Ovvero: un uomo innominabile, André Gide, i Placebo e un agnolotto sbagliato con la salsa sbagliata.
Una volta, quando lavoravo presso una multinazionale, incontrai un personaggio che definire sgradevole sarebbe una forma di generosità. E io, di generosità, ne ho fin troppa, soprattutto con chi non la merita.
Ero arrivato da poco. Durante un pranzo con alcuni dipendenti, quest'uomo cominciò a provocarmi con domande sulla mia precedente esperienza lavorativa nel settore alberghiero. Domande apparentemente innocenti, ma formulate con quella particolare insolenza delle persone che cercano di mettere qualcuno in difficoltà davanti agli altri, senza avere il coraggio di offenderlo apertamente.
Io ero lì come dipendente di un fornitore esterno. Una posizione nella quale, per educazione e opportunità, si finisce spesso per sopportare anche quello che altrove non si sopporterebbe.
A un certo punto, parlando di Vimercate, venne fuori il nome di Silvio Berlusconi. Non ricordo neppure con precisione il collegamento. Ricordo invece che, mentre stavo per rispondere, il mio interlocutore mi interruppe: «No, lasciamo stare Berlusconi».
Una scena meravigliosa, nella sua miseria.
Prima si prende la libertà di provocare una persona appena conosciuta. Poi si assume addirittura il ruolo di moderatore della conversazione, decidendo quali argomenti siano consentiti e quali no.
In pratica, il provocatore pretendeva di fare anche l'arbitro.
E vorrei chiarire una cosa: io sono una persona educatissima. Talvolta persino troppo, soprattutto nei confronti di chi meriterebbe assai meno riguardo.
Conosco perfettamente quelle regole non scritte della conversazione civile secondo le quali, soprattutto a tavola e tra persone che non si conoscono bene, sarebbe opportuno evitare tre argomenti: la politica, la religione e il sesso.
Non perché siano argomenti indecenti. Semplicemente perché possono diventare terreni di conflitto e non tutti hanno voglia di trascorrere la pausa pranzo partecipando a un dibattito ideologico.
Io queste cose le so.
E infatti non stavo parlando di politica. Avevo semplicemente pronunciato il nome di Berlusconi.
Non avevo espresso un'opinione sul suo governo, non avevo dichiarato un'appartenenza partitica, non avevo chiesto a nessuno di condividere le mie convinzioni.
Avevo nominato una persona.
E quel poveretto, dopo aver cercato di provocarmi, aveva deciso che persino quel nome fosse inopportuno.
Avrei voluto rispondergli che non avevo bisogno della sua autorizzazione per parlare, che mi assumevo pienamente la responsabilità delle mie parole e che, se proprio desiderava impartire lezioni di educazione, avrebbe potuto cominciare evitando di provocare i commensali.
Non lo feci.
Forse, a volte, sono fin troppo educato. Una qualità che, in certi ambienti, rischia di diventare una forma di masochismo.
Ma quell'episodio mi lasciò una domanda.
Perché in Italia si può nominare Sandro Pertini, si può citare Pier Paolo Pasolini, si può evocare qualsiasi personaggio della storia nazionale, mentre il semplice nome di Berlusconi provoca ancora una specie di riflesso condizionato?
Attenzione: non sto nemmeno rivendicando, in questo caso, il diritto di discutere di politica.
Sto rivendicando qualcosa di assai più elementare: il diritto di nominare una figura storica senza che qualcuno si senta immediatamente autorizzato a stabilire che cosa io possa o non possa dire.
Berlusconi è stato presidente del Consiglio. Ha ricoperto una carica istituzionale e, indipendentemente da qualsiasi giudizio politico, appartiene alla storia della Repubblica italiana.
Un presidente del Consiglio non diventa proprietà esclusiva dei suoi elettori. Quando assume una carica istituzionale, la sua attività entra nella storia del Paese. E la storia appartiene anche a chi quella persona non l'ha votata, non l'ha amata e magari l'ha profondamente detestata.
Non è necessario trasformare un politico in un santo per riconoscerlo come parte della nostra storia.
E non bisogna neppure trasformarlo in un demonio per poterlo criticare.
Questa ossessione per il passato che dovrebbe scomparire mi fa pensare alla Bulgaria, il Paese in cui sono nato.
A Sofia, dal dicembre 2023, sono state smontate alcune delle grandi figure bronzee del Monumento all'Esercito sovietico. Un'operazione controversa, accompagnata da dispute politiche e giudiziarie, in un Paese che continua a interrogarsi sul significato della propria eredità comunista.
Non ho nessuna nostalgia obbligatoria per il regime sovietico. E non credo neppure che conservare un monumento significhi necessariamente celebrarlo.
