Il Vergine che legge Dostoevskij e Proust vs. l’uomo con lo scorpione sul berretto. A cosa serve la sensibilità?
Due giorni fa sono andato a prendere mia madre alla metropolitana di San Donato. Prima avevo portato Asghar a fare una passeggiata e, siccome probabilmente era già passata l’ora della merenda e non avevo nessuna intenzione di mangiare qualcosa di dolce poco prima di cena, mi ero limitato a bere. Una di quelle giornate perfettamente insignificanti, insomma. Talmente insignificanti che proprio per questo, qualche volta, succede qualcosa.
Fuori dalla metropolitana mi sono fermato in una rimessa di biciclette che fa anche da bar, uno di quei posti assolutamente informali nei quali nessuno entra aspettandosi una rivelazione sull’esistenza. Ho preso una Coca-Cola e lì ho attaccato bottone con un uomo che avrà avuto qualche anno più di me. Non saprei dire quanti. Io, essendo cresciuto nell’Est Europa, continuo ad avere la sensazione che gli occidentali invecchino secondo un calendario diverso dal nostro.
Comunque: un po’ di pancia, pantaloncini corti, bei polpacci, scarpe da tennis. Sul berretto aveva uno scorpione stilizzato ricamato. Già questo, naturalmente, mi sembrava un dettaglio sufficientemente autorevole.
Come capita spesso quando sono con Asghar, abbiamo iniziato a parlare. Gli animali sono degli eccellenti addetti alle pubbliche relazioni: fanno tutto il lavoro sporco e poi lasciano a noi il compito di capire perché stiamo raccontando la nostra vita a uno sconosciuto.
Mi ha chiesto cosa facessi. Gli ho detto che mi ero licenziato da meno di un anno e che avevo deciso di provare a spostare la mia vita verso la cucina. Gli ho raccontato del blog. Non aveva Instagram, così gli ho dato direttamente il sito.
L’ha aperto davanti a me.
Ha guardato qualche fotografia. Mi indicava una salsiera accanto al filetto di vitello e mi chiedeva cosa ci fosse dentro. Demi-glace. Poi ha cominciato a leggere qua e là, saltando righe, prendendo quasi a caso qualche frase dai vari articoli.
Dopo pochi secondi ha alzato gli occhi.
«Ma quindi tu colleghi un piatto a tutte queste cose?»
Era sinceramente meravigliato.
Poi mi ha detto: «Sei una persona profonda».
Ci ha messo pochi secondi.
La cosa mi ha colpito proprio per questo.
Ci sono persone che frequentiamo per mesi alle quali continuiamo a spiegare chi siamo, facendo aggiunte, note a piè di pagina, errata corrige, appendici, supplementi. E poi arriva uno con uno scorpione sul berretto, davanti alla metropolitana di San Donato, legge quattro frasi e vede qualcosa.
E non era uno scrittore, un pittore o qualcuno che professionalmente traffica con i sentimenti. Era un informatico. Mi parlava di programmazione, di una società che aveva fondato, di cose delle quali io capisco quanto lui probabilmente capisca di una sauce béarnaise prima di averla assaggiata.
Forse proprio per questo mi ha impressionato.
Abbiamo questa strana abitudine di immaginare la sensibilità come una specializzazione. Come se appartenesse agli artisti, ai poeti, a quelli che hanno letto abbastanza libri da poter utilizzare la parola «inquietudine» senza ridere.
Invece no.
La sensibilità, quando c’è, compare nei posti più improbabili.
E quando manca, qualche volta manca proprio dove uno si aspetterebbe di trovarla.
Tempo fa ero stato a Venezia con un uomo che aveva studiato al conservatorio, poi lettere, lavorava con le immagini e aveva un rapporto molto stretto con l’arte. Parlammo praticamente per tutta la sera. Gli raccontai anche delle difficoltà che avevo avuto arrivando in Italia, del fatto che l’integrazione non fosse stata immediata, del lavoro che avevo appena lasciato, del momento piuttosto indefinito in cui mi trovavo.
Mi ascoltava con interesse.
Il dettaglio meraviglioso, ripensandoci, è che mi ascoltò così attentamente da raccomandarmi poco tempo dopo a un’amica che aveva un ristorante senza aver capito che io, in una cucina professionale, avevo esattamente zero esperienza.
Zero.
A Venezia avevamo parlato per ore della mia vita e questa informazione, evidentemente, era riuscita a passargli accanto indisturbata.
