REMINDS ME OF: Riflessioni futili di un post-punk in giacca e cravatta

Nel pezzo precedente sono arrivato a una domanda che, a posteriori, mi sembra molto più scomoda di quanto avessi previsto: che cosa succede quando le strutture che per millenni hanno detto all’essere umano che cosa doveva fare cominciano lentamente a perdere parte della loro necessità?

Per gran parte della nostra storia la necessità ci ha fornito quasi automaticamente una direzione. Bisognava procurarsi da mangiare, lavorare, costruire, mettere al mondo altre persone, organizzare famiglie e comunità abbastanza stabili perché la vita continuasse. Il mestiere, il matrimonio, i figli, i doveri, la reputazione: una parte enorme della vita aveva una funzione prima ancora di diventare una scelta.

La libertà individuale, intesa in questo senso, mi sembra invece un problema stranamente nuovo. Perché quando nessuno ti consegna più con la stessa forza un copione — questo è il tuo mestiere, questa è la persona che devi sposare, questi sono i figli che devi avere, questo è il modo rispettabile di vivere — non significa che improvvisamente tu sappia che cosa vuoi. Significa soltanto che hai più spazio per scoprirlo.

E lo spazio, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, può essere terribilmente disordinato. È forse questa la domanda che mi interessa in questo secondo pezzo: che cosa facciamo della libertà una volta che finalmente ce l’abbiamo? Perché togliere un copione non significa automaticamente imparare a vivere senza copione. E forse proprio per questo continuo a essere affascinato da tutto ciò che devia, contraddice, cambia destinazione, sembra non servire a nulla e soltanto dopo rivela di avere significato.

Stranamente, questa cosa mi ricorda la moussaka.

C’è una cosa che mi diverte moltissimo della moussaka: in Italia quasi tutti sanno cos’è, purché non sia quella che conosco io. Quando dico moussaka, qui quasi inevitabilmente si pensa a quella greca: melanzane, carne, uno strato cremoso sopra. Io invece penso alla moussaka bulgara. Patate tagliate a cubetti, carne macinata, pomodoro e sopra non una besciamella, ma quella copertura di yogurt, uovo e farina che cuocendo diventa morbida, leggermente acidula, dorata.

E già qui ci sarebbe abbastanza materiale per mettere in crisi l’idea che il nome di una cosa basti a sapere che cosa ci troveremo dentro. Poi c’è il ragù, e lì comincia un’altra storia. Perché almeno nella cucina bulgara che conosco io non abbiamo sempre quel rapporto quasi notarile con le ricette che incontro spesso in Italia. Ognuno ci mette qualcosa. Ognuno ha la propria versione. Una famiglia mette più di una spezia, un’altra meno; qualcuno farà una cosa che qualcun altro considererà quasi un’eresia e alla fine si mangerà lo stesso.

Io ci voglio la paprika, per esempio, perché con il pomodoro e il soffritto quasi scompare mentre contemporaneamente modifica tutto: si fonde nella salsa, la arrotonda, le dà profondità senza necessariamente mettersi al centro. Poi il cumino. Quello lo capisco: per qualcuno può essere forte. Ma con la carne ha perfettamente senso. Il pepe nero fa un lavoro diverso: non vuole trasformare il piatto, gli dà nervo. La santoreggia, invece, per me è quasi una firma.

E poi il mentastro verde. Il mentastro mi fa ridere perché per me ha qualcosa di profondamente campagnolo. AHAHAHA. Non campagnolo nel senso dispregiativo. Campagnolo nel senso migliore: orto, estate, una cucina dove qualcuno prende un’erba senza avere bisogno di raccontarti che è stata raccolta alle 5.47 del mattino da un produttore biodinamico che comunica con le zucchine.

Sa di qualcosa che esisteva prima che dovessimo trasformare ogni ingrediente in uno storytelling. Ed è proprio questo il punto: puoi sapere che davanti hai una moussaka e non sapere ancora affatto che moussaka sarà.

La cosa mi fa sorridere perché a volte succede anche a me nei ristoranti etnici. Leggo il nome di un piatto, penso più o meno di aver capito, arriva qualcosa che non assomiglia affatto a quello che avevo immaginato e allora chiedo. Cos’è? Cosa c’è dentro? Come si mangia? Magari fino a cinque minuti prima non avevo neppure ben capito cosa avessi ordinato e poi scopro che mi piace moltissimo.

Se accetto così facilmente che possa succedere con un piatto, perché dovrei insistere tanto nel voler sapere da subito chi ho davanti? Forse perché le categorie tranquillizzano. Se so che sei questo, probabilmente penserai quello. Se ti vesti così, ascolterai quella musica. Se fai quel lavoro, avrai certe aspirazioni. Se frequenti un determinato ambiente, avrai presumibilmente certi gusti, certi amici, certe opinioni.

È comodissimo: una specie di menu degustazione dell’essere umano, cinque portate, abbinamento vini compreso e alla fine crediamo di aver capito tutto. Peccato che le persone non funzionino così. Io almeno certamente no.

Credo di aver trascorso buona parte della mia vita a fare qualcosa che non corrispondeva perfettamente al luogo, al momento o alla parte che sembrava spettarmi. Non necessariamente per eroismo. Molto più spesso per una specie di ostinazione. Mi rifiuto di lasciare che il posto in cui mi trovo decida chi devo diventare.