Un monumento può essere contestualizzato, trasferito in un museo, accompagnato da una lettura critica. Può cessare di essere un oggetto di venerazione e diventare una testimonianza.
Ricordo che una volta, passeggiando per Vienna, rimasi sorpreso davanti a un imponente monumento all'Armata Rossa, in Schwarzenbergplatz.
Non sapevo nemmeno che esistesse. Un monumento sovietico nel cuore dell'Europa occidentale, nella raffinatissima capitale degli Asburgo!
E lo trovai bellissimo.
Mi colpì il contrasto con la Bulgaria, il Paese in cui sono nato, dove alcuni monumenti sovietici vengono smantellati mentre a Vienna quella testimonianza del passato continua a dominare la piazza.
Trovo curioso che talvolta si voglia cancellare proprio ciò che sarebbe necessario ricordare.
La storia non diventa meno vera quando la nascondiamo. E la bellezza non ha bisogno di un certificato di appartenenza ideologica.
Non bisogna condividere un passato per riconoscerne la grandezza monumentale. Né ammirare un uomo per riconoscere che abbia fatto la storia.
La storia non è una stanza dalla quale eliminare i mobili che non ci piacciono.
Anzi, talvolta sono proprio i mobili più brutti a raccontarci qualcosa di importante sugli abitanti precedenti.
E mi inquieta soprattutto un'altra possibilità: che, cancellando i simboli degli errori passati, si finisca per non riconoscerli quando ritornano sotto sembianze più moderne e presentabili.
Il passato non deve essere assolto. Deve essere conosciuto.
Berlusconi, da questo punto di vista, è già un pezzo della storia italiana, con tutte le sue contraddizioni, le sue responsabilità, le sue trasformazioni culturali e le sue interminabili barzellette.
Sì, perché ci sono anche quelle.
E io, a distanza di anni, ho cominciato a trovarle particolarmente interessanti.
Quando Berlusconi era in vita, politicamente mi era profondamente antipatico.
Non lo nascondo. Per gran parte della sua carriera ero troppo giovane per votarlo, e quando cominciai a interessarmi alla politica non mi riconoscevo in molte delle sue posizioni.
Non mi convinceva quel liberalismo che, ai miei occhi, sembrava fermarsi davanti a determinati interessi e convenienze. Non mi convincevano certi rapporti tra informazione, potere economico e politica. E trovavo insopportabile il culto della personalità che lo circondava.
Eppure una volta lo vidi di persona.
Era intorno al 2011, nel periodo natalizio. Passeggiavo in centro a Milano, nei pressi del Duomo, con un amico brasiliano. Berlusconi era uscito accompagnato dalla scorta.
Fu l'unica volta che lo vidi dal vivo.
Non ebbi nessuna folgorazione. Non diventai berlusconiano. Non mi precipitai a chiedergli una fotografia.
Ma ricordo quell'incontro perché oggi, ripensando a quel personaggio, mi sembra di osservare qualcuno che apparteneva già allora a una particolare mitologia nazionale.
C'è un altro ricordo, assai meno istituzionale.
Federico, un amico dotato di un senso dell'umorismo straordinario e di uno scarsissimo interesse per la politica, una volta lesse una notizia sul caso Ruby e sulle somme di denaro che circolavano nei racconti giornalistici.
Mi guardò e mi domandò, con assoluta naturalezza, se per ventimila euro avrei fatto un pompino a Berlusconi.
Scoppiai a ridere.
Federico aveva questa capacità: trovare una battuta per qualsiasi cosa, senza la minima intenzione di trasformarla in una dichiarazione ideologica.
Non discutevamo dei processi, dei partiti o del futuro della democrazia italiana. Ridevamo semplicemente dell'assurdità della domanda.
E forse già allora, senza rendermene conto, avevo intuito qualcosa: Berlusconi non era soltanto un politico. Era diventato un personaggio attraverso il quale gli italiani raccontavano barzellette persino su se stessi.
Le corna durante la fotografia ufficiale con i rappresentanti europei.
Il cucù ad Angela Merkel, nascondendosi dietro un pennone come un bambino.
La stessa Merkel che, durante un vertice NATO, lo aspettava mentre lui continuava a parlare al telefono. Una telefonata che aveva effettivamente ragioni diplomatiche, ma che produsse un'immagine surreale: la cancelliera tedesca ferma ad attendere il presidente del Consiglio italiano.
Poi la regina Elisabetta, sorpresa dal suo richiamo ad alta voce a Barack Obama.
Il famoso commento sull'abbronzatura del presidente americano, che suscitò polemiche per le sue implicazioni razziali e che Berlusconi rivendicò come una battuta.
La presidente finlandese Tarja Halonen, che Berlusconi disse di aver corteggiato per portare in Italia l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, non senza trovare il tempo di fare ironia sulla cucina finlandese.