Quando qualche tempo dopo gli ricordai che all’IPSAR, negli ultimi anni, avevo seguito addirittura l’indirizzo turistico, ebbi distintamente l’impressione che dentro di lui si fosse aperto un piccolo file Excel dal nome ERRORE.
Ormai, però, era tardi. Aveva già parlato di me alla sua amica, ne aveva già accennato a me e naturalmente io avevo fatto quello che faccio benissimo quando intravedo una porta socchiusa: ci avevo infilato prima un piede, poi una gamba e infine tutto il Sagittario.
Lo stage cominciò.
A un certo punto decisi di interromperlo. Per correttezza glielo dissi, visto che il contatto era nato da lui, ma non avevo nessuna intenzione di raccontargli nei dettagli cosa fosse successo. Non perché ci fosse necessariamente un colpevole. Non c’ero io e non c’era la titolare del ristorante. Era stata un’esperienza, aveva avuto un senso e a un certo punto, per me, quel senso era finito.
E soprattutto esiste una cosa che si chiama rispetto verso chi ti ha aperto la porta della propria attività.
Lui però insisteva per capire.
A un certo punto mi disse qualcosa come: «Io comunque su di lei sono tranquillo. Lei è molto in gamba».
Probabilmente era una frase innocente.
Io, però, sentii immediatamente l’altra metà della frase, quella che non era stata pronunciata.
Lei sì.
È interessante quanto siamo capaci di sentire anche le parole che non esistono.
Forse era proprio questa differenza fra noi a irritarmi. Lui aveva un modo molto pragmatico di organizzare il mondo. Vergine, per giunta: se proprio dobbiamo concedere cinque minuti all’astrologia, diciamo pure che sembrava capace di trasformare anche una crisi esistenziale in un foglio Excel con le celle perfettamente allineate.
Mi rimproverava spesso, più o meno apertamente, per il fatto che mi stessi concedendo una pausa.
Ai suoi occhi sembrava quasi uno stallo.
Non stai lavorando, dunque sei fermo.
Non stai avanzando, dunque stai perdendo tempo.
Io non l’ho mai vissuta così.
Una pausa non è necessariamente uno spazio vuoto. A volte è proprio il periodo in cui, non facendo apparentemente niente, si decide cosa non si è più disposti a fare.
Quello che mi infastidiva maggiormente era forse il tono da mentore. Non perché un consiglio mi offenda, ma perché non vedevo davanti a me qualcuno che fosse arrivato in cima alla montagna e si fosse voltato per indicarmi il sentiero. Vedevo un essere umano esattamente come me, con i propri compromessi, le proprie fughe, le proprie insoddisfazioni, i propri momenti in cui Milano diventava insopportabile e bisognava andare altrove a respirare.
Non c’è niente di male.
È proprio questo il punto.
Siamo quasi tutti molto più ordinari di quanto ci piaccia ammettere.
Per questo mi risultava difficile accettare quella divisione implicita tra chi aveva capito come si sta al mondo e chi invece doveva ancora farselo spiegare.
Eppure quell’uomo conosceva Dostoevskij. Conosceva Proust. Aveva studiato musica, letteratura, arte.
Quando gli parlai del mio blog mi rispose, senza troppi riguardi, che lui leggeva Dostoevskij e Proust.
La frase mi è rimasta impressa perché contiene una contraddizione che trovo meravigliosa.
Si può leggere tutta la vita gente che ha passato centinaia di pagine a osservare le minime oscillazioni dell’animo umano e continuare a non accorgersi del significato di un gesto compiuto dalla persona seduta davanti a noi.
Quella sera a Venezia, per esempio, insistetti per offrire la cena.
Avevo appena lasciato il lavoro e prendevo la NASpI. Avevo portato con me praticamente i soldi contati e, se avessi pagato l’intero conto, il giorno dopo non avrei avuto neppure i cinquanta euro necessari per tornare a Milano.
Eppure l’avrei fatto.
Avrei poi telefonato a mio padre, con il quale in quel periodo non andavo neppure d’accordo, e gli avrei chiesto un bonifico.
Una soluzione economicamente idiota, perfettamente evitabile e per nulla pragmatica.
Ma per me quel gesto aveva un significato.
Non volevo comprare una cena.
Volevo dare una forma concreta a qualcosa che avevamo condiviso.