Mi ricordo di quando mia madre si era rotta un piede e, nonostante questo, mi accompagnò in macchina fino a Padova per vedere gli IDLES. Prima ci facemmo anche un aperitivo in centro, credo mangiando dei tramezzini. Una normalissima giornata madre-figlio, se non fosse che lei camminava con una stampella e io poche ore dopo sarei andato a vedere Joe Talbot sputare per aria sul palco e riprendersi lo sputo con la bocca.

Una cosa schifosa. E contemporaneamente, su di lui, quasi sexy. Anche questa contraddizione mi sembra perfettamente in tema.

Mia madre non entrò nemmeno veramente al concerto. A un certo punto si avvicinò all’ingresso perché doveva andare in bagno e una signora, vedendola arrivare con la stampella, le disse qualcosa del tipo: «Signora, lei dev’essere proprio una fan sfegatata per essere venuta anche col piede rotto». La cosa meravigliosa era che mia madre probabilmente non avrebbe saputo nominare una canzone degli IDLES nemmeno sotto interrogatorio.

Eppure era arrivata fino a Padova.

Ormai mi accompagna ai concerti. Ha visto con me i Placebo, gli Interpol e altre band che non appartengono precisamente al suo mondo. Poi formula anche le proprie recensioni. Gli Interpol, secondo lei, coinvolgevano meno il pubblico dei Placebo.

E nel frattempo, per osmosi familiare, ha cominciato persino a riconoscere alcune canzoni. L’ultima volta stava passeggiando con Asghar quando, passando davanti a una casa, sentì da una finestra qualcuno che ascoltava Gran Hotel degli Interpol. La riconobbe. O, almeno, riconobbe che era una delle mie.

Quando tornò cercò di spiegarmi quale canzone fosse canticchiandomela. Il problema è che me la canticchiava, non so come altro dirlo, in bulgaro. Una cosa tipo nani-na-na-na-nani-na-na… Io la guardavo senza capire e le dissi: «Mami, se me la canticchi in bulgaro non capisco». Lei continuava, sempre più convinta. Io niente.

A un certo punto, probabilmente esasperata dalla mia incapacità di comprendere quello che nella sua testa doveva essere ormai un arrangiamento filologicamente impeccabile, la fischiettò. E allora finalmente capii: «AAAAAH, Gran Hotel!»

Non so perché il passaggio dal bulgaro al fischio abbia improvvisamente risolto il problema. Evidentemente esistono dei limiti anche all’integrazione europea.

E non era nemmeno la prima volta. Una volta era al Carrefour Express, sentì For What It’s Worth dei Placebo e mi mandò direttamente un vocale con la canzone registrata nel negozio. Come a dire: guarda che ormai il tuo ecosistema musicale lo riconosco anch’io.

Ed è una cosa che trovo bellissima. Mia madre magari non saprebbe dirmi il titolo della canzone, l’album, l’anno o raccontarmi qualcosa sulla band. Ma sente gli Interpol mentre passeggia con Asghar e pensa a me. Sente i Placebo al Carrefour e pensa che debba farmelo sapere immediatamente.

Non conosce necessariamente il nome di una cosa. Conosce la traccia che quella cosa ha lasciato nella mia vita.

E questa cosa mi ricorda sempre la madre di Dani, che ha più di ottant’anni e che lui porta al sushi all you can eat. Una volta gli chiesi: «Dani, ma tua madre mangia il sushi?». E lui, tranquillissimo: «Sì. Non sa esattamente cos’è, ma le piace moltissimo».

Che, a pensarci bene, mi sembra una posizione filosoficamente impeccabile: non so esattamente che cosa sia, però mi piace.

Forse dovremmo concederci più spesso questa possibilità. Perché abbiamo sviluppato una strana convinzione secondo cui, prima di poter amare qualcosa, dovremmo saperla definire. Mia madre non deve conoscere la discografia degli Interpol per riconoscere Gran Hotel. La madre di Dani non deve conoscere la tassonomia del sushi per volerci tornare. E io non devo necessariamente sapere in anticipo che cosa una cosa significherà per me per permetterle di entrare nella mia vita.

A volte la conoscenza arriva dopo. Il piacere, fortunatamente, può arrivare prima.

Al concerto degli IDLES, invece, mi guardavo intorno e avevo quasi l’impressione di osservare un piccolo fenomeno sociologico. Tatuaggi, piercing, capelli colorati, un certo modo di vestirsi, di muoversi, di occupare lo spazio. Ovviamente non erano letteralmente tutti uguali, ma percepivo un codice, una famiglia estetica, un linguaggio condiviso.

Io no. Io ero lì perché mi piacevano gli IDLES, non perché desiderassi diventare qualcuno che sembrasse appartenere agli IDLES. A un certo punto Joe Talbot incitò quelli davanti a pogare e io, che mi ero messo abbastanza avanti, decisi serenamente che avevo già dato abbastanza alla cultura occidentale e che avrei preferito conservare intatte le mie costole. Mi spostai.

Joe Talbot può tingersi i capelli di rosa, sputare, urlare, muoversi sul palco come un animale e io posso trovarlo tremendamente figo senza sentire la minima necessità di fare nessuna di queste cose. Posso essere affascinato da qualcosa senza doverla imitare. Posso amare un mondo senza indossarne l’uniforme.

Ed è forse qui che entra il post-punk in giacca e cravatta.

Potrei andare al lavoro in giacca e cravatta, con dei gemelli d’oro al polso da tremila euro, vestito come uno che sta andando a discutere l’acquisizione di una banca svizzera e in realtà dirigermi verso una reception dove guadagno poco più di mille euro al mese. Durante il tragitto potrei cantare post-punk a volume indecente.

Oppure Azis.