E ancora Rosy Bindi, alla quale durante una telefonata a Porta a Porta disse che era sempre più bella che intelligente. Lei gli rispose che non era una donna a sua disposizione.
La scena, ancora più teatrale, a Servizio Pubblico: dopo uno scontro con Marco Travaglio, Berlusconi pulì con un fazzoletto la sedia sulla quale il giornalista si era seduto.
Un gesto di una puerilità straordinaria, eseguito davanti alle telecamere da un uomo che aveva ricoperto più volte la carica di presidente del Consiglio.
E poi, naturalmente, il giovane che gli urlò davanti a Palazzo Chigi: «Berlusconi, sei un coglione!».
La risposta fu immediata: «Senti chi parla!».
Non tutte queste scene sono ugualmente innocenti. Alcune erano scherzi, altre vere offese, altre ancora incidenti diplomatici. Penso anche alla battuta su Martin Schulz e i kapò, che difficilmente potrei liquidare come semplice umorismo.
Ma quello che oggi mi interessa analizzare è il linguaggio del personaggio.
Un uomo capace di presentarsi con l'eleganza formale del potere borghese e di comportarsi, improvvisamente, come un monello che non intende rispettarne il cerimoniale.
Non era un punk con la cresta.
Era un signore in doppiopetto che faceva le corna nelle fotografie ufficiali.
La contraddizione mi diverte enormemente.
E forse, pensando a questa sua particolare teatralità, ho trovato finalmente una definizione.
Berlusconi era, almeno nell'immagine che oggi riesco a ricostruire, un post-punk nell'anima.
Naturalmente non sto suggerendo che Berlusconi appartenesse al movimento post-punk, né che ne condividesse la cultura politica.
Il post-punk storico nasceva anche da ambienti critici verso il capitalismo, la rispettabilità borghese e le strutture consolidate del potere.
Berlusconi rappresentava molte delle cose contro le quali quegli ambienti si ribellavano.
Ed è proprio questa contraddizione a incuriosirmi.
Nell'estetica, Berlusconi non aveva bisogno di apparire trasgressivo.
Il doppiopetto, la cravatta, la sartoria, l'immagine levigata dell'imprenditore di successo. Un'eleganza che personalmente percepivo come borghese, talvolta persino sobria nella forma, pur appartenendo a un uomo che del successo economico aveva fatto uno spettacolo.
Non lo identificavo con quel tipo umano che chiamerei il fascista parvenu: l'uomo che ha bisogno di esibire continuamente la propria forza e di dimostrare il proprio rango.
Questo non significa ignorare le sue alleanze politiche, compresa quella con Alleanza Nazionale, erede della tradizione del Movimento Sociale Italiano. Significa distinguere la mia percezione del suo carattere pubblico dalla storia dei suoi governi.
Aveva già costruito un impero prima di entrare in politica. Certamente non aveva bisogno dello stipendio da presidente del Consiglio per arricchirsi. Che la politica potesse invece proteggere interessi economici e posizioni di potere è un'altra questione, assai più complessa.
Ma ciò che mi incuriosisce è l'incontro tra il suo status sociale e la sua irriverenza.
Il punk rompeva le convenzioni presentandosi come un ribelle.
Berlusconi sembrava divertirsi a romperle vestendosi come un rispettabilissimo esponente delle convenzioni stesse.
Una specie di sabotaggio del cerimoniale dall'interno.
E non riesco a non pensare agli italiani che si identificavano con lui.
L'uomo comune che magari conduceva un'esistenza rigidamente convenzionale, che non aveva mai disobbedito a nessuna aspettativa sociale, ma che attraverso Berlusconi poteva immaginarsi imprenditore, seduttore, uomo di successo, trasgressore.
Mi fa sorridere l'idea di chi viveva modestamente e, identificandosi con il miliardario, si sentiva partecipe della sua fortuna.
Naturalmente non tutti i suoi elettori erano così. Ma quel meccanismo di identificazione con il self-made man mi sembra una parte importante del suo fascino popolare.
Lui faceva le corna ai vertici europei.
Qualcun altro, dal divano, poteva sentirsi anticonformista per procura.
In fondo ho sempre avuto un rapporto piuttosto disinvolto con le contraddizioni.
Ci sono artisti dei quali apprezzo immensamente la personalità, la biografia, il coraggio, il senso della scena, ma nelle cui opere non ritrovo affatto la mia sensibilità.
Madonna e Lady Gaga, per esempio.
Riconosco in entrambe un'intelligenza creativa e una capacità di costruzione artistica fuori dal comune. Le considero due figure geniali della cultura popolare contemporanea.
Eppure le loro canzoni, salvo qualche eccezione, non appartengono particolarmente al mio gusto musicale.