Avevamo passato del tempo insieme, parlato delle nostre vite, attraversato Venezia, mangiato allo stesso tavolo. Non volevo che tutto si chiudesse con la precisione contabile di sessanta tu, sessanta io, grazie e arrivederci.
Lui vedeva la spesa.
Io vedevo il gesto.
Ed è possibile che avessimo ragione entrambi.
Soltanto che stavamo guardando due cose diverse.
Questa cosa non gliela dissi allora. Gliela spiegai mesi dopo e perfino raccontandola mi sentii quasi umiliato. Non perché avessi fatto qualcosa di sbagliato, ma perché esistono gesti che perdono dignità nel momento stesso in cui siamo costretti a tradurli.
«Guarda che volevo pagare perché per me significava questo.»
Già il fatto di doverlo spiegare lo rende più piccolo.
È come regalare dei fiori e poi allegare lo scontrino emotivo.
E proprio parlando di fiori, quella conversazione mesi dopo ebbe un seguito che forse dice di noi due molto più di tutte le discussioni avute prima.
Quando gli spiegai come avevo vissuto quella sera, lui mi disse che mi ammirava. Mi disse persino che avrebbe voluto essere come me, ma che non ci riusciva.
Questa frase mi colpì.
Perché, improvvisamente, non c’era più un mentore e qualcuno che doveva imparare a stare al mondo. C’erano due persone che avevano scelto, o forse ricevuto, due modi completamente differenti di attraversarlo.
Gli feci un esempio.
Gli dissi che io sono quel genere di persona che, arrivata alla fine del mese con pochi soldi, può spendere gli ultimi per comprare un mazzo di fiori. Poi torna a casa, mette i fiori nel vaso, apparecchia bene la tavola e mangia pasta in bianco.
Pasta in bianco.
Ma con i fiori sul tavolo.
Perché il punto non sono i fiori.
Il punto è che non voglio arrendermi alla bruttezza.
Sarà stupido. Sarà infantile. Sarà ribelle. Sarà economicamente poco saggio. Chiamatelo come volete.
Ma per me esiste una soglia oltre la quale il pragmatismo smette di essere intelligenza e comincia a somigliare alla resa.
Se devo mangiare pasta in bianco, mangerò pasta in bianco.
Ma nessuno ha stabilito che debba mangiarla davanti a un tavolo brutto.
Gli dissi anche, ridendo ma fino a un certo punto, che continuando così magari un giorno sarei finito a dormire in un’aiuola al parco.
Lui mi guardò e rispose: «Può essere».
Probabilmente aveva ragione.
Ma, conoscendomi, nell’aiuola avrei almeno sistemato bene i fiori.
Ed è forse proprio questa la differenza che continuavo a cercare di spiegargli.
Non si tratta di non conoscere il valore del denaro. Se con gli ultimi soldi compro i fiori, il valore del denaro lo conosco benissimo: so esattamente che cosa mi stanno costando.
È proprio il costo a trasformare la scelta in un gesto.
Se fossi milionario e comprassi cento rose, non direbbero necessariamente niente di me. Se ne compro dieci quando sarebbe molto più ragionevole non comprarne nessuna, sto dicendo qualcosa.
Sto dicendo che esistono cose che considero necessarie anche se non sono necessarie per sopravvivere.
La bellezza, per esempio.
E forse anche la sensibilità appartiene a questa categoria.
Non è indispensabile per rimanere vivi.
È una delle cose che possono rendere interessante il fatto di esserlo.
E qui torno spesso a chiedermi che cosa sia davvero la sensibilità.
Non credo sia conoscere Dostoevskij.
Non credo sia sapere davanti a un quadro quale interpretazione ne abbia dato il curatore.
Non credo nemmeno sia saper parlare bene dei sentimenti.
Si può studiare un sentimento come un chirurgo studia un corpo. Conoscerne perfettamente l’anatomia, sapere dove incidere, distinguere ogni struttura e non provare nulla per il corpo che si trova sul tavolo.
La cultura ci può fornire un vocabolario meraviglioso.
Ma possedere il vocabolario non significa necessariamente avere qualcosa da dire.
Uno può entrare in un museo, fermarsi davanti a un’opera, leggere la didascalia, conoscere il contesto storico, la tecnica, la scuola, la bibliografia. Può persino emozionarsi perché sa che quello è il luogo in cui ci si emoziona.
Poi esce dal museo e mezz’ora dopo vede un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta.
Una mano dietro la sella.
Il bambino terrorizzato.
Il padre che a un certo punto lascia la presa senza dirglielo.
