembrata normale, affettuosa, quanto il figlio le fosse apparso un bravo ragazzo. Ed è precisamente questa normalità ad avere qualcosa di terribile: non c’era nessun cartello sulla porta che annunciasse l’abisso.

Sul movente, poi, la realtà è più interessante delle semplificazioni. L’accusa e la madre insistettero anche sul rapporto di Asoli con il denaro, ma i giudici di primo grado non considerarono provato il movente ereditario. Ricostruirono piuttosto un rancore profondo nei confronti della madre, vissuta da lui come colei che gli chiedeva di studiare, lavorare, assumersi responsabilità e che era arrivato a considerare responsabile della propria infelicità. E forse è persino più inquietante così. Non serve sempre un patrimonio. A volte basta che una persona diventi, nella propria testa, l’ostacolo da eliminare. La tavola rimane apparecchiata, la casa rimane presentabile, il rancore semplicemente non compare nelle fotografie.

Con Pietro Maso, invece, il denaro entra dalla porta principale. Nell’omicidio dei genitori Antonio e Rosa, nel 1991, eredità, disponibilità economica e desiderio di continuare uno stile di vita costoso furono elementi centrali della ricostruzione giudiziaria. Automobili, vestiti, bella vita, portafoglio pieno: non la sopravvivenza, ma l’immagine della vita riuscita. E questa cosa mi interessa enormemente, perché siamo abituati a riconoscere immediatamente la brutalità quando il denaro manca, molto meno quando il denaro diventa identità.

Anni dopo Maso avrebbe raccontato anche il proprio ricordo di una famiglia emotivamente fredda, nella quale si parlava poco veramente di sé, insieme alla propria fascinazione per l’ostentazione e per un immaginario di successo. Ed eccola un’altra cosa che la rispettabilità fa fatica ad ammettere: una famiglia può funzionare perfettamente come unità economica e sociale ed essere interiormente deserta. Nessuno urla, nessuno fa scenate, tutto è composto. Il vuoto, se ben arredato, acquista persino una certa eleganza.

E parlando di arredamento arriviamo a Doretta Graneris. Vercelli, 1975: genitori, nonni e fratello tredicenne uccisi. Nelle ricostruzioni della vicenda compaiono il denaro, l’eredità, il matrimonio da progettare, la nuova vita e perfino i mobili. È una parola talmente perfetta che quasi non ha bisogno di commento. I mobili. Non il pane, non una medicina, non la sopravvivenza: i mobili per sistemarsi, costruire la propria casa, iniziare la vita adulta.

C’è qualcosa di quasi osceno nell’idea che, sullo sfondo dello sterminio della propria famiglia, possa esserci anche il progetto di mettere su casa. Prima si distrugge una famiglia, poi se ne prepara un’altra, possibilmente con una bella credenza. La realtà, quando vuole, possiede un senso dell’umorismo che sarebbe considerato eccessivo persino in un romanzo.

Poi c’è Novi Ligure, forse uno dei casi che meglio hanno fatto saltare la nostra geografia mentale del male. Una villetta in una zona residenziale, una famiglia economicamente tranquilla, un padre dirigente, una quotidianità che dall’esterno non aveva nulla dell’immaginario del cosiddetto degrado. Quando Erika De Nardo raccontò inizialmente che gli assassini erano degli stranieri, indicati come albanesi, quella versione si incastrava magnificamente dentro un copione che conoscevamo già: la famiglia normale è dentro, il male arriva da fuori. Gli estranei, la rapina, l’irruzione. Era quasi rassicurante.

Poi le indagini mostrarono che gli assassini erano già dentro quella casa. Forse fu proprio questo a sconvolgere tanto: non soltanto il delitto, ma l’insolenza con cui la realtà aveva rifiutato di rispettare la nostra sociologia da salotto. Il male non aveva bussato al cancello. Era già in cameretta.

Ed è qui che mi tornano in mente le case popolari dove viveva papino. Lì le persone litigavano e si sentivano. Una voce attraverso il muro, una coppia che urla, una porta che sbatte, qualcuno sul pianerottolo. E sappiamo immediatamente quale parola utilizzare: degrado. Che gente, che ambiente, che quartiere. La povertà possiede però una caratteristica molto semplice: ha meno spazio per nascondersi. Le case sono più piccole, i muri spesso più sottili, le persone vivono più vicine, la privacy costa. Quando una famiglia esplode, qualche volta lo sa tutto il piano.

La rispettabilità ha invece un vantaggio architettonico. Ha il corridoio, l’anticamera, una porta più pesante, magari il giardino. La povertà fa rumore. La rispettabilità ha i doppi vetri. E il silenzio, incredibilmente, finisce per essere scambiato per armonia.

Poi penso alla banca. Una persona ben vestita, documenti in ordine, tono basso, spiega al consulente che la nonna è molto anziana e che in futuro dovrebbe entrare in possesso di una parte del patrimonio familiare, quindi vorrebbe capire se questa prospettiva possa essere presa in considerazione per un finanziamento. Tutto impeccabile. Prendiamo ora lo stesso pensiero e facciamolo pronunciare sul pianerottolo di una casa popolare: «Quando crepa mia nonna mi arriva la casa.» Improvvisamente diventa disgustoso. Nel primo caso, invece, abbiamo delle aspettative successorie.