Viceversa, posso amare profondamente l'opera di un musicista, di uno scrittore o di un attore senza provare alcuna fascinazione per la sua vita privata.
Non ho mai capito il bisogno di innamorarsi dell'attore fuori dal film perché è bello, affascinante, elegante nelle interviste o simpatico nelle campagne pubblicitarie.
Che cosa c'entra tutto questo con ciò che riesce a comunicarmi quando recita?
Il fascino biografico non coincide con il valore artistico.
E il valore artistico non costituisce un certificato di virtù personale.
Con Berlusconi faccio un'operazione analoga, pur essendo il suo ambito quello della politica e non dell'arte.
Posso averne detestato le idee, riconoscerne la rilevanza storica e trovare oggi irresistibile, come oggetto di osservazione, una parte della sua personalità pubblica.
Non è un'assoluzione.
È il rifiuto di ridurre un essere umano a un unico giudizio.
C'è poi qualcosa della sua biografia che mi interessa particolarmente.
Berlusconi nacque a Milano nel 1936, tre anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale.
La sua infanzia fu attraversata dai bombardamenti e dallo sfollamento.
La famiglia lasciò Milano; nel 1943 il padre Luigi si rifugiò in Svizzera, mentre la madre Rosa, con i figli e i propri genitori, trovò riparo nel Comasco, a Oltrona di San Mamette.
Prima del miliardario, prima dell'imprenditore televisivo, prima del politico, c'era stato un bambino in una famiglia che cercava di mettersi al sicuro dalla guerra.
E questa immagine mi interessa molto più di qualsiasi favola consolatoria sul successo.
Perché anche lui, in un certo senso, si trovò a crescere in un mondo sbagliato.
Non sbagliato per un difetto personale, naturalmente, ma perché un bambino non dovrebbe conoscere la guerra, lo sfollamento e la precarietà della sopravvivenza.
È interessante immaginare il contrasto tra quelle origini e il personaggio che sarebbe diventato: un uomo impegnato a costruire, organizzare, possedere, controllare e rappresentare un mondo nel quale sembrava esserci sempre spazio per il successo, la bellezza, l'ottimismo e il piacere.
Non so quale rapporto psicologico esistesse tra quelle esperienze infantili e la sua personalità adulta. Sarebbe presuntuoso inventarlo.
Ma il contrasto biografico rimane.
La sua vita comincia in un'Italia attraversata dalla distruzione e si sviluppa nell'Italia del boom economico, dei consumi, della televisione commerciale, della ricchezza privata e della trasformazione dello spettacolo in linguaggio politico.
In un certo senso, la sua biografia attraversa quasi tutte le metamorfosi dell'Italia contemporanea.
Ed è anche per questo che non riesco a considerarlo semplicemente un uomo da nominare o da evitare secondo la convenienza del momento.
Qui mi viene in mente André Gide.
Uno scrittore che stimo profondamente per la sua opera, senza che questo significhi necessariamente stimarlo in ogni aspetto della sua vita privata.
Ne L'immoralista, pubblicato nel 1902, Gide racconta la trasformazione di Michel, un uomo colto, benestante e profondamente condizionato dall'educazione ricevuta, che dopo una grave malattia comincia a interrogarsi sulla propria libertà.
Il romanzo contiene una distinzione che trovo fondamentale:
Savoir se libérer n'est rien ; l'ardu, c'est savoir être libre.
Sapersi liberare non è nulla; il difficile è saper essere liberi.
C'è una differenza enorme tra trasgredire una convenzione e possedere una libertà autentica.
La trasgressione può essere un gesto puramente teatrale. Si può scandalizzare il pubblico e rimanere, intimamente, prigionieri dello stesso pubblico che si vorrebbe scandalizzare.
Michel tenta di liberarsi dagli obblighi morali e sociali che sente estranei alla propria natura. Ma questa ricerca della libertà finisce per travolgere anche chi gli sta accanto, in particolare Marceline, sua moglie.
Il romanzo, infatti, non offre una semplice celebrazione dell'individualismo. Ci obbliga a domandarci quando la libertà personale diventi indifferenza verso gli altri.
C'è poi Ménalque, il personaggio che incoraggia Michel a diffidare delle convenzioni e dell'imitazione.
Ménalque è particolarmente interessante perché ama il piacere, il viaggio, i vini raffinati, gli oggetti belli, ma sostiene di voler vivere senza esserne posseduto.
È un uomo che sembra rifiutare la rispettabilità borghese pur continuando ad apprezzare le raffinatezze che quella cultura può offrirgli.
Una contraddizione meravigliosamente gidiana.
Ménalque diffida soprattutto di chi accetta un modello di vita già pronto e cerca di conformarvisi, rinunciando alla propria singolarità.
On imite. Et l'on prétend aimer la vie.
Si imita. E si pretende di amare la vita.
