I Sagittari, la nostra ignoranza — e altri motivi per non fidarsi di noi

Qualche giorno fa un nostro vicino egiziano ci ha dato del kefir al mango. Lui e sua moglie ricevono degli aiuti alimentari; lo sappiamo semplicemente perché li vediamo riceverli, così come sappiamo che anche un’altra nostra vicina riceve pacchi dello stesso tipo.

La storia, però, era cominciata prima, con una latta di pelati. Mia madre aveva trovato dei pelati ancora interi buttati insieme alla loro confezione e aveva pensato che fossero dell’altra vicina. Così le aveva detto una cosa molto semplice: se nei pacchi riceveva qualcosa che non le piaceva o che non avrebbe mangiato, non aveva senso buttarlo; poteva darlo a qualcuno, a chiunque. E se proprio doveva buttare la latta, almeno svuotarla e lavarla. La vicina le spiegò che non era stata lei: erano stati i nostri vicini egiziani.

Nessuno, comunque, aveva chiesto loro di portare il cibo a noi. Eppure, da allora, hanno cominciato spontaneamente ogni tanto a passarci qualcosa che sanno di non consumare. È una cosa che trovo carina proprio perché non è stata organizzata da nessuno: il cibo, invece di diventare uno scarto, cambia semplicemente porta.

Questa volta era un kefir al mango che sarebbe scaduto nel giro di un paio di giorni. Io, naturalmente, invece di berlo e chiudere lì la questione ho deciso di farci una bavarese. Perché evidentemente nella mia testa un latticino prossimo alla scadenza non rappresenta un problema: rappresenta un progetto.

Ho preparato la bavarese, un coulis di mango e il giorno dopo ne ho portate due anche a loro. Era la prima volta che portavo loro qualcosa da mangiare. Ero molto soddisfatto della mia idea, come si può esserlo quando una cosa che rischiava di finire buttata diventa improvvisamente un piccolo dessert.

Soltanto dopo mi è venuto in mente un pensiero abbastanza elementare: ma loro si fidano del cibo che diamo loro? E immediatamente dopo ne è arrivato uno molto migliore: la colla di pesce.

Nella bavarese avevo messo della colla di pesce, e quella che avevo utilizzato era di origine suina. È stato allora che mi sono ricordato di un dettaglio che sarebbe stato assai utile ricordare prima: i nostri vicini sono musulmani e sua moglie porta il velo. Avevo quindi consegnato loro due bavaresi con la serenità assoluta di chi pensa di aver appena compiuto un gesto di vicinato graziosissimo, dimenticandosi completamente di avere utilizzato un ingrediente che per loro poteva essere religiosamente inaccettabile, per niente halal.

Non ho idea se le abbiano mangiate. E a quel punto ho pensato che, in fondo, fanno bene a diffidare di noi. O, quanto meno, fanno bene a non fidarsi ciecamente. Del resto non sarebbe nemmeno stato il primo precedente. Pochi mesi fa, forse nemmeno un anno fa, mia madre confuse una vaschetta di carne trita di maiale con quella di vitello e preparò dei peperoni ripieni di riso e carne che offrì a un mio amico, anche lui egiziano e musulmano. Ce ne accorgemmo soltanto dopo, quando vidi che la trita di vitello era ancora tranquillamente in frigorifero. Ne seguì un battibecco in bulgaro tra me e mia madre al quale lui assistette e forse fu proprio quello a fargli intuire che qualcosa non andasse: dopo essersi sforzato di mangiarne tre forchettate, si fermò.

Mia madre non è bionda. Anni fa, però, ebbe la tentazione di diventarlo. Per me sarebbe stato uno shock vederla così e quindi è rimasta felicemente fedele al suo look sciuresco, capelli brizzolati compresi. Ora che ci penso, forse tingersi di biondo sarebbe stato semplicemente un modo onesto per mettere le mani avanti.

Il paradosso è che io non avevo nessuna intenzione di mancare di rispetto alle loro abitudini. Anzi. Nella mia testa avevo fatto una cosa quasi perfetta: loro mi avevano dato qualcosa che rischiava di scadere, io l’avevo trasformato e una parte era tornata a loro sotto forma di dolce. Una piccola economia circolare. Peccato per il maiale.