Il vestito racconta una cosa. Lo stipendio un’altra. La musica una terza. I gemelli sembrano aver ricevuto informazioni che il contratto di lavoro non possiede.

Eppure è tutto vero contemporaneamente. Non sento nessun bisogno di risolvere la contraddizione. Anzi, mi ci trovo benissimo.

Probabilmente perfino il fatto che ascolti Azis vivendo in Italia e che forse lo ascolterei molto meno vivendo in Bulgaria appartiene allo stesso meccanismo. Qui posso ascoltarlo con una distanza, anche ironica, come qualcosa che contrasta con ciò che mi circonda. Se vivessi immerso quotidianamente nello stesso immaginario, magari cercherei disperatamente l’opposto.

Cerco continuamente un controcanto. Quando il mondo intorno a me dice una cosa troppo forte, comincio istintivamente a cercare l’altra voce. Non perché l’altra sia necessariamente giusta. Perché voglio sapere se esiste.

Potrei contraddirmi anche in cose molto più stupide, e forse proprio per questo più rivelatrici. Una volta ero da Tigotà con mia madre e a un certo punto mi sono detto: perché non comprare qualcosa di cheap, proprio un po’ trash, qualcosa appena sopra Malizia?

Così siamo usciti con novanta millilitri di Just Cavalli da poco più di trenta euro, regalati da lei, e io non sapevo neppure se lo avrei usato davvero. Però volevo provarci.

Perché magari imparare a contraddirsi significa anche ridimensionare volontariamente l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Scoprire che non tutto deve essere raro, ricercato, firmato da un grande naso e accompagnato da una genealogia olfattiva. E forse significa anche una cosa molto meno divertente: capire che crescere vuol dire cominciare a non far pesare ogni proprio sfizio su chi ci vuole bene.

Insomma, a volte la ribellione consiste nel comprare qualcosa di scandalosamente economico. Per me, evidentemente, anche il ridimensionamento deve avere una certa teatralità.

E questo vale anche per il modo in cui vivo.

Milano sembra suggerirti continuamente che non hai tempo. Devi correre, lavorare, prendere qualcosa al volo, ordinare, rispondere, arrivare, uscire, produrre. Il pranzo diventa una pausa dal lavoro invece di essere una parte della giornata. La casa diventa il posto dove dormire fra due impegni.

E io invece provo un piacere quasi infantile nell’avere nel freezer un beurre maître d’hôtel già pronto. Aprire delle olive taggiasche. Versarmi un rosé. Tirare fuori qualcosa preparato prima e decidere che quello è un aperitivo.

Nessun locale. Nessuna prenotazione. Nessuno che mi faccia pagare quattordici euro per aver messo tre olive in una ciotolina particolarmente fotogenica.

Ed è proprio qui che gli IDLES ritornano nella storia. Uno dei loro album si chiama Joy as an Act of Resistance. La gioia come atto di resistenza.

Credo che questa frase descriva una parte importante di ciò che cerco di fare. Non la felicità obbligatoria. Non quella pornografia motivazionale per cui bisogna svegliarsi alle cinque del mattino, bere acqua e limone e ringraziare l’universo perché esiste LinkedIn.

Un’altra cosa.

Il rifiuto di concedere alla realtà il diritto di decidere interamente quanto bene posso vivere. Se ho pochi soldi, non significa automaticamente che debba rinunciare alla bellezza. Se ho poco tempo, non significa necessariamente che debba mangiare male. Se faccio un lavoro normalissimo, non significa che la mia vita debba essere normale in ogni sua parte.

Un beurre maître d’hôtel non rovescerà il sistema economico mondiale. Questo mi sento abbastanza sicuro di poterlo affermare. Ma può impedire, almeno per cinque minuti, che la mia vita venga ridotta alla sua funzione economica. E cinque minuti sono già qualcosa.

Su Blond Gourmand, tra l’altro, ho ancora delle slide sul recupero degli avanzi che non ho pubblicato. E forse ho capito perché mi fanno tanto ridere. Perché nel tentativo di spiegare la cucina antispreco sono riuscito involontariamente a produrre una dimostrazione quasi perfetta del mio rapporto con la logica.

Prendiamo gli albumi. Hai utilizzato i tuorli e ti avanzano gli albumi. La persona ragionevole guarda il loro valore economico e prende una decisione. Valore economico degli albumi: praticamente niente.

Ma io penso: non si buttano.

Se la vita ti dà albumi, fatti una meringa. Se non ti viene la meringa, fatti la Pavlova, che è ancora più buona.

Inizialmente voglio fare delle meringhe. Poi penso alla Pavlova. Solo che la Pavlova, naturalmente, non può rimanere lì nuda come un albume pentito: ci vuole il passion fruit. Quindi compro il passion fruit. Poi la guardo e penso che, già che ci sono, mi sento anche di prendere un’alzatina nuova.

E così, partito con l’obiettivo morale di recuperare forse diciotto centesimi di albume, tra forno acceso quasi due ore, passion fruit e alzatina, siamo già a circa ventotto euro.

Questa è la mia idea di cucina antispreco. Il pianeta non so se l’abbia salvato. L’albume sicuramente sì.

Questo, forse, è il genere di ottimismo che posso accettare. Non quello che nega il fallimento. Quello che gli cambia destinazione.

E allora mi accorgo che forse la mia logica non consiste affatto nel non avere una logica. È che salva qualcosa. Ma non necessariamente nel mondo convenzionale.