Ecco qualcosa che mi interessa davvero.
Non l'originalità esibita come un distintivo. Non l'anticonformismo ridotto a una posa. Ma quella differenza personale che esiste prima ancora di essere riconosciuta dagli altri.
Non sto dicendo che Berlusconi fosse Michel o Ménalque. Sarebbe un accostamento letterale piuttosto ingenuo.
Anzi, l'attaccamento di Berlusconi alla proprietà e al potere economico lo allontana radicalmente da alcuni ideali espressi da Ménalque.
Ma i personaggi di Gide mi aiutano a formulare una domanda sul mio Berlusconi post-punk: fino a che punto una persona può divertirsi a infrangere le convenzioni pur essendo uno dei loro principali beneficiari?
E fino a che punto la libertà di scandalizzare coincide realmente con la libertà di essere?
Gide, del resto, nella prefazione al romanzo rifiutava di trasformare il racconto in una semplice accusa o in un'apologia del protagonista.
È un atteggiamento letterario che sento molto vicino al mio modo di osservare gli esseri umani.
Non ogni ritratto deve diventare un processo.
E non ogni fascinazione deve trasformarsi in una dichiarazione d'amore.
Per accompagnare questo ritratto ho pensato a Trigger Happy Hands dei Placebo.
Non è una scelta casuale. Anzi, contiene una contraddizione che mi diverte enormemente.
Brian Molko, che nel luglio 2010, durante un concerto a Lucca, aveva attaccato Berlusconi modificando provocatoriamente le parole di Soulmates, nel luglio 2023 si scagliò dal palco di Stupinigi contro Giorgia Meloni, definendola fascista e razzista, oltre a rivolgerle alcuni insulti.
Un episodio che ha avuto conseguenze giudiziarie.
E pensare che io, che ho detestato Berlusconi quando era in vita, oggi vorrei accompagnarne il ritratto con una canzone di un gruppo che lo criticava apertamente.
Ma è proprio questo che mi interessa.
Non ho mai avuto bisogno che gli artisti che amo condividessero ogni mia opinione, così come non ho bisogno di condividere le opinioni di un personaggio per riconoscerne il fascino culturale.
E i Placebo, del resto, rappresentano un esempio molto particolare di anticonformismo.
Ricordo anche la loro esperienza in Russia, un Paese nel quale hanno goduto di un seguito straordinario, nonostante il clima politico ostile verso molte delle libertà personali che la band ha sempre difeso.
Nel 2014 intrapresero una lunga tournée attraverso dieci città russe, comprese diverse tappe in Siberia, e ne nacque il documentario Placebo: Alt.Russia.
Un viaggio che andava molto oltre la musica e che cercava di raccontare un'altra Russia: quella degli artisti, degli intellettuali, degli architetti, dei musicisti e delle persone che, pur vivendo all'interno di un sistema politico repressivo, cercavano di costruire spazi di espressione personale.
Stefan Olsdal, dichiaratamente omosessuale, ha raccontato di essersi preoccupato per la propria sicurezza in un Paese dove le leggi contro la cosiddetta propaganda omosessuale avevano alimentato un clima ostile verso la comunità LGBT.
Ma ciò che mi colpisce maggiormente è il contrasto tra queste preoccupazioni e l'affetto del pubblico russo.
Un pubblico che i Placebo hanno descritto come straordinariamente organizzato, generoso, appassionato.
Olsdal ricordò con particolare emozione un concerto al Gorky Park di Mosca nel 2015, quando sei spettatori accesero altrettante torce nei colori della bandiera arcobaleno.
Un gesto semplice, ma significativo nel contesto in cui avveniva.
La band, del resto, conosceva bene anche l'altra faccia della notorietà.
Brian Molko aveva ricevuto minacce di morte attraverso la propria segreteria telefonica, al punto da utilizzare alcune di quelle registrazioni nel brano nascosto Evil Dildo.
Non erano minacce legate specificamente alla tournée russa, ma testimoniano l'ostilità che la loro immagine anticonvenzionale aveva incontrato nel corso degli anni.
Eppure i Placebo continuavano a esibirsi, a provocare, a raccontare una sensibilità che non intendeva conformarsi alle aspettative più rassicuranti del pubblico.
Trovo affascinante questa contraddizione: un gruppo che poteva sentirsi esposto a rischi in un determinato Paese e che, nello stesso Paese, incontrava persone capaci di comprenderlo, amarlo e difenderne simbolicamente i valori.
Perché un popolo non coincide necessariamente con il proprio governo.
Così come un artista non coincide necessariamente con tutte le proprie dichiarazioni.
E un uomo politico non si esaurisce nella caricatura che ne fanno i suoi ammiratori o i suoi avversari, pur dovendo rispondere delle proprie scelte.