Ed è forse questa una delle forme di ignoranza che mi interessano di più. Non la stupidità, ma qualcosa di molto più sottile: dimenticarsi che gli altri non abitano dentro la nostra testa. Io sapevo di avere buone intenzioni, loro no. Io sapevo perché stessi portando loro quella bavarese; loro vedevano semplicemente un vicino che aveva preso il loro kefir e che, il giorno successivo, glielo restituiva trasformato in una cosa bianca, morbida e tremolante con sopra un coulis di mango. E, cosa ancora più bella, evidentemente nemmeno io sapevo fino in fondo che cosa stessi dando loro, visto che alla colla di pesce ho pensato soltanto dopo.

A pensarci bene, avrebbero avuto tutto il diritto di osservare quelle bavaresi come si guarda una valigia incustodita in aeroporto. E invece mi hanno restituito lo stampino Cuki d’alluminio lavato insieme a due pacchettini di Fonzies, due scatolette di Frisk e delle pesche tabacchiere. Naturalmente poi l’ho buttato: era uno stampino usa e getta. Ma è proprio questo che rende il gesto ancora più buffo e, in fondo, più gentile. Non c’era nessuna ragione economica per riportarmelo. Non era un oggetto prezioso da recuperare. Hanno semplicemente pensato che fosse mio e me l’hanno restituito pulito.

Può sembrare una sciocchezza, ma mi ha ricordato immediatamente un’altra persona, italianissima, che anni fa aveva uno street-food truck sotto casa di mio padre. Una volta gli portai un bonet nello stampo in cui l’avevo preparato. Solo che quello non era uno stampino Cuki: era uno stampo d’acciaio. Ne assaggiò una cucchiaiata, evidentemente decise che né il bonet né il nostro rapporto meritavano ulteriori sviluppi e buttò tutto, compreso lo stampo.

Ed è una di quelle contraddizioni che mi divertono molto. Il nostro vicino egiziano può avere comportamenti che io trovo poco civili — buttare per terra una buccia d’arancia o piccoli rifiuti, per esempio — e contemporaneamente prendersi la briga di lavare e riportarmi uno stampino d’alluminio che io stesso, appena tornato in casa, avrei buttato. Mentre un uomo perfettamente inserito nei codici della nostra rispettabilissima società italiana può considerare un vero stampo d’acciaio parte dell’imballaggio monouso di un bonet.

È anche per questo che diffido delle categorie. L’educazione non arriva insieme alla nazionalità, la gratitudine nemmeno e la fiducia ancora meno. Ed è proprio pensando alla fiducia che, inevitabilmente, sono arrivato ai Sagittari.

A dire il vero qualcuno ci era arrivato molto prima di me. In Sunset Boulevard, Norma Desmond chiede a Joe Gillis quando sia nato. Lui risponde il 21 dicembre. Lei conclude immediatamente che è Sagittario e che dei Sagittari ci si può fidare. Il fatto che questa patente di affidabilità venga rilasciata proprio da Norma Desmond, tra tutte le persone possibili, dovrebbe già indurci a una certa prudenza.

Forse però Norma aveva individuato qualcosa e aveva semplicemente sbagliato il verso della frase. Non so se dei Sagittari ci si possa sempre fidare. Ho invece il sospetto che siano spesso i Sagittari a fidarsi: delle persone, delle idee, della propria lettura delle cose e soprattutto di quella meravigliosa convinzione per cui, se un’intenzione è sufficientemente bella, in qualche modo anche la realtà finirà per collaborare.

Non credo naturalmente che essere nati sotto il Sagittario costringa qualcuno a entrare clandestinamente su un’isola, ad affidare la propria vita a sconosciuti o a puntare una freccia contro il cuore della propria compagna. Però riconosco un certo tipo umano che mi è terribilmente familiare: quello che vede perfettamente un limite e pensa che, probabilmente, nel suo caso si possa discutere.

Pippa Bacca era nata il 9 dicembre. Nel 2008 partì da Milano insieme a Silvia Moro per Brides on Tour, un viaggio in autostop attraverso diversi paesi, anche segnati dai conflitti, vestite da sposa. La fiducia negli sconosciuti non era un dettaglio del viaggio: era parte stessa dell’opera. L’idea era quasi insopportabilmente bella, affidarsi agli altri per dimostrare che degli altri ci si può ancora fidare. Durante il viaggio in Turchia, Pippa Bacca venne violentata e assassinata dall’uomo che le aveva dato un passaggio.