Perché sì, da un punto di vista contabile sto facendo una cosa assurda. Se per salvare diciotto centesimi di alimento ne spendo ventotto euro, non ho risparmiato niente. Ma forse non stavo salvando diciotto centesimi.

Stavo salvando l’idea che una cosa ancora utilizzabile non debba diventare automaticamente spazzatura soltanto perché il suo valore economico è minimo. Sto salvando un gesto, una capacità, una ricetta, una trasformazione.

Sto guardando qualcosa che avanza e mi sto chiedendo: che cosa potresti ancora diventare? Ed è una domanda che, pensandoci bene, mi interessa molto più degli albumi.

Forse è anche per questo che sono così affascinato da quella vecchia idea italiana della dolce vita. Non tanto dalla cartolina con la Vespa, gli occhiali da sole e Fontana di Trevi. Quella ormai è merchandising.

Mi interessa la grammatica che c’era sotto. L’idea che vivere significasse anche apparecchiare. Mangiare insieme. Vestirsi per uscire. Avere una casa che fosse realmente abitata. Fare una vacanza. Fermarsi. Curare qualcosa di completamente inutile proprio perché non era necessario.

Abbiamo sostituito moltissimo di tutto questo con l’efficienza. Io con l’efficienza ho un rapporto complicato. Naturalmente voglio che un treno arrivi in orario. Ma non voglio diventare io il treno.

Non voglio che tutta la mia esistenza possa essere ottimizzata.

E non era nemmeno la prima volta che una deviazione diventava più importante della destinazione.

Una volta stavo andando verso il Basso Alessandrino per passare il weekend da mio padre. Mentre ero già in viaggio litigammo al telefono. A quel punto il programma era, per usare un termine tecnico, morto.

La soluzione lineare sarebbe stata girare la macchina e tornare a Milano. Io invece continuai. Poco prima di Ovada mi fermai, cambiai completamente programma, prenotai un albergo nel centro di Nizza e proseguii fino in Francia.

Non un altro paese dell’Alessandrino. Nizza, Francia.

E pensare che oggi rimpiango persino la lucidità di quella decisione: almeno quella volta tornai a Milano con lo stesso colore di capelli con cui ero partito.

Evidentemente ero ancora relativamente responsabile.

A posteriori, quella deviazione continua comunque a sembrarmi una rappresentazione piuttosto accurata del mio funzionamento. Avevo costruito una traiettoria: da A vado a B. B improvvisamente non esiste più. La soluzione normale sarebbe stata: torno ad A. Io apparentemente vidi comparire una C a qualche centinaio di chilometri di distanza e pensai: perfetto.

Non sto dicendo che sia necessariamente un metodo di vita consigliabile. Alcune decisioni assurde sono illuminanti. Altre sono semplicemente decisioni assurde. Anche la stupidità ha diritto alla propria autonomia.

E la cosa divertente è che non ho nemmeno bisogno di arrivare fino in Francia per comportarmi così.

Qualche giorno fa giravo sotto casa cercando parcheggio. Non lo trovavo. Continuavo a girare e continuavo a non trovarlo. La soluzione normale sarebbe stata continuare a cercare, parcheggiare un po’ più lontano oppure aspettare.

Io ne individuai un’altra: andare a San Donato a mangiare un gelato. Poi sarei tornato e avrei ricominciato a cercare parcheggio sotto casa.

Ed è in momenti come questo che penso, con una sicurezza probabilmente del tutto sproporzionata rispetto alle prove disponibili: NESSUN ALGORITMO POTRÀ MAI PREDIRMI.

Voglio dire: il problema iniziale era non trovo parcheggio sotto casa. La soluzione prodotta dal mio cervello consisteva nel prendere la macchina con la quale non riuscivo a parcheggiare, allontanarmi ulteriormente da casa, raggiungere un altro comune, mangiare un gelato, tornare esattamente nel punto di partenza e verificare se nel frattempo l’universo avesse deciso di collaborare.

Sarà anche che sono disoccupato, che in quel momento non devo timbrare da nessuna parte e che non ho bambini da recuperare a scuola alle quattro e mezza. Me ne rendo perfettamente conto. La libertà diventa molto più creativa quando nessuno ti aspetta all’uscita dell’asilo.

Ma rimane il fatto che davanti a nessun parcheggio sotto casa il mio cervello abbia elaborato gelato a San Donato. Ditemi voi quale dataset avrebbe dovuto condurre a questa conclusione.

Ed è a questo punto che mi viene da pensare alla quantità gigantesca di strada che abbiamo fatto come specie. Per una quantità imbarazzante di tempo abbiamo dovuto procurarci da mangiare. Abbiamo raccolto, coltivato, allevato, costruito. A un certo punto i nostri antenati hanno persino cacciato i mammut.

C’era una logica relativamente immediata fra problema e soluzione. Fame: procurati del cibo. Freddo: accendi un fuoco. Pericolo: cerca riparo. Migliaia di anni dopo io non trovo parcheggio sotto casa e concludo che evidentemente è arrivata l’ora di andare a mangiare un gelato in un altro comune.

L’evoluzione umana ha compiuto un percorso molto interessante.

Naturalmente, se vogliamo rovinare la battuta con la precisione, un algoritmo sufficientemente sofisticato potrebbe magari imparare persino questo. Potrebbe scoprire che quando sono frustrato, ho tempo libero e non esiste una vera urgenza aumenta misteriosamente la probabilità che io trasformi un problema logistico in un’occasione gastronomica.

Ma io continuerò comunque a sostenere che nessun algoritmo potrà mai predirmi, anche soltanto per vedere se riesco a fargli dispetto.