Trigger Happy Hands mi sembra particolarmente adatta al grottesco della vita pubblica.
È una canzone attraversata dalla denuncia di un potere irresponsabile, dalla paura, dalla violenza e dall'immagine di un mondo nel quale chi governa sembra talvolta partecipare a una rappresentazione assurda.
Il titolo evoca mani troppo pronte a premere un grilletto. Non mani che fanno innocenti scherzi: la canzone prende di mira conseguenze assai più gravi.
Ma nel mio racconto mi diverte anche il cortocircuito visivo.
Le mani di Berlusconi che fanno le corna dietro la testa di un ministro.
Le mani che puliscono con un fazzoletto la sedia di Travaglio.
Le mani che partecipano a un cucù infantile durante un incontro internazionale.
Gesti diversissimi da quelli denunciati nella canzone, naturalmente, ma che permettono di riflettere sulla rappresentazione del potere e sul suo rapporto con il ridicolo.
E il dettaglio più interessante rimane proprio questo: scegliere una canzone critica verso i potenti per raccontare il fascino teatrale di un uomo che ha incarnato il potere.
Non sto cercando una colonna sonora che approvi Berlusconi.
Sto cercando una colonna sonora che renda la contraddizione ancora più evidente.
E quando ripenso ai Placebo in Russia, alla Bulgaria che smonta i monumenti del proprio passato, a quel bellissimo monumento sovietico incontrato per caso nella Vienna degli Asburgo, a Gide e alla libertà di non conformarsi, mi sembra di tornare continuamente alla stessa questione.
Si può rifiutare un sistema senza rifiutare le persone che vivono al suo interno.
Si può criticare una figura storica senza desiderare che il suo nome scompaia dalla conversazione.
Si può apprezzare un gesto, uno stile, un'opera o una personalità senza doverne condividere ogni convinzione.
E, soprattutto, si può riconoscere la bellezza di qualcosa che appare fuori posto.
Forse certe persone, certe opere, certi oggetti sono interessanti proprio perché resistono alle classificazioni.
Non sono ciò che dovrebbero essere.
E non si preoccupano particolarmente di diventarlo.
Per questo, dovendo dedicare a Berlusconi uno dei miei piatti, ho scelto qualcosa che potrebbe sembrare perfettamente convenzionale.
Un raviolo del plin.
Un piccolo raviolo piemontese, nato da una tradizione nella quale la cucina contadina, gli arrosti, il recupero degli avanzi e la necessità di non sprecare nulla hanno un ruolo fondamentale.
Non è milanese.
È piemontese. Ma appartiene a quella grande cultura gastronomica del Nord Italia che, per storia e sensibilità, mi interessa particolarmente.
La tradizione conosce gli agnolotti con il sugo d'arrosto, serviti asciutti, nel brodo e persino al tovagliolo. Non esiste dunque nulla di scandaloso nel sottrarre un plin al brodo.
La mia libertà comincia altrove.
Proprio oggi avevo preparato anche degli agnolotti più grandi, con il sugo avanzato dal brasato di guancia di manzo. Una preparazione perfettamente coerente con la tradizione del recupero.
Ma per il piatto che dedicherei a Berlusconi volevo qualcosa di diverso.
Ho preso il piccolo raviolo e l'ho accompagnato con una demi-glace preparata a partire da un fondo bruno fatto da me.
Ventiquattr'ore sul fornello, a fuoco bassissimo.
Ventiquattr'ore di estrazione, trasformazione, pazienza.
Un tempo quasi assurdo per accompagnare un boccone che potrebbe scomparire in pochi secondi.
Poi il vino rosso, ristretto con un piccolo frammento di stecca di cannella e del pepe di Sichuan.
La cannella non deve trasformare la salsa in un dolce. Deve restare un'ombra calda, appena percettibile.
Il pepe di Sichuan porta un profumo agrumato, una sensazione leggermente esotica, qualcosa di vivace e inatteso.
Il fondo bruno offre profondità, struttura, concentrazione.
E il raviolo rimane piccolo.
Semplice.
Quasi ingenuo.
Un prodotto della cucina popolare vestito con un'elegantissima costruzione della cucina francese, attraversata da un aroma che arriva da molto più lontano.
Una combinazione che potrebbe sembrare sbagliata.
Un raviolo contadino con una salsa da grande ristorante.
La cucina piemontese che incontra la tecnica francese.
Il vino rosso, la cannella, il pepe di Sichuan.
Una raffinatezza che non viene esibita attraverso ingredienti costosi, ma attraverso il lavoro, la precisione e la capacità di ottenere un gusto.
Il piatto potrebbe essere scambiato per qualcosa di borghese, magari persino un po' antiquato.
In realtà è quasi una caricatura della rispettabilità borghese.