Ed è proprio questo che trovo terribile nella sua storia. L’idea non era brutta, era bellissima. Ma le idee bellissime hanno un difetto: ogni tanto ci convincono che la realtà abbia l’obbligo di comprenderle.

Poi c’è John Allen Chau, nato il 18 dicembre. Per anni si preparò a raggiungere North Sentinel Island per incontrare i Sentinelese e portare loro il cristianesimo. Sapeva che non volevano contatti con l’esterno, sapeva che avvicinarsi all’isola era proibito e sapeva di poter morire. Ci andò comunque, venne respinto, tornò e fu ucciso.

È proprio questo che rende la sua storia interessante: non sembra affatto quella di qualcuno che ignorasse il pericolo. Sapeva. Forse l’ignoranza era altrove, nella convinzione che il significato che lui attribuiva alla propria presenza dovesse avere qualche valore anche per le persone che quella presenza non avevano chiesto. Per lui era una missione; per loro era uno sconosciuto che stava entrando nel loro territorio.

Molti anni prima un altro Sagittario, Pete Fleming, nato il 23 novembre, aveva preso parte all’Operation Auca. Lui e altri quattro missionari tentarono di entrare in contatto con i Waorani dell’Ecuador. Non si erano persi nella foresta cercando un supermercato: era un progetto deliberato e preparato, di cui conoscevano i rischi. Ci andarono comunque e vennero uccisi tutti e cinque.

Poi arriviamo alla mia parte preferita: il 30 novembre. Marina Abramović è nata il 30 novembre, Ulay il 30 novembre e io il 30 novembre. Non intendo formulare alcuna teoria scientifica; mi limito, prudenzialmente, ad allontanare gli archi.

Nel 1974 Marina Abramović realizzò Rhythm 0. Per sei ore mise il proprio corpo a disposizione del pubblico insieme a settantadue oggetti, alcuni innocui e altri capaci di ferirla. Lei non avrebbe opposto resistenza: il pubblico avrebbe deciso che cosa farle. La situazione degenerò progressivamente. Anni dopo, insieme a Ulay, realizzò Rest Energy: i due mantenevano un arco sotto tensione usando il peso dei propri corpi, mentre la freccia era puntata direttamente contro il cuore di Marina. L’opera parlava di fiducia assoluta.

Due persone nate il 30 novembre avevano quindi concluso che un modo ragionevole per riflettere sulla fiducia fosse stare con una freccia puntata al cuore e verificare che nessuno perdesse l’equilibrio. Io, ripeto, ho fatto una bavarese. Direi che il 30 novembre, almeno nel mio caso, sta lentamente migliorando.

Poi c’è George Armstrong Custer, nato il 5 dicembre, che rappresenta un’altra variante dello stesso problema: non l’ingenuità idealista, ma quella fiducia quasi mitologica nella propria lettura della realtà che può portare qualcuno a comportarsi come se fosse la realtà stessa ad aver capito male.

Naturalmente queste storie non sono moralmente equivalenti. Una performance artistica, un progetto pacifista, una missione religiosa e una campagna militare appartengono a mondi completamente differenti. Non è questo il punto. Il punto è quella minuscola tentazione mentale che può esistere dietro esperienze diversissime: io capisco quello che sto facendo, quindi in qualche maniera lo capirà anche il mondo.

E più ci penso, più mi accorgo che questa cosa mi succede da anni. Non guardo soltanto la realtà per capire come funziona. La guardo e, quasi immediatamente, penso a come dovrebbe funzionare.

Quando studiavo Scienze dell’Educazione arrivai addirittura a fondare, insieme ad altre persone, un’associazione costituita come ONLUS che avrebbe dovuto occuparsi del coming out e soprattutto di ciò che accadeva intorno ad esso. L’idea non era semplicemente aiutare qualcuno a pronunciare “sono gay” o “sono lesbica”. Quello che mi interessava era considerare il coming out come una vera transizione familiare: quando qualcosa che magari tutti sanno implicitamente viene finalmente nominato, cambiano anche il linguaggio e il modo in cui una famiglia riconosce apertamente uno dei propri membri.