E soprattutto, in quel momento, nemmeno io avevo previsto me stesso. Cinque minuti prima non esisteva nessun gelato. C’era soltanto un parcheggio che non trovavo.

Poi avevo smesso di voler risolvere immediatamente il problema. Anzi, avevo smesso di avere un problema e avevo cominciato ad avere un gelato.

È diverso.

Probabilmente avevo perso benzina. Ma avevo salvato qualcosa. Ancora una volta, semplicemente non nel mondo convenzionale.

Ed è proprio la possibilità della deviazione che mi interessa. Perché una vita non sceglie sempre il percorso più breve fra due punti.

Potrei imboccare per sbaglio una strada senza uscita. Magari devo andare in bagno. Entro in un bar nel quale non sarei mai entrato volontariamente. Mi siedo per cinque minuti e al tavolo accanto assisto a una scena che sul momento non significa assolutamente niente.

Dieci anni dopo mi ritorna in mente e improvvisamente capisco qualcosa. Non perché stessi cercando quella risposta, ma perché la vita me l’aveva depositata da qualche parte e aveva aspettato che fossi capace di leggerla.

Questa è una delle cose che trovo più affascinanti dell’essere umano: la serendipità. Non impariamo soltanto attraverso quello che cerchiamo. Impariamo attraverso quello che ci capita.

Facciamo associazioni tardive. Conserviamo immagini senza sapere perché. Dimentichiamo frasi che riappaiono quando finalmente possiedono un significato. Facciamo errori che diventano deviazioni, deviazioni che diventano incontri, incontri che diventano idee.

Un parcheggio che non trovi diventa un gelato. Un litigio diventa Nizza. Una strada sbagliata diventa un bar. Un bar diventa un ricordo. Un ricordo, dieci anni dopo, diventa una spiegazione. Diciotto centesimi di albume diventano una Pavlova che economicamente non aveva alcun diritto di esistere.

Provate a mettere questa roba su Excel.

Ed è forse per questo che la crescente prevedibilità mi interessa senza che io senta il bisogno di trasformarla seriamente in una gara fra l’essere umano e la macchina.

Una macchina può produrre qualcosa di imprevedibile. Può introdurre casualità. Può sorprenderci. Non credo abbia senso consolarsi dicendo che esisterà sicuramente, per sempre, qualche comportamento umano tecnicamente impossibile da imitare o anticipare.

La questione per me è diversa. La serendipità umana non consiste semplicemente nell’accadere di una cosa imprevista. Consiste nel fatto che quella cosa entra nella nostra storia e continua a cambiare significato.

Posso reinterpretare oggi qualcosa che mi è successo quindici anni fa. Posso capire diversamente una persona. Posso scoprire che la spiegazione che avevo dato a una mia scelta non mi convince più. Posso cambiare idea su me stesso. Posso decidere consapevolmente di comportarmi in maniera diversa da tutte le volte precedenti.

Posso, in qualche modo, tradire il mio stesso archivio.

Un domani un algoritmo potrebbe forse arrivare a dirci non soltanto che siamo andati in motel a Cinisello Balsamo a trovare l’amante, ma che in realtà non abbiamo mai voluto bene ai nostri figli e che, tolte tutte le giustificazioni, siamo delle persone di merda.

Dovremo mantenere sacra l’interiorità: non come nascondiglio, ma come istinto di sincerità verso noi stessi. Quel luogo in cui, senza pubblico, statistiche o alibi, continuiamo a chiederci che cosa proviamo davvero e chi vogliamo essere.

E questa forse è la libertà che mi interessa. Non so se sia il libero arbitrio nel significato rigorosamente filosofico del termine. Non pretendo di risolvere una questione millenaria tra una moussaka bulgara, una Pavlova e un beurre maître d’hôtel.

Ma mi piace immensamente l’idea di poter fare qualcosa che nemmeno la versione di me di cinque minuti prima aveva previsto.

Nel pezzo precedente mi interessava soprattutto ciò che resta dell’essere umano quando una parte crescente della necessità materiale smette di dirgli chi deve essere. Qui mi interessa l’altra metà del problema: come faccio io, per primo, a non costruirmi una nuova gabbia con tutto ciò che credo di sapere di me?

Forse è proprio questo il modo più concreto di abitare quel brulichio interiore di cui parlavo. Non trattarlo come una nuova identità. Non trasformare anche la profondità in un curriculum. Lasciare aperta la possibilità di sbagliarsi su sé stessi.

Dietro una vita apparentemente ordinaria può esistere qualunque cosa. Un matrimonio infelice. Un tradimento. Un desiderio mai confessato. Una persona che scopre troppo tardi di non aver mai desiderato il sacrificio che tutti davano per naturale. Qualcuno che ama una persona e contemporaneamente vorrebbe fuggire. Qualcuno che ha costruito un’identità così bene da accorgersi, a un certo punto, di non riuscire più ad abitarla.

Non perché io possa sapere tutto questo guardando qualcuno in faccia. Sarebbe ridicolo. Proprio il contrario: perché non posso saperlo. E magari quella persona stessa non lo sa ancora.

Forse è questa la parte più interessante dell’identità: non ciò che siamo riusciti a nascondere, ma ciò che non è ancora successo dentro di noi. La possibilità che un giorno qualcosa ci costringa a guardarci e dire: pensavo di conoscermi, invece no.

E qui torno a Ionesco.