Il bambino continua da solo.
Non c’è il biglietto d’ingresso.
Non c’è il catalogo.
Nessuno ha scritto il testo curatoriale.
Bisogna accorgersene da soli.
Forse è qui che la sensibilità diventa una cosa strana, perché non sono nemmeno sicuro che serva.
Anzi, qualche volta penso che non serva assolutamente a niente.
Nel mondo in cui viviamo sono probabilmente molto più utili il pragmatismo, la disciplina, la capacità di fare carriera, di prendere una decisione e non tornarci sopra ottantasette volte chiedendosi cosa abbiamo provato mentre la prendevamo.
La sensibilità rende più vulnerabili. Fa perdere tempo. Fa notare sfumature che sarebbe molto più comodo ignorare.
Una persona ti dice una frase e tu non senti soltanto la frase: senti il tono, il momento in cui l’ha detta, quello che avrebbe potuto dire e non ha detto, quello che probabilmente voleva dire, quello che temi volesse dire e, già che ci siamo, anche quello che avrebbe detto Dostoevskij se fosse stato seduto al tavolo accanto.
Una gran comodità.
Mi capita spesso, sui mezzi pubblici, di guardare le persone e pensare quanto siamo tutti inevitabilmente ordinari.
Abbiamo le stesse giacche, gli stessi pantaloni, magari la stessa maglietta comprata nello stesso negozio. Anche quando cerchiamo disperatamente di distinguerci, viviamo in una società di massa che produce la nostra unicità in serie.
Una maglietta Cavalli non è stata cucita perché il destino aveva previsto proprio me.
Siamo tutti, almeno un po’, persone da Palmolive.
Replicabili.
La confezione cambia relativamente poco.
Forse l’unica cosa davvero irripetibile è ciò che succede dentro.
Due persone possono vivere una separazione e chiamarla entrambe dolore, ma dietro quella stessa parola possono esserci due esperienze che non hanno quasi niente in comune.
Possiamo amare e utilizzare tutti la stessa parola, amore, mentre stiamo parlando di miliardi di esperienze differenti.
Possiamo perdere la stessa cosa e non perdere affatto la stessa cosa.
Persino due persone che attraversano la stessa difficoltà non attraversano realmente la stessa difficoltà.
Perché ciò che accade è solo una parte dell’esperienza.
L’altra è ciò che noi ne facciamo.
Life’s what you make it.
La vita è anche ciò che riusciamo a fare di quello che ci è capitato.
Le difficoltà non rendono automaticamente profondi. Anche questa è una favola che non mi convince. C’è chi attraversa una vita difficile e ne esce più sensibile, chi più duro, chi semplicemente stanco.
Allo stesso modo, una vita relativamente protetta non impedisce necessariamente a una persona di sentire.
Ed è forse proprio per questo che quell’informatico incontrato per caso mi ha colpito tanto.
Non conosco praticamente nulla della sua storia.
Non so quali libri legga.
Non so che vita abbia avuto.
Non so neppure quanti anni avesse esattamente.
So soltanto che ha guardato qualcosa che avevo fatto e, nel giro di pochi secondi, ha riconosciuto il tentativo che c’era dietro.
E questo mi fa tornare in mente A Woman’s Face, il film di George Cukor del 1941 con Joan Crawford e Conrad Veidt.
Anna Holm è stata sfigurata da bambina. È cresciuta sentendosi respinta dal mondo ed è diventata dura, cinica, criminale. Dopo un intervento chirurgico il suo volto cambia, ma soprattutto cambia il modo in cui gli altri la guardano. Incontra gentilezza. Affetto. Un bambino si affeziona a lei. E qualcosa che sembrava morto comincia a rispondere.
Torsten, interpretato da Conrad Veidt, se ne accorge e ne è disgustato.
Per lui Anna stava diventando debole.
Buona.
Umana.
La accusa quasi di essersi lasciata addomesticare dall’affetto, di essersi fatta trascinare verso quella che considera la mediocrità rassicurante delle persone comuni. Le ricorda che il mondo l’aveva respinta quando era sfigurata. Perché mai dovrebbe adesso preoccuparsi dei vecchi, dei deboli, di quelli che lui considera insignificanti?
Anna gli fa notare l’ovvio: siamo nel 1941.
E Torsten risponde con un sarcasmo agghiacciante: “This is 1941. Yes. The spirit of love has triumphed. Yes. God’s in his heaven. Yes.” Poco dopo arriva alla sua vera professione di fede: “the world belongs to the devil”.