Mi ha sempre lasciato perplesso quella situazione in cui tutti sanno, tutti accettano in pratica, ma nessuno deve dire niente. Una madre può conoscere perfettamente il compagno del figlio, invitarlo a pranzo, volergli bene, arrivare persino a preparare il letto matrimoniale perché dormano insieme quando vengono a trovarla e, contemporaneamente, non voler mai sentire pronunciare chiaramente la frase “sono gay”. A me questa cosa è sempre sembrata una forma di ipocrisia, quella vecchia logica per cui una realtà può essere tollerata perfettamente purché rimanga senza nome. Puoi dormire con il tuo compagno nella stanza che ti ho preparato io, però per carità non costringermi a nominare ciò che accade nella mia stessa casa. Quasi che il problema non fosse ciò che succede nella camera da letto, ma la frase pronunciata in cucina.

È vero che un eterosessuale non fa coming out. Ma proprio perché non ne ha bisogno. Può dire tranquillamente che gli piace una donna, fare una battuta sulla propria eterosessualità, presentare una fidanzata e chiamarla per quello che è senza che improvvisamente si abbassino le luci e parta un requiem. L’assenza del coming out eterosessuale non deriva da una maggiore discrezione; deriva dal fatto che l’eterosessualità può essere nominata senza che il suo stesso nome diventi un problema.

A me sembrava quindi perfettamente logico creare qualcosa che accompagnasse il passaggio dal “lo sappiamo tutti ma non diciamolo” al “lo sappiamo tutti e possiamo anche dirlo”. Una specie di educazione alla normalità esplicita. E non era rimasta una fantasticheria: l’associazione l’avevamo davvero costituita come ONLUS. Poi arrivò quel particolare che tende a presentarsi con inquietante puntualità nelle mie idee: la realtà. Il bisogno esisteva, ma il progetto era estremamente di nicchia. Moltissime famiglie si arrangiavano con codici propri, magari proprio attraverso quel non detto che io trovavo insopportabile; altre avevano problemi molto più urgenti; altre ancora non sentivano alcuna necessità di trasformare l’accettazione in un percorso strutturato. Io avevo visto un’incoerenza e avevo pensato: bisogna costruire qualcosa per risolverla. La società, come spesso accade, non aveva necessariamente chiesto che qualcuno gliela risolvesse.

E la cosa buffa è che ancora oggi non penso che l’intuizione fosse sbagliata. Continuo a trovare piuttosto assurdo preparare il letto matrimoniale a tuo figlio e al suo compagno e poi comportarti come se le parole “sono gay” potessero compromettere il mobilio. Ma riconosco perfettamente il meccanismo: avevo preso una cosa che secondo me avrebbe reso le relazioni più oneste e ne avevo dedotto quasi automaticamente che dovesse esistere un bisogno sociale organizzato intorno ad essa.

Mi è successo anche con i gemelli da polso. E qui il ragionamento, nella mia testa, era persino meravigliosamente semplice. Io i gemelli li colleziono, mi piacciono veramente e già allora avevo una collezione. Non stavo cercando disperatamente un lavoro: un lavoro ce l’avevo. Guardavo semplicemente certi oggetti e pensavo che avessero un problema evidente. Parliamo comunque di cifre importanti: già allora un paio di gemelli Bvlgari poteva costare intorno ai tremila euro, oggi anche di più, e contemporaneamente vedevo uomini comprarli per il matrimonio, usarli sostanzialmente una volta e poi rivenderli su Vestiaire anche a un terzo del prezzo.

Io pensai: perché non noleggiarli?

Mi sembrava quasi un’idea nobile, nel senso più ingenuo del termine. Un oggetto bello e costoso che passa da una persona all’altra invece di rimanere chiuso in un cassetto. Qualcuno avrebbe potuto indossare per una sera qualcosa che magari non avrebbe mai comprato; io avrei condiviso una collezione che amavo e, certo, con ciò che avrei ricavato avrei potuto permettermi di ampliarla ulteriormente. Non era altruismo francescano e non ho mai avuto intenzione di fingere che lo fosse. Era semplicemente l’idea che possesso e condivisione potessero alimentarsi a vicenda.

La cosa divertente è che il principio non era nemmeno assurdo. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti esistono piattaforme come By Rotation, costruite proprio sull’idea di far circolare abiti e accessori fra privati. Il problema era forse un altro: io avevo scelto una nicchia dentro una nicchia. Il gemello da uomo è già un oggetto molto particolare; non è una borsa, non è un abito, non è un orologio che magari accumula desiderabilità o valore. Ancora una volta avevo preso una possibilità reale e le avevo assegnato la forma che piaceva a me, dando quasi per scontato che anche il mercato avrebbe trovato elegante la stessa idea.