Il teatro dell’assurdo, almeno per come lo sento io, non dice semplicemente che tutto è privo di senso. Sarebbe quasi troppo banale. Fa una cosa molto più interessante: prende le strutture attraverso cui cerchiamo disperatamente di ordinare la realtà e mostra quanto facilmente possano incepparsi.

Il linguaggio smette di funzionare. Le convenzioni diventano grottesche. Le gerarchie perdono improvvisamente autorità. Le persone continuano ad agire secondo regole che non riescono più a spiegare ciò che sta accadendo.

E continuo a tornare a quell’immagine che ricordo del costruire per distruggere e distruggere per costruire. Non voglio usarla come citazione letterale finché non avrò ritrovato l’edizione esatta nella quale la ricordo. Ma come immagine mi interessa moltissimo.

Perché ci sono momenti nei quali non si può più restaurare. Bisogna che il vecchio muoia: una relazione, una convinzione, una maniera di stare al mondo, un’idea che avevamo di noi stessi, un sistema che per anni ci ha protetti e che improvvisamente comincia a impedirci di respirare.

Abbiamo una tendenza quasi commovente a voler salvare le strutture anche quando non contengono più vita. Cambiamo le tende, ridipingiamo, spostiamo i mobili. Magari sarebbe semplicemente il caso di uscire dalla casa.

Distruggere non significa necessariamente cancellare. A volte significa fare posto.

In questo senso perfino alcune mie scelte apparentemente assurde seguono lo stesso movimento. Avevo costruito un programma. Il programma crolla. Potrei dedicare tutte le mie energie a ricostruirlo identico, oppure posso domandarmi: che cosa può esistere adesso?

Nizza. San Donato. Una Pavlova. Non necessariamente nello stesso ordine.

È probabilmente una versione molto turistica e gastronomica del teatro dell’assurdo, ma sono pur sempre Blond Gourmand: bisogna lavorare con il materiale che si ha.

E mi affascina che, dopo secoli di filosofia, arte, letteratura, religione e scienza, l’essere umano continui a essere così profondamente contraddittorio. Abbiamo costruito sistemi meravigliosi per spiegare noi stessi. Poi facciamo qualcosa che non rientra nel sistema.

La cultura non ci ha trasformati in esseri perfettamente razionali. Fortunatamente non ci ha neppure trasformati in macchine.

Siamo capaci di costruire e distruggere. Amare qualcosa senza desiderare di assomigliargli. Capire troppo tardi. Cambiare idea. Attribuire un significato enorme a qualcosa che inizialmente sembrava soltanto un incidente.

Naturalmente l’irrazionalità non è automaticamente una virtù. Il nostro lato irrazionale può produrre cose terribili. Ma è anche lo spazio nel quale una struttura può rompersi e qualcosa di nuovo può cominciare.

Per questo non riesco a credere fino in fondo nelle identità perfettamente organizzate. Un gusto musicale, una classe sociale, una nazionalità, un mestiere, un modo di vestirsi, un’opinione, una filosofia: sono parti. Non necessariamente una costituzione alla quale dobbiamo giurare fedeltà.

La coerenza, per me, non consiste nell’avere sempre la stessa risposta. Forse consiste nell’avere il coraggio di continuare a porre la domanda. Arrivare davanti a qualcosa che tutti considerano ovvio e chiedere: perché? Ma deve necessariamente essere così?

Forse è questa la ribellione che mi interessa davvero. Non quella che arriva già vestita da ribelle. Perché anche la ribellione, quando diventa completamente riconoscibile, finisce per avere un dress code.

Ed è per questo che torno ancora agli IDLES. All’inizio avevo guardato quel pubblico quasi come un piccolo fenomeno sociologico: capelli colorati, tatuaggi, piercing, un’estetica riconoscibile, un modo condiviso di stare nello spazio.

E la cosa che adesso mi interessa non è prenderli in giro. È quasi il contrario. Anche una cultura nata dalla ribellione può finire per costruire i propri codici. Anche chi rifiuta un’uniforme può trovarsi, senza accorgersene, a indossarne un’altra.

Forse abbiamo fatto questo per secoli. Per appartenere abbiamo imparato a somigliarci abbastanza. A non dare troppo fastidio. A capire quale parte di noi fosse presentabile e quale fosse meglio lasciare fuori scena.

La società ha chiamato alcune cose normalità e altre deviazione. Poi perfino le deviazioni hanno costruito le proprie normalità.

Ed è forse qui che I Don’t Belong dei Fontaines D.C. continua a sembrarmi una frase inevitabile. Non perché io non appartenga a niente. Sarebbe falso. Appartengo a persone, luoghi, ricordi, lingue, sapori, affetti.

Il problema nasce quando l’appartenenza pretende di diventare una spiegazione completa. Quando qualcuno pensa che, sapendo dieci cose di me, possa dedurre obbligatoriamente l’undicesima. O, ancora peggio, quando comincio a farlo io stesso.

Se ho comprato sempre questo, allora comprerò questo. Se ho amato sempre così, allora amerò così. Se ho reagito sempre in questo modo, allora reagirò così. Se sono stato questo, allora devo continuare a esserlo.

No.

Altrimenti non ci siamo liberati del vecchio copione. Ne abbiamo semplicemente scritto uno nuovo con noi stessi come censori.

Mi interessa la ribellione per ostinazione. Se qualcuno è stato cattivo con me, non significa che io debba diventare cattivo a mia volta. E non necessariamente perché io sia moralmente superiore. Potrebbe essere persino per dispetto: Ah sì? Funziona così? Perfetto. Allora io farò diversamente.