Perché utilizza il suo linguaggio estetico per arrivare altrove.
Non è un piatto che vuole stupire attraverso un impiattamento incomprensibile o una lista interminabile di ingredienti.
Ha una forma immediatamente riconoscibile.
È un raviolo con una salsa.
Che cosa potrebbe esserci di più semplice?
Eppure, sotto quella semplicità, ci sono ventiquattr'ore di lavoro, una tecnica francese, una tradizione popolare piemontese e due profumi che nessuno si aspetterebbe necessariamente di incontrare.
Un agnolotto sbagliato con la salsa sbagliata.
Eppure, assaggiandolo, tutto trova una propria coerenza.
Perché la cucina, almeno per come la intendo io, non consiste nell'applicare meccanicamente regole tramandate da qualcuno.
Consiste nel conoscerle sufficientemente bene da comprendere quando sia possibile allontanarsene.
Un accostamento non è giusto soltanto perché è tradizionale.
E non diventa sbagliato soltanto perché è insolito.
Il gusto possiede una sua logica, che non coincide sempre con quella delle convenzioni.
Forse è proprio questo che mi interessa in André Gide: non la trasgressione come spettacolo, ma la fatica di raggiungere una libertà che possieda una propria coerenza.
Ed è questo che, come metafora estetica, mi permette di associare un raviolo a Berlusconi.
La forma è rispettabile.
Il contenuto è sorprendente.
La presentazione è borghese.
Ma qualcosa, nell'insieme, si comporta in maniera impertinente.
A volte mi domando se il mio modo di guardare oggi Berlusconi non dipenda anche dalla distanza storica.
Ho vissuto una parte della sua stagione politica con antipatia. Oggi, osservando il presente, riesco a distinguere alcuni elementi del personaggio che prima non mi interessavano.
E qui devo confessare un'altra contraddizione, forse ancora più divertente.
Alcuni di quelli che Berlusconi chiamava continuamente, e spesso provocatoriamente, «comunisti», oggi potrebbero persino arrivare a rimpiangerlo.
E io, in una certa misura, riesco a capirne il motivo.
Non perché improvvisamente ne condivida le idee politiche. Ma perché, confrontandone la personalità pubblica con quella di alcuni protagonisti della politica italiana contemporanea, mi accorgo di avere sviluppato una percezione completamente diversa del personaggio.
Penso a Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Per me, sul piano della rappresentazione istituzionale e della comunicazione politica, sono impresentabili.
Salvini mi dà spesso l'impressione di parlare in un brainstorming permanente. Comincia un discorso, apre un argomento, ne introduce un altro, aggiunge uno slogan, una provocazione, un riferimento alla cronaca. Sembra che il lavoro di organizzazione delle idee debba ancora cominciare, mentre lui è già davanti a un microfono.
Meloni mi produce una sensazione diversa, ma non meno irritante. Talvolta la sento parlare con una tale enfasi che, arrivato alla fine del discorso, mi domando che cosa abbia effettivamente voluto dire.
E, quando affronta certi argomenti, ho perfino l'impressione che quella retorica serva a mascherare una comprensione poco approfondita delle questioni che sta trattando.
È il mio giudizio, naturalmente. Il modo in cui percepisco il loro linguaggio pubblico.
C'è poi un dettaglio biografico che trovo significativo nel confronto: né Meloni né Salvini hanno conseguito una laurea.
Berlusconi, invece, si era laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Milano e, prima della politica, aveva alle spalle una lunga carriera imprenditoriale, dall'edilizia alla televisione commerciale.
Aveva costruito aziende, organizzato attività economiche, gestito strutture complesse. Era abituato a presentare progetti e a parlare con interlocutori di ambienti differenti.
Che poi quelle capacità siano state impiegate bene o male nell'esercizio del potere politico è un altro discorso.
Ma, ai miei occhi, era un uomo che sapeva parlare, sapeva costruire un racconto, sapeva sostenere una parte sulla scena pubblica.
E conosceva la differenza tra un discorso e uno slogan, anche quando sceglieva deliberatamente il secondo.
A volte penso che i suoi vecchi avversari, quelli che lui liquidava con l'immancabile etichetta di comunisti, potrebbero guardare alla politica di oggi e ritrovarsi a provare una nostalgia che un tempo avrebbero considerato impossibile.
Non necessariamente per le sue politiche, ma per una certa statura del personaggio pubblico, per la sua esperienza e per la sua capacità di dominare la scena.
L'ironia è che Berlusconi aveva trascorso una parte considerevole della propria vita politica a provocare proprio quelle persone.
E oggi, almeno nella mia impressione, il confronto con alcuni dei protagonisti della politica contemporanea finisce paradossalmente per renderlo più interessante.
Penso anche al rapporto tra l'Italia e i leader stranieri.