E poi c’è Blond Gourmand, che forse rappresenta la versione più raffinata dello stesso vizio.

Guardo quella fascia media della ristorazione italiana che, almeno nella mia testa, dovrebbe essere la custode naturale della cucina vera: non necessariamente quella alta, non necessariamente quella fotografata dalle riviste, ma quella fatta di piatti riconoscibili, servizio, territorio, memoria, misura e una certa idea di tavola. Ed è proprio questa fascia che oggi mi sembra economicamente più fragile, erosa dalla crisi, dai costi, dal cambiamento dei consumi e da un mercato sempre più difficile.

Solo che c’è una contraddizione che trovo straordinaria: proprio mentre questa fascia rischia di scomparire, spesso sembra desiderare di diventare qualcos’altro.

Il ristoratore medio guarda il locale più grande, più metropolitano, più fotografato, e comincia ad adottarne il linguaggio. Stessa estetica, stesso food design, stessi piatti costruiti per sembrare contemporanei, stessi anglicismi, stessa comunicazione, stessa necessità di trasformare tutto in un brand. Ormai certi ristoranti ti inseguono perfino con newsletter e mailing list dopo una cena, come se ordinando un risotto avessi inconsapevolmente sottoscritto un rapporto sentimentale a tempo indeterminato.

E qui nasce Blond Gourmand. Non come consulenza tecnica: non voglio insegnare a un cuoco a cucinare o a un ristoratore a fare il mestiere che conosce meglio di me. Mi interessa l’esperienza estetica, la coerenza fra piatto, sala, servizio, menu, linguaggio, sequenza, atmosfera e identità. In pratica vorrei dire a un ristorante medio: non devi sembrare più grande, più milanese o più contemporaneo di ciò che sei; devi diventare più chiaramente te stesso.

E poi mi viene il dubbio più divertente di tutti: forse il ristoratore al quale vorrei rivolgermi è esattamente quello che non si rivolgerebbe mai a me.

Io vedo il suo valore nel fatto che custodisca qualcosa di autentico; lui magari vede proprio quell’autenticità come il problema dal quale emanciparsi. Io vorrei dirgli “non diventare loro”, mentre lui pensa che per sopravvivere debba precisamente assomigliare a loro. Io vorrei aiutarlo a rimanere ciò che, secondo me, dovrebbe essere; lui forse sta facendo di tutto per smettere di esserlo.

Potrei insomma aver costruito una consulenza per convincere qualcuno a rimanere esattamente ciò che lui sta cercando di non essere più. Il che, se ci penso, è talmente coerente con me da diventare quasi rassicurante.

L’associazione, i gemelli, Blond Gourmand: cambiano completamente gli oggetti, ma il movimento mentale è identico. Io non guardo la realtà soltanto per capire come funziona; la guardo e penso quasi subito a come potrebbe essere più coerente, più bella, più logica o semplicemente più simile all’idea che ne ho io. Il problema è che alla realtà non interessa particolarmente sapere se la mia versione mi sembra migliore.

Ed è forse proprio questa la mia forma personale d’ignoranza. Non non vedere il mondo. Forse lo vedo anche troppo. È vedere una contraddizione e presumere immediatamente che la contraddizione voglia essere risolta.

Ma magari la famiglia sta benissimo con il suo non detto. Magari l’uomo preferisce comprare i gemelli a tremila euro, usarli al matrimonio e rivenderli perdendoci duemila. Magari il ristoratore di provincia vuole davvero la newsletter, il piatto astratto e il linguaggio da locale milanese perché ciò che io chiamo autenticità a lui sembra soltanto vecchio.

E qui torniamo alla bavarese.

Guardandola, mi accorgo che il piatto racconta quasi perfettamente tutto questo senza averne minimamente l’aria. Non è un dessert costruito per impressionare. È una piccola bavarese chiara, morbida, quasi candida, con sopra un coulis di mango. Ha qualcosa di semplice, quasi infantile nella sua purezza. Sembra una cosa di cui ci si possa fidare.

Ed era nata davvero da un pensiero altrettanto semplice: c’è del kefir che sta per scadere, non buttiamolo; facciamone qualcosa di buono e restituiamone una parte a chi ce l’ha dato. Non c’era nessuna grande teoria dietro. C’era soltanto un ingrediente da non sprecare, della panna, del mango e quella mia volontà abbastanza ingenua di trasformare una cosa avanzata in qualcosa di bello.