Anche la gentilezza può essere un’insubordinazione. Anche l’eleganza. Anche prepararsi qualcosa di buono dopo una giornata mediocre. Anche portare gemelli troppo belli per il proprio stipendio. Anche salvare un albume quando il foglio Excel dimostra inequivocabilmente che sarebbe stato economicamente più conveniente buttarlo.

Anche andare agli IDLES senza assomigliare a qualcuno che va agli IDLES. Anche lasciare che mia madre, che non conosce praticamente nessuna canzone, stabilisca comunque che i Placebo coinvolgevano il pubblico più degli Interpol. Anche accettare che la madre ultraottantenne di Dani mangi sushi senza sapere esattamente che cosa stia mangiando, semplicemente perché le piace. Anche non trovare parcheggio sotto casa e, invece di insistere, concludere che forse è arrivato il momento di andare a San Donato a mangiare un gelato.

Joy as an Act of Resistance. La gioia come atto di resistenza. I Don’t Belong. Non appartenere come possibilità di movimento. Ionesco e l’assurdo come occasione per rompere ciò che sembrava inevitabile. La serendipità come diritto della vita di non anticiparci il proprio indice.

Forse queste cose raccontano tutte lo stesso istinto: il rifiuto di accettare che ciò che esiste sia automaticamente ciò che deve esistere.

E forse raccontano anche qualcosa di molto più personale: che la mia logica non è necessariamente l’assenza di logica. Semplicemente, a volte, salva qualcos’altro.

Non salva il percorso più breve: salva la possibilità della deviazione. Non salva diciotto centesimi: salva l’albume. Non salva il programma del weekend: salva il viaggio. Non salva la meringa: salva la Pavlova. Non salva la benzina: salva il gelato. Non salva la perfetta coerenza della mia identità: salva la possibilità di cambiare.

Non salva necessariamente l’efficienza. Salva qualcosa che in quel momento, per me, vale di più.

Da fuori può sembrare insensato. Lo capisco perfettamente. D’altra parte sono quello che, non trovando parcheggio sotto casa, va a mangiare un gelato in un altro comune e poi torna per vedere se il problema ha avuto la cortesia di risolversi durante la mia assenza.

Non ho intenzione di presentare la mia candidatura all’ufficio logistica.

E forse è questa la cosa che vorrei salvare davvero. Non l’imprevedibilità fine a sé stessa, non il caos, non l’irrazionalità trasformata in una religione. La possibilità della deviazione.

Voglio poter essere quello con i gemelli d’oro che canta post-punk in macchina. Quello che prepara una salsa francese con uno stipendio normalissimo. Quello che può amare qualcuno o qualcosa senza desiderare di assomigliargli. Quello che parte per un posto e arriva in un altro Paese. Quello che non trova parcheggio sotto casa e decide che evidentemente il vero problema urgente della giornata era un gelato. Quello che spende più soldi per recuperare un avanzo di quanti ne avrebbe risparmiati buttandolo e continua, in qualche maniera molto personale, a considerarlo recupero.

Quello che oggi crede una cosa e domani, magari per qualcosa visto casualmente in un bar nel quale non avrebbe neanche dovuto entrare, trova una crepa dentro quella certezza.

Non voglio sapere in anticipo chi sarò. Mi sembrerebbe una maniera terribilmente triste di essere vivo.

Ed è qui che mi torna in mente una delle frasi più celebri attribuite a Picasso: gli sarebbero bastati pochi anni per imparare a dipingere come Raffaello, mentre gli sarebbe servita una vita per imparare a dipingere come un bambino. La formulazione circola in varie versioni ed è riportata anche in fonti biografiche successive.

La trovo meravigliosa perché rovescia completamente l’idea convenzionale della crescita. Crescere dovrebbe significare accumulare controllo, imparare le regole, diventare competenti, prevedere le conseguenze, non fare sciocchezze, non perdere tempo, sapere dove stiamo andando.

E se invece, dopo aver imparato tutto questo, una parte della vita consistesse proprio nell’imparare a tornare indietro senza tornare indietro davvero?

La chiamerei, in senso volutamente improprio, regressione volontaria.

Non diventare stupidi. Non rinunciare alla coscienza. Non trasformare ogni impulso in un comandamento. Ma recuperare deliberatamente qualcosa che il bambino possiede prima ancora di sapere che dovrebbe perderlo: la possibilità di fare una cosa perché, in quel momento, quella cosa gli sembra semplicemente da fare.

E forse la parte più divertente è che bambini, in fondo, rimaniamo tutta la vita. Solo che col tempo diventiamo un po’ più composti. E forse anche un po’ più ipocriti.

Non voglio dire che bullismo e mobbing siano la stessa cosa. Dico qualcosa di più banale e forse più inquietante: certe pulsioni che vediamo perfettamente nude nei bambini — il bisogno di prevalere, escludere, possedere, dominare, sentirsi importanti, avere l’ultima parola — non vengono necessariamente eliminate dall’età adulta. Imparano semplicemente a presentarsi meglio.

Da bambini basta: io comando. Da adulti possiamo dire: «Tu non sai chi sono.»

Da bambini vogliamo una cosa e diciamo: la voglio. Da adulti diventiamo molto più bravi a procurarci una teoria che renda rispettabile ciò che volevamo già fare.

Mi viene in mente quel genere di scena da trasmissione come Le Iene: qualcuno viene messo davanti a un comportamento indifendibile, magari una truffa ai danni di persone anziane, e a un certo punto compare una frase come: «Ho una famiglia che deve mangiare anch’io.»