La scena di Merkel che attende Berlusconi impegnato al telefono mi fa pensare, per contrasto, alle polemiche del giugno 2026, quando Donald Trump raccontò che Giorgia Meloni lo avrebbe implorato di concederle una fotografia, sostenendo di aver accettato per compassione.
Meloni smentì nettamente quella versione, dichiarando che né lei né l'Italia supplicano.
Non posso sapere quale delle due ricostruzioni descriva l'episodio reale. Ma trovo rivelatrice, sul piano della comunicazione politica, l'immagine che ne è derivata e il fatto che sia stato lo stesso presidente americano a proporla pubblicamente.
Da una parte, nella mia memoria, c'è Merkel che attende un Berlusconi impegnato in una conversazione diplomatica.
Dall'altra, Trump che racconta di una presidente del Consiglio italiana desiderosa di ottenere una fotografia con lui.
Sono episodi profondamente diversi. Ma la distanza tra queste rappresentazioni pubbliche del potere mi colpisce.
E mi fa riflettere su quanto conti, nella vita politica, non soltanto il ruolo istituzionale, ma anche il modo in cui quel ruolo viene interpretato.
Non considero Berlusconi un modello politico da recuperare. E non mi interessa trasformarlo retroattivamente in un campione di virtù democratiche.
Sarebbe una falsificazione della mia stessa esperienza.
Ma riesco ad apprezzare, oggi, alcune sfumature del suo personaggio che allora mi sfuggivano.
La teatralità.
L'irriverenza.
Il rapporto disinvolto con il ridicolo.
Il gusto per la provocazione.
La capacità di diventare, nel bene e nel male, materia di racconto popolare.
Un uomo che ha attraversato la storia della Repubblica e che, contemporaneamente, è entrato nel repertorio delle imitazioni, delle barzellette e degli aneddoti che gli italiani continuano a raccontarsi.
Folklore italiano.
Proprio folklore.
E forse la cosa più sorprendente è che questa parola non contiene necessariamente né un elogio né una condanna.
Il folklore comprende anche i personaggi controversi, le storie imbarazzanti, le contraddizioni di un popolo, le sue vanità e le sue debolezze.
Non dobbiamo voler bene a tutti i protagonisti della nostra storia.
Dobbiamo però saperli riconoscere.
E magari, qualche volta, riuscire persino a riderne senza dover immediatamente dichiarare a quale partito apparteniamo.
Per questo, se qualcuno oggi mi chiedesse di rappresentare Berlusconi attraverso un piatto, non sceglierei una preparazione sfarzosa o un ingrediente che simboleggi il lusso.
Sceglierei ancora quel piccolo raviolo piemontese, con la sua demi-glace francese e il profumo inatteso della cannella e del pepe di Sichuan.
Un piatto che potrebbe sembrare molto più borghese di quanto non sia.
Un piatto nel quale la complessità si nasconde dietro una forma semplicissima.
Un piatto capace di risultare fuori posto senza essere fuori equilibrio.
Del resto, forse l'eleganza più interessante è proprio quella che non ha bisogno di dimostrare continuamente la propria legittimità.
E così torno a Gide, a Michel, a Ménalque, al problema della libertà e al prezzo delle convenzioni.
Torno anche ai Placebo, alla loro critica del potere, alla loro capacità di essere amati in un Paese nel quale alcuni aspetti della loro identità potevano rappresentare una provocazione.
Torno alla Bulgaria che smonta i monumenti sovietici e a Vienna, dove mi sorprese la bellezza di un monumento che non mi aspettavo nemmeno di incontrare.
Torno al bambino milanese costretto a conoscere lo sfollamento durante la guerra.
Un uomo nato prima della guerra, cresciuto durante lo sfollamento, diventato miliardario, presidente del Consiglio e protagonista delle barzellette del proprio Paese.
Un borghese che talvolta si comportava come un monello.
Un uomo delle istituzioni che trasformava il cerimoniale in teatro.
Un personaggio che ho detestato politicamente e che oggi riesco a osservare con una curiosità completamente diversa.
Il post-punk in doppiopetto.
E il raviolo?
Il raviolo rimane quello che è.
Non deve dimostrare di essere piemontese, francese, borghese, popolare, tradizionale o rivoluzionario.
Non ha bisogno di spiegarsi.
Ma soprattutto, non vuole nemmeno spiegarsi.
E forse questa, più di qualsiasi provocazione, è una forma di libertà.
Perché alla fine il raviolo è sbagliato, la salsa è sbagliata, l'accostamento è sbagliato.
Eppure è giusto così.
E se qualcuno non è d'accordo, pazienza.
Gli servirò comunque il raviolo.
Purché non pretenda di moderare anche la conversazione.
Ravioli del Plin in salsa Demi-Glace