Ed è questo che trovo meraviglioso nella rispettabilità: non migliora necessariamente i desideri, migliora il vocabolario con cui vengono espressi. Il povero aspetta l’eredità, il borghese pianifica la successione. Il povero vuole i soldi, il borghese tutela il patrimonio. Il povero litiga coi parenti, il borghese affronta una delicata questione familiare. Il povero è tirchio, il borghese possiede cultura del risparmio. E aspettare che muoia la nonna, con abbastanza termini tecnici, può diventare quasi un prodotto bancario.

È questa capacità di verniciare le pulsioni umane che mi affascina. L’avidità prende appuntamento, il rancore abbassa la voce, l’odio firma dove indicato. Nessuno detesta il fratello: esistono tensioni familiari. Nessuno vuole mettere le mani sull’eredità: bisogna definire gli assetti patrimoniali. Nessuno spera che qualcuno muoia: si ragiona serenamente sul passaggio generazionale. Il sentimento rimane quello; semplicemente ha imparato a usare il congiuntivo.

E allora torniamo alla nostra persona perbene. Che cosa dovrebbe garantirmi esattamente? Che non sputa per terra? Ottimo. Che usa correttamente le posate? Ne sono lieto. Che ha studiato? Congratulazioni. Che vive nel quartiere giusto, frequenta la parrocchia, saluta il portiere e conosce la differenza tra Franciacorta e Prosecco? Tutto molto bello. Ma dove si trova, in tutto questo, la prova della bontà?

Abbiamo confuso l’autocontrollo con la moralità. Una persona che sa controllarsi ci appare migliore. Una famiglia che sa mantenere la facciata ci appare più sana. Una coppia che non litiga davanti agli altri ci sembra più felice. Chi sa essere composto, educato, discreto e sorridente acquista immediatamente una specie di credito morale. E quando la realtà presenta il conto ritorna sempre la medesima liturgia: sembravano una famiglia normale, era un bravo ragazzo, salutava sempre, non avremmo mai immaginato.

Forse sarebbe ora di immaginare. Non necessariamente l’omicidio. L’abisso. Quello sì. L’idea che ogni essere umano contenga contraddizioni, desideri inconfessabili, rancori, meschinità, slanci d’amore e zone che nessun vicino, professore, collega o parroco può certificare dall’esterno.

È anche per questo che mi ha sempre inquietato la sicurezza con cui si usa l’espressione famiglia normale. Normale rispetto a cosa? Alla fotografia? Alla tavola di Natale? Al fatto che nessuno abbia ancora chiamato i carabinieri? Una famiglia può andare a messa la domenica e detestarsi per tutta la settimana. Può avere il servizio buono, la laurea appesa nello studio e uno scheletro nell’armadio che, educatamente, non fa rumore.

E forse è per questo che a questo articolo associo una vellutata di cavolfiore. Il cavolfiore è un ortaggio piuttosto poco rispettabile: irregolare, popolare e, quando cuoce, non fa neppure il favore di passare inosservato. Basta però frullarlo, passarlo, renderlo bianco e perfettamente liscio, servirlo nella porcellana e chiamarlo vellutata perché diventi improvvisamente presentabile. La materia non è cambiata. È cambiato il modo in cui l’abbiamo preparata per essere guardata.

Forse la rispettabilità funziona un po’ così: non elimina necessariamente ciò che è sgradevole. Lo passa al setaccio. Toglie i grumi, abbassa la voce, apparecchia bene. E alla fine siamo noi a convincerci che una superficie liscia debba per forza contenere qualcosa di altrettanto ordinato.

Proprio perché detesto questa mentalità, però, non voglio sostituirla con il suo contrario. Le generalizzazioni non sono belle e gli stereotipi ancora meno. Degradare una persona alla propria appartenenza sociale è esattamente la stupidità che sto criticando. Non esiste una morale dei poveri contrapposta all’immoralità dei borghesi, così come non esiste una superiorità etica garantita dal vivere in periferia. Ma allora bisogna applicare la stessa regola in entrambe le direzioni.

Se è stupido vedere una casa popolare e immaginare immediatamente violenza, ignoranza e degrado, è altrettanto stupido vedere un palazzo signorile, una famiglia cattolica, due lauree e un golfino col colletto fuori e immaginare automaticamente equilibrio, bontà e salute morale. Se non possiamo dedurre l’anima dal degrado, non possiamo dedurla nemmeno dal decoro.

Il bene non possiede un dress code. Il male, purtroppo, neppure.

E forse persona perbene, alla fine, significa molto meno di quanto vorremmo. A volte significa soltanto questo: una persona di cui, fino a ieri, nessuno aveva mai sentito le urla attraverso il muro.

Quanto alla vellutata, invece, quella può rimanere impeccabile.

Bianca, liscia, perfettamente perbene. Buon appetito.

Vellutata di cavolfiore

Vellutata di cavolfiore

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