Come se l’esistenza di una famiglia trasformasse retroattivamente una truffa in una forma particolarmente creativa di welfare.

Il bambino dice: lo volevo. L’adulto impara a dire: avevo le mie ragioni.

E naturalmente diventiamo anche capaci di cose molto migliori. Impariamo a rimandare un desiderio, a considerare gli altri, a contenere una rabbia, a capire che la nostra libertà finisce dove comincia quella di qualcuno. Ma una parte di ciò che chiamiamo maturità è anche semplicemente confezione.

Impariamo la grammatica. Impariamo a metterci la giacca. Impariamo a parlare con calma. Impariamo persino l’educazione.

Ma educazione e maturità non sono la stessa cosa. Si può dire per favore e continuare a essere prepotenti. Si può parlare con voce bassissima e umiliare qualcuno. Si può conoscere perfettamente il galateo e comportarsi in maniera miserabile.

Forse crescere non ci trasforma automaticamente in creature diverse. Ci rende creature meglio confezionate.

Ed è proprio per questo che l’immagine di Picasso mi interessa. Perché se la parte peggiore del bambino riesce benissimo a sopravvivere dentro l’adulto, magari tanto vale recuperare intenzionalmente anche quella migliore.

La curiosità. Il gioco. La meraviglia. La capacità di affezionarsi a qualcosa prima di averlo classificato. Mia madre che non sa esattamente quale canzone degli Interpol stia canticchiando ma sa che è una delle mie. La madre di Dani che non sa esattamente che cosa sia il sushi ma sa che le piace moltissimo.

E soprattutto quella forma di spontaneità che non sente sempre il bisogno di produrre una giustificazione.

Forse la mia regressione volontaria sarebbe precisamente questo: non rinunciare alla maturità, ma deporre ogni tanto una parte della compostezza. Soccombere deliberatamente a quell’impulso innocuo che alla persona seduta accanto a noi sembra davvero insensato.

Non segretamente geniale. Non qualcosa che fra trent’anni verrà rivalutato dagli storici. Non una decisione che soltanto io, spirito superiore e incompreso, avevo saputo vedere.

Insensata davvero.

Non trovo parcheggio sotto casa. Vado a mangiare un gelato a San Donato.

Perché?

Perché mi andava.

E forse la libertà adulta più difficile non consiste nel poter fare tutto ciò che vogliamo. Consiste nel poter dire, qualche volta, «mi andava» senza sentirci obbligati a costruire una teoria che ci assolva.

Perché c’è una cosa sulla quale persino io, che sto scrivendo migliaia di parole partendo da un parcheggio, devo mettermi un limite: non ogni deviazione deve rivelarsi significativa.

Non ogni cosa deve produrre una lezione.

Il gelato può diventare una riflessione sulla libertà. Ma aveva anche il diritto di essere soltanto un gelato.

Nizza può diventare una metafora sulla possibilità di cambiare destinazione. Ma quella sera era anche semplicemente Nizza.

La Pavlova può diventare una teoria sull’economia morale dell’avanzo. Ma rimane pur sempre un dolce costruito spendendo ventotto euro per non buttare circa diciotto centesimi di albume.

Non dobbiamo riscattare tutto con il significato. Qualche volta non c’è niente da riscattare.

Ed è forse qui che la regressione volontaria diventa davvero interessante: dopo aver passato una vita a imparare a spiegarsi, concedersi ogni tanto di non doverlo fare.

Se dobbiamo rimanere bambini comunque, tanto vale scegliere con cura quale parte del bambino portarci dietro.

La prepotenza possiamo lasciarla lì. Il bisogno di dominare anche. Il capriccio che pretende che gli altri paghino il prezzo dei nostri desideri pure.

Ma la curiosità? Quella la riprenderei.

La meraviglia? Anche.

L’idea che si possa fare qualcosa per il gusto di vedere che cosa succede? Sicuramente.

Quella capacità infantile di guardare una cosa che l’adulto considera inutile e domandare semplicemente perché no? mi sembra, paradossalmente, una delle cose più difficili da recuperare da grandi.

L’adulto impara a vivere. Poi, se è fortunato, forse deve imparare a giocare di nuovo.

Non per tornare bambino.

Per evitare che essere diventato adulto diventi l’unico modo in cui sa essere vivo.

Nel pezzo precedente mi chiedevo che cosa farà l’essere umano quando la necessità non gli dirà più con la stessa forza chi deve essere. Forse una parte della risposta è proprio questa: non dobbiamo per forza riempire immediatamente quello spazio con un’altra identità rigida.

Forse possiamo lasciarne una parte vuota. Fare posto, perdere tempo, cambiare strada, scoprire qualcosa troppo tardi, fare una cosa che non ottimizza niente. Permettere alla nostra vita di accumulare deviazioni che soltanto anni dopo capiremo, e anche qualcuna che non capiremo mai.

Per millenni abbiamo dovuto essere abbastanza prevedibili da sopravvivere insieme. Forse il lusso nuovo non sarà diventare completamente imprevedibili.

Sarà poterci permettere di non sapere sempre in anticipo che cosa dovremo diventare.

E forse, alla fine, torno davvero alla moussaka.

Perché mi guardi, riconosci lo strato bianco, pensi di conoscere la ricetta e sei già sicuro di quello che ci sarà sotto. Poi affondi la spatola di legno.

Sorpresa: erano patate.

Musaka bulgara di patate

Musaka bulgara di patate

Avanti
Avanti

REMINDS ME OF: Avere un posto dove andare, ovvero tutto ciò che sappiamo di noi non è ancora noi