Il film uscì davvero nel 1941, con l’Europa già in guerra; e Torsten è costruito con evidenti suggestioni autoritarie e fasciste, tanto che la critica ha letto quella parte del film anche come un ingresso deliberato delle inquietudini politiche contemporanee dentro il melodramma.
È questo che trovo straordinario in quella scena.
Anna sta scoprendo la bontà esattamente mentre Torsten le spiega perché la bontà sarebbe ridicola.
Il mondo è brutto.
Dunque sii brutta anche tu.
Il mondo ti ha fatto male.
Dunque restituiscigli il favore.
Se il mondo appartiene al diavolo, adattati.
Ed è proprio lì che io sento qualcosa ribellarsi.
Perché allora i miei stupidi fiori diventano improvvisamente meno stupidi.
Certo, c’è una sproporzione quasi comica tra un film ambientato in un mondo che precipita verso la catastrofe e me che discuto se comprare un mazzo di fiori mentre a fine mese dovrei probabilmente tenere i soldi in tasca. Ma il meccanismo, in miniatura, è lo stesso.
La realtà dice: questo è ciò che conviene.
E io, qualche volta, rispondo: non m’interessa.
Non perché non veda la realtà.
Proprio perché la vedo.
La bruttezza non mi sfugge. Forse la vedo fin troppo bene.
Semplicemente non voglio concederle anche il diritto di decidere come apparecchio la tavola.
Forse la sensibilità è questo.
Non essere più buoni.
Non essere più intelligenti.
Non essere moralmente superiori.
È continuare a reagire.
Continuare a trovare qualcosa di bello quando sarebbe più semplice non farci caso. Continuare a dare significato a un gesto anche sapendo che qualcun altro potrebbe ridurlo alla cifra sul conto. Continuare a vedere una persona in mezzo a tutte le persone da Palmolive.
Io, guardando indietro, sono grato di aver avuto abbastanza intelligenza e abbastanza sensibilità da riuscire, nei momenti più difficili, almeno qualche volta, a discernere.
Non necessariamente a scegliere bene.
Non necessariamente a evitare di farmi male.
Ma almeno a guardare ciò che mi stava succedendo e provare a trasformarlo in qualcosa che avesse un senso per me.
Magari una storia.
Magari un piatto.
Magari una battuta.
Magari semplicemente il pensiero che quello che stavo vivendo non dovesse per forza finire nel posto in cui era cominciato.
Life’s what you make it.
Forse la vita è davvero quello che riusciamo a fare con quello che ci viene dato.
Non scegliamo tutto ciò che ci accade.
Ma qualcosa possiamo ancora scegliere.
Anche soltanto dove mettere il vaso.
E allora torno a quell’uomo di San Donato.
Una rimessa di biciclette che fa anche da bar. Una Coca-Cola. Asghar lì vicino. Un informatico in pantaloncini con uno scorpione ricamato sul berretto.
Poche frasi lette quasi per caso.
Pochi secondi.
«Sei una persona profonda.»
Forse la sensibilità non serve a niente.
Non ci paga il mutuo, non rende automaticamente migliori, non ci garantisce una carriera, non ci evita le sofferenze e probabilmente, in parecchie occasioni, ce ne procura qualcuna in più.
Potrebbe perfino portarci, come mi ricordò molto pragmaticamente qualcuno, a dormire un giorno in un’aiuola al parco.
Può essere.
Ma, nel caso, spero almeno che ci siano dei fiori.
Perché forse la sensibilità è precisamente questo: sapere che il mondo può essere brutto e rifiutarsi, nonostante tutto, di aiutarlo a esserlo.
Se devo mangiare pasta in bianco, mangerò pasta in bianco.
Ma nessuno ha stabilito che debba mangiarla davanti a un tavolo brutto.
A essere precisi, nel mio caso probabilmente si tratterebbe di un risotto in bianco. Preferisco il riso alla pasta, affermazione che scrivo sperando di non trovare domani mattina un decreto di espulsione dalla Repubblica Italiana sotto la porta. Ma il principio non cambia: posso anche cenare con pochissimo. Voglio soltanto che quel pochissimo sia buono, che il piatto sia bello, che la tovaglia sia stesa bene e che nel vaso ci siano dei fiori.
Non è lusso. È il mio modo di dire alla bruttezza: fin qui puoi arrivare, oltre no.
Risotto al Parmigiano