Poi arriva tutto ciò che nella fotografia non si vede. Non si vede che il kefir proveniva da un pacco alimentare, non si vede che chi ce l’aveva dato era musulmano, non si vede che nella bavarese c’era della colla di pesce di origine suina. Non si vede il dubbio arrivato dopo, non si vede lo stampino Cuki restituito lavato e poi buttato perché era effettivamente usa e getta, non si vede lo stampo d’acciaio finito nella spazzatura anni prima. Non si vedono l’associazione, i gemelli mai messi a noleggio o il ristoratore al quale vorrei insegnare a non desiderare proprio ciò che desidera. E certamente non si vedono Norma Desmond, Pippa Bacca, John Allen Chau, Marina Abramović o Ulay.

Si vede soltanto una bavarese.

Ed è forse proprio questo che mi interessa dell’ingenuità: si presenta benissimo. È pulita, elementare, persino bella. Non porta con sé l’elenco delle cose che non abbiamo previsto. Una buona intenzione non mostra immediatamente ciò che abbiamo dimenticato, esattamente come quella bavarese non mostrava la provenienza della sua gelatina.

La realtà ha questa pessima abitudine: quando penso di avere finalmente capito come dovrebbe funzionare, aggiunge un ingrediente che non avevo letto sull’etichetta.

Forse Norma Desmond, allora, aveva ragione soltanto a metà. Dei Sagittari magari ci si può anche fidare. Il problema è che noi siamo spesso i primi a fidarci della nostra idea prima di avere controllato tutti i dettagli.

Pippa Bacca si fidava di un’idea bellissima sull’umanità. Chau si fidava del significato della propria missione. Abramović e Ulay si fidavano l’uno dell’altra abbastanza da mettere una freccia davanti a un cuore. Io, molto più modestamente, mi sono fidato di una bavarese.

E forse il punto non è nemmeno smettere di farlo. Senza una certa ingenuità non avremmo progetti, non avremmo opere, non proveremmo a cambiare nulla e probabilmente non faremmo nemmeno dessert con il kefir prossimo alla scadenza. Il problema comincia quando confondiamo la bellezza di un’intenzione con una garanzia sul risultato.

Nella tradizione astrologica il Sagittario è governato da Giove, il pianeta dell’espansione. E forse è proprio questa la nostra condanna: espandere tutto. Un’idea diventa un progetto, un’intuizione diventa una visione del mondo, una contraddizione diventa qualcosa che sentiamo immediatamente il bisogno di correggere. Non ci basta quasi mai vedere ciò che esiste; vediamo subito ciò che potrebbe esistere al suo posto. A volte è lungimiranza, altre volte è presunzione, altre ancora è semplicemente una forma molto elegante di ignoranza.

Ma soprattutto siamo, in maniera abbastanza irrimediabile, dei visionari. Non necessariamente perché vediamo il futuro meglio degli altri, ma perché facciamo una fatica enorme ad accettare che la realtà debba rimanere esattamente com’è. Continuiamo a spostarla mentalmente un po’ più in là, a immaginarla più grande, più giusta, più bella, più coerente o semplicemente più simile a ciò che abbiamo visto nella nostra testa. E qualche volta quella visione produce qualcosa di meraviglioso. Qualche altra volta produce una ONLUS troppo di nicchia, un servizio di noleggio di gemelli che nessuno aveva chiesto, una consulenza per ristoratori che forse sognano precisamente il contrario di ciò che vorremmo preservar loro, oppure una bavarese al mango preparata per due musulmani con della colla di pesce di origine suina.

Io volevo soltanto non buttare un kefir al mango. Ho finito per interrogarmi sulla fiducia, sulla famiglia, sul lusso, sulla ristorazione e sulla pretesa abbastanza ridicola di spiegare alla realtà come dovrebbe essere.

Forse è questo il Sagittario: non uno che non vede la realtà, ma uno che la vede e, cinque minuti dopo, ha già cominciato a ridisegnarla.

Sagittario, 30 novembre. Governato da Giove. Irrimediabilmente visionario.

Controllate sempre gli ingredienti.

Bavarese di kefir al mango e coulis di mango

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Slave to the details: l’Ascendente Bilancia e il fascino della bellezza autentica